Lo stucco napoletano

Pubblicato da blog ospite in Una casa non a caso

Consolle

Oggi abbiamo il piacere di ospitare  e di condividere con voi il racconto di un amico napoletano, molto speciale.
È scrittore, restauratore e… conducente di autobus a Napoli. Insomma, un artista.

Qui ci racconta lo stucco napoletano.  Grazie Francesco.

La passione.

Se non avevi passione lo stucco napoletano, lo stucco ad olio, non lo impastavi, cioè si, riuscivi anche a inventarti una poltiglia giallastra, una sbobba brutta, un blob gelatinoso e inutile, ma non potevi usarlo, è uno stucco a cui devi voler bene, ha un’anima.
Le spatole devono riuscire a trattenerlo senza che scivoli giù, e sbagliando la proporzione non reggerà mai. Se chiedi in giro ai vecchi– come se io fossi giovane, ma insomma, agli ottantenni e anche più – se ricordano chi possa averlo inventato, ti rispondono che c’è sempre stato.

Stuccatura
Lo stucco ad olio, credo dal novecento, ha sostituito gli stucchi naturali a colla animale, quegli emulsionanti derivati da pelli di animali (coniglio) o ossa (avanzi di macelleria): la colla di coniglio e la colla perla, o di pesce – da non confondere con quella alimentare. La differenza rivoluzionaria è che lo stucco ad olio, che veniva usato per modellare il fasciame delle barche in un primo momento, era inattaccabile dall’umidità rispetto a quello a colla.

L’olio di lino cotto, con cui avveniva il processo di emulsione era quello che serviva anche, mescolato con gli ossidi colorati, a produrre le prime vernici, le cosiddette “Vernici ad olio”. La speciale proprietà antiumido ne fece poi utilizzare lo stesso sugli infissi esterni, e sulle famose persiane “Alla napoletana”. Successivamente fu usato anche per levigare e lisciare le bussole interne delle abitazioni. Ancora oggi si possono trovare vecchi gozzi perfettamente mantenuti.

Questa pasta meravigliosa aveva la capacità, forte dell’olio, di essere repellente all’acqua per cui, dopo una prima levigatura di sgrosso con la carta vetrata, poteva essere rifinita con la carta abrasiva e acqua – come fanno i carrozzieri con lo stucco polimerico – e il risultato era una superficie liscia e assolutamente priva di pori. L’unico problema era l’essiccazione, non solidificava prima delle quaranta ore.
La soluzione rivoluzionaria fu l’invenzione della vernice flatting, già usata per le imbarcazioni, modificata chimicamente e che essiccava in dieci ore. Chiamata “Flatting per stucco”. A quel punto si cominciò ad usarlo nella laccatura dei mobili veneziani, degli armadi e in tutte le suppellettili di arredo classiche dell’arredamento interno.

I risultati erano meravigliosi, anche nelle boiserie murali, perché con la tecnica della laccatura a mano e con decoratori di eccellenza che sapevano stendere gliConsolle - dettagli smalti satinati con maestria, e pennelli dai peli raffinati e sottili, si aveva un risultato eccellente e morbido alla vista, ma non plastico e artificiale come si vede oggi nella mobilia verniciata nei forni industriali. Come sempre la bellezza ha costi elevati. Un mobile industriale ha un prezzo del 70% in meno e così la minore richiesta ha fatto sì che questo tipo di manifattura fosse sempre meno ricercato.

Oggi, con la chiusura dei laboratori artigiani e il crollo di apprendistato da parte dei giovani lo Stucco Napoletano va verso l’oblio.

 

 


 
 

 
 

 
 
 

 
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