2 Luglio 2013 / / News

Gli Apple Store diffusi in tutto il mondo possono essere definiti dei negozi fotocopia, al punto che il loro design è stato brevettato dal marchio proprio all’inizio del 2013. La loro struttura architettonica è sempre quella, riconoscibilissima, che possiamo ritrovare nel più celebre, quello della 5th Avenue di Manhattan, e che è stata via via replicata in tutto il mondo in ben 14 paesi, da Shangai a Parigi: mobili in legno, un grande tavolo rettangolare che occupa la sala, e pavimenti in pietra serena.

Questo stesso concept arriverà alla fine del prossimo anno anche al centro di Roma, proseguendo quindi nella strategia volta a spostare gli Apple Store in Italia dai centri commerciali spesso troppo fuori mano al cuore delle città, nei centri storici, come avvenuto due anni fa a Bologna e come confermato dai lavori in corso nella Capitale in Palazzo Marignoli, in prossimità di Via del Corso, per uno store su due piani di ben 2500 metri quadrati.
Un tratto caratteristico dell’allestimento di questi punti vendita è la necessità per gli avventori di spostare i computer per poterli usare e testare: l’intento è proprio quello di costringere a diventare consapevoli del peso e della maneggevolezza dei diversi device.
È possibile usarli, testarli, anche stressarli, senza che nessun assillante commesso chieda se serve aiuto: il loro intervento si limita al momento in cui viene richiesta una consulenza.
Altro tratto caratteristico di questi store è la presenza dei Genius Bar, spazi espressamente dedicati all’assistenza ed alle riparazioni.

A Roma sembra che non sarà riprodotto il grande cubo di vetro che personalizza lo store di New York, ma siamo certi che tantissimi appassionati saranno pronti a celebrare l’evento della sua apertura mettendosi in fila già dalla notte e prendendolo d’assalto, come accaduto altrove: sta qui il segreto di un marchio che focalizza tanta attenzione da parte degli irriducibili della mela morsicata da fatturare nei suoi 400 punti vendita mondiali la bellezza di 16 miliardi di dollari l’anno.

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2 Luglio 2013 / / Decor

la spagnola copia

Ultimamente un arazzo di dimensioni notevoli, enormi per una casa di città, mi ha creato non pochi problemi condizionando fortemente la soluzione progettuale  di un appartamento.

Questo è stato il pretesto che ha spinto la mia curiosità a rileggere il senso e il significato di questo mezzo espressivo.

3534-arazzo-alessandro-magno-imprese-orienteL’arazzo, un vero e proprio “affresco” mobile, aveva il duplice compito di difendere dal freddo realizzando un maggiore isolamento termico e di essere simbolo indiscusso di ricchezza e potere per chi lo possedeva.

Le stanze con le pareti ricoperte di arazzi colorati e vivaci raffiguranti la storia e le gesta celebrative dei padroni di casa erano oggetto di stupore e ammirazione.

“La bellissima invenzione degli arazzi” che essendo dei supporti figurativi mobili erano adatti a “portar la pittura in ogni luogo e salvatico e domestico”  così il Vasari descrive questo modo di rappresentare le imprese di chi li possedeva: Re, nobili e Principi della chiesa.

Una alternativa alla rappresentazione pittorica dell’affresco, che si affermerà in Europa  nel Tardo-Medioevo e poi nelle successive fasi del Rinascimento, del Barocco e del Rococò.

I pittori che eseguivano i cartoni su cui poi venivano tessuti gli arazzi seguivano dei modelli figurativi che tenessero presente i cambi di trama, i cambi di colore e il moltiplicarsi dei dettagli.

Per questo motivo vennero eseguiti, tra il 1400 e il 1550 molti arazzi con un motivo a “millefiori”; filone che non aveva nessuna corrispondenza nella pittura del tempo se non per la Primavera del Botticelli che ha preso spunto proprio da un arazzo fiammingo millefiori.

A rovescio, il filone Caravaggesco, con i suoi toni scuri, non ha trovato sbocco negli arazzi contemporanei.

Rubens forse rappresenta un raro caso in cui un pittore potesse realizzare con uguale potenza  espressiva una tela o un cartone senza modificare la sua “maniera” di dipingere.

Il grande arazzo da parete proprio per la sua dimensione, avendo delle esigenze decorative proprie della tecnica tessile, si è sempre fortemente discostato dalla pittura; questo scarto figurativo viene quasi totalmente annullato quando furono introdotti i cosiddetti “Quadri d’Arazzo” o “Arazzetti” relizzati nel XVIII e parte del XIX secolo. Erano degli arazzi di piccole dimensioni  che proponevano figurazioni copiate da dipinti famosi  e  venivano utilizzati come dei quadri: incorniciati ed appesi alle pareti.

L’Arazzetto, in Italia, veniva inteso come un’illusionistica imitazione di un prodotto del pennello, come avrebbe poi ritenuto il Vasari:” dipinto tradotto in un altro medium”.

Vennero copiati ad arazzo capolavori di Rubens, di Artemisia Gentileschi, del Barocci, di Guido Reni, del Carracci e molti altri.

Gli arazzi hanno iniziato a rimpicciolirsi per trovare posto nei salotti degli appartamenti di città.

tapisserie "cuccurucù"Così l’arazzo ha smesso di raccontare per diventare “Arazzetto”:  copia di quadri famosi.

Oggi troviamo sul mercato  moltissime offerte di “Arazzetti”, che riproducono  capolavori della pittura di tutti i tempi.

Mi chiedo: è  possibile tornare a  riproporre  degli arazzi che anche se di piccole dimensioni riscoprano la loro vocazione

refugee sc'art

alla narrazione?

Personalmente ho avuto la fortuna di imbattermi in episodi che mi hanno fatto riscoprire il valore evocativo e narrativo di questi medium.

Ho ritrovato negli arazzi di Sciveres e Sussera il racconto della nostra storia civile, così come negli arazzi di Refugee Sc’art c’è il racconto, attraverso una trama e un ordito fatto di plastica recuperata, della nostra società contemporanea fatta di rifiuti e di riciclo.

Mentre gli antichi arazzi narravano le gesta dei condottieri e dei potenti questi due esempi che ho incontrato raccontano la nostra storia.