24 Giugno 2018 / / ArtigianaMente

Lontana dal classico itinerario che dalla Ferrovia porta a Piazza San Marco, rispetto alla quale resta a sud, la Venezia del Cannaregio appare una città tranquilla meno turistica e affollata del solito. Cannaregio è un sestiere, l’equivalente del “quartiere” di qualsiasi altra città italiana. Venezia è straordinaria anche nella toponomastica.

I nomi dei luoghi sono diversi da quelli comuni.

Di piazza ce n’é una sola, Piazza San Marco, tutte le altre si chiamano campi perché un tempo erano ricoperte da prati; le vie prendono il nome calle {di origine spagnola} per indicare le lunghe strettoie tra una casa e l’altra.

I sestieri sono i quartieri. A Venezia se ne contano sei: tre a destra del Canal Grande – che i veneziani chiamano anche Canalazzo perché è il più grande della città – e tre a sinistra.

Il Cannaregio è il quartiere che ho visitato con la mia famiglia una domenica di aprile. La sorella di mio marito ci ha regalato e organizzato questa splendida giornata per alleggerire mente e cuore. Un pensiero che mai potrò dimenticare.

Del Cannaregio il primo luogo visitato è stato il Ghetto. Il più antico della storia, brutta storia. Il Ghetto è stato una di piazza chiusa, con due porte che venivano chiuse la sera. Questo dal 1516 fino all’avvento di Napoleone.

Credo sia stato drammatico viverci.

Qui troviamo i palazzi più alti di Venezia. Non potendo abitare in nessun altro luogo, man man che le famiglie ebree crescevano si andò costruendo un piano sopra l’altro.

Il centro della piazza del Ghetto, con la fontana e la sinagoga con le caratteristiche cinque finestre ad arco. A Venezia ci sono ben 5 sinagoghe, 3 in funzione.

La parola ghetto è utilizzata a partire dall’inizio del XVI secolo e deriva dal veneziano “ghèto”, che significava fonderia {il luogo dove si “gettava” il metallo}. Infatti il termine in un primo tempo designava il quartiere delle fonderie a Venezia, che era quello dove si erano stabiliti gli ebrei.

Senza camminare eccessivamente siamo andati a visitare la chiesa della Madonna dell’Orto che ospita un bellissimo quadro del Tintoretto {le cui spoglie ora riposano nella cappella absidale della navata sinistra} pieno di simboli, dalla civetta, all’edera. Siamo passati davanti alla casa in cui visse, in Campo dei Mori. Dove nei muri sono incastonate le statue dei Mori.

All’interno della chiesa c’é anche la statua della Madonna, una donnona enorme che incute un po’ di soggezione.  La statua venne scolpita da Giovanni De Santi, su committenza del parroco di Santa Maria Formosa, il quale, non trovandola di suo gradimento, la rifiutò quando era ancora in corso di realizzazione.

Lo scultore sistemò provvisoriamente nell’orto della propria casa la statua di pietra tenera, incompiuta. Di lì a poco la moglie dello scultore si accorse che la statua emanava strani bagliori durante la notte: la notizia si diffuse presto in tutta la città e il luogo divenne meta di pellegrinaggi.

In seguito al verificarsi di alcuni miracoli e al conseguente aumento della venerazione popolare, il vescovo di San Pietro di Castello indusse il De Santi a spostare la statua all’interno della sua casa o di una chiesa per evitare forme improprie di culto. L’artista l’offrì dunque ai frati di San Cristoforo, che all’epoca gestivano la chiesa.

Abbiamo pranzato Da a’ Marisa, trattoria che propone specialità di pesce tipiche di Venezia. Menù fisso – tra baccalà mantecatto, lasagne di pesce e baicoli veneziani per chiudere in bellezza – lungo un canale largo che perde nel mare. Chiacchiere, risate, folklore.

E poi abbiamo vagabondato, come piace a me. A caso, guardando a destra e sinistra, in alto e in basso, per annusare la quotidianità. Con il sole caldo e l’aria fresca tra i capelli, ottima stagione la primavera per visitare le città.

A Venezia gli occhi non hanno tregua: architettura, anse, canali, simboli che solo qui, vita quotidiana tra panni stesi da un muro all’altro e bacari. E’ un città sorprendente, ogni volta.

Bella domenica di aprile, quella passata a Venezia. Da ripetere.

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