Una casa non a caso






 
 
 

EATART

Pubblicato da blog ospite in Una casa non a caso

spoerri_new (evidenza) copia

Io non ho amato l’Expo. Questo evento, al di là di quanto di positivo abbia portato, lo trovo anacronistico. Eppure sembra che, grazie alla sua spinta, il dibattito culturale italiano abbia scoperto il tema del cibo e del nutrimento. Ovunque vada, a qualunque cena partecipi, nei discorsi 5 inevitabilmente si va a scivolare sull’evento dell’anno. In tanti ne sottolineano il valore dell’architettura, dell’arte e della tecnologia dimenticando che  il ruolo di protagonista spetta alla tematica dell’evento il cui slogan era “Nutrire il pianeta, energia per la vita”. E’ stata l’occasione “per riflettere e confrontarsi sui diversi tentativi di trovare soluzioni alle contraddizioni del nostro mondo: se da una parte c’è ancora chi soffre la fame, dall’altra c’è chi muore per disturbi di salute legati a una alimentazione scorretta e al troppo cibo. Ogni anno 1,3 miliardi di tonnellate di cibo vengono sprecate. 4Per questo motivo occorrono scelte politiche consapevoli, stili di vita sostenibili che attraverso l’utilizzo di tecnologie all’avanguardia consentano di trovare un equilibrio tra disponibilità e consumo delle risorse”. Questa era stata proposta come Vision del progetto. Ma l’obiettivo prefissato, è stato raggiunto? Oppure è stata solo l’occasione per dare la possibilità alle multinazionali dell’agrobusiness di spadroneggiare ed ancora una volta tenere il punto su chi è che ha il potere della nostra alimentazione? Mi risulta che l’acqua che si è bevuta all’Expo non era distribuita dalle fontanelle del Comune di Milano, ma sponsorizzata da un noto marchio italiano che è nel gruppo di una delle più grandi multinazionali del mondo. Mi ricorda tanto una cosa che ho notato questa estate nel luogo dove sono andato in vacanza: l’acqua veniva distribuita agli abitanti della cittadina che mi ospitava, e a quelli del territorio, da una unica fonte chiamata “Fontana della Pace”. Il controllo dell’acqua di un vasto territorio era nelle mani di pochi. …eppure sembrava giusto così! Per risolvere il problema dell’alimentazione mondiale ci si appella ancora “all’utilizzo di tecnologie all’avanguardia che consentirà di trovare l’equilibrio tra disponibilità e consumo delle risorse”. E chi non dispone della tecnologia? E’ tutto questo che mi sconcerta: un evento di questa portata ha effettivamente sensibilizzato il mondo dei ricchi al problema dell’alimentazione?

spoerri copiaSono molti coloro che hanno trovato innovativa ed originale la trattazione di questa tematica, legata alla questione dell’alimentazione, che invece  da più di mezzo secolo è stata oggetto di  denunce da parte delle  massime autorità morali del mondo e indagata da artisti che, provocatoriamente, si sono spinti  ad affrontare contenuti forti come quelli del cibo e del nutrimento.

Credo che se la nostra attenzione fosse stata maggiore al  tempo in cui queste denunce raggiungevano la loro massima espressione, forse oggi il nostro atteggiamento nei confronti del cibo e delle questioni legate all’alimentazione mondiale sarebbero meno esasperate.

Nella mia vita ritengo che solo attraverso il “fare” si impara, si comprendono le cose. E’ ormai consolidata una idea di impegno, di lavoro, solo puramente intellettuale, teorico. Tutti dicono come si deve fare una cosa: come si deve impostare un progetto, come dare inizio ad una attività, ma pochi si impegnano a “fare”. Il “fare” è di chi crede in ciò che dice e sa ciò che dice. Questo è quanto fanno i creativi, quelli veri! La creatività porta, inevitabilmente, a realizzare qualcosa di concreto e di tangibile e questo è quanto ha sperimentato con la sua ricerca, e con la sua provocazione, Daniel Spoerri.

L’artista, dopo aver aperto un suo ristorante, nel quale cucinava egli stesso i pasti facendo esperienza direttaimage copia del culto e del valore del cibo, realizzava opere incollando su tavole i piatti e le altre stoviglie così come i clienti li avevano lasciati e, insieme a stravaganti riti gastronomici, diventavano delle vere e proprie performance. Nasce così la EatArt che ancora oggi prosegue il suo cammino evolutivo. Spoerri è stato sempre molto attento ad una riflessione critica sui principi fondamentali della nutrizione in rapporto alla dimensione spirituale dell’uomo e da questo nasce la sua poetica.

Mi domando: nella logica di un grande evento che ha richiesto forze economiche importanti e del quale ancora si deve valutare l’impronta ecologica, quanti sono coloro  che, andando all’Expo di Milano, hanno approfittato per fare una tappa al museo m.a.x  Museum di Chiasso  per vedere una retrospettiva dell’artista? Daniel Spoerri apparecchiava sulle sue “Tavole verticali” stoviglie, bicchieri, avanzi di cibo che vengono sottratti all’avanzare del tempo cristallizzando i momenti del pranzo sotto teche di vetro caricando di una connotazione simbolica quello che è diventata una banale prassi quotidiana.

spoerri_new copiaPer vivere bisogna mangiare. Per vivere tutti non si deve sprecare. Questo attimo della giornata passa quasi inosservato banalizzandolo in una semplice necessità fisiologica svilendolo del suo valore etico e spirituale. Nelle sue opere resta quindi narrata, oltre al cibo, tutta una costellazione di oggetti conviviali che sono testimoni di un ordinamento culturale e sociale. Con questo post voglio lanciare una provocazione artistica: a quanti hanno avuto l’occasione di visitare l’Expo 2015, chiedo di lasciare un commento per contribuire al dibattito culturale sul cibo… al di là della mia polemica provocazione.

 

 

 

 

 

Tags:

 
 

CARTURA

Pubblicato da blog ospite in Una casa non a caso

11 ev

D’intorno girando nel Ragusano, non poteva mancare un assaggio di Noto. Marianna, nostra ospite, non smetteva di fare da anfitrione: pranzo in un posticino sul mare dove aveva cenato per molte sere con la sua troupe del cinema a Marzamemi; visitare la bella tonnara e poi Noto.Noto - (fotografie M.Ceccaccio)

Noto - Cartura (fotografie M.Ceccaccio)Questi incantevoli borghi siciliani, vere perle e diamanti incastonati in cementificati agglomerati  urbani,  sono una boccata di ossigeno insieme alla meravigliosa natura spesso, anch’essa, violentata dalla presenza dell’uomo e dalla sua modernità. Non deve mancare un momento di sosta davanti al Palazzo Ducezio e uno sguardo attento ai bellissimi balconi di Palazzo Nicolaci che aggettano dalle superfici rivestite in pietra rilucenti come l’oro al sole. E poi sul corso Vittorio Emanuele la bellissima Cattedrale di S.Nicolò, tornata a risplendere dopo le ferite del terremoto e … una sosta al Caffe Sicilia dove non si può rinunciare alla granita ai gelsi e alla cassatina.Il Pupo Siciliano - Cartura (fotografie M.Ceccaccio)

Tra le scalette e i vicoli, immersi  nel sole del pomeriggio, le facciate barocche giocavano con la luce. Ci infilavamo in cortili che , continuamente, offrivano sorprese fino a precipitare nel mondo di Cartura, in viaggio tra gli artisti del riciclaggio.

2Attraversato l’antico portone con il fantastico cancello in ferro battuto, una foresta di statue, marionette, animali onirici e ballerine ci guardavano danzando intorno a noi.

Il giovane artista-artigiano, Calogero, appallottolava carta di vecchi libri e giornali stringendoli con lo scotch.13

Uno spicchio di Sicilia, è questo: non solo cattiva gestione della spazzatura, ma mondi fantastici che fanno del riciclaggio e del recupero di antichi oggetti una occasione per esprimere il talento di un giovane 1gruppo di artisti. Dal mondo della carta e della spazzatura nasce Cartura, la bottega dove vengono materializzati , con scultura e pittura scenari poetici e surreali.

Sommersi nel sogno sembra di fluttuare tra valige che volano12 piene di ricordi e memoria, musici che suonano meravigliose sinfonie e poi fate, gnomi e folletti che saltellano tutto intorno. L’esercito di carte, come in un paese delle meraviglie, si schiera con fare teatrale sulle nostre teste. 7Ci sentiamo piccoli e innocenti in questo luogo magico dal quale non si vorrebbe più uscire. Chagall, Picasso, Magritte, Mirò sono insieme a noi nell’espressione di tante forme artistiche in questo scenario magico e sarcastico.6

Alfredo Guglielmino, grafico e desiner, ha studiato all’Istituto d’Arte di Catania, è il fondatore di questa bottega che, insieme ai preziosi soci Calogero, Elena e Carola, ha voluto, non  solo uno spazio di esposizione aperto a tutti, ma  un luogo prettamente creativo nel quale realizzare progetti e collaborazioni per dare vita al suo percorso artistico chiamato, appunto, Carturismo.

8Tutta la produzione di oggetti, lampade, marionette, statue … vengono presentati sotto forma di spettacoli, animazione e arredo per farli diventare i protagonisti di una storia, una storia che può continuare ad essere raccontata nelle nostre case, tra i colori della stanza di un bambino o tra gli antichi mobili di un salotto o, chissà, in quale altra collocazione verranno accolti questi fantastici oggetti.3

Ormai sono quasi diciassette anni che ogni sera gli artisti di Cartura chiudono il loro mondo fantastico augurando la buona notte al folletto che, loro sono convinti, continua a vivere e giocare tutta la notte con la carta, la colla  e i pennelli per lasciare qualche spunto di follia a chi, con il nuovo giorno, saprà trovare questi suoi segni.


 
 

NO EXPO

Pubblicato da blog ospite in Una casa non a caso

no expo

Gli animali si pascono, l’uomo mangia; solo l’uomo intelligente sa mangiare.

Bentrovati!

Ritorno a scrivere sulle pagine del Blog dopo la breve pausa estiva. Il nostro soggiorno presso la Comunità monastica di Bose, prima, e a “U Jazzu” di Marianna, poi, mi ha dato la possibilità di riflettere su tanti aspetti della mia vita.

In un suo Wapp Marianna, parlando del suo “U Jazzu”, mi scrive: “penso che questa piccola casa, ereditata dai miei, abbia un suo pregio singolare, una sua “grande bellezza”, e l’ha ereditata proprio dalla modestia delle intenzioni dei miei, e non certo dal mio lavoro di manutenzione nel tempo, ed è quello di stabilire dei legami d’intesa e d’affetto con le persone. Chiunque passa da qui torna a casa propria con un sentimento nuovo, con un punto di vista migliorato sul mondo, ha una consapevolezza maggiore su quello che realmente serve per vivere a questo mondo.”

Rientrando nella quotidianità vengo inevitabilmente investito dalla vita che percepisco sempre più delirante. Tra le tante questioni sociali in atto, ritrovo il fenomeno Expo 2015 che sembra avere inebetito tutti. Giornali, social e radio non parlano d’altro. Mi ha inquietato constatare che anche il mondo cattolico si è mobilitato e partecipa al banchetto collettivo perché nelle sue scelte, come spesso fa, preferisce percorrere la via più larga e dritta anziché quella più scomoda e tortuosa. La pastorale si è piegata ai temi dell’Expo e perfino sui foglietti in chiesa impazza l’esibizione del logo. Leggo di iniziative editoriali che propongono riflessioni di teologi dal titolo: “Gesù era un gran cuoco”, o “Sua madre confezionava per lui piatti speciali”. Personalmente non ho mai apprezzato l’iniziativa di questa grande esposizione che trovo anacronistica, al punto di avere rifiutato le proposte culturali presentate alla mia scuola poiché non voglio collaborare nel fare diventare anche i miei ragazzi… “polli da batteria”. Mi sembra di essere tornati alla fine dell’Ottocento quando questi eventi erano di grande significato tecnico, economico e sociale mentre oggi gli si conferisce, a forza, anche un taglio etico-spirituale. Attraverso menzogne e ipocrisie, l’Expo viene indicato come portatore di valori . Mi sembra che tutti abbiano rapidamente dimenticato la corruzione che ha contaminato la preparazione di un evento che non dà la garanzia di non inquinare anche gli sviluppi futuri; si ignora la logica dominante dell’agrobusiness che è in mano alle grandi multinazionali; non si vuole vedere che lo scopo primario è quello di allestire una grande vetrina, di un magnifico spettacolo molto redditizio … naturalmente per pochi.

Mi piacerebbe scrivervi delle bellissime performance artistiche ed architettoniche che possono essere ammirate camminando attraverso i padiglioni… ma rimando questo alle numerose riviste specialistiche che se ne occupano egregiamente. Voglio scrivere, invece, un Post privo di immagini, e lasciarvi leggere ciò che Enzo Bianchi ha avuto la forza di esprimere in occasione della X Edizione del Festival dei Filosofi lungo l’Oglio il 7 giugno 2015.

Enzo Bianchi scrive così: “Vorrei collocare questa meditazione nell’attualità che stiamo vivendo. Mi riferisco alla leggerezza con cui certi battezzati e tante realtà cristiane partecipano all’evento di Expo 2015. Troppa leggerezza in questa partecipazione, che per alcuni si fa addirittura entusiasta: leggerezza dovuta ad una mancanza di discernimento di cosa realmente questo evento vuole essere, leggerezza dovuta a una “mondanità” che abita facilmente anche tra i cristiani. La mia riflessione vorrebbe dunque anche essere un richiamo alle responsabilità dei cristiani e delle chiese, affinché la speranza di cui sono portatori non sia mai annacquata, non sia contraddetta a causa del suo farsi mondana, non perda il sale che contiene e non diventi così degna solo di essere buttata via e calpestata dagli uomini. Papa Francesco, questo cristiano che sta sulla cattedra di Pietro, nel messaggio inviato ai partecipanti all’incontro “Le idee dell’Expo” (7 febbraio 2015), ha avuto la parrhesìa di mettere in guardia da una lettura meramente economica di questo evento, una lettura che guarda soltanto ai risultati economici, che ha come idolo il mercato e che, di conseguenza, chiede solo competitività, senza guardare all’esclusione e alle inequità, accettando la logica dello sfruttamento e dello scontro. Per questo ha ricordato la realtà: “C’è cibo per tutti, ma non tutti possono mangiare, mentre lo spreco, lo scarto, il consumo eccessivo e l’uso di alimenti per altri fini del cibo sono davanti ai nostri occhi.” E la settimana scorsa è tornato sull’argomento con queste parole: “Il pianeta ha cibo per tutti, ma sembra che manchi la volontà di condividere con tutti. Bisogna preparare la tavola per tutti, e chiedere che ci sia una tavola per tutti”.

Del lungo intervento di Enzo Bianchi estrapoliamo due aspetti che spesso sono ritornati negli articoli del nostro Blog. Un primo aspetto èAvere rispetto del cibo”. Al riguardo non si può evitare il lamento, in particolare da parte di chi, come me, dopo la guerra ha conosciuto tempi di penuria, scarsità di pane, ed era indotto dall’educazione ricevuta a venerare soprattutto il pane. Si prestava attenzione a che non cadesse per terra e, se succedeva, ci si faceva il segno della croce; non lo si metteva mai a tavola collocandolo in modo non nobile: quante sberle ho ricevuto per avere disposto il pane capovolto o, una volta spezzatolo o tagliatolo, per non averlo tenuto davanti in modo ordinato! Rispetto per il cibo significa non avanzarne per capriccio o non lasciarne nel piatto, quasi per celebrare l’abbondanza o ostentare la ricchezza. Gli scarti, i cibi che finiscono tra i rifiuti sono una vergogna di tutto l’emisfero Nord del pianeta: ciò che si butta basterebbe a sfamare quel miliardo di persone che soffrono fame e miseria. Rispetto per il pane significa dunque lotta contro lo spreco, volontà di utilizzare gli avanzi e, con ulteriori trasformazioni, renderli dei cibi che stupiscono e rallegranoUn secondo aspetto èAbitare a Tavola”. La tavola, questo mobile sacro che un tempo regnava al centro delle grandi cucine, la tavola di legno massiccio capace di accogliere una decina di commensali era eloquente di ciò che si voleva vivere insieme come famiglia o come amici. La tavola alla quale “passiamo”, non da soli ma con gli altri, va abitata. Cosa voglio dire? Che la tavola richiede a ciascuno di noi di esserci con tutta la propria persona, con il corpo ma anche con lo spirito. Sappiamo quanto sia spiacevole per i commensali qualcuno che sta fisicamente a tavola ma in realtà è altrove. Oggi si sta a tavola con il giornale aperto accanto al piatto, si guarda o si legge il tablet, lo smartphone, e in molte famiglie è accesa la televisione: come siamo imbarbariti… la tavola, luogo di comunione, del faccia a faccia, dello scambio della parola, in alcuni casi è diventata il luogo della massima estraneità. E’ vero che normalmente si mangia con gli stessi commensali; è vero che in una famiglia, oggi ridotta a due o al massimo tre persone, sembra che non ci siano parole da scambiare: ma allora è meglio il silenzio che l’assordante televisione che cattura i nostri sguardi, la nostra attenzione, e a poco a poco ci rende non più desiderosi dell’ascolto di chi ci sta davanti. Stare a tavola, abitarla è un’arte ma innanzitutto il quotidiano volto contro volto dell’amato/a, del fratello/sorella, dell’amico/a, dell’altro/a che mangiando con me vive un’azione di comunione straordinaria.

Si vive dello stesso cibo, ci si nutre nutrendo relazioni.

Tags:

 
 

CASTELLI DI SABBIA

Pubblicato da blog ospite in Una casa non a caso

CASTELLO EVIDENZA

Qualche sera fa eravamo tutti riuniti per festeggiare un compleanno. Si sa, quando ci si riunisce in tanti, in contesti familiar-formali, i discorsi che si intavolano sono spesso effimeri e, a volte, superficiali; tanto per passare piacevolmente la serata. Chi era già radiosamente colorato dal sole, raccontava delle giornate trascorse in un meritato “far niente”, mentre, altri, erano particolarmente apprensivi per organizzare il trasferimento dell’intera famiglia, in un’altra capitale europea, per motivi di lavoro. Noi pallidi ed inconsapevoli che in realtà l’Estate era già inoltrata, ascoltavamo con cortese partecipazione. Le nostre vite, complesse ed interessanti, intrecciavano racconti a tratti surreali.

L’Estate arriva per tutti e così si ride e si ricordano aneddoti delle passate vacanze.

CASTELLO BANDIERAOggetto di ludibrio: l’articolo che racconta di come si costruisce il Castello di Sabbia secondo Renzo Piano. Spesso noi architetti siamo oggetto di divertenti ed accese discussioni. Evidentemente, come categoria professionale, siamo tra quelli che possono dare maggiore materiale su cui argomentare.

Noi non avevamo ancora letto l’articolo in questione e, probabilmente, non lo avremmo nemmeno letto se non fosse stato per i commenti coloriti che abbiamo sentito. Renzo Piano ne usciva come la macchietta dell’Archistar che va tanto di moda in questi tempi. I ragazzi presenti erano sconcertati dal fatto che l’illustre professionista, di fama mondiale, non abbia dato delle soluzioni o delle idee straordinarie e che  i suoi suggerimenti non sono altro che quelli che tutti conoscono. Con un tonfo, la figura di Renzo Piano è caduta davanti ai nostri occhi, sbriciolandosi come un castello di sabbia.

Non abbiamo potuto difendere il Maestro per ignoranza; non sapevamo di cosa si stesse parlando.

Rincasati a tarda ora,  non abbiamo potuto fare a meno di andare a ricercare in rete lo stravagante articolo.

In poche righe, ed in soli 4 punti, Renzo Piano dava una lezione di vita! Nessuno dei  link che abbiamo consultato, ha dato una chiave di lettura dei 4 punti.

“(…) ero un bambino e costruivo castelli di sabbia sulla spiaggia…”. Come può un giovane non rimanere incantato davanti a queste parole? Uno dei più grandi architetti italiani da bambino sognava e costruiva “castelli di sabbia”, espressione che rimanda a poca concretezza. Ebbene, lui, uno dei più grandi architetti del mondo, come ogni bambino, costruiva castelli di sabbia. Libera da ogni costrizione, l’immaginazione poteva galoppare. E’ qui il segreto: nella vita, per sentirsi gratificati, si deve continuare a sognare. Non c’è limite di età per costruire “castelli di sabbia”.

Da piccoli tutti ne abbiamo costruito uno; chi non lo avesse mai fatto,CASTELLO SECCHIO necessita di un recupero. Non si può vivere senza avere fatto questa esperienza.

Camminando sulla spiaggia spesso incrociamo bambini, ragazzi, papà che costruiscono il loro castello; una nonna osserva… e il pensiero sfocia nei ricordi.

Le reazioni delle persone sono molteplici: c’è chi si lancia entusiasta nell’iniziativa; chi, timidamente, osserva e non riesce a proporsi nella partecipazione e, chi è più attento, lo invita a giocare con lui, ed insieme costruiscono torri e fossati. L’ invidioso, da lontano osserva per poi scaraventarsi sull’opera e distruggerla completamente nel momento in cui viene abbandonata dagli artisti al suo destino. Siamo fatti così. Noi a quale categoria apparteniamo?  Ci lanciamo nelle iniziative con entusiasmo? Coinvolgiamo e includiamo l’altro nell’iniziativa comune? Siamo pronti a distruggere, in un attimo, quanto è stato con impegno costruito dagli altri? Renzo Piano ha dato delle istruzioni chiarissime su come costruire un castello di sabbia: libertà di pensiero. La nostra attenzione ci suggerirà la distanza che dovrà avere dal bagnasciuga, secondo il risultato che si vuole ottenere . Rispettare la naturale presenza dell’acqua permetterà di organizzare le forme e i volumi, in modo tale da dare vita all’intero complesso. Osservare l’acqua che si CASTELL MAREAincanala nei fossati, che entra negli anfratti e fa vivere organicamente tutta l’opera, è una scoperta continua. Il nostro castello deve essere visibile e in armonia con il conteso. Una volta assolto il compito, si voltano le spalle e si va via. Sarà il tempo, la marea, a fare il resto. L’intervento dell’uomo è effimero, non è eterno. Durerà? Lo faremo durare? …o arriverà l’arrogante che, saltandoci sopra ridendo e sghignazzando, distrugge in un attimo il Sogno?

Per chi volesse leggere l’articolo… ecco il Link e continuiamo a costruire i nostri Castelli di Sabbia.

Buona Estate.

 

Tags:

 
 

NON SOLO CASA

Pubblicato da blog ospite in Idee, Una casa non a caso

evidenza

Anche un appartamento può diventare uno spazio polifunzionale/polivalente, come spesso noi architetti amiamo definire gli edifici che possono contenere questo o quello … indistintamente.   Lo stesso concetto applicato alle mura domestiche assume una valenza, fino ad ora, poco percorsa.  Posso fare della mia casa anche qualcosa di altro che non sia solo abitazione o studio professionale?  Gli spazi in cui abitiamo stanno perdendo la loro rigidità funzionale e distributiva per diventare fluidi, flessibili e a misura delle nuove pratiche di lavoro-vita-svago.   Concepirli e arredarli richiede un approccio incentrato sempre più sulla persona e prevede ampi margini di libertà nell’immaginare usi diversi in ogni singolo spazio e nell’arredo.  post In quest’ottica abbiamo progettato un appartamento, in una bella zona residenziale di Roma.  Per  sua natura questo spazio dispone già di una buona illuminazione naturale avendo un affaccio finestrato molto esteso. Di conseguenza anche il ricambio dell’aria è notevolmente agevolato.  La superficie  di circa 70,00 mq. si presenta frazionata e con tutti gli ambienti divisi.  Questa impostazione distributiva non risponde più all’esigenza del proprietario che vorrebbe creare un luogo per accogliere ed al tempo stesso mantenere la possibilità di viverci.  L’idea progettuale si è quindi concentrata sulla opportunità di avere uno spazio il più aperto possibile mantenendo comunque i servizi -bagno e cucina- ben definiti. Pensare la cucina ben strutturata e in comunicazione visiva con la zona pranzo permette un utilizzo dell’ambiente circostante in modo “polifunzionale”. Posso pensare di invitare persone a cena utilizzando le diverse formule ormai molto diffuse : cucino io per gli ospiti (home restaurant); o invito un cuoco famoso che cucini al posto mio, e perciò devo creare una zona pranzo che accolga 8-10 persone intorno ad un tavolo. Oppure potrei organizzare delle dimostrazioni di cucina e degustazioni di vario genere, in questo caso avrò bisogno di uno spazio aperto che accolga un ampio flusso di persone che possano muoversi liberamente in tutta la superficie della casa. Allora sicuramente il mio tavolo dovrà diventare una consolle e le mensole che ho realizzato nelle imbotti delle finestre mi saranno di grande aiuto come ottimi piani di appoggio. Non dimentichiamoci che comunque si vorrebbe poter vivere in questa casa e , pertanto oltre ai servizi c’è bisogno anche dello spazio “notte”. La nostra idea è stata quella di realizzare, in una zona più appartata, subito sulla destra rispetto all’ingresso, un salottino rialzato che possa alloggiare, al suo interno, un letto estraibile all’ occorrenza. notte Questa superficie arredata per essere una zona salotto molto accogliente, può al tempo stesso diventare una camera da letto completamente chiusa ed isolata dal resto della casa.  Un sistema di pareti girevoli permette la completa separazione della camera da letto senza però limitare sia l’estetica sia la funzionalità delle attività che si svolgeranno all’interno dell’appartamento.  Questi pannelli sono stati creati per rispondere anche all’esigenza del proprietario di poter esporre interessanti opere in suo possesso e sentirsi così libero di poter organizzare anche eventi e mostre legati al mondo dell’arte.   Non sono certo le idee che mancano per fare della propria casa anche qualcosa di altro, ma la cosa importante è che lo spazio così come progettato possa aiutarmi a metterle in pratica. Noi in questo caso ci siamo riusciti in pieno.

Tags:

 
 

Idee appiccicose

Pubblicato da blog ospite in Decor, Una casa non a caso

Adesivo murale per la camera dei bambini

La nostra mail info@unacasanonacaso.it è tempestata, quasi ogni giorno, di invii di cartelle stampa, fotografie, articoli, di ogni genere di prodotto per la casa.

Mattonelle, lampade, complementi d’arredo, complementi per il bagno e per la camera da letto, saponi, detersivi, macchinari per la pulizia degli ambienti, insomma di tutto un po’. Marina ed io potremmo ormai essere iscritte all’Associazione Anonima Alcolisti, se partecipassimo a tutti gli aperitivi e cocktail di presentazione ai quali siamo invitate, ma un po’ perchè viviamo a Roma e non nella Milano da bere, un po’ perchè ciascuna di noi due, ha già un lavoro bello impegnativo, un po’ perchè non rientra, per il momento, nei nostri obiettivi: non accettiamo mai di scrivere post a pagamento.

Questa è la nostra politica, se cambiassimo idea ne sareste informati. Ci piace scegliere di che parlare, ci piace promuovere gratuitamente la libera iniziativa imprenditoriale, la creatività, l’ingegno italico, per il gusto di farvi conoscere una cosa nuova, e per il privilegio di sponsorizzare chi davvero se lo merita.

Così è accaduto oggi per questo post. Caterina, mi contatta qualche settimana fa e mi propone di scrivere un post  per la sua piccola azienda che propone decorazioni d’interni, mi propone di vedere il suo sito www.evergreenorange.com e io sorrido pensando che è arrivato il momento di scrivere il post al quale da un po’ di tempo penso.

Caterina, è una giovane donna, laureata in Disegno Industriale a Venezia, ha vissuto nel Regno Unito e negli Stati Uniti per poi tornare in Italia. Oggi vive e lavora a Milano, ma prima di iniziare questa esperienza, ha collaborato in diverse realtà, con la tipica flessibilità dei giovani dei tempi nostri. Di tutto ha saputo fare tesoro, e tutto è confluito in questa attività di progettazione e produzione di adesivi murali Made in Italy.  Oggi, mi racconta di lavorare con un tempo dedicato molto flessibile. Da sola si occupa della comunicazione  social, degli ordini e della realizzazione dei suoi prodotti. Lavora sodo e spera che questo possa conciliarsi un giorno, con la gestione di una famiglia.

Anche io ho utilizzato gli adesivi murali dopo aver  ripulito, lo scorso anno,  la nostra casa. Tutte bianche le pareti, per dare luce ed esaltare i pavimenti anni ’50 e qualche mobile antico ereditato da casa di Zia Lucia. Però volevamo rinnovare le pareti e dare un tocco di personalità e novità alla casa, e così ho trovato questa soluzione economica e molto divertente. Adesivo murale da cucina

L’idea che le pareti della casa raccontino qualcosa di noi, oltre alle fotografie, mi piace, e diverte i nostri ospiti. Le pareti e le stanze impegnate da scritte, al momento sono due, ma tutti quelli che entrano in casa, la prima volta, cercano la terza, che prima o poi sceglierò. A casa mia le frasi sono scritte in nero, e spiccano sui muri, ma un’altra soluzione molto originale e che caratterizza la casa, è quella di utilizzare scritte bianche su pareti colorate come in questa immagine che Caterina ci propone nel suo sito.

Color Ottanio

Il vero punto di forza di www.evergreenorange.com è che si possono scegliere i colori e il font, oltre che il contenuto delle frasi. Così questo motivo decorativo può anche personalizzare sedie, testate dei letti, mobiletti, e tutto quello che pensate necessiti di un tocco di personalità.

Io nel frattempo, utilizzando dei vecchi barattoli di vetro, ho riprodotto le scritte al PC, con lo stesso font, le ho stampate ed inserite all’interno del barattolo. Dall’esterno,  ho banalmente e semplicemente ricalcato la scritta, con un pennarello a vetro, e poi ho dipinto di bianco l’interno del barattolo. Questi barattoli sono in giro per la casa come contenitori di piccole candele e richiamano le scritte sulle pareti. Non mi fermo qui, prima o poi trovo il tempo di provare la stessa tecnica con i cuscini e i colori per la stoffa… ma quelli che mi conoscono lo sanno bene: sogno molto e realizzo poco, pochissimo.

Forse ha ragione Caterina, se mi dedicassi solo al Blog, lavorerei da casa, parteciperei a molti aperitivi ed eventi di presentazione dei prodotti, e soprattutto concilierei i tempi di vita e del lavoro, invece di ridurmi a scrivere i post alle 0:17… come ora!

Adesivo murale per la camera dei bambini

 

 

 

 

Tags: ,

 
 

Per chi suona la campana?

Pubblicato da blog ospite in Design, Una casa non a caso

Fonderia Marinelli

Oggi la campana suona per noi!  Il Primo Maggio di 4 anni fa, pubblicavamo il nostro primo Post. Dopo tante riunioni di redazione, fotografie, risate, ripensamenti, momenti di creatività: eccoci qui 4 anni dopo, a scrivere ancora di architettura, casa, arredamento, arte, artigiani e stili di vita.

Anime delle campane

Anime delle campane

Le campane che abbiamo scelto da far suonare a festa per il compleanno di unacasanonacaso sono quella della più antica fonderia italiana: La Pontificia Fonderia Marinelli. 

Come al solito, sono i miei viaggi, e incontri di lavoro a darmi l’opportunità di conoscere l’Italia che mi piace, e così in un Corso di Formazione fatto per l‘Azienda Speciale Camera di Commercio di Isernia S.E.I.  ho conosciuto Pasquale Marinelli uno degli eredi di questa antica Fonderia che ha sede ad Agnone, in Molise.

La gentilezza di Pasquale e l’accoglienza premurosa e cordiale del fratello Armando mi hanno convinto a prolungare la mia presenza in Molise per avere l’occasione di visitare la Fonderia. La campana da sempre è simbolo religioso e laico di Pace, ed è proprio questa l’atmosfera che si respira in fonderia tra gli operai e in questa famiglia che porta il fardello importante di gestire una azienda di tradizione antica.  Campane ad asciugare al sole

Appena arrivati alla Fonderia abbiamo ascoltato un emozionante concerto di campane suonate da un operaio della Fonderia, ed abbiamo visitato il Museo che è stato realizzato dalla famiglia Marinelli in occasione della nomina di “patrimonio dell’umanità” da parte dell’UNESCO.

Mentre giriamo, con la guida, per le stanze del museo mi domando quanta fatica e quanta passione devono spingere i fratelli Marinelli, tutti i giorni a tenere alto il nome della tradizione italiana, combattendo con la burocrazia, la crisi, le difficoltà. Eppure qui si respira una serenità inequivocabile. Arrivano anche dei clienti dal Camerun che vorrebbero ordinare una campana per la Chiesa del villaggio dal quale provengono e anche loro sono accolti con un calore semplice, ma autentico.

Imparo che il suono limpido e squillante delle campane è dato non solo dalla qualità del Bronzo, ma anche da sapienti relazioni matematiche che definiscono le varie circonferenze della campana. Ciascuna campana è impreziosita da fregi e bassorilievi personalizzati e per eccellere in questa antica arte è necessario essere artisti, avere competenze architettoniche e progettuali, ma anche conoscere le leggi dell’acustica. Se la campana sarà montata su un edificio, anche questo dovrà possedere caratteristiche architettoniche tali da diventare una cassa armonica con potenzialità di riverberazione.

Tra le campane più importanti che sono uscite da questa fonderia ci sono il concerto di campane per  Santuario della Beata Vergine del Rosario di Pompei (Napoli), le campane di Montecassino, le campane della Cattedrale di Buenos Aires e la campana del Giubileo 2000 “Giovannea”, commissionata da Papa Giovanni Paolo II.CAMPANA TRECCANI

Girando tra i lavori in corso troviamo in lavorazione la Campana per Expo di Milano, la Campana per i 90 anni dell’Enciclopedia Treccani, ma più di tutte mi colpisce una campana commissionata da una coppia di sposi. Sono incisi i simboli delle loro religioni diverse: cristiana ed induista,  e i simboli universali della Pace, quando sarà pronta sarà spedita ad  Houston, nella casa di questa famiglia a simboleggiare l’unità nella diversità.

                                 CAMPANA EXPO

A completare la bellezza di questa esperienza Molisana, l’accoglienza  nel B&B Locanda La Campana. 

La Locanda è un delizioso B&B di proprietà di Rosita, ingegnere, mamma e moglie di Pasquale Marinelli, è nel cuore storico di Agnone ed è un locale su due piani, curato in ogni dettaglio.

La struttura antica è stata recuperata sapientemente ed è fornita di ogni confort moderno.  Rosita ci prepara personalmente la colazione come fa con tutti i suoi ospiti, poi si siede e fa colazione con noi, prima di scappare in cantiere.

Qui in Molise, durante questi seminari, ho conosciuto altri imprenditori, nessuno di loro si è fermato e si è paralizzato per la crisi, tutti hanno lottato per tenere in piedi le loro imprese, tutti hanno continuato a fare progetti e a pensare al futuro.  Solo così con impegno quotidiano, costanza e tanto tanto sacrificio, si portano avanti i progetti e le proprie idee. Quindi Buon Primo Maggio a chi lavora e sogna ogni mattina… anche noi, vero Marina?

 

 

Tags: ,

 
 

FAMO COSE

Pubblicato da blog ospite in Design, Idee, Una casa non a caso

Famo Cose - Laboratorio al Pigneto

Inizia la bella stagione e tutti pensiamo alle diete, alla palestra, per rimetterci in forma…. il tempo sembra scarseggiare e dobbiamo correre ai ripari, pentiti e contriti di tutti i dolci e le lasagne che hanno rallegrato il nostro inverno; eppure invece della palestra, che peraltro mi annoia, io quest’anno cambio prospettiva e investo in: FAMO COSE!

Famo Cose è un laboratorio dove giovani creativi possono utilizzare spazi e strumenti per realizzare i loro lavori.  Nasce da un’idea di Luca Magarò, un giovane designer romano con la passione per la tecnologia, anche lui ha bisogno di un posto dove poter “sporcare” e così invece di pensare solo a stesso e sostenere i costi da solo, ha un’idea geniale: aprire uno spazio dove ospitare giovani creativi, designer, architetti, sarti, orafi, e a chiunque sia alla ricerca di un luogo dove poter crescere professionalmente e dedicarsi al proprio mestiere con lausilio di attrezzature tradizionali e innovative.

Il laboratorio è aperto dalle 9.00 alle 22.00 e con una cifra ragionevole, si possono utilizzare  tutte le attrezzature a disposizione. L’idea è originale di diverse città del Nord Europa, come Berlino. A Roma si  trova al Pigneto,   un quartiere storico della città, che oggi rivive una seconda giovinezza, grazie alla presenza di artigiani e punti di aggregazione culturale ed artistica.

Il loft di circa 200 mq. che ospita il FAMO COSE è una ex tipografia, un  capannone in muratura che ha subito colpito limmaginazione di Luca. La struttura è stata ristrutturata e pensata per sfruttare al meglio le sue potenzialità, permettendo di creare un ampio open space e locali separati per alcune lavorazioni. All’interno è prevista una falegnameria attrezzata, una camera oscura, una zona verniciatura, banchi da lavoro, macchine da cucire, kit serigrafia e anche tecnologie come le stampanti 3D, plotter da taglio, macchina a taglio laser e scanner 3D.

Il laboratorio offre ai propri soci un servizio in abbonamento, grazie al quale si può usufruire liberamente dello spazio, dei servizi e delle attrezzature al suo interno. I professionisti potranno accedere al FAMO COSE dalle 9.00 alle 18.00, utilizzare i macchinari presenti e lavorare a fianco di altri artigiani digitali; dopo le 18.00 fino alle 22.00 il FAMO COSE apre agli hobbysti, agli appassionati, a chiunque voglia conoscere e sperimentare con i macchinari a disposizione del makerspace.

Il mio lavoro quotidiano è puramente intellettuale ma io non perdo la speranza, prima o poi di rinchiudermi in una bottega dove imparare ex novo un mestiere artigianale: la sartoria, lavori di piccola  falegnameria sarebbero i miei obiettivi, quindi la possibilità di sperimentare nuove attrezzature, prima di acquistarle o di approfondire la tecnica iscrivendomi a qualche corso, mi sembra un’opportunità che rende un pochino più concreto il mio sogno. Ancor di più immaginando di  lavorare in uno spazio aperto dove incontrare altre persone con un vocazione creativa, sicuramente più abili di me e con le quali potrei confrontarmi per imparare cose nuove.  

Ma alla fine la mia professione di formatore/orientatore e consulente per le imprese, prende sempre il sopravvento sui desideri ed i sogni irrazionali e così la verità è che mi sono incuriosita ad approfondire le informazioni per l’utilizzo di questo spazio, perchè mi sembra davvero una bella possibilità per chi voglia avviare imprese nel settore creativo. Immagino ai tanti giovani che ho conosciuto nel Centri di Orientamento al lavoro e nei Corsi di Formazione per i Green Job ad Agrigento e Lecce, al mio mestiere di Responsabile del Centro per l’Imprenditoria Femminile finanziato dalla Regione Lazio, quante donne ho incontrato capaci e abili nei mestieri creativi e artigianali che non avevano possibilità economiche per iniziare le loro produzioni…

E’ per tutte queste persone che ho scritto il post, a loro è dedicato, sono loro che immagino seduti a lavorare, verniciare, tagliare, cucire, progettare.  Bravo Luca, per l’idea che nel suo piccolo, aiuta a ricostruire la tradizione artigianale di questo Paese… io torno a cercare di capire per affrontare l’estate, a quale attività sportiva mi devo votare!!

Tags: , ,

 
 

I vestiti dei sogni

Pubblicato da blog ospite in Una casa non a caso

Roma-20150321-00821

Sabato scorso ci è stato regalato un pomeriggio da sogno dalla costumista Stefania Svizzeretto che, nel tempo di tre ore, ci ha trasportati in una dimensione spazio temporale della durata di un secolo.

1Entrati in Palazzo Braschi e salito lo scenografico scalone di Cosimo Morelli, avvolti dalle musiche delle colonne sonore di film leggendari,  già ci sentivamo accolti nel magico mondo della2 celluloide come protagonisti della grande bellezza del cinema.

Le numerose stanze, che si susseguono una con l’altra, riprendevano vita popolate da protagonisti immobili. L’allestimento valorizzato e vitalizzato da un sapiente, quanto essenziale, studio di illuminotecnica, ha reso vivi e pulsanti gli abiti che altrimenti avrebbero corso il rischio di apparire polverosi e dismessi. L’effimero si presentava ai nostri occhi come eterno: la durata delle poche ore necessarie alla ripresa9 cinematografica, viene resa immortale nelle sequenze delle scene dei film, rendendo eterni quegli abiti. Stefania Svizzeretto, attraverso l’amore che traspare nelle sue parole nel raccontare la genesi di un abito di scena, ci ha aiutati a capire il grande ruolo che ha il costumista nel rendere visibile e concreto quanto la mente del regista immagina.

Con la sua arte, e con le sue capacità artigiane, egli elabora,6 interpreta e rappresenta un’idea che senza di lui resterebbe tale.  Il nostro pensiero non può che rimandare alla figura dell’ architetto, che deve avere un controllo completo sulla costruzione e sulla realizzazione di un’idea.

Proprio la Svizzeretto sottolineava che spesso la figura dell’architetto si fondeva con quella del costumista, dello scenografo, dell’arredatore fino ad avere un ruolo di art-director.

8L’abito si muove sulla scena insieme ai personaggi e deve evocare l’atmosfera in cui il film è ambientato.

Può essere concepito come una struttura rigida che contiene e sostiene la figura oppure,  come delle architetture, posso essere sconvolti:  il genio del costumista -Gherardi- ribalta l’idea trasformando la struttura in forme utilizzando materiali  che tradizionalmente erano destinati a sostenere il tessuto di rivestimento e facendoli diventare i protagonisti assoluti del costume .3

Il costumista  – Tosi -, come spesso succede all’architetto, si trova a dover affrontare la necessità di creare in situazioni estreme: dal grande budget, al massimo risparmio. E’ il caso dei costumi del Gattopardo  di Visconti, 4quando, avendo dato fondo alle risorse economiche messe a disposizione dalla casa di produzione, il costumista risolve abiti recuperando i tessuti degli arredi dei palazzi siciliani: i tendaggi e i rivestimenti dei divani furono utilizzati per realizzare originali costumi di pari livello.

Oppure si trova nella necessità di dover costruire un macchinario, nel caso di D.Donati, una pressa per foggiare i costumi dell’Edipo Re di Pier Paolo Pasolini.

L’abito, come un’architettura, crea lo spazio: la dimensione  nel quale l’uomo vive e si muove rispondendo allo spazio per lui creato. Così come l’architettura invita l’uomo a muoversi e ad assumere i corretti atteggiamenti al suo interno, l’abito invita il corpo7 dell’uomo ad assumere i giusti e corretti atteggiamenti.

11Per questo motivo Alberto Sordi chiedeva di avere i costumi di scena, pronti, prima del tempo delle riprese cinematografiche, proprio perché voleva imparare a conoscere i movimenti che un mantello, un cappello, una scarpa, richiedevano per essere indossati correttamente.

Così come in architettura, il costume diventa strumento di denuncia ; gli abiti del clero creati per Roma sfiorano il ridicolo nelle eccessive  decorazioni realizzate utilizzando oggetti di recupero, cornici, specchi, angeli, decorazioni natalizie, confezioni di cioccolatini con una sovrabbondanza tale da denunciare lo sfarzo e l’opulenza di una chiesa10 che non vive ciò che predica.

Partendo dalle dive del cinema muto, che curavano loro stesse il personaggio e gli scialli diventavano espressione  in assenza della parola, passando per i 12riferimenti cromatici alla pittura di G.Klimt e G.Moreau in Giulietta degli spiriti;  e in anteprima gli abiti con le rielaborate fantasie per Il racconto dei racconti di Matteo Garrone, ci domandiamo il perché del premio assegnato a Lina Nerli Taviani  per i costumi del film Habemus Papam.13

Lasciandoci alle spalle questa magica atmosfera ci sentiamo protagonisti mentre scendiamo lo scalone accompagnati dalle avvolgenti musiche del gran ballo di Visconti.

Tags:

 
 

il sen’en di Roma

Pubblicato da blog ospite in Design, Una casa non a caso

Kyoto-elegante giardino con al centro uno stagno pieno di carpe

C’è grande attesa a Roma per l’apertura al pubblico del giardino dell’Istituto Giapponese di Cultura.

Su fb è già partito il tam tam per voler condividere questo momento all’aria aperta con gli amici più cari.

Lo_stagno_delle_ninfee_armonia_in_verde _claude_monetMa cosa ha di diverso questo giardino? Roma è piena di occasioni di passeggiate all’aria aperta, circondati da alberi, spazi aperti e monumenti; dal parco dell’Acquedotto a quello dell’Appia antica e tanti altri. Forse  ammirare una vegetazione particolare? delle piante meno conosciute? No non credo sia solo questo.  Vi posso dire io cosa mi aspetto di trovare; mi aspetto di trovare armonia, equilibrio delle forme e dei colori e di conseguenza un momento di pace… sospeso e incastrato nella quotidiana frenesia.  Ma perché questo giardino, a differenza di altri, nel nostro immaginario dovrebbe darci tutto questo? Forse siamo influenzati dalle bellissime atmosfere che i grandi maestri della pittura ci hanno trasmesso con le loro rappresentazioni di ninfee e giardini orientali.Kyoto- giardino in completa relazione con l'interno

Noi occidentali siamo indotti prevalentemente ad ammirare il Giappone tradizionale, trovando nella misura degli interni, dell’architettura e dell’arte un’ordinata eleganza che ha rari riscontri nel mondo. I giapponesi hanno sviluppato nei secoli tutto un loro vocabolario del gusto.  Proviamo ad entrare per un momento in una stanza giapponese e sediamoci sul tatami che ricopre il pavimento e subito scopriremo che la stanza è composta da un gran numero di linee dritte e di angoli retti e, indipendentemente dalla sua misura, si osserva meglio stando seduti sul pavimento. Da questa posizione tutte le linee sembrano irradiarsi da noi. Kyoto-casa moderna progettata da Kazayuki NimuraQuelle sul pavimento, nei bordi neri delle stuoie, quelle delle assi del soffitto, nelle intelaiature delle porte e delle finestre scorrevoli, tutte determinano la dimensione dell’ambiente.  Ci sarà un punto preciso, all’interno dell’ambiente, dove una sistemazione di fiori disposti ad arte richiamerà l’attenzione su di sè quali uniche linee curve della stanza. Il nostro occhio correrà lì immediatamente facendoci subito capire l’importanza della sistemazione dei fiori in un interno giapponese. Se dovessi progettare un giardino di questo tipo,  quali saranno i punti fermi irrinunciabili e quali i vincoli estetici?Tokyo- casa di un europeo residente in Giappone Ovviamente i giardini  sen’en sono espressione e sintesi di tutti gli elementi storicamente introdotti nei secoli XVI e XVII come le isole, le rocce scultoree, il ponte, il lago e le piante. Tutte le abitazioni con giardino, in Giappone, hanno un sentiero che attraversa il cortile e conduce fino alla porta di casa. Questo sentiero è composto da pietre irregolari di spessore variabile e la pietra finale, vicino alla soglia, è grossa abbastanza per poter lasciare le calzature da portare in giardino.Queste pietre rotonde e piatte costituiscono un passaggio a forma di disegno grafico Il laghetto con le rocce e le cascate, e magari anche il ponticello, non sempre è possibile realizzarlo nel modo più classico, ma l’importante è avere la presenza dell’acqua.  La filosofia Zen ha trovatoKyoto-giardino Zen dell'abitazione dell'arch.S. Sirai con capitello corinzio di epoca  romana portato da Londra una rilevante realizzazione visiva e formale nella semplicità e nella  perfezione del paesaggio creato nel Giardino delle Rocce, o cosiddetto “giardino Zen”. I grandi blocchi di roccia rappresentano le isole in un mare di ghiaia sistemata come fossero increspature di mare. Questa tipologia di giardino ispira la meditazione.  L’architettura giapponese contemporanea, con abitazioni totalmente moderne, fa pensare al tiro alla fune che esiste fra Tokyo-cortile con la pavimentazione in piastrelle bianche e nere, è una reinterpretazione grafica del giardino giapponese.tradizionalismo e modernismo, fra Oriente e Occidente. Talvolta questo conflitto conduce a sintesi fortunate come nell’opera di architetti come Tadao Ando. I suoi edifici, di ispirazione al Bauhaus, riflettono in ugual modo la sensibilità giapponese tradizionale verso il mondo naturale, dove la casa è un tutt’uno con il giardino in  grande armonia. La trasformazione delle stagioni come viene vista delle finestre e dalle porte costituisce un’espressione originale e liricamente moderna.  Tokyo-vetrate su due lati del soggiorno che lo mettono in relazione con il cortileIn Giappone insieme all’entusiasmo per tutto ciò che è nuovo e tecnologicamente aggiornato, esiste un rinnovato interesse per i valori e le tecniche costruttive consacrati dal tempo e, la tradizione artigiana viene apprezzata di nuovo. Si assiste ora ad un grande sforzo nel voler conciliare i delicati rituali del passato con la sperimentazione di nuove tendenze.

Sarà interessante immergersi, a Roma, in un’atmosfera orientale e io credo che questo giardino avrà il potere di trasmettermi il senso prodigioso della bellezza.

 

Tags:

 
 




Torna su