23 Luglio 2013 / / News

 

Abbiamo già condiviso la nostra emozione per l’avventura newyorkese che ci apprestiamo ad affrontare, dopo il periodo estivo, grazie al progetto Design-Apart che ci vede coinvolti insieme ad altre aziende italiane di notevole valore artigianale.

Oggi però vi presentiamo una persona speciale: Diego Paccagnella, partner – con Stefano Micelli – di Design-Apart.

E’ stato da noi di recente, e ne abbiamo approfittato per fargli qualche domanda :-)

Berto Salotti – Diego, cosa ti porta a Meda, dopo New York?

Diego Paccagnella partner Design-Apart con Berto SalottiDiego Paccagnella – Sono a Meda per progettare insieme a Berto il modo migliore di valorizzare i loro prodotti all’interno del loft di New York che abbiamo trovato lo scorso Maggio e che inaugurerà il prossimo Ottobre.

BS – Spesso i giovani chiedono come si fa a diventare designer. Noi ti chiediamo: come si fa a diventare Diego Paccagnella?

DP – Il punto in cui mi trovo oggi è frutto di un percorso cominciato durante i miei studi universitari a Londra.

Lì ho imparato che per prima cosa un giovane deve capire dove si nasconde il proprio talento, per poi investire sulle attività che lo esprimono al meglio.

Così è stato per me, l’esperienza all’estero mi ha mostrato i miei limiti e le mie potenzialità e da lì sono ripartito per costruire la mia professione.

Non è stato un percorso semplice, ma quando il tuo lavoro coincide con la tua passione, sono proprio i sacrifici e le difficoltà a diventare tuoi alleati nell’aggiustare il tiro e nel consolidare le tue convinzioni.

La tenacia che ho sempre messo nel mio lavoro, la ritrovo in quello degli artigiani che oggi, non a caso, fanno parte del progetto Design-Apart.

BS – Perché hai inventato il “living showroom”? Lo showroom normale non ti piaceva più?

DP – Perché lo showroom tradizionale non è più in grado di rappresentare bene il talento italiano.

C’è oggi un gap troppo grande tra l’emozione e l’energia che si percepiscono visitando un’azienda, e l’atmosfera invece fredda e impersonale degli showroom tradizionali.

Servono spazi più emozionali, capaci di offrire ai clienti non solo un’esperienza estetica di prodotto ma una vera e propria immersione nella cultura italiana.

Il living showroom permette ai clienti di vivere il nostro design, di interagire con la storia, i luoghi e le persone che l’hanno generato e quindi di comprenderlo non solo esteticamente ma in tutte le sue qualità più nascoste. Sono queste che costituiscono oggi la vera differenza tra prodotti originali e di qualità e mere copie.

Il made in Italy non ha bisogno di una comunicazione patinata e artificiosa (come la maggior parte della comunicazione attuale) perché ha dei contenuti reali da raccontare.

Per questo abbiamo pensato ad uno spazio vissuto che è ciò che di più semplice ci possa essere. Perché non vuole distogliere in alcun modo l’attenzione dal prodotto e dal suo racconto.

BS – Tra poche settimane ti trasferirai in un “living showroom” con la tua famiglia. Dovendo vivere in una situazione in qualche modo aperta al pubblico, non temi l’effetto “Grande Fratello”?

DP – Saremo organizzati bene, lo spazio è grande e generoso, l’idea è di concentrare l’attività in alcuni momenti della settimana. Lo spazio sarà a metà tra un luogo di lavoro e di vita, con una gestione attenta delle giornate.

Una parte più privata della casa, inoltre, prevederà spazi personali e familiari più intimi, anche se sarà comunque, tutta showroom.

Peraltro, viviamo già così, l’idea del “living showroom” è già reale nella mia vita quotidiana: la mia casa incrocia spesso momenti di lavoro con alcuni di socialità e altri più intimi e privati.

C’è comunque una sostanziale differenza tra il “living showroom” e il grande fratello.

Il grande fratello mette in vetrina la vita degli altri, tutta da osservare, talvolta perfino spiare. Nel nostro caso invece tutto è volto al coinvolgimento delle persone alla vita di questo spazio. L’uso degli arredi, le attività in collaborazione con aziende, designers e artigiani (parte integrante del progetto) hanno tutti lo scopo unico di consentire l’esperienza comune dei prodotti e delle realtà manifatturiere coinvolte. Noi e il nostro living showroom saremo solo i veicoli di un’inedita esperienza del Made in Italy e del Design artigianale “bespoke”.

BS – [Senza offesa] A noi risulta che voi designer litighiate spesso con noi artigiani, è così anche per te? 

DP – Il terreno comune tra artigiani e designer deve essere quello dell’apertura e della generosità reciproca. Molti casi di grande successo, sia tra i designer sia tra le aziende artigiane, lo dimostrano.

Fattore chiave è infatti la predisposizione al confronto. Ora, con D-A abbiamo scelto artigiani specializzati nel “bespoke”, nel “personalizzato”.

Questo ci ha consentito di entrare in contatto direttamente con persone e aziende che hanno nel loro DNA una qualità fondamentale per la riuscita di qualsiasi progetto: l’attitudine all’ascolto.

E’ l’ascolto dei bisogni dell’altro, e il lavoro coerente che ne consegue che permette di arrivare a risultati di eccellenza.

E dopo queste parole… siamo ancora più emozionati!

In bocca al lupo a tutti noi per questo straordinario progetto, e grazie Diego per il tuo lavoro e la tua disponibilità!

23 Luglio 2013 / / Design


Non sono soltanto i marchi dell’alta moda a cimentarsi in collezioni di interior design, ma anche brand legati ad altri settori come quelli più genericamente collegati al lifestyle.
Uno dei grandi miti americani, Harley-Davidson, da tempo è impegnato nel merchandising di capi di abbigliamento personalizzati come giacche, t-shirts ed accessori in genere, ma recentemente hanno debuttato negli store del marchio anche tantissimi accessori dedicati alla casa ed ai suoi ambienti.

La collezione, che ha preso il nome di Harley-Davidson Summer Collectibles, propone elementi d’arredo in chiave vintage, tutti personalizzati con il carattere proprio del marchio che forse più di ogni altro incarna il grande sogno americano.
Per la cucina troviamo ad esempio contenitori per sale e pepe in acciaio ispirati alla manopola del gas di una Custom, ma anche piatti da portata, portavivande, ciotole.
Anche il bagno è oggetto di attenzioni con il dispenser in ceramica dallo stile retrò, ma il tocco di classe viene per gli amanti del genere dall’insegna metallica che riproduce una stampa d’epoca, perfetta per decorare casa sia all’interno che all’esterno, in forte stile vintage.
Si tratta di tante idee regalo davvero originali!

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23 Luglio 2013 / / Blog Arredamento

Iniziate un’attività e avete preso un ufficio? Bene, l’entusiasmo è alle stelle ma bisogna fare le cose a modo ed evitare i passi falsi.
La prima cosa da verificare e sulla quale eventualmente intervenire è la presenza, il numero e la disposizione di prese elettriche e telefoniche. Tenete presente che per ogni postazione serviranno da due a più prese elettriche. Si può tranquillamente affidarsi a una ciabatta, ma solo se la presa è del tipo grande; procuratevi anche qualche adattatore per spine Schuco.

Importantissimo per un ufficio è lo studio dell’illuminazione, che deve essere il più possibile naturale, cioè derivante dalla luce che entra dalle finestre. Per quanto riguarda le postazioni di lavoro, esse devono essere orientate in modo che la luce arrivi da sinistra. La luce frontale o da dietro dev’essere assolutamente evitata, eventualmente schermandola con delle tende.

Per quanto riguarda i mobili, dipende un po’ dal tipo di attività che si svolge nell’ufficio, ma come minimo bisogna prevedere per ogni postazione una superficie sufficiente non solo per computer, mouse e tastiera, ma anche per appoggiare un libro/catalogo/faldone e un foglio/blocco/registro su cui scrivere; una cassettiera accoglierà materiale di cancelleria e di uso quotidiano.

Il tema poltrone ufficio è inteso in vari modi, c’è chi ne acquista di tante tipi diversi a seconda delle varie funzioni lavorative (poltrone direzionali, ergonomiche, operative, di design ecc ) e chi prende sedie tutte uguali, a prescindere che siano per il direttore o per l’impiegato. L’importante è che siano poltrone moderne, studiate non solo per piacere, ma soprattutto per svolgere al meglio la loro funzione.

Noi vi segnaliamo le poltrone moderne di New Line Office: http://www.newlineoffice.it/it/catalogo/sedie-ufficio/operative/

23 Luglio 2013 / / Decor

saioni 3 copia

E’ così!

La nostra cultura non ci educa a vedere.

All’ascolto, sì! Infatti subito avvertiamo se un suono è gradevole o se è solo rumore. Se si sbaglia la frequenza avvertiamo immediatamente il fastidio: le note rientrano in uno schema prefigurato e subito avvertiamo che qualcosa non và.

Quando ascoltiamo un coro percepiamo se le sezioni sono armonizzate; tutte insieme dialogano tra loro per esprimere, con il colore delle voci, forti emozioni.

Ma il rumore, inteso come dissonanza, non si sente solamente; il rumore lo si può anche vedere ma  non tutti siamo stati educati a “saper vedere”.

Nella nostra ultima ristrutturazione non è stato facile, in fase di progettazione,  far comprendere al cliente che l’architettura deve rispondere a precise regole. Gli spazi di una casa comunicano tra loro, dialogano, attraverso le forme.

Il nostro cliente avrebbe messo porte “a scrigno” ovunque per, come diceva lui, “guadagnare spazio”. Rieccole le orrende porte a scrigno!…

Non c’è niente di peggio per mortificare una porta.

Nella gestione della pianta libera di un appartamento, le porte hanno una forte valenza poiché mettono in relazione gli spazi tra loro, mentre queste vengono viste, dai più, solo come mezzo per passare da un ambiente ad un altro ad esso contiguo.

saioni 1 copiaE’ nell’armonia del tutto che vengono scelte le modalità saioni 2 copiaper rendere comunicanti gli ambienti. La porta a battente o la porta scorrevole intervengono nella progettazione proprio come in una forma musicale la legatura o un punto di valore prolungano la durata di una nota.

Una porta scorrevole ci aiuta a fondere o a dividere completamente lo spazio secondo la funzione che questo deve svolgere in un preciso momento. Un ingresso e un salone, così come un soggiorno e una cucina, nei nostri progetti li relazioniamo in modo tale  da poterli separare o unire con l’uso delle porte scorrevoli.

Eppure in molti non esitano ad aprire nelle pareti quelle porticine solo per “poter passare” da qui a lì, senza riuscire a vedere il “rumore” che questa porta fa all’interno dello spazio architettonico.

Fermo restando che le porte con l’anta a battente devono restare chiuse –altrimenti non se ne comprende il senso- queste vanno inserite in armonia con quanto le circonda.

ceccaccio 1 copiaQuesti semplici accorgimenti formali aiutano a risolvere le “stonature”ceccaccio 2 copia che inevitabilmente si possono commettere: far entrare il rivestimento del  pavimento  da un ambiente ad un altro quanto basta per accogliere lo spazio di rotazione dell’anta della porta; oppure –nelle camere- un invito creato da una spalletta darà modo di accogliere l’armadio lasciando libera la superficie della camera, e nel contempo di delimitare  lo spazio di apertura della porta senza che questa invada la camera creando così una rottura nella superficie muraria.

Molto interessante è la porta a doppia anta  quando la profondità del muro accoglie le sue ante aperte creando un varco di passaggio.

Lo spazio risponde a precise regole grammaticali e di sintassi che aiutano a  leggere l’intero insieme; non possiamo fare quello che ci pare! Certo, in disegno copiauna  società in cui  si sente dire che “la gente sono esasperate”… è normale aspettarsi di vedere che una  porta può essere usata per nascondere la scarpiera … tanto non si chiude mai.

Rileggendo quanto abbiamo scritto, ci preoccupa  di cosa si possa pensare degli architetti che vivono con queste “fisime”. Ma  qualche giorno fa Caterina mi ha telefonato e, entusiasta, mi raccontava della ricchezza dei contenuti del romanzo di Muriel Barbery: L’eleganza del Riccio. “Ci dobbiamo vedere! C’è molto da parlare”. Ho letto immediatamente il libro e che piacere vedere apparire davanti ai mie occhi il pensiero rassicurante dell’Elegante portinaia del numero 7 di rue de Grenelle.” […] fin dal primo film, “Il sapore del riso al tè verde” ero rimasta affascinata dallo spazio vitale giapponese e dalle porte scorrevoli che rifiutano di fendere lo spazio in due e scivolano dolcemente su guide invisibili. giacché, quando noi apriamo una porta, trasformiamo gli ambienti in modo davvero meschino. Offendiamo la loro piena estensione e a forza di proporzioni sbagliate vi introduciamo una incauta breccia. A pensarci bene, non c’è niente di più brutto di una porta aperta. Nella stanza dove siZanotti 015 copia trova, introduce una sorta di rottura, un parassitismo provinciale che spezza l’unità dello spazio. Nella stanza contigua provoca una depressione, una ferita aperta e tuttavia stupida, sperduta su un pezzo di muro che avrebbe preferito essere integro. In entrambi i casi turba i volumi, offrendo in cambio soltanto libertà di circolare la quale per altro si può garantire in molti altri modi. La porta scorrevole, invece, evita gli ostacoli e glorifica lo spazio. Senza modificarne l’equilibrio ne permette la metamorfosi. Quando si apre, due luoghi comunicano senza offendersi. Quando si chiude, ripristina l’integrità di ognuno di essi. Divisione e riunione avvengono senza ingerenze.” 

La nostra ispirazione viene dall’ Oriente.