18 Dicembre 2019 / / Le Galosce Gialle

“Casa Sole”: storia dei suoi abitanti-costruttori e delle loro progettiste.

Questa è la storia di una casa naturale, una casa di paglia, una storia di auto-costruzione e di una sinergia di più persone: clienti che sono anche costruttori, e progettiste-direttrici lavori di un cantiere molto speciale!

casa sole, una casa naturale di paglia. vista di una parete prima ancora di essere intonacata.
Casa Sole – La casa in paglia di Oleggio Castello.
Parete perimetrale vista dall’interno, prima di essere intonacata.

Il tempo è quello che ci fa più paura. Quando dobbiamo iniziare una ristrutturazione la prima domanda che si fa il cliente è quasi sempre: “Quanto tempo ci vorrà per fare i lavori?” Si ha sempre fretta di entrare. Magari abbiamo atteso tanto tempo prima di trovare la casa giusta, che quando la troviamo, la compriamo, vorremmo entrarci il prima possibile. Eppure la natura ci insegna che ogni processo ha bisogno dei suoi tempi. C’è un tempo per ogni cosa. Un tempo per seminare, un tempo per germogliare e un tempo per raccogliere. Ci spaventa, perché vorremmo tutto qui e ora. Ma noi siamo fatti di desideri e progetti che non si concludono nell’immediato, ma che crescono e si sviluppano con noi.

Ecco questa è stata la prima impressione che ho avuto quando ho incontrato Casa Sole e i suoi futuri abitanti! Un progetto che prima di tutto è nato nei cuori di Lucia e Frank, che erano alla ricerca della casa dove far crescere i loro due bimbi. La loro ricerca si è poi orientata su un terreno partendo da un pensiero: “Perché non provare a costruire noi la nostra casa?” Una casa naturale, di paglia, sana per gli abitanti e per l’ambiente.

I protagonisti di Casa Sole, la casa naturale in paglia e argilla.

Frank è falegname e Lucia si è laureata all’estero in sostenibilità ambientale, che l’ha portata negli anni a lavorare in cantieri di bioarchitettura per l’architetto tedesco Gernot Minke, in particolare lavorando su più progetti realizzati con materiali naturali, paglia, argilla, terra cruda, ha iniziato a conoscere questi materiali e le loro caratteristiche.

casa sole, una casa naturale di paglia. i committenti e autocostruttori.
Frank e Lucia: abitanti-costruttori di Casa Sole.

Così dopo varie ricerche hanno deciso di prendere un terreno e costruire la loro casa con materiali naturali, che fosse in armonia e in continuità con la natura. Una casa che fosse accogliente e sana per i suoi abitanti e allo stesso tempo rispettosa dell’ambiente.

Per far questo si sono affidate a dei tecnici, che potessero realizzare i loro sogni in realtà. Le progettiste di Casa Sole sono Emanuela Cacopardo e Roberta Tredici, che insieme hanno fondato lo studio Archingreen, studio associato di ingegneria e architettura, con l’obiettivo di promuovere un’edilizia sostenibile sotto il profilo ambientale e sociale. Chi meglio di loro poteva interpretare i sogni di Frank e Lucia?

casa sole, una casa naturale di paglia
Emanuela di Archingreen, Lucia e Frank.

Per un progetto speciale ci sono volute progettiste speciali, che hanno saputo interpretare le richieste dei committenti che allo stesso tempo sono diventati costruttori, “autocostruttori”. Con la loro energia e professionalità sono riuscite a trovare non solo le soluzioni tecniche per la realizzazione e i dettagli costruttivi di Casa Sole, ma anche consigliare ai clienti il modo per poter realizzare la loro casa in autocostruzione, secondo il desiderio dei clienti Frank e Lucia. Organizzando giornate in cantiere dove poter imparare come costruire con materiali naturali, la realizzazione di una casa diventa anche opportunità formativa e comunicativa per divulgare un modo diverso di fare architettura!

Così è nata Casa Sole, una casa naturale per una famiglia, un cantiere-scuola, un edificio sostenibile sano e naturale.

Come è fatta Casa Sole, una casa naturale?

Caratteristiche principali della casa sono:

  • struttura in legno e pareti in balle di paglia
  • intonaco a calce e in argilla: l’argilla
  • pavimenti in argilla
  • stube come impianto di riscaldamento
  • ventilazione naturale
  • tetto verde come “climatizzatore passivo”
  • economia circolare e “a km zero”

La struttura della casa è in legno e balle di paglia, le quali sono state fornite da un contadino di Fontaneto D’Agogna, esempio perfetto di economia circolare e “a km zero”!

Mi raccontava Lucia del momento in cui in cantiere sono arrivate le balle di paglia, è stato molto emozionante, vedere il materiale da costruzione che arrivava da poco distante pronto per diventare “le mura” della loro casa naturale. Sono state scelte quasi una per una, le più leggere in soggiorno e le più pesanti in camera da letto, per poter garantire un miglior isolamento. Una casa artigianale, dove ogni dettaglio viene studiato con cura, dove i costruttori saranno gli abitanti stessi della casa.

casa sole, una casa naturale di paglia.
casa sole, una casa naturale di paglia. vetri bassoemissivi
Lucia e Emanuela con i vetri bassoemissivi.

Altri elementi fondamentali sono stati lo studio dell’orientamento e l’esposizione solare o ai venti, la scelta di aperture vetrate a sud con vetri bassoemissivi, la realizzazione di pavimenti e rivestimenti in argilla che immagazzinano il calore durante il giorno e lo rilasciano lentamente nelle ore successive, e infine il tetto verde in erba, che funge da “climatizzatore passivo”. Con tutte queste caratteristiche non ci sarà bisogno di un impianto di riscaldamento tradizionale, in quanto la casa godrà di un ottimo isolamento e di una buona inerzia termica. L’unico impianto sarà una stube: è sufficiente poca energia per scaldare una casa progettata così!

Casa Sole: quanta energia per una casa di paglia?

Per costruire una casa in autocostruzione c’è bisogno di tanta energia.

Per poter affrontare un cantiere speciale dove gli abitanti possono costruire con le proprie mani la loro casa natural, come si faceva una volta, c’è bisogno di non farsi prendere dallo sconforto quando il cantiere sembra ancora lontano dal diventare casa. C’è bisogno di collaborazione, in molte giornate sono stati ospitati amici e volontari che hanno potuto partecipare alla costruzione di Casa Sole.

casa sole, una casa naturale di paglia

Ma allo stesso tempo c’è bisogno di poca energia: basta quella naturale del Sole! E della stube che riscalderà da dentro quando necessario.

Se ne è accorta anche Lea, la bimba di Frank e Lucia che ha dato il nome alla casa: “Casa Sole”. Perché in questa casa naturale il “sole” è l’energia principale che ruota intorno alla casa di paglia.

Grazie a Frank, Lucia, Emanuela e Roberta per la loro ospitalità e la loro energia. Evviva le “case naturali”!

Se volete seguire la costruzione di Casa Sole, una casa naturale, potete seguire la loro pagina Facebook.

Qui invece il sito delle super progettiste Archingreen.

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22 Novembre 2019 / / Colori

Per tinteggiare una parete, il modo naturale per eccellenza è la tinteggiatura a calce. Quella tradizionale delle case dei nostri nonni, e quella ancora oggi richiesta per le opere di restauro.

Perché non tornare ad usarla nelle nostre case? Quanti sono i colori della calce? Come incide il colore all’interno di un ambiente e quindi nel progetto?

Caratteristiche della calce

Partiamo dalla descrizione della tinteggiatura a calce e delle sue caratteristiche. La calce è bianca, in realtà tra il bianco e il giallo paglierino e vedremo dopo perché. E grazie ai cristalli di cui è formata è particolarmente riflettente, si dice birifrangente.

Per questo motivo i colori a calce sono più vividi, più riflettenti perché si può dire più in generale che una superficie decorata a calce, ha effetti di birifrangenza, essendo composta da cristalli.

Campioni di colori a calce, foto di La Banca della calce

Come si fa a preparare una tinta a calce?

Si parte dal grassello di calce, che a seconda della sua origine, può essere bianchissimo, come ad esempio quello pugliese di Fasano, oppure giallo paglierino, come quello di Piasco. Ovviamente questo inciderà sul colore finale.

La tinteggiatura a calce può essere colorata aggiungendo all’impasto del grassello di calce terre naturali o ossidi, che vengono aggiunti durante la preparazione della tinteggiatura stessa.

Le tinte con le terre sono molto stabili, e prendono nel tempo una patina, detta nobiliare, che valorizza nel tempo la tinteggiatura. Questo grazie al processo di ossidazione, che continua dopo essere stata stesa sul muro.

Esempi di grassello di calce

Il colore nel progetto

Il colore incide molto all’interno di un progetto. Lo spazio e la percezione che si hanno di un ambiente sono modificati dal colore. Quando si parla dei colori è sempre affascinante. È affascinante vedere come incidano sulla persona e come modifichino le percezioni che si hanno di uno spazio.

Un aspetto magico dei colori, è che questi quando sono accostati l’uno all’altro s’influenzano reciprocamente. Mentre separando il colore con aree bianche o nere, cessa il risultato di irradiazione fra i colori e di influenza reciproca.

Questo può essere molto utile saperlo all’interno di un progetto, dove si può giocare e sperimentare con pareti colorate, anche accostate tra loro, per esaltare o mettere in risalto un passaggio o un dettaglio.

Ci sono colori caldi e colori freddi, entrambi hanno un particolare “impatto” sul nostro corpo. Ad esempio è stato provato che i colori agiscono sul nostro sistema circolatorio. I colori freddi, come un verde-blu, rallentano la circolazione facendo avvertire più freddo, mentre i colori caldi, come un rosso-arancio, attivano la circolazione facendo avvertire più caldo.

Campionatura colori a calce, La Banca della calce

Le tre variabili del colore

Quando si parla di colore occorre identificare 3 variabili:

TONALITÀ: uno dei 12 colori del cerchio cromatico

LUMINOSITÀ: se il colore è chiaro o scuro, dove si colloca nella scala dei grigi

SATURAZIONE: pienezza o intensità del colore

I colori complementari

Sappiamo da quando siamo piccoli che esistono i cosiddetti colori primari e colori secondari, e poi i colori complementari.

I colori complementari sono un po’ magici!

“Per quanto contrari si richiamano reciprocamente: giustapposti raggiungono il loro massimo grado di luminosità, mescolati si annullano- come il fuoco e l’acqua- nel grigio.”

“Se scomponiamo le coppie di complementari , constatiamo che in esse sono sempre contenuti i tre colori fondamentali”

Un po’ di teoria del colore può essere utile quando si sceglie il colore di una camera e di una stanza della casa.

Il cerchio cromatico di Itten

La tinteggiatura a calce e i suoi colori

Una caratteristica che mi piace molto della tinteggiatura a calce è l’essere legata al mondo artigianale, si può preparare direttamente in cantiere a partire dal grassello di calce, acqua, zucchero e altri ingredienti naturali seguendo una ricetta ben precisa.

E questo fa sì che una parte del lavoro rimanga empirica. Si possono fare delle prove colore, ma il tutto avviene in cantiere.

Questo può avere degli svantaggi (per chi va di fretta!): tempi di attesa più lunga o impossibilità di scegliere un colore a partire dalla classica mazzetta RAL.

Ma degli incredibili vantaggi: una casa più sana, dove non c’è il rischio che si respirino componenti tossici per l’uomo come purtroppo accade con le tinteggiature in commercio, anche quelle all’acqua, in cui vi sono formaldeide e altri componenti volatili.

Non avendo una palette preconfezionata, si possono fare delle prove colore direttamente in cantiere e direttamente sulla parete scelta. Questo permette di fare una scelta più accurata, infatti di solito si sceglie la latta della tinteggiatura tra gli scaffali e sotto una luce artificiale. Così invece si può verificare direttamente il colore desiderato, che dipenderà in base anche alla luce naturale presente in quella stanza.

Preparando in cantiere la tinteggiatura, si può aggiungere man mano la terra al grassello di calce, e poi stenderla. Una volta che si raggiunge l’effetto desiderato, si può preparare la tinteggiatura necessaria per tutta la parete.

Che ne dite? Vi piace questo processo nella scelta del colore? Non vedo l’ora di fare le prossime prove colore a calce in cantiere!

Prove colore, foto di La Banca della calce

Bibliografia e riferimenti:

Piccolo compendio sull’uso della calce naturale per intonaci e pitture, a cura di Daniela Re sulla base degli appunti del maestro Danilo Dianti, Rete solare per l’Autocostruzione.

Arte del colore, Johannes Itten, Il Saggiatore

L’arte del colore, guida pratica all’uso dei colori, Betty Edwards, Longanesi

Tutti i colore della calce nel tinteggio e nella decorazione, Corso a cura di Enrica Moratelli, consulente per il colore, presso La Banca della Calce, Bologna.

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11 Novembre 2019 / / Le Galosce Gialle

Anche voi sognate una Milano più verde?

Durante la “settimana della Milano Verde”, la Green Week, ho partecipato a diverse conferenze in cui si parlava di progetti, programmi, visioni su Milano, sulla natura in città e l’importanza del verde.

Perché parlare di una Milano verde?

Milano purtroppo è una delle città più inquinate d’Italia e d’Europa. Se volete approfondire vi consiglio la pagina di Legambiente!

Il verde può essere sicuramente una soluzione efficace per aiutare a “smaltire” lo smog, a ridurre gli inquinanti atmosferici.

Ecco allora un collage visionario su Milano più verde, con tetti giardino, sognando diverse specie di uccelli che abitano la città.

“Natura in città” per una Milano più verde

Durante la conferenza “Natura in città” organizzata da AIAPP Associazione italiana architettura del paesaggio insieme al Comune di Milano, l’agronoma paesaggista Francesca Neonato di Pn Studio, ha spiegato come ogni singola tipologia di area verde sia importante all’interno della città. Nessuna area verde infatti è troppo piccola per poter essere considerata tale.

Le aree minori possono diventare aree di connessione tra due aree verdi di più grande dimensioni, al fine di creare dei corridoi cosiddetti “ecologici” che permettono a uccelli e altri animali di muoversi da un’area all’altra.

Anche il nostro balcone, per quanto piccolo, può essere importante al fine di un ecosistema più ampio.

Inoltre siamo abituati a pensare che la natura abiti fuori dalle città, ma non è vero!

Il biologo Francesco Tomasinelli, di Pn Studio, ha raccontato durante la Green Week, di come alcune specie di animali trovino ormai un ambiente vivibile all’interno della città. Spesso l’agricoltura intensiva rende poco vivibile l’habitat per gli animali, e al contrario le città possono essere aree che ospitano al suo interno diverse specie di animali, soprattutto per quanto riguarda la stagione autunnale e invernale.

Ad esempio, un buon indicatore per capire quando un’area è un buon ecosistema, è il picchio. “Il picchio verde, insieme ad altre specie di uccelli, è un indicatore biologico la cui presenza rappresenta l’equilibrio biologico del territorio in quanto è sensibile alle variazioni dei fattori ecologici determinati generalmente dall’azione dell’uomo”[1].

Un esempio di connessione ecologica è sicuramente il progetto del Giardino degli aromi. Un’oasi naturalistica tra le più interessanti in città per biodiversità e partecipazione. L’area è inserita nel progetto Cariplo RiconnettiMI, per una rete ecologica urbana tra il Parco Nord, il quartiere di Affori e il Parco Grugnotorto Villoresi.

Perché desiderare una Milano più verde?

Vediamo in sintesi quali possono essere i benefici del verde:

  • influenza positivamente il clima urbano
  • regola la temperatura
  • agisce come filtro dell’aria
  • è capace di ridurre gli inquinanti atmosferici
  • contribuisce alla purificazione dell’aria
  • crea aree di ombreggiatura
  • contribuisce a una sensazione di benessere delle persone che lo vivono
  • contribuisce all’abbassamento della pressione sanguigna e al rilassamento muscolare
  • promuove l’interazione sociale
  • migliora la biodiversità

Come pensare una milano più verde?

Le soluzioni per una milano più verde possono essere:

  • reti ecologiche urbane polivalenti
  • corridoi verdi, connettendo aree verdi esistenti all’interno delle città
  • tetti verdi
  • orti urbani
  • giardini condivisi

Cosa c’è in programma per una Milano più verde?

Alcuni di voi sapranno che entro il 2030 a Milano verranno piantati 3 milioni di alberi con il progetto ForestaMi.

Speriamo che questo non sia solo un’azione di marketing, per far sì che noi cittadini possiamo dormire tranquilli.

Speriamo che insieme a questo progetto di “immagine”, ce ne siano altri ancora più importanti.

Esistono già delle strategie e dei PGT a Milano. “Quello che manca – come dice Andreas Kipar noto architetto paesaggista – sono i PIANI regolatori per attuare questi programmi”.

E soprattutto mancano delle soluzioni più concrete per poter portare la Natura in Città e far sì che Milano più verde non sia solo un sogno ma diventi realtà!

Infine, per contrastare l’inquinamento e migliorare le nostre città non basta piantare più alberi. Bisogna iniziare a cambiare le nostre abitudini a partire da piccoli passi.

Perché non iniziare a far diventare più verdi i nostri balconi?


[1] http://www.parchilazio.it/schede-26-picchio_verde

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8 Novembre 2019 / / Le Galosce Gialle

Cosa significa architettura sostenibile?

Architettura Sostenibile, Naturale, Ecologica, Bioarchitettura. Vengono spesso usati come sinonimi creando una gran confusione. Ogni termine però indica un aspetto particolare e diverso l’uno dall’altro.

Volete capire quando una casa è davvero sostenibile?

Approfondiamo partendo dalla terminologia e dalle definizioni.

Terminologia

Proviamo a partire dalle terminologia base cercando di fare un po’ di chiarezza tra architettura sostenibile e bioarchitettura, architettura naturale e bioecologica.

Architettura: arte del costruire

Sostenibile: riferito generalmente al contenimento dei consumi energetici in fase di utilizzo e alla riduzione di C02.

Eco: rapportato in modo corretto ed equilibrato all’ambiente naturale.

Bio: relativo agli organismi viventi e ai loro processi vitali. (1^ accezione dizionario Garzanti)

Bio : intervento relazionato in modo salubre sia all’abitante nella fase di utilizzo che al sistema antropizzato e naturale nella fase di vita. (accezione InbarMI*)

Naturale = secondo natura, che impara dalla natura


Definizioni a cura di: Arch. Donatella Wallnofer, Il nuovo costruire efficiente e sostenibile per Itinerari di Bioarchitettura, InbarMI

* InbarMI: Istituto Nazionale Bioarchitettura Milano

Alcune definizioni

C’è una grande confusione quando si parla di Architettura Sostenibile, Bioarchitettura o Bioedilizia, Architettura Naturale e Bioecologica.

Se si cerca sul web la definizione di ognuna si trovano davvero tante informazioni che però anziché chiarire, confondono un lettore non esperto.

Provo a riportare definizioni sintetiche e chiare per ognuna di esse.

Architettura Sostenibile

“Per a. s. si intende una modalità di approccio al progetto che, riferendosi al concetto di sostenibilità definito nel 1987 dalla Commissione mondiale su ambiente e sviluppo dell’UNEP (United nations enviroment program) nel Rapporto Brundtland (Our commun future), persegue l’obiettivo di realizzare un’architettura compatibile non solo con la vita dell’uomo e le sue attività ma anche con l’ambiente naturale e, più in generale, con il contesto in cui si inserisce.” [1]

Il “rapporto Bruntland” (1987) definì SVILUPPO SOSTENIBILE lo sviluppo che risponde alle necessità del presente, senza compromettere la capacità delle generazioni future di soddisfare le proprie esigenze.

In sintesi: attenzione alle risorse energetiche e al consumo di un edificio.

In Italia esiste la certificazione CasaClima che è una certificazione di sostenibilità.

Bioarchitettura

Alla base della bioarchitettura c’è l’idea di “costruire per rispettare l’uomo e l’ambiente“, attraverso alcuni principi derivanti dalla conoscenza del luogo e della natura.

“Si definisce Bioarchitettura® l’insieme delle discipline che attuano e presuppongono un atteggiamento ecologicamente corretto nei confronti dell’ecosistema ambientale. In una visione caratterizzata dalla più ampia interdisciplinarietà e da un utilizzo razionale e ottimale delle risorse, la Bioarchitettura® tende alla conciliazione ed integrazione delle attività e dei comportamenti umani con le preesistenze ambientali ed i fenomeni naturali. Ciò al fine di realizzare un miglioramento della qualità della vita attuale e futura”. [2]

In sintesi: progettare seguendo principi quali il rapporto edificio-ambiente, l’orientamento edificio, la disposizione degli ambienti, la ventilazione naturale, l’isolamento termico, l’utilizzo di materiali ecologici e rispettosi dell’ambiente, il recupero delle acque piovane e bianche, l’impiego di schermi solari e infine l’uso di energie rinnovabili solitamente quelli più utilizzabili nelle abitazioni sono pannelli fotovoltaici e pannelli solari.

In Italia l’architetto Ugo Sasso fonda nel 1991 a Bolzano l’Istituto Nazionale di Bioarchitettura.

Architettura Bioecologica

L’Architettura Bioecologica è un’Architettura fatta per la protezione della vita; attenta e rispettosa alla qualità della salute di utenti ed abitanti negli ambienti costruiti, in grado di creare edifici ed abitati che siano dei veri e propri organismi viventi (bio); impegnata a realizzare, sotto tutti i punti di vista, un armonico equilibrio con i luoghi nei quali i manufatti si inseriscono e necessariamente trasformano (ecologica). [3]

In Italia esiste ANAB- Associazione Nazionale Architettura Bioecologica – che nasce nel 1989 come prima Associazione nazionale del settore.

Architettura Naturale

Termine coniato da ANAB- Associazione Nazionale Architettura Bioecologica. Con questo termine vuole segnare la distanza da chi, soprattutto in edilizia, facendo leva su una crescente e diffusa sensibilità ambientale, propone una sostenibilità solo di facciata banalizzando un serio e completo approccio bio-ecologico.

Non viene data da Anab una definizione di Architettura Naturale, ma sicuramente si può parlare di un’architettura che si ispira al mondo naturale nella costante ricerca di materiali naturali, che possano essere impiegati all’interno dell’architettura per garantire un interno salubre e salutare.

Infatti Anab si occupa anche di certificare prodotti. L’attività di certificazione di ANAB si svolge dal 2004 grazie ad un accordo con ICEA, istituto accreditato per la certificazione di prodotti biologici e naturali. 

ANAB fornisce gli standard di prodotto, mentre ICEA effettua le attività di certificazione e le verifiche sui materiali e sui processi produttivi.


[1] http://www.treccani.it/enciclopedia/bioarchitettura_%28Enciclopedia-Italiana%29/

[2] http://www.bioarchitettura.it/istituto/inbar/istituto/

[3]http://www.anab.it/testo/show/id/504edf7985d03/Architettura_bioecologica_e_architettura_naturale.html

Architettura sostenibile ma non solo

In sintesi, possiamo dire che l’architettura sostenibile è attenta a realizzare edifici che minimizzino l’impiego di energie, attraverso diversi principi quali efficientamento energetico, materiali isolanti, massime prestazioni dell’involucro.

Un’architettura sostenibile non è però necessariamente una architettura bioecologica, nel senso di attenta alla qualità della salute di utenti e abitanti e che si rapporta in maniera equilibrata con l’ambiente naturale.

E viceversa non tutto ciò che è naturale, è necessariamente sano per chi abita un determinato ambiente. Pensiamo ad esempio all’amianto o al radon, entrambi materiali naturali ma non sani per l’uomo.

In generale quello che vi posso consigliare se siete alla ricerca di una casa o di prodotti per la casa, dall’arredo alle finiture, è quello di non fermarvi alle etichette di “bio” o “sostenibile” che spesso vengono aggiunte solo per attirare clienti. Provate ad approfondire facendo domande: perché è sostenibile o bio?

Cercate di capire se un determinato prodotto è veramente sano per voi e per l’ambiente. Guardando le etichette, un po’ come si fa con il cibo. E facendoci aiutare dalle certificazioni. Di cui qualcosa ho accennato in questo articolo, ma approfondirò prossimamente.

Solo così possiamo far parte di un processo di cambiamento, che parte dal basso, cioè da ciascuno di noi!

Immagine di copertina: Casa con tetto verde in Norvegia, foto di Chiara Baravalle

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1 Novembre 2019 / / Le Galosce Gialle

“Dalla Culla alla Culla”

Ho appena finito di leggere il libro Dalla culla alla culla, citato durante un incontro di Economia circolare in edilizia.  Il libro è stato scritto dall’architetto statunitense William McDonough, insieme al chimico tedesco Michael Braungart.

Economia circolare ma non solo

Si sente parlare sempre di più di Economia circolare. Proprio ieri 31 ottobre 2019, si è tenuto un evento su questo tema all’Auditorium di Roma. Il chimico tedesco Michael Braungart, uno dei due autori del libro (il secondo è l’architetto William McDonough), è stato invitato all’evento del Messaggero di cui si può leggere l’intervista a questo link.

Mi ha fatto sorridere leggere nell’articolo un aneddoto riguardante l’Autore, sembra che alla Biennale di Architettura di Venezia nel 2016, Michael Braungart abbia vissuto su un albero per un breve periodo.

A questo proposito il chimico tedesco all’intervista sul Messaggero risponde: 

Il mio intento era dimostrare come un edificio possa essere concepito diversamente. Non limitandosi quindi a ridurre il consumo energetico, ma ripulendo l’aria, sostenendo la biodiversità, cambiando colore con le stagioni.

Edificio che si ispira all’albero! Progettare imitando i processi della natura, dove non esistono rifiuti. Tutto viene riassorbito in un ciclo di vita continuo. Una economia appunto circolare.

Nel libro gli Autori spiegano molto bene come non basta pensare solo al riciclo, al limitare, ad azzerare, ma bisogna avere una visione più completa su come organizzare l’industria e la progettazione dei prodotti su un modello da loro definito “Cradle-to-cradle”- dalla Culla alla Culla, attraverso “un approccio biomimetico alla progettazione di prodotti e sistemi, che modella l’industria umana sui processi naturali” *.

Gli spunti contenuti nel libro sono davvero molti, cercherò di riportare alcune riflessioni e principi interessanti e soprattutto applicabili per quanto riguarda il mondo dell’architettura e dell’edilizia.

Upcycling

 Il concetto che sta alla base del modello proposto da Michael Braungart e William McDonough, autori del libro e inventori del modello Dalla culla alla culla, è che “Riciclare non è abbastanza. Bisogna ambire al livello superiore. Conoscere meglio i prodotti al fine di creare upcycling, innovazione e non semplice riciclaggio”.

Immagini dal sito EPEA

Il primo capitolo del libro si intitola: Una questione di progettazione. 

In tutti i campi c’è bisogno di una buona progettazione, perché “Prodotti che non siano pensati nel rispetto della salute dell’uomo e dell’ambiente sono poco intelligenti”, come dicono gli Autori nel libro From Cradle to cradle.

Questi prodotti poco intelligenti vengono definiti nel libro prodotti grezzi o prodotti più, ovvero prodotti che solitamente il consumatore si porta a casa insieme ad additivi non richiesti.

Dalla Culla alla Culla

La teoria Dalla Culla alla Culla si contrappone a quella definita “Dalla culla alla Tomba”, che in genere si trova alle basi della progettazione di un qualsiasi prodotto, che è di solito progettato e pensato per arrivare fino alle mani del consumatore, senza pensare a quello che succederà dopo.

Il modello Dalla culla alla culla, che parla di economia circolare ma non solo, si prefigge l’obiettivo di pensare e di risolvere quello che sarà la fine di un prodotto, pensando quindi all’intero ciclo di vita, dall’inizio fino alla fine e anche oltre. Solo se si pensa alla fase finale di un prodotto fin dalla sua progettazione, si potrà arrivare a realizzare un prodotto che alla fine non diventerà rifiuto. 

Nel libro gli Autori prendono come esempio la comunità di formiche, le quali “non sono dannose perche tutto ciò che costruiscono o utilizzano entra nel ciclo naturale dalla culla alla culla”.

Vi cito due esempi di progettazione cradle-to-cradle scritti nel libro:

  • “edifici che, come gli alberi, producano più energia di quella che consumano e purificano le proprie acque di scarico” 
  • “prodotti che al termine della loro vita non diventino rifiuti inutili, ma possano essere gettati a terra, decomporsi e diventare cibo per piante e animali, e sostanze nutritive per il terreno; o in alternativa reinserirsi nei cicli industriali”.

Ecoefficacia, Sovraciclaggio, Nutrienti biologici e tecnici

Inoltre parlano di termini come Efficacia contrapposta a quella di Efficienza, di Sovraciclaggio rispetto al Riciclaggio o Subciclaggio; di Ibridi mostruosi, ovvero quei prodotti realizzati sia con nutrienti biologici che con nutrienti tecnici che a fine vita non sono stati pensati per essere separati e ritornare rispettivamente nel cosiddetto Metabolismo Biologico o Metabolismo Tecnico. Una soluzione consiste proprio nel tenere separati i due mondi, in modo da poter reinserire ogni prodotto nel rispettivo processo naturale o tecnico, non creando quelli che vengono definiti Ibridi mostruosi.

Immagini dal sito EPEA

Perchè Cradle-to-Cradle?

Perché vi ho voluto parlare della teoria del Cradle-to-cradle?

Prima di tutto perché nel momento in cui si sceglie di comprare un prodotto, avere in mente la domanda “che fine farà?” potrà cambiare il modo in cui compriamo e inseriamo prodotti all’interno delle nostre case. 

Nelle abitazioni ad esempio se si deve ristrutturare o anche solo arredare, è importante sapere che esistono materiali che a fine vita possono essere reinseriti all’interno di un ciclo produttivo, altri invece che contribuiranno a generare nuovi rifiuti difficili da smaltire.

E siccome, forse ingenuamente, credo che il cambiamento avvenga a piccoli passi, che scegliendo cosa comprare influenziamo il mercato, penso sia fondamentale sapere cosa stiamo scegliendo

Non si tratta di scegliere solo quello che è bio, naturale o etichettato come ecologico. C’è bisogno di andare più a fondo, fare domande ai venditori, per sapere cosa c’è dentro un prodotto e cosa c’è dietro la sua realizzazione, e infine cosa ci sarà dopo.

Il modello proposto dai due Autori inoltre a differenza di alcune teorie che sono un po’ deprimenti, ad esempio il decluttering, il limitare, o l’azzerare (importanti ma non risolutive!), si caratterizza come un modello creativo e positivo dell’economia circolare.

Vi riassumo perché questo modello l’ho trovato davvero interessante:

  • Perché è creativo, mette in gioco la progettazione!

Eliminare il concetto di rifiuto significa progettare tutto – prodotti imballaggi e sistemi – fin dall’inizio in base al principio che il rifiuto non esiste. (“From Cradle to Cradle”, Michael Braungart, William McDonough)

  • Perché c’è bisogno di fantasia per realizzare prodotti che non finiscano nella tomba ma ritornino alla culla!

L’obiettivo [della teoria dell’ecoefficienza] è azzeramento: zero rifiuti, zero emissioni, zero impronta ecologica.

Finché gli esseri umani saranno considerati un male, l’azzeramento rimarrà un buon obiettivo. Ma limitare i danni significa in fondo anche accettare che le cose rimangano come sono. Ecco il limite più grave di questa impostazione: la censura della fantasia. Secondo noi è una visione deprimente della funzione che la nostra specie ha nel mondo.

  • Perché ha fiducia nell’uomo, nella sua capacità e nella tecnologia!

Perché non pensare a un modello completamente diverso? Che cosa succederebbe se invece [noi uomini] fossimo un bene al 100 per cento?

  • Perché è positiva: parla di cambiamento e la sua teoria non si basa sull’azzeramento o sul limite, bensì sul cercare di lasciare un impatto positivo sull’ambiente!

In natura le conseguenze della crescita – l’aumento degli insetti, dei microorganismi, degli uccelli, del ciclo delle acque e dei flussi nutrienti- tendono a dare vitalità all’intero ecosistema, arricchendolo.

(In corsivo citazioni di “From Cradle to Cradle”, Michael Braungart, William McDonough)

Il ciliegio

Voglio concludere con l’immagine del ciliegio.

Nel libro si parla del ciliegio non perché sia ecoefficiente, ma come esempio di prosperità, di ciclo della vita dove ogni elemento, dai fiori ai frutti, anche quelli che non sono mangiati e che cadono per terra, serve per il ciclo di vita dell’albero stesso. Non ci sono rifiuti!

Il ciliegio

L’albero nutre infatti tutto ciò che gli sta intorno. L’albero non è un’entità isolata rispetto ai sistemi che lo circondano: è inestricabilmente e produttivamente connesso con loro.

Crescendo, persegue un disegno di abbondanza, rigenerativa, ma non fine a se stessa. La crescita dell’albero innesca una serie di effetti positivi. Fornisce cibo per insetti e microorganismi. Arricchisce l’ecosistema…

Crediamo che gli esseri umani possano fare fruttare il meglio della tecnologia e della cultura, in modo che gli spazi civilizzati riflettano una nuova prospettiva. Edifici, sistemi, quartieri e perfino intere città devono intrecciarsi con gli ecosistemi circostanti, per arricchirsi vicendevolmente.

Grazie a Michael e William per la loro positività, e per averci suggerito un modello non tradizionale in cui l’uomo può contribuire con la sua creatività e il suo ingegno a inventare prodotti che siano un BENE AL 100% per il mondo.

Ad esempio gli Autori scrivono, perché non inventare una suola della scarpa che camminando anziché rilasciare sostanze nocive per l’ambiente, possa contribuire al suo nutrimento?

I mio invito è, per noi progettisti

Progettiamo in modo intelligente

per noi consumatori 

Compriamo facendoci più domande!


Link:

*https://www.ilmessaggero.it/economia/economia_circolare/economia_circolare_michael_braungart-4830791.html

Epea: (Environmental Protection Encouragement Agency) fondata ad Amburgo dal Prof. Dr. Michael Braungart

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21 Ottobre 2019 / / Design

5 giochi per i bambini e la loro fantasia

Con quest’articolo inauguro una rubrica interamente dedicata ai bambini e al “giocare naturale”, che per me significa non solo usare materiali naturali, riciclabili e prodotti con attenzione per l’ambiente, ma soprattutto che stimolino la loro fantasia e creatività!

Il mondo del gioco non è poi così lontano da quello dell’abitare e del progettare. Architetti e designer si sono spessi cimentati con il mondo dei bambini e dei loro giochi, e si sono trovati a progettare per i bambini. Primi tra tutti i designer Bruno Munari, di cui vi ho già parlato qui, ed Enzo Mari.

Giocare sinonimo di ?

Mi sto chiedendo da un po’ di tempo quali siano i giochi con cui i miei figli si divertono di più, con cui “giocare” diventa sinonimo di “sperimentare”, “immaginare” e “inventare”.

Ad esempio a casa dai nonni i miei figli passano tantissimo tempo con un gioco tutto di legno che avevo quando ero piccola: una casetta al cui interno si trovano alcuni protagonisti del circo, dall’elefante all’equilibrista, dalla foca al pagliaccio, tutti incastrati tra loro e con cui, una volta tirati fuori, puoi immaginare un’infinità di situazioni.

Questo mi ha fatto riflettere. Quante volte invece quando compriamo dei giochi per i nostri figli, essi diventano spettatori e non più attori del loro gioco?

Così mi sono ricordata di una scatola in legno al cui interno si trovano 16 animali, Gioco dei 16 animali, progettato dal designer Enzo Mari nel 1957 per l’azienda Danese. In quel periodo Danese avvia una serie di sperimentazioni nella produzioni di giochi per bambini. E la sperimentazione inizia proprio con questo gioco “puzzle”.

Enzo Mari e Bruno Munari hanno in quegli anni progettato una serie di giochi all’avanguardia per quel periodo storico, in cui i giocattoli tradizionali erano monofunzionali e i bambini venivano visti come “soggetti consumatori” (ancora oggi non ci siamo molto liberati da questa idea purtroppo!). I giochi progettati dai due designer avevano invece la caratteristica comune di lasciare al bambino il ruolo di protagonista, con la possibilità di dare infinite interpretazioni, immaginare e inventare.

Ve ne propongo 5 scelti tra i tanti progettati da questi due designer, che possono essere caratterizzati sotto la categoria del “giocare naturale“, ovvero sperimentare, immaginare e giocare con materiali naturali.

1) Gioco dei 16 animali

Progettato da Enzo Mari e prodotto dall’azienda Danese nel 1957.

Materiale: legno di rovere.

E’ il mio preferito in assoluto. E’ un gioco “puzzle”. Sono 16 animali che “abitano” insieme in una scatola di legno. A partire da pochi elementi puoi creare un mondo di nuove avventure sempre diverse. Purtroppo non economico, più che un gioco è diventato un elemento di design (infatti ne vengono prodotti 200 esemplari all’anno!)

Enzo Mari lo descrive in modo semplice così: “La scatola che li contiene è di circa 30 x 40 cm, lo spessore degli animali 3 cm, così possono stare in piedi, essere disposti in modi divertenti e inaspettati, e diventare gli attori di una commedia dell’arte, il cui regista è il bambino.”[1]

E’ interessante come tipologia di gioco dove viene lasciato libero spazio alla fantasia e all’immaginazione. Oltre a stimolare la creatività del bambino non solo durante il suo impiego, ma anche nel mettere in ordine gli animali, riposizionandoli all’interno della scatola e trovando il giusto posto a incastro!

2) Trasformazioni

Progettato da Bruno Munari insieme a Giovanni Belgrano nel 1975, e prodotto da Corraini Edizioni.

Materiale: carta.

Questo gioco parte dalla natura e dal mondo che ci circonda. Semplici carte in formato quadrato, con elementi come albero, foglie, animali, con le quali si possono creare diverse storie e immagini.

Con queste carte il bambino ancora una volta sperimenta, accresce la propria fantasia e impara giocando.

3) Più e meno

Progettato sempre da Bruno Munari nel 1970, e prodotto da Corraini Edizioni.

Materiale: carta trasparente.

In questo gioco le immagini sono stampate su carta trasparente, così da poter ottenere l’immagine completa sovrapponendo le diverse carte. Sovrapponibili e componibili a piacere, aggiungendo o togliendo le carte. Ancora una volta a partire dal gioco si possono raccontare storie, dove l’immaginazione è la protagonista fondamentale senza la quale non si può giocare!

4) Il gioco delle favole

Progettato da Enzo Mari tra il 1957 e il 1965 e prodotto da Corraini Edizioni.

Materiale: carta rigida.

Si tratta di una serie di lastre alte 20 cm e lunghe 50 cm. Su queste lastre vi sono stampati, su entrambi i lati, dei disegni di animali, alberi, piante, a simulare lo scenario di una favola, e hanno due incisioni laterali che consentono di incastrarle tra loro, come delle “quinte tridimensionali”. Grazie a queste incisioni il bambino è libero di creare infinite combinazioni e infinite favole. Le favole sono tante quante sono le possibili combinazioni tra le tavole, e soprattuto quanto è grande l’immaginazione del bambino.

5) Il posto dei giochi

Progettato da Enzo Mari tra il 1961 e il 1967, prodotto da Corraini Edizioni.

Materiale:  foglio di cartone ondulato.

Più che un gioco è un’attrezzatura per bambini, composta da un unico foglio in cartone cannettato, materiale leggero e atossico piegabile a fisarmonica, un semplice paravento che può diventare ogni genere possibile e immaginabile di spazio racchiuso e abitabile.

Il bambino, attraverso la propria fantasia, è libero di organizzare il proprio habitat.

Molti di questi giochi ci danno anche spunti per poter organizzare giochi a partire da materiali semplici come il cartone. Per gli adulti più fantasiosi si potrebbero anche proporre alcuni scenari con grandi scatole di cartone che insieme ai bambini possiamo far diventare una barca o un castello!

Che cos’è “giocare” per Bruno Munari e Enzo Mari

Mi piace concludere questo articolo con due citazioni, una di Bruno Munari e una di Enzo Mari, per ricordarci cosa sia lo spirito dell’infanzia e il gioco.

“ È una faccenda molto seria: il gioco non gli serve a passare il tempo, ma a capire il mondo.” Enzo Mari [1]

“Conservare lo spirito dell’infanzia dentro di sé per tutta la vita, vuol dire conservare la curiosità di conoscere, il piacere di capire, la voglia di comunicare.” Bruno Munari

Se volete approfondire la figura di Bruno Munari, uno dei massimi protagonisti dell’arte e del design del ‘900, che ha dedicato la propria attività alla ricerca e creatività, in particolare anche al mondo del bambino e dei giochi, potete visitare la pagina di MUNART, dedicata interamente a lui, il sito l’Associazione Bruno Munari fondata dal figlio che si occupa di diffondere le sue opere e il Metodo Bruno Munari®. Infine potete leggere il mio articolo A merenda con Bruno Munari, in cui vi ho parlato di Munari come progettista.


[1] ENZO MARI, 25 modi per piantare in chiodo, ediz. Mondadori, Milano, marzo 2011, 1° ediz., pag. 36.

Bibliografia:

CASCIANI STEFANO, Arte industriale, Gioco oggetto pensiero, Danese e la sua produzione, Arcadia edizioni, 1988, Lissone, pagg. 112-133
MUNARI BRUNO, Codice ovvio, Einaudi Letteratura, Torino, 1981, pagg. 14 – 15, 66- 69.
MENEGUZZO MARCO, Bruno Munari, Editori Laterza, 1993, Bari, pagg. 44 – 45, 80 – 81

Link:

https://www.corraini.com/it/autori/scheda/125/Bruno-Munari

http://www.brunomunari.it/index2.htm

http://www.munart.org/

https://www.unirc.it/documentazione/materiale_didattico/597_2012_322_15374.pdf

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1 Ottobre 2019 / / diotti.com

Torre Velasca dei BBPR ispira solo sentimenti forti. O la ami o la odi!

Mi ricordo benissimo il giorno in cui di LEI mi sono innamorata! Dovevo preparare un itinerario per storia dell’architettura e tra i tanti edifici da andare a fotografare avevo Torre Velasca.

Non so come mai. Non me ne ero più di tanto interessata prima di allora. Forse ci ero passata vicino un paio di volte da bambina, forse l’avevo vista da lontano qualche volta affacciata dalla terrazza Del duomo. Ma non aveva ancora attratto il mio cuore!

Invece quel giorno, sono uscita dalla stazione della metro Missori e mi sono ritrovata letteralmente ai suoi piedi!

Dal basso la guardavo, la ammiravo. Con le sue pareti in graniglia di marmo di colore rosa, tipico dell’architettura milanese. Con la sua altezza di circa 106 metri è stata tra i primi grattacieli della capitale lombarda. Però con i suoi pilastri e contrafforti parla e dialoga con il Castello, edificio monumentale storico di Milano.

Oggi ho provato a immaginarla con piante e alberi che abitano il suo tetto.

Chissà come sarebbe stata la Torre Velasca se i BBPR avessero considerato la Natura come elemento di progetto insieme al marmo rosa.

Qui trovate una breve descrizione a cura dell’Ordine degli Architetti di Milano.

Se non la conoscete, vi consiglio di andare lì di persona per poter capire se la amate o la odiate. (E se fate parte della seconda categoria, non ditemelo!)

Io da quel giorno ne sono follemente innamorata.

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26 Settembre 2019 / / Architettura

CasciNet e ARCò: agroforestazione urbana e architettura autocostruita con terra cruda

Che cos’è un Vivaio Agroforestale Urbano? L’ho scoperto facendo visita al Workshop Necessary Architecture organizzato da ARCò – Architecture and Cooperation in collaborazione con CasciNet.

Il Vivaio Agroforestale Urbano è una struttura multifunzionale concepita per supportare le attività agricole e di rigenerazione ambientale avviata da CasciNet.

Il workshop di autocostruzione del Vivaio Agroforestale, si è concluso venerdì scorso 20 settembre dopo un lavoro di due settimane. Si è svolto in via Piero Bottoni, tra i quartieri Vigentino, Corvetto e Chiaravalle, dove si trova un’area di circa 6 ettari che l’associazione CasciNet insieme a La Vitalba sta trasformando in un parco agricolo aperto alla cittadinanza.

Vivaio Agroforestale Urbano – Parco della Vettabbia

In una mattinata ho avuto così l’occasione di conoscere due realtà di cui mi sono subito innamorata, perché essendo sempre alla ricerca di tematiche legate al mondo dell’abitare naturale, ho potuto conoscere e approfondire due “mondi”. Il mondo dell’Agricoltura e Agroforestazione Urbana, grazie alla chiacchierata con Enrico Sartori di CasciNet, e il mondo dell’Architettura e Autocostruzione, grazie a Luca Trabattoni e Valerio Marazzi di ARCò – Architecture and Cooperation.

Partiamo dalla prima!

CasciNet e l’Agroforestazione urbana

CasciNet è una “Associazione di Promozione Sociale e un’Azienda agricola di Impresa Sociale” come è descritto nel loro sito. L’associazione organizza molte attività legate al mondo dell’agricoltura, l’arte, la cucina e l’ospitalità, per realizzare un modello di vita economico/sociale sostenibile [2]. Se volete conoscerli di persona vi suggerisco di andare in Cascina Sant’Ambrogio, recuperata dall’associazione CasciNet a partire dal 2012.

L’attività di Agroforestazione urbana che si sta avviando nel quartiere Vaiano Valle nel Parco della Vettabbia, tra Milano e il parco Agricolo Sud, ha come obiettivo quello di avvicinare la campagna alla città, di eliminare la distanza tra produttore e consumatore.

Quest’area fa parte del Parco Agricolo Sud, che si estende per ben 46.000 ettari ai confini sud, est e ovest di Milano. Lo sapevate che Milano ha il parco periurbano più grande di Europa? Ebbene sì. Il Parco Agricolo Sud è il parco periurbano più grande d’Europa [1].

Agroforestazione Urbana – Filari di piante forestali o da frutto

Lo scopo è di portare il
verde e le attività agricole all’interno della città, di tornare ad essere
produttori e cittadini attivi, non più solo consumatori e cittadini passivi.

In questo modo l’attività
agricola e l’utente finale si avvicinano. Il cittadino stesso, prefinanziando
l’attività agricola, diventa parte fondamentale dell’intero processo e non più
solo l’utente finale della catena e del ciclo produttivo.

I campi abbandonati diventano quindi protagonisti di una trasformazione al confine tra città e parco agricolo, con l’obiettivo di realizzare un sistema agroforestale, ovvero un sistema complesso in cui si coltivano alberi forestali e da frutto. Un sistema che imita il sistema stratificato del bosco o della foresta, basandosi sulla teoria che una foresta è un ecosistema biodiverso e ricco più di quanto lo sia una coltivazione di tipo seminativo.

Una pianta che si trova all’interno di una nicchia ecologica cresce meglio e da frutti migliori!

Per questo motivo sono stati piantati filari di alberi, in alternanza albero da frutto e non da frutto, Sambuco alternato a Pioppo. L’impegno è quello di piantare in due anni circa 4000/5000 alberi forestali o da frutto, ricoprendo il terreno con uno strato di cippato, legno ridotto in scaglie con dimensioni variabili, prodotto di scarto derivato dalle potature degli alberi di Milano. Coprendo il terreno con lo strato di cippato viene avviato un sistema agroforestale senza l’uso di irrigazione detta anche pacciamatura. Lo strato di cippato trattiene l’acqua piovana e la rilascia gradualmente.

Agroforestazione Urbana e Pacciamatura

ARCò -Architecture and Cooperation e il Workshop Necessary Architecture

Arriviamo
alla seconda realtà!

ARCò – Architecture and Cooperation una cooperativa fondata da un gruppo di ingegneri e architetti che opera soprattutto in contesti di emergenza. ARCò è anche una scuola, che propone workshop a studenti e progettisti. Per ogni workshop vengono preparati libretti di istruzione da utilizzare come punto di partenza per i cantiere scuola.

La scuola ARCò “è nomade, va dove serve” [3]. E in questo caso sono andati nel quartiere Vaiano Valle di Milano per costruire il Vivaio Agroforestale per CasciNet!

ARCò è una cooperativa di lavoro che opera in contesti di emergenza impiegando soprattutto materiali locali, riciclati, alla fine del loro ciclo di vita o naturali, come si vede dai loro progetti, a basso consumo energetico quando possibile, impiegando tecniche locali e semplificate insieme all’autocostruzione come sistema di partecipazione costruttiva.

Vi descrivo brevemente tre progetti realizzati da ARCò per conoscere meglio questa cooperativa.

Scuola nel Villaggio beduino Jahalin di Al Khan Al Ahmar a Gerusalemme

Il primo progetto realizzato è una Scuola in un villaggio beduino a Gerusalemme.

La tecnica costruttiva impiegata per questa scuola
prevede l’uso di pneumatici usati riempiti di terra.

Prima di iniziare la sua realizzazione in Palestina,
ARCò ha costruito un prototipo in Italia che è stato utile per capire la tecnica
da impiegare, i suoi limiti e come migliorarla, ad esempio con l’uso di uno
scavo per la parete.

In ARCò la scelta delle tecniche da utilizzare si
combina sempre con una sperimentazione sul campo, per poter “sperimentare” la
tecnica scelta attraverso la prova empirica testandola e poi applicandola.

Scuola nel campo beduino Wadi Abu Hindi, Al Azarije

Il secondo progetto si tratta di una Scuola nel campo beduino Wadi Abu Hindi, un progetto di recupero di una scuola esistente, dove si doveva conservare l’involucro in lamiera.

scuola primaria _ wadi abu hindi foto ©Andrea&Magda

In questo caso hanno lavorato sull’isolamento realizzando un cappotto interno in legno e paglia rifinito con cannucciato di bambù e intonaco in calce; e sul principio della ventilazione naturale grazie alla realizzazione di finestre a nastro all’intradosso del tetto, che è stato sostituito con lastre di pannelli sandwich, sollevato e inclinato.

Anche qui i principi sono ricerca e tecnica applicata al contesto ambientale, insieme ai principi di autocostruzione, in modo da poter lasciare alla comunità locale un’esperienza e la conoscenza di una tecnica. E i materiali utilizzati sono tutti di provenienza artigianale e/o locale.

Asilo nel villaggio di Um al Nasser nella striscia di Gaza

Il terzo progetto che vi racconto, un Asilo nella striscia di Gaza, è stato realizzato insieme alla comunità locale e la tecnica scelta è stata quella degli earthbags – sacchi di terra. I muri della scuola  sono stati così realizzati con sacchi di terra pieni di sabbia e terra di scavo.

asilo _ um al nasser – gaza – foto di ARCò
asilo _ um al nasser – gaza – foto di ARCò
Workshop Necessary Architecture

I principi dei progetti di ARCò – Architecture and Cooperation, che sono:

  1. usare materiali e tecniche locali, materiali naturali o riciclati
  2. progettare edifici autosufficienti, a basso consumo energetico
  3. sperimentare sul campo (attraverso workshop)
  4. realizzare in autocostruzione

sono stati alla base anche del worskhop Necessary Architecture a Vaiano Valle.

In questo caso, come negli altri progetti, la realizzazione del workshop di ARCò parte da un bisogno reale: una struttura che possa servire da supporto per le attività agricole avviate da CasciNet per l’Agroforestazione Urbana.

Autocostruzione di un Vivaio Agroforestale Urbano – a cura di ARCò e CasciNet

Questa struttura è stata realizzata con la tecnica del Pisè – terra compressa – utilizzando la terra locale compressa all’interno di pallet riciclati. I pallet sono stati utilizzati per realizzare il muro del vivaio agroforestale insieme al supporto di assi da ponteggio impiegati come elementi orizzontali e verticali. Il terreno è stato prima analizzato per capire se possibile utilizzarlo così come era. In questo caso era molto argilloso, quindi è stato utilizzato senza nessuna modifica. In questo modo sono state realizzati i muri in pallet e terra cruda. Come si vede dalle foto, sono state lasciate alcuni “spazi vuoti” dove verranno inseriti i serramenti, anche questi riciclati.

Vivaio Agroforestale Urbano – ARCò e CasciNet
Vivaio Agroforestale Urbano – ARCò e CasciNet

Il muro a nord è stato invece realizzato con un’altra tecnica. Una fila di pallet su cui è stata “lanciata” un misto di terra e paglia, usata come legante. La terra è stata quindi impastata insieme alla paglia, realizzando delle palle con le mani, ed è stata poi lanciata sul muro con supporto in pallet. Per aiutare e velocizzare la realizzazione del muro con questa tecnica sono state usate anche canne di bambù di circa 8 cm posate in orizzontale ogni 30, che alla fine sono state tolte lasciando il muro di terra e paglia.

Vivaio Agroforestale Urbano – ARCò e CasciNet

Infine, sono state aggiunte finestre in legno di diverse dimensioni. I serramenti, in linea con i principi del riuso, sono stati recuperati da un falegname che sostituisce serramenti durante le ristrutturazioni a Milano. E sono state montate per illuminare con luce naturale l’interno della struttura che verrà utilizzata come supporto al Vivaio Agroforestale.

Vivaio Agroforestale Urbano – ARCò e CasciNet

Ringrazio CasciNet e ARCò per avermi ospitato sul “campo” e avermi raccontato la loro associazione e cooperativa. Invito tutti, in particolare chi volesse vedere di persona la struttura realizzata del Vivaio agroforestale urbano, a partecipare il prossimo weekend 27, 28 e 29 settembre alla Fanfarata. Ci sarà un corteo sabato 28 Settembre alle 15, che parte da Cascina Nosedo e attraverso un percorso nelle zone cittadine recuperate dal degrado e ora destinate agli orti sociali, arriva al Parco della Vettabbia e al vivaio sociale.


[1] https://www.milanocittastato.it/evergreen/forse-non-sapevi-che/milano-ha-il-parco-periurbano-piu-grande-deuropa/

[2] www.cascinet.it

[3] http://www.ar-co.org/it/scuola/home/intro/index.php

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1 Settembre 2019 / / Architettura

In questi giorni mentre leggevo diversi articoli riguardanti l’architettura sostenibile, il cambiamento climatico, l’economia circolare, mi sono venute in mente alcune domande.

Come avrebbero costruito gli architetti del passato se avessero vissuto in questi anni? Come sarebbero state le loro architetture? Come sarebbe stata Ville Savoye o Torre Velasca?

Da qui l’idea di rappresentare le architetture del passato immaginate ai giorni d’oggi attraverso la tecnica del collage. Una tecnica che amo molto perché a differenza del fotomontaggio si distacca dalla realtà. Il collage lascia libero spazio alla fantasia sia di chi lo realizza che di chi lo guarda.

– – – – – – – – – – – – – – – –

Inizio questa raccolta da Ville Savoye, in omaggio ad uno dei più celebri architetti del passato: Le Corbusier.

Le Corbusier fu tra i primi a utilizzare il cemento armato ma anche a ideare il “Tetto-giardino”.

Ritroviamo infatti nel suo libro “Vers une Architecture” del 1923 tra i cinque punti alla base del nuovo modo di concepire lo spazio architettonico – ovvero i pilotis , la plan libre, la facciata libera e la finestra a nastro- proprio il Tetto-giardino.

E allora perché non immaginare Ville Savoye come una grande cisterna di raccolta delle acque piovane ? Uno degli strumenti utilizzati per realizzare edifici energeticamente sostenibili.

Buon 1° settembre e buon collage!

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