Le sete di San Leucio

Pubblicato da blog ospite in Una casa non a caso

Le seterie di San Leucio - Caserta

San Leucio - Caserta Durante una gita alla ricerca dei ricordi dell’infanzia, con mia sorella Simona e nostra zia, ci siamo fermate nella periferia di Caserta: nell’antica seteria di San Leucio. Caserta è nota a tutti per la meravigliosa Reggia del Vanvitelli, per la mozzarella di Bufala e per la malavita organizzata, in realtà a pochi km di distanza c’è un patrimonio di architettura industriale e un esempio di un’antica colonia industriale che vale la pena visitare. Da luoghi come questo, forse, si potrebbe  prendere ispirazione per la gestione di questo nostro Bel Paese.
Nel 1789, Ferdinando IV per sfuggire al “caos” della Reggia di Caserta, si era fatto costruire un casino di caccia sulle colline nelle vicinanze. Un luogo di  pace con una vista incantevole intorno alla piccola Chiesa di San Leucio.
Alcune famiglie di coloni, per assistere il Re, si insediarono nei dintorni e con il tempo la piccola comunità crebbe. Ferdinando, che non difettava certo in lungimiranza e in capacità di progettazione, volle rendere la colonia indipendente economicamente. Fondò così una seteria e una fabbrica di tessuti.
Emanò un codice scritto di suo pugno per definire le regole della convivenza tra i coloni impartendo il  seguente comando: “Io vi do queste leggi, rispettatele e sarete felici”.
Prima ancora che terminasse la Rivoluzione Francese a Caserta si sperimentava il socialismo reale.
Questo codice si fondava su 3 principi fondamentali: l’educazione, la buona fede e il merito come unica distinzione tra le persone. Seppur si fabbricavano oggetti di lusso, questi erano  vietati a tutti, e tutti dovevano essere vestiti con sobrietà e senza disuguaglianze.
I bambini dai 6 anni avevano l’obbligo di  frequentare le scuole e il rapporto tra uomini e donne era regolato dal codice: “una società coniugale di cui capo è l’uomo” ma in cui “ogni marito non doveva tiranneggiare mai la sua moglie nè esserle ingiusto”
Re Ferdinando aveva pensato proprio a tutto per questa comunità costruendo anche le abitazioni per i coloni. Piccole ma deliziose case, ancora oggi abitate, che si caratterizzano per gli ingressi coperti da pensiline in ferro battuto.
le case degli operai
Trascorrono oltre 100 anni e l’11 aprile del 1901 nasce a Ivrea Adriano Olivetti, uno dei massimi sostenitori della teoria del “villaggio industriale”. Anche lui progetta un quartiere residenziale per i dipendenti della sua azienda, con  servizi sociali, mensa e biblioteca. Si avvale di architetti prestigiosi come Figini, Pollini, Zanuso, Vittoria, Gardella, Fiocchi e Cosenza, perché era convinto che  la bellezza aiuta la convivenza e sviluppa nelle persone il senso di appartenenza e la motivazione al lavoro.
Nel tempo seguirono diversi esempi: nel  1910  Zegna appena 18enne fonda il primo lanificio a Trivero, nelle Alpi biellesi, pensando ai lavoratori in modo globale e preoccupandosi della vita di questi come persone e non solo come lavoratori;
negli anni ’50, Enrico Mattei per i lavoratori dell’Eni, costruisce il villaggio aziendale Metanopoli circondato da giardini e viali alberati.
Molti gli esempi che seguirono, ne voglio citare uno più vicino ai nostri giorni, come quello realizzato  nel 1985  da Brunello Cucinelli, imprenditore nel settore della moda con punti vendita in tutto il mondo. Ha fatto di quest’idea una vera e propria passione esistenziale recuperando il borgo di Solomeo (Pg).  Cucinelli restaura e ristruttura  le vecchie case abbandonate credendo nell’idea che l’architettura e il restauro rappresentino l’unico modo per lasciare ai posteri un patrimonio culturale. Il borgo è oggi un luogo vivo, l’età media dei residenti è di 37 anni.
Anche nel mio quartiere, a Roma, a memoria di questo modo di immaginare l’economia e la società, esiste un piccolo villaggio dei ferrovieri: il Villaggio Angelini dove i lavoratori delle Ferrovie dello Stato, dipendenti tutti del medesimo Ente, costituivano negli anni ’60 una piccola comunità fatta di mamme casalinghe e di molti bambini. Vivevano vite tranquille, in case e strade tutte uguali, forse c’era poco spazio per la creatività e pochi avevano la necessità e il bisogno di essere intraprendenti e audaci. Però la vita poteva essere progettata e i sogni, forse anche modesti, erano raggiungibili.

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