2 Maggio 2020 / / Luxemozione

L'articolo Illuminazione per i luoghi di cura, un approccio olistico proviene da Luxemozione.

In questo periodo di emergenza sanintaria causata dal COVID_19, che ci ha costretti a rimanere a casa, ci si domanda come trovare il benessere tra le mura della propria abitazione. Tuttavia, oggi vorrei portare all’attenzione il benessere di chi non può scegliere dove stare e creare il proprio scenario ideale, ma è obbligato a “subire” un habitat preconfezionato. Proprio come accade nelle case di cura, negli ospedali, ecc. dove, alle soluzioni progettuali volte al benessere, non deve mai venir meno anche il rapporto umano e la dignità del paziente.

Immagine in header cortesia Luke Jones via Unsplash

LUCE PER I LUOGHI DI CURA

Grazie al particolare momento storico che stiamo vivendo, si è sviluppata una maggiore consapevolezza sul tema della salute e del benessere al centro dell’uomo e la luce, coniugata ad una progettazione d’eccellenza, può giocare un ruolo chiave in questo.

La luce è da sempre fondamentale per l’essere umano, oggi più che mai diventa elemento di grande rilievo, integrandosi con il progetto architettonico già nelle fasi preliminari. La luce non è solo un numero o un valore da calcolare preso da una normativa, ma un elemento da progettare in considerazione delle esigenze dell’individuo. Un approccio “Humanc Centric“, che dovrebbe essere normale quando si parla d’illuminazione

Sta a noi Lighting Designer, professionisti che operano esclusivamente nei settori dell’illuminazione, dimostrare che con un progetto pensato si possono ottenere risultati completamenti diversi dallo standard, anche mantenendo i limiti di un budget stabilito. La differenza risiede nel concept progettuale: in assenza di  questo ogni soluzione perde di valore.

Qua sotto a titolo d’esempio alcune immagini del progetto, per la Novamed Policlynic di Zagabria, realizzato dal lighting designer Dean Skira nel 2011.

Ancora oggi non viene conferita la giusta importanza all’illuminazione nei luoghi di cura, a partire dalle case di riposo fino ad arrivare agli ospedali. Si è prestato un minimo di attenzione solo ai reparti maternità o alla pediatria, vedi l’esempio “L’isola di Margherita” presso il Regina Margherita di Torino o pochi altri esempi d’eccellenza. Qua di seguito alcune foto del reparto L’isola di Margherita, inaugurato nel 2016

Come professionisti del settore, notiamo che nella maggior parte dei casi nelle RSA non si tiene conto del benessere psicofisico dell’utente. L’aspetto principale su cui dovrebbero basarsi i concept progettuali per questi ambienti, sia in termini di arredo che d’illuminazione, è quello del “sentirsi a casa”, ma solo in pochi casi è così.

In particolare le soluzioni di illuminazione utilizzate sono, per la maggior parte, poco coerenti con una qualsiasi definizione di benessere. Il concept è completamente assente e ogni scelta è chiaramente frutto di logiche volte al massimo risparmio. Una sorta di ricerca sadica del brutto, le immagini qua sotto sono abbastanza chiare in merito, soprattutto se confrontate con quelle  più sopra del Regina Margherita, o della Novamed Polyclinic.

La luce, appare evidente, è un elemento che può generare benessere, ma solo se la soluzione adottata è frutto di accurate logiche di progetto, e non prerogativa delle logiche commerciali volte al risparmio di cui si diceva sopra: in questo modo non è forse come risparmiare sulla salute dei degenti?

Questi luoghi sono ridotti comunemente a ruolo di non luoghi asettici; gli ambienti dedicati alle attività collettive o i salottini non presentano una distribuzione armoniosa degli spazi e l’illuminazione si risolve spesso con pannelli led 60×60 caratterizzati perlopiù da una luce diffusa di pessima qualità, bassa resa cromatica e con temperatura di colore elevata.

In una casa di cura, ad esempio, sarebbe invece più incisivo poter dare la possibilità all’anziano di scegliere se sprofondare comodamente sulla poltrona vicino alla lampada da terra per la lettura, oppure sedersi sul tavolino illuminato da una sospensione per fare una partita a carte, o se posizionare la sua sedia a rotelle vicino alla finestra per osservare l’esterno, oppure se rimanere nella penombra per vedere la tv, esattamente come a casa.

Ai pazienti però non è permesso di scegliere, sono costretti a permanere, magari assieme ai parenti, in stanze comuni o nelle camere di degenza sotto una luce uniforme con elevati livelli d’illuminamento, dove vien meno ogni senso di privacy e quel “sentirsi a casa” che si menzionava più sopra.

LUCE COME ELEMENTO PER CREARE COMFORT

Ma in che modo la luce può aiutare a rendere più umani questi ambienti? La risposta risiede ancora una volta in una progettazione della luce completa, che parte da semplici nozioni compositive, fino ad arrivare alle ultime ricerche sulla relazione tra luce e wellbeing.  Gli strumenti ci sono, la tecnologia ha oggi possibilità inimmaginabili, la ricerca va oltre l’aspetto percettivo, fino ad arrivare alle più moderne analisi sui modi in cui la luce influenza i ritmi circadiani.

Melanopic lighting by zumtobel
Illuminazione Circadiana, fonte Zumtobel Group
Melanopic lighting per le case di cura per anziani
Design della luce nelle case di cura per anziani, secondo criteri che considerano l’andamento dei ritmi circadiani. Immagine cortesia prof. M.Rossi Politecnico di Milano

La luce colorata può influire sullo stato d’animo del paziente e utilizzata attraverso protocolli professionali può anche essere curativa.

Immaginiamo ad esempio il beneficio che potrebbero avere i pazienti con fragilità mentale se potessero gestire in autonomia il proprio scenario, se potessero creare ogni volta un ambiente di diverso colore in base allo stato d’animo del momento. Oppure scenari di luce dinamici per i reparti oncologici, in particolar modo per gli ambulatori dove i pazienti sostano per ore in attesa di terminare le lunghe cure: si potrebbe integrare la luce funzionale, necessaria ai medici per le visite e per avviare le cure, con una luce emozionale gestita direttamente dall’utente, sia in termini d’intensità che di colore della luce.

Ma sarebbe anche importante avere un occhio di riguardo per gli operatori, in particolare per i locali destinati al loro riposo. Non meritano un po’ di benessere anche loro? Invece che ritrovare le forze con una tazza di caffè illuminati da una meravigliosa quadrotta 60×60 installata solo perché economica e facile da installare. Quanto sarebbe bello essere illuminati da una piantana a luce diffusa e ritrovare l’armonia di casa?

Atrio illuminazione a radenza

Bisogna slegarsi dai concetti standard d’illuminazione: luci centrali in fila nei corridoi, distribuzioni simmetriche di pannelli led nel resto degli ambienti. La luce non si può fermare qui, non può più essere solo immaginata come luce funzionale calata dall’alto, esistono anche le riflessioni e gli effetti radenti sulle pareti, esistono soluzioni che possono trasformare la visione e la fruizione degli ambienti, il progetto illuminotecnico va necessariamente integrato con il progetto architettonico per una visione più “well-being”.

È ora di ripensare gli spazi, serve qualità, serve un approccio olistico, serve benessere e la luce è il primo mezzo per raggiungere questo obiettivo, la luce è vita, va progettata con consapevolezza.

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14 Aprile 2020 / / Luxemozione

L'articolo Hacking with light, una contaminazione tra luce e design alla Design Week di Udine. proviene da Luxemozione.

Bentrovati, vi scrivo dal mio auto-isolamento da COVID_19, che dura ormai dai primi di marzo. Ben prima che venisse chiuso tutto dal susseguirsi di DPCM che ben conosciamo; nel frattempo il “mondo è andato avanti”.

Nota positiva di questa clausura forzata dall’emergenza sanitaria, è la scoperta dell’uso di strumenti di comunicazione da remoto che, per molti, fino a 2 o 3 mesi fa, erano fantascienza. Personalmente, da bravo nerd, ho sempre avuto una particolare predilezione per questi strumenti (Teams, Zoom, Meet e Jitsi non vi temo!), che sto sfruttando al meglio tra una lezione e l’altra al Polimi, alternata a meeting con i colleghi di APIL e incontri con altri amici e colleghi di lavoro.
In uno di questi meeting (l’inglesismo è d’obbligo) ho incontrato l’amica Giorgia Brusemini, già ospite di Luxemozione in diverse occasioni,  che non ha bisogno di molte presentazioni. Vi rimando in merito a questo link, dove trovate un po’ di info aggiuntive.

Giorgia al momento ricopre il ruolo di Ambasciatrice Italiana del progetto internazionale Women in Lighting, un ruolo che, devo dire, le ha dato una rinnovata propulsione verso attività di promozione fattiva della cultura del design della luce e del prodotto.

Durante la lunga chiacchierata in Zoom, che è andata ben oltre i 40 minuti di limite imposti dal sistema in versione free, Giorgia mi ha raccontato del suo progetto Hacking with Light, presentato durante la Udine Design Week, rassegna che si è svolta a Udine ai primi di Marzo. Un evento che è passato un po’ in sordina a causa delle incertezze, allora nascenti, causate dall’emergenza sanitaria COVID_19 che stiamo vivendo ancora oggi.

Foto Crediti Nicol Piccini @madein.it Serata di presentazione dell’installazione Hacking with Light, con Virginio Briatore, Giorgia Brusemini e Patrizia Moroso.

La rassegna del design della città Friulana, si è svolto in regime cautelativo: ai tempi non c’era il Lockdown, ma solo una prassi di sicurezza volta ad evitare assembramenti. Il tema centrale della design week è stato “Naturalmente artificiale/Artificialmente naturale“: un incontro con il mondo industriale che strizza l’occhio alla sostenibilità, perseguibile sia a livello produttivo, attraverso l’utilizzo di materiali riciclati, sia nell’ambito artistico, attraverso oggettistica, creazioni e installazioni che, grazie all’impiego di questi materiali, trovano un proprio spazio e una propria esplicazione progettuale.
Qua una preview della pubblicazione Women in Lighting Italy esposta durante la Design Week alla cui stesura hanno partecipato, oltre a Giorgia Brusemini, Giordana Arcesilai, Camila Blanco, Simona Cosentino, Giusy Gallina, Marta Naddeo e Sarah E. Sartore.

Hacking with Light.

Dunque è proprio all’interno di questa parentesi che Giorgia, con il supporto di Moroso e di Formalighting, ha realizzato la sua installazione intitolata Hacking with Light…al calar della sera.

Di fatto la realizzazione si pone come obiettivo quello di operare un “hackeraggio” luminoso su un oggetto di design, che in questo caso era una seduta. Come mi ha raccontato Giorgia, una contaminazione tra design della luce e un prodotto, che normalmente non ha nulla a che vedere con l’illuminazione artificiale.

Ma attenzione (la sfumatura magari non è chiara a tutti), qua non si parla di luce come oggetto per fare luce da scegliere a catalogo, ma come materiale di design,  perfettamente integrata con l’architettura. In questo caso l’architettura è quella dellla seduta Shadowy di Moroso, disegnata da Tord Boontje, le cui volute sono rischiarate da una fonte di luce artificiale nascosta, a ricordare la luce naturale che penetra tra i decori di una volta di un palazzo.

Qua di seguito Immagini dal concept light realizzati da Giorgia Brusemini

In questo caso ogni scelta, come in ogni design che si rispetta dovrebbe accadere, è figlia di un concept e di un’attenta analisi delle caratteristiche formali dell’architettura della seduta e comprensione dei limiti e potenzialità dei sistemi d’illuminazione utilizzati.

Solo così si può arrivare alla massima integrazione tra le parti, obiettivo confermato anche dalle parole di Patrizia Moroso che, durante il talk di Udine, afferma:“Sembra che la seduta Shadowy sia nata per essere illuminata!”

Nelle immagini sopra Hacking With Light, installazione dei moduli LED 3000K di Formalighting. L’alimentatore è nascoso nella parte inferiore della seduta. Gli elementi sono disposti in modo da non creare abbagliamento e consentire al contempo la lettura di un libro, comodamente seduti.

Più nel dettaglio, Hacking with light non si limita ad inserire luce artificiale in un oggetto che solitamente ne è privo, ma si pone come obiettivo quello di definirne una nuova dimensione spaziale e funzionale.

“Trasformando Shadowy in una seduta da lettura da esterno a godersi la frescura di un parco o di uno spazio urbano, anche di notte

L’installazione pone l’attenzione sulle opportunità che si aprono, nell’utilizzo consapevole e calibrato della luce artifi­ciale, come elemento di valorizzazione degli spazi della città durante le ore notturne. Indica nuove vie “gentili” per far vivere lo spazio urbano anche dopo il tramonto, rendendo accessibili spazi inutilizzati e invitando a nuove pratiche di socializzazione.

Dunque un potente intervento di contaminazione tra le arti, che vede protagonista la luce come materia e il design di prodotto: un’ottima strategia per spiegare l’importanza della luce, utilizzando il design di prodotto come medium. Ottimo lavoro Giorgia!

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14 Febbraio 2020 / / Luxemozione

L'articolo Il lightpainting come strumento di racconto, intervista a Felicita Russo proviene da Luxemozione.

Quando si parla di light-painting  (disegnare con la luce) è immediato il rimando alle sperimentazioni dell’uso del medium fotografia più luce artificiale, condotte tra gli anni ’30 e ’50 del secolo scorso da fenomenali artisti quali Man Ray e dall’accoppiata Picasso-Gjon Mili. Il primo con un una serie di auto scatti intitolati “Space Writing” (ManRay 1935), in cui si immortala, con una macchina fotografica dall’otturatore completamente aperto, nell’atto di disegnare nello spazio con una piccola torcia. Mentre più conosciute sono le serie note come “Light Drawings”, nate nel 1949 dal lavoro congiunto tra il fotografo Gjon Mili e Pablo Picasso.

Stiamo parlando di prime applicazioni, nell’ambito delle arti, dell’uso della luce artificiale, elemento che racchiude una dualità intrinseca di tecnica ed emozione (Lux+Emozione). Oggi questa tecnica si è evoluta assieme alla tecnologia, sia della fotografia digitale, che d’illuminazione con i LED, dando vita ad un filone di fotografia artistico-sperimentale noto come lightpainting.

Venendo al punto di quest’articolo, nel mio girovagare alla ricerca di elementi interessanti d’ispirazione da pubblicare proprio qua su Luxemozione, ho scoperto il lavoro di una bravissima fotografa sperimentale, Felicita Russo, che ha saputo raccogliere nel proprio lavoro di ricerca una perfetta sintesi tra tecnica ed emozione. Ho deciso dunque di intervistarla, per farmi raccontare della propria esperienza. Molto interessante davvero. Per maggiori info rimando al sito di Felicita Russo

Felicita russo autoritratto
Immagine in header: Autoritratto – cortesia Felicita Russo

Ecco dunque cosa mi ha raccontato

GR: Ciao Felicita, sono andato a sbirciare il tuo profilo, leggo atmospheric physics researcher, definizione che mi incuriosisce molto . Mi vorresti raccontare di te, della tua formazione e i momenti salienti del tuo percorso professionale ed artistico?

FR: Salve Giacomo, innanzitutto voglio ringraziarti per la domanda. Tutta la storia, che come immaginerai include sia la mia formazione che il mio percorso artistico che da sempre sono intrecciati fra loro, comincia da quando ero adolescente. Sin da piccola avevo un dono: mi piaceva disegnare. Disegnavo ovunque ci fosse un foglio bianco, persino sull’agenda telefonica di mia madre (la quale forse non ne era molto contenta ma quasi mi lasciava fare). Quando ero alle scuole elementari e medie avevo chiaro in mente che avrei voluto seguire questa passione, imparare a dipingere, ma quando è arrivato il momento di scegliere una scuola superiore il mio desiderio di andare al liceo artistico non fu ben visto dai miei genitori, che avrebbero preferito che studiassi almeno al liceo scientifico (visto che ero brava in matematica dalle elementari) e così ho fatto.

Durante gli anni del liceo, nel 1986, la cometa di Halley passò al perielio e mio padre ci portò all’osservatorio astronomico di Capodimonte, dove il soci dell’Unione Astrofili Napoletani (UAN) organizzavano osservazioni della cometa al telescopio, cosa che non fu peraltro possibile quella sera per il cattivo tempo. Ricordo che quello fu il momento esatto in cui m’innamorai dell’astronomia, entrai quindi in contatto con l’UAN e cominciai la mia esplorazione dell’Universo frequentando uscite fotografiche astronomiche ogni volta che potevo.

La cometa di Halley
Foto Cometa di Halley. Immagine cortesia © NASA

Grazie a loro imparai a sviluppare e stampare in bianco e nero in casa. Divenne una sorta di ossessione per me, l’Universo aveva un grandissimo fascino tanto da farmi scegliere di proseguire gli studi dopo il liceo e frequentare il corso di laurea in Astrofisica all’Università Federico II e in seguito il dottorato di ricerca in fisica dell’Atmosfera all’University of Maryland Baltimore County, a Baltimora negli stati Uniti.

Parallelamente ai miei studi di fisica e astrofisica, con l’aumentare della consapevolezza sulla natura della luce cominciai ad avvicinarmi al lightpainting. Inizialmente il lightpainting era un modo “alternativo” di illuminare nature morte, poi divenne ben altro. Ed ora con il mio “ritorno” alla polaroid il mio lightpainting è diventato a pieno titolo il modo in cui io mi esprimo fotograficamente.

GR: Mi puoi raccontare, se esistono, degli elementi o personaggi del passato e del presente che hanno ispirato particolarmente la tua attività creativa e di ricerca?

FR: Sicuramente il primo che mi viene in mente è stato Man Ray, avendo cominciato a sperimentare con i rayogrammi nella camera oscura quando ero adolescente, ma restarono semplicemente degli esperimenti, senza mai ricevere da me le attenzioni che meritavano. Un po’ dovuto anche alla mancanza di cultura fotografica che avevo nella mia adolescenza, presa come la maggior parte dei ragazzi di quell’età, da innumerevoli inquietudini interiori che mi distraevano dallo “studio” dell’arte e dall’approfondire la fotografia oltre il mezzo tecnico. In questo mi è mancata molto la formazione artistica, che è arrivata per me in età molto più avanzata.

Man Ray Rayogramma
Un esempio di Rayogramma o Rayografia realizzato da Man Ray ad inizio del ‘900.

Di sicuro nel momento il cui a 26 anni mi sono trovata ad avere il mio primo lavoro di ricerca (ero assistente alla ricerca a UMBC) e ad essere economicamente indipendente, mi sono sentita un po’ più libera di “guardare” ciò che altri fotografi hanno fatto.

Una persona che ha influenzato fortemente il mio incontro con la polaroid è stata Kathleen Thormond Carr. Grazie ai suoi libri “ Polaroid Manipulations” e “Polaroid tranfers” comprai la mia prima folding polaroid Sx-70. Una vera e propria rivoluzione per me, un cambio di paradigma che mi spinse anche a sperimentare tecniche alternative in camera oscura, come costruire una camera stenopeica e fotografare con pellicola infrarossa. Quello fu un momento molto creativo per me.

Polaroid_SX-70

GR: Vorrei soffermarmi sulla tua passione per il lightpainting, mi vuoi raccontare nel dettaglio di quest’aspetto?

FR: L’interesse per il lightpainting per me comincia intorno al 2007, quando finisco gli studi negli Stati Uniti e torno in Italia. Vinco un concorso da ricercatore precario al CNR di Potenza e acquisto la mia prima reflex digitale. Un giorno ero in visita a casa dei miei genitori e provai a creare un piccolo stop motion, era affascinante per me come in pochi minuti si potessero creare decine di immagini che poi potevano facilmente essere montate in sequenza per generare un video. Così cominciai a cercare su youtube quali tipi di stop motion facessero gli altri e scoprii un filone di video stopmotion con lightpainting che mi colpì moltissimo.

L’idea di creare “cose” con delle semplici luci LED mi affascinava tantissimo e da lì è partita l’esplorazione. Quando ho “incontrato” sui social altri artisti con la stessa passione, allora questa è letteralmente decollata. Il fatto solo di poter acquistare strumenti prodotti appositamente per il lightpainting è stata una fonte inesauribile di motivazione a provare nuove tecniche e quando finalmente ho trovato un tema che mi ha ispirato, e delle persone che potessero aiutarmi, allora è nato il progetto “Bologna: Racconti con un fil di luce”.

GR:In particolare sull’aspetto tecnico, in che modo la fotografia digitale ha cambiato o sta cambiando il tuo modo di approcciarti a questa tecnica d’espressione?

FR: Da questo punto di vista in realtà temo di aver fatto il percorso inverso. Io ho cominciato a fare lightpainting esclusivamente in digitale. Col senno di poi la capacità di vedere subito l’immagine che si è prodotta è di grandissimo incoraggiamento ad avvicinarsi questa tecnica. Diversamente non poter vedere subito il risultato sarebbe potuto essere un grande ostacolo e avrebbe sicuramente richiesto una maggiore dedizione che non tutti hanno. Una volta scoperte le possibilità della tecnica in digitale, anche osservando il fantastico lavoro di Brian Matthew Hart e Chris Bauer con i mosaici, ho pensato che sarebbe stato interessante usare le polaroid, storicamente usate per fare mosaici, per fare mosaici polaroid in lightpainting. Devo confessare che ad oggi ancora non ne ho fatto uno degno di questo nome, ma è ciò a cui la mia produzione fotografica degli ultimi anni mi ha preparato, ne sono certa!

Bologna: Racconti con un fil di Luce

GR: Hai voglia di raccontare ai lettori di Luxemozione di una tua opera di light painting, a cui sei particolarmente legata?

FR: Tutto il lavoro fatto, assieme ai soci dell’ Associazione Culturale Provediemozioni, della quale faccio parte, per la recente mostra “Bologna: racconti con un fil di luce” che si è tenuta a Bologna nell’ambito di ArtCity Bologna è stato davvero importante per me e per tutti i soci che a vario titolo hanno partecipato.

Tutto è partito da una uscita serale in città che avevo proposto ai soci, per vedere se fosse possibile fare lightpainting davanti ad alcune delle icone monumentali di Bologna. Dopo quella sera, a parte l’esito soddisfacente dell’uscita fotografica che ha prodotto immagini davvero piacevoli e accattivanti, le foto sono state viste dal presidente e dal segretario della Consulta Tra le Antiche Istituzioni Bolognesi e dall’associazione Succede solo a Bologna e ci è stata proposta una collaborazione per un lavoro da presentare ad ArtCity Bologna.

Il difficile a quel punto era trovare un filo conduttore che mettesse tante foto, scattate in luoghi ben precisi ai quali abbiamo avuto accesso privilegiato, ma tutti diversi fra loro, assieme in un lavoro organico. In quel periodo leggevo a mio figlio una raccolta di racconti che si chiamava la signora dei gomitoli” di Gisella Laterza, in cui una signora girava l’Italia raccontando storie ai bambini mentre con un gomitolo lavorava ai ferri un maglione. Fu così che il filo di un gomitolo si trasformò nel filo di luce che illuminava pian piano gli scorci dei quali eravamo testimoni, quel filo di luce li sottraeva all’oscurità per renderli visibili a tutti.

Ecco un video racconto della mostra Bologna: racconti con un fil di luce .

In particolare, di tutto il lavoro fotografico fatto, che ha visto la partecipazione di più persone a tutti gli scatti, che al momento include 53 immagini, suscettibili di espansione dal momento che altre istituzioni ci hanno già chiesto di essere incluse nel progetto, le foto più significative secondo me sono due.

La prima scattata sulla scalinata che porta alla cripta di San Zama, che ritrae una presenza umana seduta dietro le sbarre la quale luce riesce ad evadere dalla prigione: questa foto rappresenta la triste capacità umana a volte a perdere il lume (la guida illuminata), a segregare la luce (il bene) in una prigione, schiavi delle negatività. A me piace pensare che la luce non possa restare troppo tempo nelle segrete ma trovi a suo modo sempre un’occasione di evasione.

la luce intrappolata nelle segrete riesce ad evadere. Cripta di San Zama, Bologna.
la luce intrappolata nelle segrete riesce ad evadere. Cripta di San Zama, Bologna.

Questa foto in particolare è frutto di una idea di Viola Corinaldesi per il disegno dell’omino, in cui io ho collaborato alla scia di luce “evasa” dalla prigione.La parte suggestiva è che la cripta di San Zama è una delle chiese più antiche di Bologna.

Un’altra foto molto significativa è quella del filo di luce che esce da uno dei cunicoli dei Bagni di Mario. Questo è un luogo surreale, una cisterna in pietra e arenaria atta a raccogliere e portare l’acqua alla famosa fontana del Nettuno, simbolo di Bologna.

filo di luce nei sotterranei dei Bagni di Mario, Bologna.
filo di luce nei sotterranei dei Bagni di Mario, Bologna.

Una location in cui abbiamo passato ore e ore, difficoltosa per la presenza di innumerevoli pozzi e buche. Ogni cunicolo ed ogni passaggio si prestavano ad essere illuminati dal nostro filo di luce che, come l’acqua faceva una volta, sembrava scorrere via verso l’esterno.

GR: Ci sono desideri o progetti futuri che vorresti vedere realizzati?

FR: Il mio desiderio per il futuro è senza dubbio ambizioso, ma è una cosa che mi sta davvero molto a cuore. Vorrei che il lightpainting venisse preso seriamente dalla comunità fotografica, Italiana innanzitutto e internazionale poi, ma per fare questo i purtroppo ancora pochi fotografi che usano questa tecnica, e ci sentiamo chiamati in causa anche noi di Provediemozioni. Dovrebbero cominciare a porsi seriamente la domanda di cosa vogliono raccontare. Senza una storia il lightpainting rimarrà ancora a lungo quello che secondo me è adesso, ovvero un esercizio tecnico delle capacità di ognuno di noi. Io credo che possa essere invece sviluppato al di là della tecnica (che è giusto che sia il primo aspetto sul quale focalizzarsi all’inizio) come reale strumento di racconto. Mi piacerebbe che ci fosse un punto di riferimento collaborativo che riuscisse a mettere assieme tutti gli artisti Italiani per sviluppare questa tecnica e portarla un po’ oltre, e spero che l’esperienza fatta a Bologna possa fare da faro anche per altre realtà. L’Italia è piena di storie che vale la pena raccontare, e un filo di luce può andare molto ma molto lontano.

L'articolo Il lightpainting come strumento di racconto, intervista a Felicita Russo proviene da Luxemozione.

19 Gennaio 2020 / / Luxemozione

L'articolo LUMINA: Museo luminoso Diffuso a Salerno proviene da Luxemozione.

Bentrovati in questo nuovo anno a doppio 20. Quest’anno mi sono ripromesso (tra i buoni propositi dell’anno nuovo) di riprendere a scrivere con continuità su Luxemozione. Il 2019 che è da poco passato è stato, per quanto riguarda l’attività di questo blog, un anno sabbatico.

Ed eccomi qua di nuovo a parlarvi di luce. In particolare oggi vi riporto di un evento che è legato, nello specifico, ad una tematica che mi sta molto a cuore. La luce, non solo come termine quantitativo, ma come materiale di design e riqualificazione dello spazio urbano; attraverso il quale è possibile analizzare le attività, i flussi e le abitudini di tutti noi che viviamo la città.

Un tema più volte trattato su Luxemozione, e che mi accompagna ed appassiona da sempre.

Dunque, vi racconto l’antefatto: in chiusura di 2019 sono stato contattato da Blam, collettivo con base a Salerno, di cui potete leggere maggiori info qua, che ha tra gli obiettivi proprio l’indagine della relazione stretta tra abitanti e habitat e strategie di rigenerazione urbana, volte alla genesi di nuovi servizi culturali e creativi. Nello specifico il Blam stava lanciando un nuovo progetto/concorso intitolato Lumina: Museo Luminoso Diffuso.

Per rendere meglio chiari gli obiettivi di questo progetto, vi riporto qua di seguito un estratto dal loro sito, che racconta della genesi dell’idea:

[…]Un Museo Luminoso Diffuso avrebbe meglio accolto le riflessioni sul Patrimonio Culturale del centro storico di Salerno, al fine di ottenere nel tempo una mappatura condivisa di luoghi fragili da tornare a chiamare e ri-conoscere con il proprio nome, attivando riflessioni su questi spazi urbani durante l’intero anno, mettendo insieme cittadini, amministrazione, artisti che utilizzano la luce come mezzo espressivo per concludere, avviare, inserirsi in un discorso urbano e sociale più ampio, capace di generare tradizioni.

Insomma (citando in parte Munari) gli ingredienti giusti, usati con metodo, sono la chiave per ottenere un risultato di valore. Bel progetto, brave Blam!

Qua di seguito tutti i dettagli, se volete partecipare affrettatevi, la deadline è tra poco meno di un mese, il 16 febbraio 2020.  Qua il sito di LUMINA, dove potrete scaricare anche il bando.

LUMINA: Museo luminoso Diffuso

Blam, in collaborazione con l’associazione Inner Wheel Salerno C.A.R.F, Fondazione Cassa Rurale Battipaglia e Banca Campania Centro, con il supporto del Comune di Salerno, promuove la prima edizione del bando LUMINA, l’inizio di un processo per la realizzazione del Museo Luminoso Diffuso nel centro storico di Salerno, attraverso residenze d’artista in città. La prima installazione temporanea luminosa prenderà vita in Largo Plebiscito, nell’area antistante l’ex chiesa dei Morticelli trasformata in un laboratorio urbano creativo da Dicembre 2018; quest’ultimo progetto denominato SSMOLL |San Sebastiano Monte dei Morti Living Lab. Qua maggiori info sul Progetto SSMOLL

L’obiettivo del progetto LUMINA è costruire nel tempo una mappa di interventi capaci di illuminare luoghi del centro storico di Salerno per svelarli sotto una nuova luce, con la prospettiva di attivare un percorso partecipato durante l’anno che possa consentire a questi luoghi di essere nuovamente parte dell’immaginario urbano collettivo, costruendo tradizioni.
Attraverso le installazioni luminose prodotte da artisti internazionali, si intende raccogliere riflessioni sul patrimonio storico culturale e su come sia esso percepito dagli abitanti.

La prima call invita a riflettere sulla relazione tra luce e spazio urbano, in particolare sull’esperienza dell’abitare comune in cui ciascun luogo può essere diverso rispetto alla percezione del fruitore, alla relazione tra spazio tempo e luce, alla sua capacità di divenire sistema di relazioni e rete di connessione. Attraverso l’utilizzo di pratiche partecipative laboratoriali, durante un periodo di residenza, il vincitore sarà invitato in città ad indagare il quartiere ed esplorare Largo Plebiscito.

Requisiti di partecipazione

Coerentemente con la vocazione interdisciplinare dello spazio, il bando di concorso è aperto a tutti gli artisti, architetti, designer e in generale coloro in grado di progettare e realizzare l’intervento senza limiti di età, sesso, nazionalità o altra qualificazione, singoli o in gruppo formalmente o temporaneamente costituiti, che presentino un progetto inedito di produzione di un’opera/installazione luminosa da realizzarsi a Salerno.

Gli obiettivi

I partecipanti sono invitati a rappresentare l’identità del luogo sotto forma di un’installazione artistica luminosa da collocare nello spazio di pertinenza esterno dell’edificio.

  • produrre il simbolo di un’opera collettiva, in grado di rappresentare con un singolo elemento o più elementi, la nuova identità di Bene Comune dello spazio, trasmettendo l’idea di rigenerazione urbana collettiva attivata dal Progetto SSMOLL ;
  • attivare un dialogo con il contesto adiacente e con le caratteristiche architettoniche e simboliche dell’ex chiesa;
  • essere il risultato di un processo che, in linea con i principi del progetto SSMOLL, renda partecipi i cittadini di Salerno nella co-produzione dell’opera;
  • essere riconoscibile, unico e contestualmente attento al suo inserimento nel contesto urbano storico e di notevole pregio.

Tutte le idee proposte dovranno rispettare l’identità dei luoghi. La chiesa ricade nell’elenco dei beni di interesse storico-artistico, pertanto, tutte le proposte dovranno essere reversibili, facilmente smontabili e non dovranno in alcun modo influenzarne/modificarne l’architettura.

Le fasi del concorso

  • Prima fase. Dal 12 Dicembre 2019 al 16 Febbraio 2020: candidatura delle idee progettuali.
  • Seconda fase. Dal 17 al 19 Febbraio 2020: selezione del progetto vincitore.
  • Terza fase. Febbraio/Marzo 2020: processo di co-progettazione e realizzazione dell’opera in residenza. Le opere dovranno essere realizzate e montate nelle date stabilite insieme, entro e non oltre il decimo giorno di residenza (da definire insieme al vincitore).
  • Quarta fase. Marzo 2020: presentazione pubblica e esposizione dell’opera.

Insomma, un bel concorso a cui partecipare, ma ancora più sarà interessante poter vedere i risultati di questo progetto.

L'articolo LUMINA: Museo luminoso Diffuso a Salerno proviene da Luxemozione.

6 Ottobre 2019 / / diotti.com

L'articolo Women in Lighting power! Il primo meeting Italiano. proviene da Luxemozione.

La primavera scorsa è stato lanciato il progetto internazionale Women in Lighting, una piattaforma digitale ideata dallo studio di lighting design londinese Light Collective, che celebra la figura professionale della donna in tutti i settori dell’illuminazione: design, arte, insegnamento, produzione, ecc.

Immagine in header cortesia Simona Monfrinotti

Il progetto è creato per condividere le passioni, promuovere risultati e obiettivi lavorativi con la finalità di far emergere i profili professionali all’interno della community dei professionisti della luce.

Un’iniziativa di estremo interesse, che sin dal primo giorno in cui l’amica Giorgia Brusemini, ambasciatrice italiana del progetto, me ne ha parlato, ho cercato di supportare, divulgandone le iniziative.

In quel periodo, era poco prima del Salone del Mobile 2019, si è svolto a Milano, così come in altre capitali mondiali, un primo incontro di confronto sul tema. Ricordo molto positivamente quella serata, assieme a colleghe e colleghi italiani e internazionali, a parlare di luce e dei progetti in divenire di Women in Lighting.

Da allora molto è stato fatto, il progetto sta riscontrando notevole successo, tanto che sarà protagonista anche del prossimo Professional Lighting Desing Convention PLDC 2019 di Rotterdam.

Primo meeting di WIL Italia

Il 24 settembre scorso si è svolta la prima tavola rotonda italiana del progetto internazionale Women in Lighting , organizzata dall’ambasciatrice italiana Giorgia Brusemini, designer e fondatrice del blog “Ogni casa è illuminata”.

Ospitate nella sede italiana dell’azienda formalighting, sostenitrice del progetto dalla sua nascita, si sono sedute attorno allo stesso tavolo dodici professioniste che lavorano all’interno del settore dell’illuminazione: progettazione, insegnamento, giornalismo, produzione, arte e ricerca. Erano presenti al primo meeting italiano di Women in Lighting:

  • Giordana Arcesilai , lighting designer, Bologna
  • Camila Blanco, lighting designer, Milano
  • Giorgia Brusemini, designer e light designer blogger
  • Daria Casciani, dottore di ricerca e lighting specialist, Milano
  • Simona Cosentino, lighting designer, Torino
  • Claudia Giacomobello, lighting designer, Milano
  • Giusy Gallina, lighting designer,Torino
  • Liliana Iadeluca, lighting designer, docente, artista, Genova
  • Marta Naddeo, designer di prodotto per illuminazione decorativa, Mogliano Veneto
  • Tania Rossini, progettista illuminotecnico, Torino
  • Stefania Toro, lighting designer, Genova
  • Sarah Elise Sartore, lighting designer, Milano

Qua di seguito una carrellata di immagini della giornata d’incontro. Foto cortesia Simona Monfrinotti

Giorgia Brusemini ha dichiarato: “ E’ stato un incontro di confronto con una prima parte delle professioniste che in questi mesi, dopo il lancio dell’8 Marzo, si sono avvicinate con interesse al progetto. Dopo mesi di contatti tramite la piattaforma social, mail e telefonate era giunto il momento di incontrarsi ed iniziare a lavorare sui possibili futuri passi concreti volti alla valorizzazione delle professioniste italiane in questo settore. A luglio, per esempio, siamo state invitate dall’Ordine degli Architetti di Massa Carrara per un intervento all’interno della rassegna ”Donne e Architettura“. In quel contesto abbiamo presentato il progetto internazionale e la lighting designer di Torino, Simona Cosentino, ha raccontato agli architetti presenti, come viene sviluppato un progetto di lighting design. ” L’ambasciatrice continua: “Siamo ormai oltre 64 ambasciatrici nel mondo e grazie all’aiuto di Light Collective riusciamo ad aggiornarci e confrontarci sugli sviluppo del progetto nei singoli paesi.

Durante questo primo incontro italiano si sono chiariti gli obiettivi primari che sono:

  1. Dare visibilità alle professioniste italiane del settore, contribuendo e sostenendo la creazione del database internazionale. Poiché circa il 50% dei progettisti di illuminazione sono Lighting Designer donna, l’obbiettivo principale è che ottengano una visibilità del 50% e che ci sia un equilibrio di presenza come speaker a conferenze, comitati e giurie . L’intento è quello di creare modelli da seguire, bilanciare gli equilibri e incoraggiare le donne a scegliere di lavorare nell’illuminazione.
  2. Valorizzare e far conoscere la figura del Lighting Designer, figura professionale riconosciuta in un contesto internazionale ma ancora poco conosciuta in Italia.”

Durante l’incontro, a supporto dell’iniziativa, si sono collegate in diretta Skype la Presidente APIL Associazione dei Professionisti dell’Illuminazione, Susanna Antico e, direttamente dalla Svezia, la Lighting Designer Chiara Carucci.

Le interviste alle protagoniste Italiane

Tra le attività di divulgazione di questa iniziativa vi è il racconto delle protagoniste della luce attraverso delle interviste. Vi rimando alla pagina di women in lighting international, dove sono state pubblicate.

Tra queste le protagoniste italiane, le cui interviste che sono state pubblicate fin ora inserisco qua di seguito (rigorosamente in ordine alfabetico). Tutte davvero molto appassionate, prendetevi il tempo per guardarvele tutte.

Chiara Carucci

Cinzia Ferrara

Giorgia Brusemini

Lisa Marchesi

Susanna Antico

Come essere coinvolti in Women in Lighting

Per maggiori informazioni ed essere coinvolti in questo progetto contatta il team all’indirizzo hello@womeninlighting.com oppure la nostra “ambasciatrice” italiana Giorgia Brusemini giorgia@womeninlighting.com. Altre info sul sito ufficiale dell’evento di Women in Lighitng

L'articolo Women in Lighting power! Il primo meeting Italiano. proviene da Luxemozione.

5 Marzo 2019 / / Luxemozione

L'articolo La progettazione della luce secondo gli standard LEED e WELL proviene da Luxemozione.

Il design della luce  all’interno della “macchina” della progettazione integrata, sempre più di frequente si pone come obiettivo il raggiungimento di standard di certificazione LEED o WELL, sistemi di valutazione volontari, basati sul consenso e guidati dal mercato e sviluppati per “misurare” la prestazione degli edifici e dei componenti utilizzati. Vi posso assicurare che, progettare la luce, cercando di rispettare i parametri definiti dagli standard LEED e WELL e, al contempo la normativa in materia di illuminazione dei luoghi di lavoro UNI EN 12464 non è per nulla semplice.

Imagine cortesia APIL

Personalmente, quindi, trovo azzeccatissima la conferenza organizzata da APIL – Associazione dei Professionisti dell’Illuminazione sul tema Progettazione della Luce secondo i parametri LEED e WELL, in programma per il prossimo 14 di Marzo.

Un appuntamento da non perdere per approfondire, comprendere e crescere professionalmente.

Progettare il Progettista 2019: LEED+WELL+LIGHT

L’evento organizzato da APIL, si inserisce in seno al programma annuale di conferenza Progettare il Progettista, durante il quale vengono trattati argomenti di rilievo riguardanti la progettazione della luce.

Quest’anno la conferenza,  che si svolgerà il 14 marzo 2019 presso la sede APIL in Foro Buonaparte 65 a Milano, avrà come main topic la progettazione della luce secondo gli standard LEED e WELL.

Iscriversi è semplice, vi rimando alle indicazioni che trovate sul sito APILBlog.it

Più nel dettaglio di LEED e WELL.

il Certificato LEED è un sistema volontario, nato grazie a U.S. Green Building Council, e basato sul consenso, per la progettazione, costruzione e gestione di edifici sostenibili ed aree territoriali ad alte prestazioni e che si sta sviluppando sempre più a livello internazionale; può essere utilizzato su ogni tipologia di edificio e promuove un sistema di progettazione integrata che riguarda l’intero edificio.

WELL è invece il nuovo protocollo internazionale appositamente studiato, per verificare (e certificare) il livello di salubrità e di benessere di chi soggiorna e vive negli ambienti costruiti. Questo protocollo pensato per essere applicabile su qualsiasi edificio a prescindere che sia certificato LEED, è un sistema basato sulla misurazione, certificazione e monitoraggio di tutti gli aspetti dell’edificio che possono avere impatto sulla salute ed il benessere degli occupanti. WELL è amministrato dall’International WELL Building Institute™ (IWBI).

Il programma dell’evento

I Parte : Inquadramento normativo

14.00 Registrazione Partecipanti

14.15 Presentazione e saluti istituzionali Arch. Susanna Antico, Presidente APIL.

14.30 ing. Mattia Mariani di DEERNS Requisiti per progettare l’illuminazione secondo i requisiti delle certificazioni LEED e WELL.

16.15 Coffee break

II PARTE : LEED+WELL+LIGHT Case study

16.30 Arch. Jacopo Acciaro – Studio Voltaire Lighting Design e arch. Paolo Mantero, studio Paolo Mantero Architetto. Presentazione di un case study in cui la progettazione della luce è parte integrante del processo progettuale finalizzato all’ottenimento dei certificati LEED e WELL

18.45 Tavola Rotonda

Moderatore dell’evento: Andrea Ciotti

Io sicuramente non mancherò. Ci si vede in APIL giovedì prossimo.

L'articolo La progettazione della luce secondo gli standard LEED e WELL proviene da Luxemozione.

4 Marzo 2019 / / Luxemozione

L'articolo L’8 marzo si celebra Women in Lighting proviene da Luxemozione.

La luce è donna? Io penso di sì. Ho sempre sostenuto che, per progettare bene la luce, non occorra solo la conoscenza della tecnica, ma una sensibilità che, è più probabile riscontrare nel femminino.

Personalmente credo che, in uno studio perfetto, non debba mai mancare una figura di designer donna: parlare di lux è una condizione necessaria ma non sufficiente ad essere un bravo lighting designer, è necessario arrivare a soluzioni che coniughino tecnica ed emozione, sempre.

Women in Lighting

Questa premessa per segnalarvi l’evento internazionale intitolato Women in Lighting, una piattaforma digitale che celebra la figura professionale della donna nell’ambito dell’illuminazione. Il progetto è creato per condividere le loro passioni e promuovere risultati e obiettivi lavorativi con la finalità di far emergere i loro profili professionali all’interno della communità dei professionisti della luce.

L’iniziativa lanciata da Light Collective di Londra, sarà presentata 8 Marzo 2019 in occasione della Giornata Internazionale della Donna.

“When we talk about women in design, we should not turn it into a minority issue. We need to honour our heroines because unless they are visible, we will not encourage the next generation of female designers.” Ilse Crawford

Il progetto raccoglierà statistiche nell’ambito della professione illuminotecnica rispondendo alla “call to action” dell’Interior  Designer inglese Ilse Crawford: “Come possiamo mettere in risalto le donne di successo che lavorano in questo settore in maniera da incoraggiare le future generazioni? Chi è già inserito in questo settore come può dare loro supporto?”

ll sito web www.womeninlighting.com  raccoglierà una serie di interviste a donne di tutto il mondo: partendo dalle professioniste Lighting Designer l’obbiettivo sarà quello di includere tutte le donne che operano nei diversi campi all’interno del settore dell’illuminazione: insegnamento, giornalismo, produzione, arte e ricerca.

Il tema della Giornata Internazionale della Donna 2019 è Balance for Better: un invito ad agire per promuovere l’equilibrio di genere in tutto il mondo. Questo messaggio è direttamente collegato ad uno dei risultati a cui mira il progetto Woman in Lighting.

Abbiamo rilevato che le donne sono sottorappresentate analizzando la loro partecipazione a conferenze, comitati e giurie. Poiché circa il 50% dei progettisti di illuminazione sono Lighting Designer donna, l’obbiettivo principale è che ottengano una visibilità del 50%.

Le ambasciatrici nel mondo

Il progetto è già supportato da donne designer in circa 50 diversi paesi. Queste “ambasciatrici” sono il punto di riferimento per tutte le donne che vogliono saperne di più sul progetto. Il sito sarà lanciato con oltre 30 interviste realizzate da Light Collective e inviterà altre donne a partecipare caricando la propria.

Tra i nomi delle ambasciatrici  nel mondo compaiono anche nomi di amiche e colleghe, tra queste Giorgia Brusemini, designer e fondatrice del blog “Ognicasa è illuminata” che è ambasciatrice per l’italia

Ed Helena Gentili, lighting designer, attualmente di stanza a Bangalore, in India, che rappresenterà il paese di cui è al momento ospite.

Tutti le colleghe o i colleghi italiani interessati a quest’iniziativa  possono contattare  per maggiori informazioni ed essere coinvolti in questo progetto l’organizzazione all’indirizzo hello@womeninlighting.com oppure la nostra “ambasciatrice” italiana Giorgia Brusemini mail@ognicasailluminata.com.

La co-fondatrice del progetto, Sharon Stammers di Light Collective, ha dichiarato: “Essendo state coinvolte fin dall’inizio nel lighting design, le donne hanno avuto un ruolo maggiore nel plasmare la professione del lighting designer sia in architettura che in ingegneria. Il settore del lighting design con le sue numerose applicazioni, apre a diverse opportunità lavorative in altrettanti diversi scenari. È un settore in grado di condividere informazioni tra i membri della sua comunità e può quindi offrire supporto ad altre donne che potrebbero averne bisogno. Vogliamo creare modelli da seguire, bilanciare gli equilibri e incoraggiare le donne a scegliere di lavorare nell’illuminazione o in altri posti di lavoro correlati “.

Woman in Lighting non parla di disuguaglianza di genere ma di inclusività e i vantaggi che questo porta all’intera professione.

Il lancio di Woman in Lighting è supportato da Formalighting, produttore di illuminazione a conduzione familiare con oltre 50 anni e 2 generazioni dedicate all’illuminazione architettonica. Light Collective ha scelto di accostare formalighting a questo progetto poiché l’azienda ha un’alta percentuale di donne che ricoprono ruoli chiave

Bell’iniziativa, non è vero?

L'articolo L’8 marzo si celebra Women in Lighting proviene da Luxemozione.

10 Febbraio 2019 / / Luxemozione

L'articolo Controllo dell’abbagliamento: UGR Unified Glare Rating proviene da Luxemozione.

Il controllo del fenomento dell’abbagliamento negli spazi di lavoro  implica la conoscenza di diversi aspetti, non solamente legati al fattore illuminotecnico in sè, ma anche ai modi in cui l’ambiente di lavoro è definito nelle sue parti e finiture. Proprio vista la complessità della trattazione quest’articolo è frutto di successivi aggiornamenti, l’ultimo in ordine cronologico è stato possibile grazie ad un approfondimento dato dalla lettura del capitolo sull’argomento nel libro da poco pubblicato: Manuale del Lighting Designer – Teoria e Pratica della Professione, edito da Tecniche Nuove, autore P.Palladino , a cui rimando per maggiori dettagli.

Rimando inoltre ad un approfondimento sull’illuminazione dei luoghi di lavoro a quest’articolo:

illuminazione nei luoghi di lavoro.

Nello specifico  quest’articolo è approfondito sul tema dell’ UGR -Unified Glare Rating.

Sulle fotometrie e il valore di UGR dichiarato

Spesso si sente dire che l’UGR deve essere inferiore a 19, ancora più spesso riferendolo esclusivamente a caratteristiche specifiche di un corpo illuminante.

Nella realtà L’UGR Unified Glare Rating, è un fattore di verifica della condizione di abbagliamento debilitante all’interno dell’ambiente analizzato e dipendente da numerose variabili ambientali e quindi non solamente dalle caratteristiche fotometriche e costruttive di un corpo illuminante.

Il parametro UGR è dipendente dunque solo in parte dalle caratteristiche fotometriche dell’apperecchio d’illuminazione. Va ricordato che, dal punto di vista fotometrico, va posta particolare attenzione al valore di superficie emittente inserito in fotometria, poichè da questa dipende il valore di luminanza e quindi il risultato dell’UGR, strettamente legato alla luminanza del corpo illuminante osservato in ambiente. Molto spesso capita che aziende d’illuminazione (non sempre in buona fede) mettano in circolazione fotometrie con parametri modificati manualmente o non realistici della superificie emittente. Caso particolare ad esempio per apperecchi di forma non regolare (vedi ad esempio i sistemi ad anello che oggi molti costruttori hanno a catalogo) che in una fotometria LDT standard sono definiti da una superficie emittente circolare piena, molto lontana dalla superficie anulare reale.

Superficie emittente

area luminosa

Nel caso qua sopra un apparecchio d’illuminazione anulare rappresentato in fotometria come disco di diamertro 1200mm e superficie 1.13m2. Con relativi valori d’UGR tabellari molto bassi e molto lontani dalla realtà!

Per approfondire le unità di misura fondamentali della fotometri, rimando al seguende articolo: Un po’ di tecnica #2: Illuminamento e Luminanza

Tutto questo porta, come si diceva, ad un risultato sensibilmente errato in termini di UGR, che può rendere “office compliant” apparecchi d’illuminazione che invece non lo sono assolutamente e che potrebbero generare forte sensazione d’abbagliamento.

Quindi fate molto attenzione a questo dato e verificate che la fotometria sia correttamente costruita.

Cos’è l’UGR

L’UGR  Unified Glare Rating è un fattore unificato in campo internazionale, sviluppato dalla CIE (Commission International de l’Eclairage) per la valutazione dell’abbagliamento diretto molesto. La formula dell’UGR è derivata dalla semplificazione di un indice denominato CGI – CIE GLARE INDEX del 1983, nato con l’obbiettivo di coniugare diversi sistemi di valutazione dell’abbagliamento molesto. L’ UGR ne è una derivazione.

Un aspetto che spesso viene trascurato e che forse rappresenta il limite principale della formula UGR è che, quesa, è stata concepita  per verificare il confort visivo negli uffici con posizionamento degli apparecchi in maglie regolari, con un osservatore ad 1.2m da terra (situazione tipica di osservazione da seduto), che osserva l’ambiente con angolo di visione ortogonale a sè. Per questo motivo non ci si può attendere previsioni corrette, in situazioni in cui ci si distacca fortemente dalle condizioni sulle quali il parametro è stato sviluppato.

Il panorama normativo

Esiste una normativa specifica che definisce le caratteristiche e limiti dell’ UGR:

CIE 117 del 1995- Discomfort Glare in Interior Lighting

Poi successivamente ripresa da una normativa italiana UNI:

UNI 11165 del settembre 2005, Valutazione dell’abbagliamento molesto con il metodo UGR attualmente ancora in vigore.

UGR è un  indice valuta la presenza in un ambiente di abbagliamento di tipo molesto (discomfort glare):

Glare which causes discomfort without necessarily impairing the vision of objects (CIE 17.4-1987 international lighting vocabulary)

 A tutti gli effetti è errato considerare UGR in situazioni in cui sono presenti condizioni di abbagliamento debilitante (disability glare).

Disability glare measurably impairs vision by reducing the contrast of the retinal image by the presence of a very bright light source in the field of view (CIE 1995).

Applicazione dell’UGR nei luoghi di lavoro

l’UGR, definito dal CIE è stato introdotto nella norma per l’illuminazione degli interni  UNI EN 12464-1 del 2004 (poi aggiornata ulteriormente nel 2011), primo aggiornamento importante della storica UNI10380 della fine degli anni ’90(che ancora spesso viene citata in testi o lezioni universitarie).

Per maggiori info sull’illuminazione nei luoghi di lavoro rimando all’articolo:

In sostanza è stata sostituita la  classe di qualità G presente nella vecchia norma UNI 10380, ormai superata, che impiegava le curve limite di luminanza  di Söllner.

Curva di Sollner
Curva di Soellner di un tipico corpo illuminante a luce riflessa tipo “luce morbida”

A partire Il valore di UGR  Unified Glare Rating dipende dalla disposizione degli apparecchi illuminanti, delle caratteristiche dell’ambiente (dimensioni, indici di riflessione) e del punto di osservazione degli operatori e oscilla tra valori da 10 (nessun abbagliamento) a 30 (abbagliamento  considerevole) secondo una scala di 3 unità (10, 13, 16, 19, 22, 25 e 28): più basso è il valore, minore è l’abbagliamento.
Tipicamente ogni apparecchio di illuminazione in un locale può esser disposto secondo due punti di vista che sono ortogonali ai due piani principali C0°-180° e C90°-270° (sono i piani che si prendono come riferimento anche per individuare la distribuzione fotometrica).

I’UGR tiene conto della luminanza di sfondo (soffitto, pareti) e della somma dell’apporto di ciascun apparecchio collocato nel locale rispetto ad una posizione standard dell’osservatore. Si calcola con la seguente formula:

  • Lb è la luminanza di sfondo (cd/m2) calcolata come Eind/π, dove Eind è l’illuminamento verticale indiretto al livello dell’occhio dell’osservatore;
  • L è la luminanza (cd/m2) delle parti luminose di ogni singolo apparecchio di illuminazione nella direzione dell’occhio dell’osservatore;
  • ω è l’angolo solido (sr – steradianti) delle parti luminose di ogni singolo apparecchio di illuminazione nella direzione dell’occhio dell’osservatore;
  • p è l’indice di posizione di Guth di ogni singolo apparecchio;
  • Σ indica la sommatoria di tutti gli apparecchi di illuminazione;

Dunque il valore di UGR tiene conto:
–    della posizione dell’osservatore rispetto all’impianto,
–    della luminanza del singolo apparecchio,
–    della dimensione dell’installazione e dell’ambiente,
–    dello sfondo in cui sono collocati i corpi luminosi.

UGR Luminaire Luminance

Qua una tabella in cui sono messi a confronto diversi parametri di valutazione dell’abbagliamento, tra cui UGR

glare indexes

I LED e limiti di Applicazione dell’UGR

Con l’introduzione della tecnologia LED nell’illuminazione dei luoghi di lavoro sono sorte delle problematiche di applicazione della normativa oggi in vigore. Problematiche che risiedono nella definizione dell’indice e relativi limiti, molto chiaramente enunciati nelle:

Entro cui si legge che:

“L’applicazione dell’indice unificato di abbagliamento UGR è limitata a sorgenti di luce che
determinano, nelle condizioni supposte, un angolo solido compreso tra:

0,1 sr e 0,0003 sr.

Un angolo solido di 0, 1 sr è determinato da un apparecchio di forma quadrata con lato di
1 m visto da una distanza di circa 3 m.

L’abbagliamenlo molesto, per sorgenti molto piccole, è determinalo dall’intensità luminosa più che dalla luminanza, perciò l’UGR non è applicabile per sorgenti con angolo solido minore di 0,0003 sr. “

Si rimanda in merito all’articolo di approfondimento:

La verifica dell’abbagliamento tramite UGR, ideata per corpi illuminanti con sorgenti estese+riflettore, completamente differenti da moderni apparecchi LED, che spesso privi di schermo di chiusura, consentono la visione diretta dell’array di LED, rendendo di fatto inefficace qualsiasi verifica eseguita con sistema UGR: è di fatto errato considerare la luminanza media data dalla sommatoria delle sorgenti discrete che costituiscono un sistema LED, quale valore da utilizzare nel calcolo dell’UGR.

A supporto di ciò, sono numerosi i testi che sottolineano la criticità della questione, ad esempio nel Solid State Lighting Annex – Potential Health Issues of Solid State Lighting Final Report pubblicato nel 2014 si legge:

UGR method cannot be applied to very small light sources, whose solid angular subtense is smaller than 0.0003 sr [CIE 1995]. For instance, at a distance of 1 m, the light source must be larger than 1.5 cm x 1.5 cm. Despite this fundamental limitation given by the CIE, lighting manufacturers and designers usually perform UGR calculations on SSL luminaires consisting of multiple small LED sources but incorrectly considering the average luminance over the whole area of the luminaire. This approach is misleading as the resulting UGR is low and does not reflect the physiological perceived glare. Therefore, the use of UGR should be restricted to SSL products with large diffusers, without any visible point sources.

UGR per sorgenti di piccola dimensione

La Cie ha pubblicato unop standard Collezione Glare CIE 146,147 2002  in cui è affrontato il tema dell’UGR per sorgenti con superficie luminosa dimensione inferiore 0,005m che corrisponde ad un disco di diametro 80mm.

UGR small sources

UGR small sources
Immagine parte della pubblicazione: Calculation of the Unified Glare Rating based on luminance maps for uniform and non-uniform light sources.

E’ interessante osservare come la  formula derivata, che si riferisce a sorgenti piccole con angoli di scostamento (off-line) di almeno 5° e riferite ad applicazioni d’ufficio tipiche, venga fatto riferimento alle intensità della sorgente e non alla luminanza come nella formula standard di UGR. Da sottolineare che i software comunemente utilizzati si riferiscono nella valutazione di UGR alla formula standard, quind in casi in cui i limiti dell’UGR siano disattesi si può incombere in valutazioni errate sul fenomeno d’abbagliamento molesto.

La verifica dell’UGR

Tipicamente un buon programma di calcolo può fornire i valori di UGR in alcune situazioni tipo, che tengono conto delle caratteristiche di riflessione del locale (pavimento, pareti, soffitto) delle dimensioni dell’ambiente espresse in funzione della differenza di altezza tra l’occhio dell’osservatore e le sorgenti luminose (H) e ovviamente della direzione di osservazione.

ugr 01

ugr 2

Una nota importante va aggiunta in riferimento alle verifiche di UGR realizzate con software: aggiornamenti recenti dei diversi software disponibili sul mercato hanno reso disponibile anche una miglioria sulle modalità di rappresentazione dell’UGR.
Se prima era possibile solo verificare una direzione di osservazione alla volta, ora l’otuput è calcolato effettuando una media di valori sui 360° di visione (panoramic view), la rappresentazione è tale per cui è possibile valutare su quali vettori di osservazione si hanno i valori più critici di UGR.

Qua sotto un’immagine di confronto tra otpuput Dialux 4.12 (sopra) e Dialux EVO (sotto): vista la diversa modalità di verifica i risultati di uno non sono confrontabili con l’altro.

UGR dialux evo vs 4.12

Spesso nei cataloghi viene riportato l’indice UGR di un apparecchio, in modo da fornire agli operatori delle indicazioni in merito al comportamento del corpo illuminante nei confronti della problematica dell’abbagliamento molesto. Naturalmente si tratta di un’approssimazione, con ogni probabilità il valore UGR indicato è derivato da tabelle UGR globali.

Spesso come output di calcolo di un qualsiasi software di verifica è possibile avere Le tabelle UGR globali che, anche se piuttosto imprecise rispetto alla formula,  permettono di confrontare piuttosto rapidamente situazioni luminose differenti.

Le tabelle possono essere usate solo in determinate condizioni dell’impianto, quali:

  1. una stanza rettangolare,
  2. apparecchi dello stesso tipo e installati alla stessa altezza,
  3. apparecchi paralleli alle pareti disposti simmetricamente.

ugr tabella

Quindi, ricapitolando UGR19 non significa nulla se non contestualizzato, ovvero esistono delle tabelle interne alla UNI12464 2011 che indicano molto chiaramente quali sono il livelli massimi di UGR consentiti per ogni compito visivo specificato. A volte il massimo è 19 (work station), a volte 25 (stock room), a volte 16 (technical drawing).

Ma soprattutto è difficile valutare davvero i problemi legati all’abbagliamento senza avere almeno un riferimento sul tipo di installazione, sulla tipologia di stanza, sul comptito visivo e naturalmente sull’utente che fruisce lo spazio.

Quindi, la prossima volta mi raccomando, se avete un dubbio, non andate dall’elettricista a chiedere spiegazioni , esistono professionisti preparati che sicuramente potranno risolvere ogni tipo di vostro problema sull’illuminazione: si chiamano Lighting Designer!

L'articolo Controllo dell’abbagliamento: UGR Unified Glare Rating proviene da Luxemozione.