30 Ottobre 2019 / / Baliz Room

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La pillola di design di oggi è molto speciale! Chiara Fedele, interior designer e brillante collega blogger, ci racconta del tavolo Tulip, famoso in tutto il mondo per la sua particolare e inimitabile forma.

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“Courtesy of Knoll, Inc.”

Quello del tavolo Tulip, progettato nel 1956 per Knoll da Eero Saarinen, è proprio l’esempio per eccellenza di design futurista, nonché icona del design.

Il progetto del tavolo Tulip riesce a raggiungere ben due ambiti traguardi, nonostante (anzi, a maggior ragione) gli manchino le gambe!

“Progettare ogni cosa pensandola all’interno del suo più largo contesto: una sedia in una stanza, una stanza in una casa, una casa in un ambiente, un ambiente in un piano urbanistico.”
 – Eero Saarinen –

IL TAVOLO TULIP DAL DESIGN FUTURISTA

Il tavolo Tulip fu talmente geniale che venne proposto in diverse versioni: da piccolo e alto coffee table a tavolo da pranzo. L’ingegno e il talento del suo progettista sono insiti nella soluzione che vede per la prima volta la superfluità delle tradizionali gambe in un tavolo. Saarinen infatti le sostituisce con una soluzione apparentemente più chic, ovvero una base a calice.

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“Courtesy of Knoll, Inc.”

Anche i materiali però costituiscono elemento di notevole innovazione, attraverso la fusione della gamba in alluminio laccato con il piano del tavolo in legno o marmo, che crea così un’unica struttura.

All’epoca si trattò di qualcosa di davvero rivoluzionario, al punto che oggi, dopo più di cinquant’anni dalla sua nascita, il tavolo Tulip è ancora considerato molto attuale.

ANCHE LE SEDIE TULIP ARRIVANO DAL FUTURO

Ovviamente dopo aver dato vita ad un progetto di questa portata, Saarinen ha sentito la necessità di ultimarlo con delle sedie che ne fossero all’altezza. Eccolo quindi creare poco dopo delle sedie in vetroresina con la stessa caratteristica della gamba a calice.

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“Courtesy of Knoll, Inc.”

Insieme, tavolo e sedie, contribuiscono alla collezione Tulip, anche chiamata Pedestral. Ancora una volta possiamo parlare di design futurista se pensiamo che nel 1960 la collezione Tulip è apparsa nella serie televisiva Star Trek come arredo delle navicelle spaziali.

 

IL PROGETTISTA: EERO SAARINEN

Saarinen fu un talentuoso architetto finlandese-americano e designer industriale degli anni Cinquanta. Gran parte del suo successo fu dovuto alla sua ossessione per la purezza delle forme. Personalmente non posso che ammirare l’estro ed apprezzare con piacere il lascito di un grande progettista, quale è stato. E tu, cosa ne pensi della collezione Tulip? Piace anche a te? Qual è la versione del tavolo che più preferisci tra le sue infinite varianti?

Chiara Fedele Interior Design
http://www.chiarafedele.com

RINGRAZIAMENTI

Un super grazie a Chiara per questo fantastico guestpost! Entrambe nutriamo un grande amore per il design e la scelta di un oggetto come il tavolo Tulip, così unico e particolare, riflette l’unicità di Chiara in tutto quello che fa.

Per questo non ho avuto dubbi che sarebbe stata una collaborazione più che riuscita…e devi sapere che l’unione tra i nostri blog ha già un precedente! Ho pubblicato infatti un mio guestpost sul blog di Chiara dedicato alla Sustainable City di Dubai, se sei curioso di saperne di più puoi leggerlo QUI.

Se vuoi conoscere meglio Chiara,invece, ti consiglio di seguirla sui suoi canali, youtube e instagram, sempre ricchi di spunti e di dietro le quinte della sua vita di blogger e interior designer!

Noi ci aggiorniamo alla prossima pillola!

Baci,

Baliz

 

 

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17 Settembre 2019 / / Architettura

Al Gorgeous George Boutique Hotel di Cape Town si danno appuntamento influssi africani e design contemporaneo. Il progetto del designer Tristan Plessis si avvale di elementi dello stile industriale e colori forti negli interni, e di quelli di architettura vittoriana negli esterni.

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balizroom-interiorblog-gorgeousgeorge-hotel-entrance.jpgA sentirlo così, potrebbe suonare come un mix azzardato. Ma sono proprio i contrasti inaspettati a rendere il Gorgeous George Boutique Hotel indimenticabile. A partire dall’entrata. La doppia porta intarsiata, non grandissima ma di impatto per i suoi decori elaborati, non lascia immaginare cosa ci aspetti al di là.

Una grande mappa di Cape Town, composta da centinaia di piastrelle dipinte a mano dall’artista Lucie de Moyencourt occupa un’intera parete della lobby, dichiarando fin da subito il carattere eclettico del Gorgeous George. Lo stile delle famose ceramiche di Delft, con disegni azzurri su sfondo bianco, è un chiaro richiamo al patrimonio olandese della città africana.

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Nella sezione dedicata all’hotel un deciso pattern floreale riveste i pavimenti dei corridoi, per poi lasciare il testimone a palette più neutrali nelle camere, ravvivate da tappeti multicolori. Il Gorgeous George Hotel offre ai suoi ospiti 20 stanze e 12 suite, al cui interno sfumature di blu e di verde, combinate con colori chiari, gridano alla contemporaneità senza dimenticare l’estetica africana. Infine, il tocco di “uncompleted” dato dalle travi in cemento a vista, completa il quadro studiato dall’interior designer Tristan Plessis.

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balizroom-interiorblog-gorgeousgeorge-hotel-suite-desk.jpgIl Gigi Rooftop Bar & Restaurant è l’alter ego estroso di Gorgeous George. Un vero salotto a cielo aperto, dove ospiti e visitatori possono godersi la golden hour, davanti a un drink personalizzato e immersi in una giungla in miniatura allestita sul tetto.balizroom-interiorblog-gorgeousgeorge-hotel-gigi-rooftop-terrace.jpg

balizroom-interiorblog-gorgeousgeorge-hotel-pool-gigi-rooftop.jpgPer chi ama la tintarella, la pedana del solarium e una spiritosa piscina outdoor rivestita a righe bianche e verdi sono una tappa obbligata. Di un incantevole verde petrolio è anche il soffitto del ristorante, in cui ritroviamo le ceramiche di Lucie de Moyencourt a decorare i tavoli, stavolta rappresentando eventi legati alla storia della città.balizroom-interiorblog-gorgeousgeorge-hotel-restaurant-tables.jpg

balizroom-interiorblog-gorgeousgeorge-hotel-restaurant-bookshelf.jpgScelte estetiche quasi irriverenti e nuove interpretazioni della tradizione africana conducono l’ospite attraverso un’esperienza di soggiorno che va oltre i canoni convenzionali.  Con il Gorgeous George Boutique Hotel, Cape Town alza senza dubbio l’asticella dell’hospitality a un nuovo livello.

 

 

 

 

28 Maggio 2019 / / Architettura

La ricerca fotografica condotta da Jesse Rieser  con “The changing landscape of american retail” descrive la graduale crisi di negozi e centri commerciali negli Stati Uniti, con notevoli risvolti in ambito sociale e urbano, causata dall’avvento dell’e-commerce. 

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Questo cambiamento nell’esperienza di acquisto ha avuto le sue conseguenze sul paesaggio di molte città. Qualche decennio fa posti come Macy’s e Best Buy erano dei punti di riferimento per la comunità, dei veri e propri landmark locali.  Qui molti abitanti sono cresciuti e vi collegano i propri ricordi di infanzia e di gioventù, come lo stesso Jesse Rieser racconta in prima persona.

Luoghi della socializzazione all’interno dei quali si andava a creare in passato il senso di una comunità, la loro vitalità è andata via via spegnendosi, fino alla chiusura definitiva. Oggi il fotografo li ritrae con le loro insegne sbiadite e le porte sbarrate, diventate vere e proprie rovine moderne nel paesaggio urbano, che si perde sempre di più nell’anonimato dei magazzini tutti uguali e dei centri spedizioni a servizio dello shopping online.

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“The changing landscape of american retail” è anche una riflessione sugli effetti sociali di questo consumismo a portata di click. Se acquistare in un negozio “fisico” significava anche interagire, stare in mezzo alle persone, chiedere consigli alle commesse, adesso con gli e-commerce tutto avviene nella solitudine della propria casa. Di fronte a un computer o allo schermo di uno smartphone interazioni prima scontate sono andate scomparendo, e con esse il senso di comunità che si veniva a creare intorno al supermercato, al centro commerciale, alla sala giochi.

La chiave di lettura per questo progetto fotografico, che affianca di proposito il passato e il presente dell’economia americana, è un sentimento di fondo, quello della nostalgia. Alla fine non si può combattere il cambiamento, ma come afferma lo stesso Jesse Rieser, questo non vuol dire che non si possa comunque essere sentimentali. E sono proprio i toni pastello delle sue fotografie a trasportarci in una dimensione parallela, quella del ricordo e del sogno, nonostante ritragga un passato che non è poi così lontano, ma che è cambiato troppo velocemente.

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3 Maggio 2019 / / Baliz Room

Il mondo dei fiori e delle piante esercita da sempre un grande fascino, fatto di colori, profumi e simboli. Questo fascino ha oltrepassato già da tempo i confini del negozio di fiori per diventare accessibile a tutti grazie all’uso dei social. Molti floral designer infatti si armano di macchina fotografica per creare un racconto fotografico personale e coinvolgente, che guarda a Instagram come strumento per eccellenza.

Ho pensato così di parlarvi oggi di cinque profili instagram che mi hanno colpito per il loro modo di raccontare e rappresentare il floral design, per una bella dose di primavera a portata di smartphone.

About Garden

La numero uno della mia lista è Simonetta Chiarugi, che con il suo profilo About Garden ci accoglie in un vero e proprio giardino virtuale.

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Il suo styling dal sapore romantico ed essenziale mette ancora più in risalto la bellezza dei fiori che sceglie per i suoi scatti, che vanno al passo con la stagionalità di queste meravigliose materie prime. Preziosi sono i suoi consigli su come prendersi cura dei fiori che amiamo, e imperdibili i suoi racconti sui giardini che ha visitato.

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Profilo Instagram: @ABOUTGARDEN

La Fiorellaia

Il profilo instagram di Cecilia Paganini, alias La Fiorellaia, è una bellissima finestra spalancata sul suo lavoro di wedding & event stylist.

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L’accuratezza negli scatti di questa gallery ci trasporta davanti alla bellezza di magnifici allestimenti matrimoniali, che non raccontano mai nulla di banale, anzi si fanno ambasciatori della storia degli sposi e dei loro gusti, da quelli tradizionali ai più eccentrici. Io trovo bellissimo anche il modo di festeggiare con i fiori i vari eventi dell’anno presso lo shop a Brescia, non riuscivo più a smettere di adorare le proposte per San Valentino…guardare per credere!

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Profilo Instagram: @LA_FIORELLAIA

La Fee de Fleur

Dall’Italia facciamo un salto in Giappone, dove l’artista giapponese Sawa crea delle vere e proprio opere d’arte in cui il mondo dei fiori e quello del caffè si incontrano.

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Sawa infatti mette al centro delle sue geometrie minimal tazze di caffè o di cappuccini, circondate da fiori e composizioni sempre diverse, in un continuo gioco di colori e sfumature che rappresentano un vero spiraglio di aria fresca.

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Profilo Instagram: @LA_FEE_DE_FLEUR

Anna Remarchuk

Dopo aver ritrovato delle buste da lettera appartenute a suo nonno, la fotografa Anna Remarchuk ha l’idea geniale di riportarle in vita riempiendole con fiori ogni volta diversi.

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Nasce così la romantica serie di fotografie #envelope_series che racchiude messaggi sottoforma di tulipani, rose, margherite, riportando alla memoria i tempi in cui si affidavano le proprie parole alle lettere.

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Profilo Instagram: @ANNAREMARCHUK

Olga Prinku

Chi l’ha detto che i fiori devono per forza stare nei vasi? Nei suoi lavori la designer Olga Prinku tesse fiori e germogli essiccati su telai di tulle per creare meravigliose ghirlande floreali.

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Graphic designer di professione, si avvicina al mondo dell’artigianato e sperimenta oggi diverse tecniche di tessitura per realizzare le sue opere, composte da centinaia e centinaia di singoli elementi floreali. Il suo feed di Instagram è un diario multicolore delle sue sperimentazioni e della sua vita quotidiana all’insegna di questi meravigliosi oggetti artigianali.

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Profilo Instagram: @OLGAPRINKU

Spero che la mia primavera raccontata attraverso Instagram ti sia piaciuta, ti ho portato nel mondo del floral design con i miei profili preferiti, ma quali sono i tuoi? Se hai voglia di farmeli conoscere puoi scrivermi o commentare il post!

Baci,

Baliz

21 Dicembre 2018 / / Baliz Room

Oggi sul blog ti racconto di Marmolove, una bellissima realtà legata all’artigianato ligure e specializzata nella lavorazione a mano del marmo e delle pietre naturali.

Già nella semplicità del nome si può assaporare tutta la sua essenza, nata dalla passione e dalla creatività di Valentina, che alla lunga tradizione familiare di marmisti ha voluto unire il gusto e l’estetica contemporanea.

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Il risultato è una linea di oggetti unici, proprio come sono uniche le venature nel marmo che verrà lavorato per creare il set di sottobicchieri per le tue cene speciali, o il mattarello in marmo che darà tutto un altro sapore alle tue crostate. Insieme a un prodotto, Valentina regala storie di vita quotidiana, di momenti con se stessi o con le persone che amiamo.

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Quando l’ho contattata per proporle una collaborazione, ho trovato fin da subito una persona super energica e determinata. Siccome non volevo tenere solo per me tutta l’energia di Valentina, ho pensato di regalarti questa intervista, e cedere a lei la parola per raccontarti della sua azienda e di cosa significa al giorno d’oggi essere artigiani…spero che questa idea ti piaccia!

  • Ciao Valentina, cominciamo con una domanda semplice: mi racconteresti qualcosa su di te?

La mia azienda, Mavela Marmi, si occupa di lavorazione di marmi, graniti e pietre da ben cinque generazioni. Il primo laboratorio è stato aperto dal mio bisnonno nel 1903, e fin da piccola sono sempre stata a contatto con marmi e pietre naturali e ne sono sempre stata affascinata. Per questo motivo appena ho finito gli studi ho deciso di entrare a far parte dell’azienda di famiglia. 

  • Cosa ti ha portato a creare Marmolove? 

Sono una persona curiosa e mi piace provare a mettere me stessa in quello che faccio, era da un po’ di tempo che pensavo a come potermi esprimere  all’interno dell’azienda, per poter far uscire la parte più creativa e sperimentale della mia visione di “ lavorare con il marmo e le pietre naturali”. 

Da qui l’idea di creare una linea di accessori, darle una sua personalità e un’identità e renderla complementare all’azienda di famiglia. Marmolove è questo, un brand nato per trasmettere attraverso i suoi prodotti l’amore che ho e che abbiamo in azienda per il marmo.

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  • Ho letto che alle spalle di Marmolove c’è anche tuo fratello Alessandro, come è nata l’idea di creare questa realtà insieme? Ognuno ha i suoi “compiti” oppure è una collaborazione su tutti i fronti? 

Marmolove esiste proprio perché è creato e viene portato avanti ogni giorno da entrambi!

La collaborazione è complementare, ma divisa, Alessandro gestisce e struttura la produzione dei prodotti mentre io mi occupo della parte gestionale e della comunicazione. La progettazione dei prodotti,invece, è fatta insieme, confrontandoci su idee e fattibilità di realizzazione.

  •  Come nascono i prodotti Marmolove e quanto è importante la conoscenza dei materiali nel processo creativo? 

I prodotti Marmolove nascono guardando quello che ci circonda ogni giorno o sfogliando una rivista, l’ispirazione arriva davvero all’improvviso e dove meno te la aspettiA quel punto il passo successivo è immaginarlo, pensare alle sue dimensioni e provare a farlo in laboratorio 😉

La conoscenza dei materiali è fondamentale! Sapere cosa puoi o non puoi produrre con il marmo ci aiuta a intercettare subito la fattibilità della realizzazione di un prodotto.

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  • La vostra passione nasce da radici profonde della vostra famiglia nel mondo della lavorazione del marmo. Che tipo di rapporto c’è tra tradizione e innovazione in Marmolove?

La tradizione è quella che ci porta ad avere l’esperienza per realizzare prodotti curati nei dettagli e che vogliono trasmettere emozioni grazie proprio al fatto a mano, mentre l’ innovazione porta a produrre complementi d’arredo in linea con le nuove tendenze.

Il loro rapporto è bilanciato e sono essenziali l’uno per l’altro, perché insieme ci permettono di  pensare e creare i nostri prodotti. 

  • Impossibile non innamorarsi di Marmolove sfogliando la tua gallery Instagram. Quanto conta la comunicazione oggi nel panorama artigianale? Che  consiglio daresti a chi vorrebbe comunicare al meglio i propri prodotti sui social?

La comunicazione conta molto per far sapere che ci sei, ma non basta, la comunicazione deve raccontare la tua storia, quello che fai, come lo fai e perché. 

I social sono un mondo in continua evoluzione e io non sono un’esperta per poter dare consigli, posso solo dire quello che io faccio per raccontare Marmolove. Racconto il dietro le quinte, come realizziamo i prodotti, e chi siamo, ma soprattutto lo racconto a mio modo, senza seguire strategie ma come se parlassi ad un’amica che mi chiedesse cosa è e cosa fa Marmolove.

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Siamo quasi arrivati alla fine del post, ringrazio tanto Valentina che ha accettato la mia proposta di raccontarsi qui su Baliz Room e per le chiacchiere che ci siamo fatte per scrivere questo pezzo!

Per saperne di più su cosa fa Valentina nel suo laboratorio, ti consiglio di seguire subito il meraviglioso profilo Instagram di Marmolove (non dimenticare di guardare le stories con i dietro le quinte!).

Oppure puoi fiondarti direttamente sul sito per sfogliare lo shop. Se vuoi regalare qualcosa di unico alla tua casa o ad una persona speciale, è il posto giusto per trovarlo : )

Una piccola anticipazione te la lascio qui sotto, con qualche altra foto di Marmolove…scommetto che hai già qualche preferito!

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Ci aggiorniamo al prossimo post!

Baci,

Baliz

10 Dicembre 2018 / / Baliz Room

Le periferie brutaliste di quattro grandi città si mettono in posa per Hidden Cities, il progetto  dello studio di design Zupagrafika, che ne trasforma le architetture iconiche del dopoguerra in una serie di scatti formato polaroid. 

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I quartieri protagonisti sono Marzahn di Berlino, Cheryokushki di Mosca, Thamesmead di Londra e Chomiczòwka di Varsavia. A ognuno di loro è dedicata una box con 8 scatti che ritraggono questi quartieri invisibili, rievocando lo stile delle Polaroid Type 55, un tipo speciale di pellicola che oltre alla vera e propria polaroid, ne produceva anche un negativo. 

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Ma questo non è un caso: per scoprire le fotografie di queste “città nascoste” bisogna rimuoverne il negativo, facendo acquisire al titolo del progetto un duplice significato.

Le architetture ritratte, appartenenti al periodo modernista, infatti, sono state ignorate per lunghi anni nel dopoguerra, fino a sparire completamente dai radar, rimanendo invisibili e nascoste nelle pieghe delle città in espansione. 

Il progetto Hidden Cities, oltre ai fondatori di Zupagrafika David Navarro e Martyna Sobecka, ha coinvolto anche Peter Chadwick, autore di This Brutal World, e il fotografo Alexander Veryovkin. Un team multidisciplinare che ha lavorato per catturare la bellezza di queste architetture dimenticate,  e allo stesso tempo per richiamare l’attenzione su paesaggi urbani che oggi hanno ancora tanto da raccontare. 

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23 Novembre 2018 / / Baliz Room

Se vi capiterà di entrare nella Qatar National Library di Doha, vi renderete subito conto che non è una biblioteca come le altre.

Il progetto firmato da Rem Koolhaas infatti stravolge le regole di composizione e suddivisione delle libraries convenzionali, per diventare non un edificio bensì una vera e propria esperienza spaziale e sensoriale.

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architettura-qatar-national-library-view-shelves-books-credits-balizroomLo studio O.M.A. è ben noto per il suo approccio anticonformista, e nella Qatar National Library non è da meno. La metafora alla base del progetto è l’accessibilità alla cultura: una volta varcato l’ingresso, ci si ritrova al centro di un unico immenso spazio, circondati da tre grandi scalinate di scaffali che custodiscono oltre un milione di volumi, tutti visibili e facilmente accessibili.

L’edificio include al suo interno, oltre alla Qatar National Library, anche la Public library e la University library, e può accogliere più di un migliaio di persone in un’area di 42mila metri quadri.

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architettura-qatar-national-library-coffee-cafeteria-credits-balizroomEntrare nel cuore di questa “big room” accentua fin dal primo passo la sensazione di libertà di fruizione e di movimento all’interno dell’edificio. Le possibilità di percorrenza sono infinite, grazie anche al lungo ponte sospeso che ha la funzione di spazio di interazione. Qui i visitatori possono trovare media rooms, aree studio e un auditorium multifunzionale circondato da “Cosmic Curtain” , il sistema di pannelli disegnato e progettato dal team olandese di InsideOutside.

Questa idea di integrazione si percepisce anche nel modo in cui OMA fa interagire le diverse funzioni classiche di una biblioteca. Nella “topografia” degli scaffali sono sparpagliati qua e là aree lettura e spazi di socializzazione, integrando soluzioni tecnologiche come le luci led e il sistema automatico di restituzione dei volumi.

architettura-qatar-national-library-vista-topography-books-credits-balizroomLa scelta che ho trovato più affascinante e originale, quando ho visitato l’edificio qualche tempo fa, è stata quella di caratterizzare la sezione dedicata ai manoscritti e ai testi rari dell’heritage collection.

Questa infatti è posta al centro dell’edificio in uno spazio “scavato” profondo sei metri, unico rivestito in travertino beige, accessibile  anche autonomamente da un ingresso separato.

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architettura-qatar-national-library-facciata-credits-balizroomUn aspetto che ha influenzato l’architettura è stato senza dubbio la luce solare, e come utilizzarla a proprio vantaggio nonostante in Qatar sia notoriamente molto forte. La soluzione adottata permette di filtrare la luce attraverso il sistema di facciata ondulata, ed è poi dissipata dal soffitto in alluminio che la diffonde ovunque, creando un ottimo comfort visivo perfetto per la lettura.

 

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La Qatar National Library, con la sua architettura che si lascia attraversare liberamente da chi la visita,  scavalca il concetto di istituzione culturale tradizionale, confermando quello contemporaneo di biblioteca come luogo di aggregazione e di interazione per persone di tutte le età.

Spero che questa passeggiata alla Qatar National Library ti sia piaciuta, anche se le foto che ho scattato non le rendono giustizia!

E se non vuoi perderti la mia prossima gita dedicata all’architettura di Doha, seguimi sulla mia pagina Facebook o sul mio profilo Instagram ; )

Alla prossima!

11 Ottobre 2018 / / Baliz Room

Buongiorno a tutti!

La Pillola di Design di oggi è dedicata all’architetta e designer italiana Gae Aulenti. Molti di voi la conosceranno per le sue opere di architettura, ma la brillante Gae ha lasciato a noi posteri anche oggetti di design, che ben esprimono la sua personalità, pratica ma allo stesso tempo complessa.

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Tra tanti, ho scelto per voi il set di posate Aulenti Flatware progettato per Memorabilia, degno di essere ancora oggi protagonista della tavola contemporanea. Il set è composto da cinque pezzi in acciaio inossidabile: una forchetta da insalata, una forchetta, un coltello, un cucchiaio e un cucchiaino da dessert.

Ci credereste se vi dicessi che questo set è stato progettato nel 1970? Eppure l’estetica essenziale potrebbe tranquillamente collocarlo nel panorama creativo dei giorni nostri, così come le linee pulite di ogni pezzo strizzano l’occhio al design contemporaneo, tutto acciaio e vetro.

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Se ad una prima occhiata le cinque posate potrebbero sembrare tutte uguali, basta soffermarsi un attimo per apprezzarne i dettagli e la cura nel differenziarle. Il taglio rettangolare, infatti, nelle forchette è posizionato in basso, mentre nei cucchiai in alto. Il coltello, invece, mantiene la sua integrità, quasi a rappresentare lo spartiacque tra le due forchette e i due cucchiai. Ho pensato subito ad una sorta di racconto estetico, muto, senza bisogno di molte spiegazioni.

Ancora oggi questa chicca del design, dopo essere stata parte della mostra al MoMa del 1972 “Italy: The New Domestic Landscape”, è in vendita presso il MoMa Design Store, a dimostrazione che il buon design non conosce lo scorrere del tempo!

Spero che la Pillola di oggi via sia piaciuta! Conoscevate già questo set o lo avete scoperto qui su Baliz Room? Quali altri oggetti di design di Gae Aulenti vi piacciono?

Ci aggiorniamo alla prossima pillola ; )

Baci,

Baliz

20 Settembre 2018 / / Baliz Room

Venire a vivere a Doha è stato come un vortice. Di quelli da cui non sai liberarti, di quelli di cui alla fine non riesci a fare a meno. La vita mi è cambiata tra le mani, i miei occhi non sono più gli stessi, e le emozioni sono state più travolgenti che mai.

Durante le prime settimane mi guardavo intorno,  disorientata dalle molteplici facce che la città mi mostrava, una a pochi passi dall’altra.

Tra le prime che ho conosciuto c’è quella custodita tra le strade di Souq Waqif. Situato al centro della città, è stato ricostruito per ricordare l’antica architettura tipica, con i suoi portici e le strette vie del mercato, drappeggiate di abiti tradizionali e profumate dalle spezie più diverse. In inverno le temperature permettono di mangiare all’aperto e di fumare una shisha sulle terrazze di vari ristoranti sparsi per il Souq. Ogni sera suonano musica tradizionale accompagnata da danze e canti, una bellissima finestra di vita a cui non si può rinunciare quando si muovono i primi passi in città.

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Souq Waqif

A testimonianza dell’incombente modernità che fino a un trentennio fa era inimmaginabile, di fronte a Souq Waqif sta prendendo corpo uno dei più grandi progetti di riqualificazione urbana previsti nella città: Msheireb Downtown. Il progetto prevede la demolizione di una vasta area di downtown senza un significativo valore storico/architettonico, per lasciare spazio ad un’architettura che risponda ai nuovi bisogni della città, con abitazioni, uffici e servizi, tenuti insieme da uno scenografico sistema di promenade e spazi pubblici.

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Msheireb Downtown Project
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Msheireb Downtown Project

Il ruolo di questo progetto è anche quello di rappresentare un’architettura contemporanea qatarina, che fino a questo momento non ha mai avuto una vera e propria identità. Da architetto, trovo emozionante il fatto di essere qui in questo periodo e di poter assistere a queste trasformazioni!

Dopo qualche mese, ho iniziato ad orientarmi, a riconoscere qualche punto di riferimento nei miei viaggi in taxi per Doha, entrando in contatto sempre di più con le sue innumerevoli sfumature.

Tra queste, il suo status di città in perenne costruzione è quella più evidente ed affascinante. Spesso non basta Google Maps per sopravvivere al reticolo di strade in cui Doha è ogni giorno sempre più aggrovigliata. Un dedalo di deviazioni, demolizioni, e nuove  costruzioni di una scala tale da sfuggire anche alla memoria degli abitanti più esperti. E la preparazione ai Mondiali del 2022 non ha fatto altro che accelerare un’attività costruttiva che già da anni registra numeri impressionanti. Non c’è angolo in cui non ci sia una ruspa in movimento, degli operai intenti a lavorare, o uno scavo in corso. È solo di notte che questa frenesia conosce una tregua, quando le gru che si stagliano all’orizzonte, ormai immobili, sembrano giganti dormienti in attesa dell’alba per ricominciare a costruire la città.

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Questa dimensione di indefinito, di under process, non risparmia neanche la patinata West Bay, la parte più contemporanea della città. Qui l’affascinante caleidoscopio di grattacieli scintillanti si alterna a scheletri in costruzione, tenendo tutti col naso all’insù, ad immaginare cosa ci sarà lì tra un po’ di tempo. Ma se come me preferite un punto di osservazione dall’alto, sono molti i ristoranti e i locali che occupano gli ultimi piani dei migliori alberghi della città, dai quali è possibile ammirare la bellezza di questa città in fervente cambiamento…con conseguente automatica bocca aperta. È proprio quello che è successo a me il primo giorno, quando dall’ultimo piano del Kempinski Hotel ho potuto pranzare con una vista spettacolare. 

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Da allora, è passato quasi un anno….e ne sono successe di cose. Ci sono stati momenti in cui pensavo di non voler più lasciare Doha, momenti in cui avrei preso un aereo per scappare il giorno stesso in Italia. Familiarizzare con una realtà tanto diversa infatti significa anche familiarizzare con parti di noi che forse non hanno mai avuto modo di farsi avanti. Ma dopotutto, partire da sola, a centinaia di migliaia di chilometri dalla mia comfort zone, come poteva non portarmi a un cambiamento, soprattutto interiore?

Con questo piccolo assaggio della mia esperienza a Doha ho voluto finalmente rompere il ghiaccio. Questo, infatti, è solo il primo di una serie di racconti su questa città!

Nel frattempo, se avete domande, curiosità, proposte, non siate timidi! Vi aspetto nei commenti : ) E se siete impazienti di attendere il prossimo post, potete seguirmi sul mio profilo Instagram balizroom_interiorblog, dove attraverso le stories vi lascio una finestra aperta su questo mondo.

A presto,

Baci, Baliz

20 Giugno 2018 / / Baliz Room

Buongiorno a tutti!

Con il post di oggi vi porto in giro per il mondo attraverso Sukhi, uno shop online di tappeti davvero speciali. La sua co-fondatrice Nasia Burnet, infatti, ha portato l’antico sapere artigianale sul web alla portata di tutti, affidando la produzione dei tappeti Sukhi a centinaia di donne artigiane in tutto il mondo.

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Quello che mi è subito piaciuto di questa mission è lo stampo solidale: scegliere Sukhi significa sostenere la vita di queste donne e delle loro famiglie. La visione di eliminare tutta la filiera industriale, mettendo il cliente in contatto diretto con queste realtà altrimenti remote, ha fatto in modo di abbattere i costi, proponendo dei prodotti unici e di altissima qualità.

Nel sito sono disponibili molte collezioni, ognuna delle quali è legata a tecniche e materiali dalla lunga e consolidata tradizione, tutte personalizzabili in misure e colori.

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Potrete viaggiare con un click fino al Marocco per scegliere il vostro tappeto berbero, intrecciato direttamente dalle donne della tribù Beni Ourain, da cui prendono il nome. Questi tappeti sono composti al 100% da lana di pecora e sono privi di ogni tinta, il loro legame con la vita rurale marocchina si legge in disegni di vita quotidiana, o nei tipici motivi geometrici che li hanno resi famosi nello stile d’arredo contemporaneo.

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Potrete anche fare un salto in Turchia per innamorarvi di un tradizionale tappeto patchwork che darà un tocco rustico alla vostra casa, scegliendo tra tanti diversi materiali naturali, come la canapa e il kilim. Le tinte utilizzate per i loro colori sono sempre legate all’artigianato locale, per un prodotto sostenibile non solo per la natura ma anche per chi lo acquista.

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E che ne dite di un giro in Nepal? Qui la creazione di tappeti di palline di feltro è una vera e propria arte, e Sukhi ha dato la possibilità a tante artiste artigiane di esprimere la loro creatività e assicurarsi così un salario per sostenere la famiglia. Utilizzando una lana 100% pura, importata appositamente dalla Nuova Zelanda, il prodotto finale è un morbidissimo tappeto curato nei minimi dettagli, lontana dalle logiche del risparmio di molti produttori che, invece, usano spesso materiali scadenti o di scarto.

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Dalla lontana India, invece, arrivano gli originali tappeti in lana e feltro, in tante variabili, dai tappeti tessuti piatti, anziché annodati su telaio, agli estrosi tappeti di feltro tagliato che con la loro esplosione di colori danno un tocco pop ad ogni ambiente. Sempre dall’India arrivano i tappeti di feltro intrecciati e i tappeti intrecciati di lana, indispensabili per creare un’atmosfera accogliente e assicurarsi una morbidezza assoluta, soprattutto a piedi scalzi!

In una panorama di shop online scadenti e di corse al prezzo stracciato, Sukhi ha avuto senza dubbio il coraggio di dare spazio a valori importanti per il cliente, come la qualità delle materie prime e della tecnica di produzione, ma soprattutto di sostenere realtà locali che altrimenti rischierebbero di scomparire. La scelta stessa della parola Sukhi come nome del progetto non è un caso: tradotta dal nepalese infatti significa “felice”, esprimendo in maniera perfetta l’essenza di questo commercio equo e solidale.

Il nostro viaggio finisce qui, ma se volete scoprirne di più andatevi a fare un giro sul sito, rimarrete a bocca aperta!

Noi ci aggiorniamo al prossimo post

Baci,
Baliz