Nella tua ristrutturazione con ogni probabilità dovrai rifare l’impianto elettrico. Però non è sufficiente affidarsi ad un elettricista in gamba, delegargli tutto e dormire sonni tranquilli. Ci sono degli aspetti che devi decidere insieme a lui e uno di questi è il livello dell’impianto. Si tratta infatti di una precisa imposizione di legge da rispettare, e se non lo fai il tuo impianto non potrà essere certificato (e quindi non potrà essere a norma).

ristrutturazione pratica - i 7 errori

Il fatto che in una ristrutturazione gli impianti elettrici sono sempre da rifare è un’affermazione che faccio per esperienza diretta. Però anche le statistiche mi danno ragione: un’indagine di Demoskopea per Prosiel (associazione per la promozione della sicurezza elettrica) ha fatto emergere che gli impianti domestici non a norma in Italia sono 12.000.000 (dodici milioni) e ogni anno sono causa di 45.000 (quarantacinquemila) incidenti domestici, anche mortali.

Per molte persone, messe di fronte all’inadeguatezza e non sicurezza del loro impianto elettrico, la risposta a tale problema è prevederne la messa a norma e non il rifacimento, con la speranza di risparmiare un po’ di soldi e di avere meno caos in casa.

Non devi confondere le due tipologie di intervento perché si tratta di modalità molto differenti di affrontare (e risolvere) il problema, che coincidono solo nello scopo di consegnarti un impianto in regola con le leggi, ma quasi mai nell’effettivo risultato.

Ti ho parlato di messa a norma dell’impianto elettrico e di come vada fatta in questo articolo, ma voglio essere sincero: non sono assolutamente convinto che sia un’opzione conveniente.

Infatti tale tipo di intervento prevede di continuare ad utilizzare vecchie parti dell’impianto elettrico su cui inserire nuovi elementi. E’ un po’ come pretendere di ringiovanire una persona con una trasfusione di sangue e una plastica facciale: il corpo rimane quello e di sicuro non aumenta l’aspettativa di vita.

Lo stesso stesso vale per un impianto elettrico di cui viene fatta solo la messa a norma, aggiungendo il fatto che tale intervento impone una forte limitazione alla possibilità di avere un impianto realmente completo e funzionale per quelle che sono le nuove esigenze (che sono diverse da quelle di quaranta o cinquanta anni fa).

C’è infine un dato di fatto, che è la cosa più concertante e che troppo spesso viene taciuto dagli installatori che si occupano di mettere a norma gli impianti elettrici esistenti: tutte le dichiarazioni di conformità che fanno, alla luce dei fatti, non sono valide. Sia perché i componenti che non vengono sostituiti nella messa a norma non rispettano le leggi attuali sulle caratteristiche dei materiali (pensa alle tubazioni annegate nella muratura), sia perché non è possibile rispettare appieno quelle che dovrebbero essere le prescrizioni in merito alle dotazioni minime obbligatorie di un impianto certificato.

Se i controlli in Italia non latitassero, fioccherebbero multe per dichiarazioni di conformità fasulle.

Che poi il problema non è la dichiarazione falsa ma il fatto che la tua casa, con un impianto messo a norma, continua a non essere realmente sicura (naturalmente dal punto di vista dell’impianto elettrico).

Quindi, tra messa a norma e rifacimento dell’impianto, è sempre conveniente prevedere questo secondo tipo di intervento, anche se è più costoso ed invasivo. Aspetti che tra l’altro, nell’ottica di una ristrutturazione globale di un appartamento, sono meno rilevanti.

Però, prima di chiamare un elettricista e affidargli il tuo nuovo impianto elettrico, ci sono delle cose che devi sapere. Molte le abbiamo affrontate in questo articolo dedicato al rifacimento dell’impianto elettrico.

Ce ne sono altre però di cui non ti ho parlato. Si tratta di informazioni che (per legge) dovrebbe fornirti l’installatore (o il progettista dell’impianto elettrico), ma che nessuno fa mai.

Ti sto parlando dei livelli dell’impianto elettrico, individuati in modo preciso dalla legge, e tra cui tu devi necessariamente compiere una scelta consapevole prima di rifare il tuo.

Immagino che questa cosa dei livelli dell’impianto ti suoni nuova, eppure è un obbligo dal 2012, introdotto proprio per dare una riposta efficace ai dati statistici che hai letto poco fa, oltre che per creare, in modo chiaro e semplice, maggiore consapevolezza nell’utenza finale.

ristrutturazione pratica - i 7 errori

COSA SONO I LIVELLI DELL’IMPIANTO ELETTRICO

Per parlare di questo concetto è necessario fare alcuni riferimenti normativi. Infatti i livelli dell’impianto elettrico sono riportati all’interno della norma CEI 64-8, quella che in sostanza regola l’impiantistica elettrica residenziale.

Il CEI è il comitato elettrotecnico italiano, un’associazione senza scopo di lucro creata nel 1909 con lo scopo di normazione in campo elettrico. In sostanza recepisce le norme tecniche europee e le armonizza al mercato italiano.

Che le norme rilasciate dal CEI costituiscano riferimenti obbligatori da applicare affichè gli impianti siano considerati a norma (cioè possano avere la dichiarazione di conformità) è sancito da varie leggi in vigore, tra cui ad esempio il decreto del ministero dello sviluppo economico n. 37/2008, che è il riferimento di legge più importante in vigore in materia di installazione di impianti.

La norma CEI 64-8 è nata proprio in seguito alla pubblicazione del d.m. 37/2008 e ha subito nel corso degli anni numerosi aggiornamenti. L’ultimo in ordine di tempo, nel momento in cui scrivo questo articolo, risale al 2019.

Quello che interessa a noi però è del 2012, si tratta della settima edizione della norma, in cui vengono per l’appunto introdotti i livelli dell’impianto elettrico.

In sostanza sono stati individuati tre livelli crescenti di impianti elettrici, in cui il più basso determina le condizioni minime per cui un impianto possa essere considerato sicuro ed efficiente. E naturalmente possa ricevere la dichiarazione di conformità.

I tre livelli degli impianti elettrici

I tre livelli individuati dalla norma sono:

  • Livello 1: Base
  • Livello 2: Standard
  • Livello 3: Domotico

Come abbiamo già detto il livello base definisce gli standard minimi relativi agli impianti elettrici. Sotto non si può scendere.

Attenzione ad un aspetto: far realizzare un impianto che non rispetti il livello base significa automaticamente non poter ottenere la dichiarazione di conformità, cosa che comporta alcune problematiche.

Primo problema: l’impianto è “fuorilegge”. Infatti tutti gli impianti realizzati (o sostituiti) dal 2008 in poi devono obbligatoriamente essere provvisti di dichiarazione di conformità.

Secondo problema: la casa perde l’agibilità. Infatti l’agibilità sancisce (anche) la sicurezza dell’immobile (compresa quella impiantistica): l’unico modo per dire che un impianto è sicuro è avere la dichiarazione di conformità.

In caso di compravendita le dichiarazioni di conformità sono documenti richiesti, almeno per gli impianti rifatti dopo il 2008. Anche l’agibilità è un documento necessario. Non esistono leggi che vietano di vendere la casa senza tale documentazione, però i compratori potrebbero chiederti notevoli sconti o arrivare addirittura a richiedere lo scioglimento del contratto in caso di loro assenza.

Tornando ai livelli dell’impianto elettrico: i livelli 2 e 3 non sono obbligatori, e rappresentano evoluzioni rispetto all’impianto base.

Ma quali sono i parametri che determinano le differenze tra i tre livelli dell’impianto? E quali sono effettivamente queste differenze?

Per fare una scelta consapevole devi conoscere questi aspetti.

Ti tranquillizzo subito: non si tratta di complesse nozioni tecniche, ma di semplici aspetti relativi ad elementi dell’impianto che giù usi quotidianamente e con cui hai dimestichezza. Quindi non devi diventare un esperto elettricista per fare una scelta consapevole.

I PARAMETRI SU CUI VENGONO VALUTATI I LIVELLI DELL’IMPIANTO ELETTRICO

Iniziamo con una premessa: la norma indica, come elementi di base e imprescindibili per impianti elettrici di qualsiasi livello, sia la tipologia che le caratteristiche di sicurezza dei componenti con cui devono essere realizzati.

Mi spiego meglio: i cavi del tuo impianto elettrico devono avere delle caratteristiche costruttive inderogabili; gli interruttori presenti nel quadro elettrico devono avere delle caratteristiche costruttive inderogabili; le prese e gli interruttori sparsi per casa, devono avere delle caratteristiche costruttive inderogabili; e questo vale per tutti i componenti.

Per poter essere installati tutti questi componenti devono possedere obbligatoriamente il marchio CE, quindi non possono essere acquistati dal cinese sotto casa.

Quindi, al fine di ottenere un impianto almeno di livello 1, cioè certificabile (ti ricordo che la certificazione è obbligatoria per legge negli impianti nuovi o rifatti), è essenziale utilizzare componenti elettrici di qualità.

Ho ritenuto importante fare questa premessa in quanto, quando parla di livelli degli impianti, la norma CEI 64-8 non fa minimamente riferimento a queste caratteristiche tecniche, che sono oggetto di trattazione all’interno di altri capitoli della medesima norma e all’interno di altre norme specifiche.

Naturalmente non sta a te essere preparato su tali aspetti, che sono molto tecnici, ma queste informazioni ti serviranno per drizzare le antenne di fronte a elettricisti che ti fanno prezzi stracciati: potrebbero usare componenti non certificati e quindi pericolosi.

Fatta questa premessa, torniamo a parlare dei livelli dell’impianto elettrico. Per determinare se un impianto sarà di uno o un altro livello, la norma definisce le caratteristiche che devono avere le seguenti parti dello stesso:

  • Quadro elettrico e circuiti (numero dei circuiti, numero degli interruttori differenziali, protezione dalle sovratensioni);
  • Numero di lampade di emergenza;
  • Numero di prese e punti illuminazione (divise per tipologia di ambiente e dimensione dello stesso);
  • Numero di prese telefoniche e/o dati;
  • Tipologia di apparecchi ausiliari installati (citofono/videocitofono, allarme, controllo carichi, etc.).

Inoltre, siccome un appartamento di 50mq ha esigenze impiantistiche molto diverse da uno di 150mq, per ogni livello dell’impianto elettrico vengono indicate le dotazioni minime a seconda della superficie della casa.

Ad esempio una caratteristica che sta a monte di quelle che ti ho elencato qui sopra, e che è comune a tutti i livelli di impianto, è proprio legata alla superficie dell’immobile:

sto parlando della potenza per cui deve essere dimensionato l’impianto.

La potenza dell’impianto

In sostanza stiamo parlando di quali carichi elettrici deve poter sopportare senza problemi il tuo nuovo impianto elettrico.

Sicuramente sai benissimo che, quando stipuli un contratto di fornitura elettrica, puoi scegliere tra quelle che sono definite “taglie” di potenza. Quelle classiche sono: 3kW, 4,5kw, 6kW, anche se in realtà ormai si può scegliere la taglia che si vuole con scatti di 0,5kW.

Questa è la potenza fornita e l’impianto deve essere in grado di supportare apparecchi che complessivamente richiedono tale potenza. Ecco cosa dice la norma:

  • Appartamenti fino a 75mq → impianto dimensionato almeno per potenze di 3kW;
  • Appartamenti oltre i 75mq → impianto dimensionato almeno per potenze di 6kW.

Questi sono valori minimi. C’è da evidenziare però che la presenza di apparecchi elettrici all’interno delle case sta diventando sempre più importante.

Sicuramente l’efficienza di tali apparecchi è molto superiore rispetto a solo pochi anni fa (e quindi i consumi sono minori), però le potenze richieste stanno comunque aumentando.

Ad esempio, molte funzioni prima demandate ad altri impianti vengono ora spesso affidate all’impianto elettrico: pensa alle piastre ad induzione che vengono installate al posto dei fornelli a gas (una piastra ad induzione può assorbire da sola fino a 3kW); oppure ai sistemi di riscaldamento/raffrescamento totalmente elettrici (pompe di calore).

Quindi, anche in immobili di piccole dimensioni, è probabilmente conveniente prevedere un dimensionamento maggiore.

Pensa che in un grosso appartamento che ho ristrutturato, è stato necessario dimensionare l’impianto per ben 15 kW.

Se la potenza minima su cui dimensionare l’impianto abbiamo detto essere una caratteristica trasversale e comune a tutti i livelli di impianto, tutte le altre caratteristiche che abbiamo elencato prima variano al variare del livello. La norma CEI 64-8 le racchiude tutte nella tabella A.

Vediamo sinteticamente quali sono le prestazioni che devono garantire i singoli livelli per ognuno dei punti che ti ho elencato.

LIVELLO 1: BASE

livelli impianto elettrico: livello 1 - base

Abbiamo detto che il livello 1 è l’unico obbligatorio per avere un impianto a norma. Quelle che vedremo nelle prossime righe quindi sono le prestazioni minime di legge che deve avere il tuo nuovo impianto elettrico.

Quadro elettrico e circuiti

Nel quadro elettrico convergono tutti gli interruttori che comandano le varie linee in cui è diviso l’impianto elettrico, quindi le caratteristiche relative al quadro elettrico descrivono tutto l’impianto.

Il numero di linee in cui dividere l’impianto è correlato alla dimensione della casa.

Prima di vederle nel dettaglio però elenchiamo altre caratteristiche che deve rispettare il quadro elettrico e che sono indipendenti dalla superficie della casa:

  • Presenza di un interruttore generale (interruttore magnetotermico);
  • Presenza di due interruttori differenziali su cui suddividere le linee;
  • Presenza di una protezione contro le sovratensioni (se necessario).

Giusto per tua conoscenza, gli interruttori magnetotermici servono per proteggere l’impianto dalle sovracorrenti e dai cortocircuiti, mentre gli interruttori differenziali servono per proteggere l’utilizzatore dai contatti diretti (il caso più banale è tu che tocchi un cavo scoperto in cui passa corrente).

Veniamo ora alla divisione in circuiti:

Le linee elettriche di un impianto di livello 1

La divisione in circuiti avviene tramite interruttori magnetotermici, che nel quadro elettrico sono collegati direttamente agli interruttori differenziali (ogni differenziale è collegato a più magnetotermici).

Abbiamo detto che gli impianti devono essere divisi in un determinato numero di linee a seconda della superficie della casa.

C’è da fare una precisazione che vale per tutti i livelli di impianto: nel contare le linee minime, non bisogna tener conto di quelle dedicate a scaldacqua, condizionatori, caldaie, box auto, cantine (che devono stare a parte).

Quindi, in sostanza, si tratta di linee che comandano prese (o forniture di energia in genere) e luci:

  • Casa fino a 50mq → 2 linee (solitamente luce e prese);
  • Casa tra 50mq e 75mq → 3 linee;
  • Casa tra 75mq e 125mq → 4 linee;
  • Casa oltre 125mq → 5 linee.

Con questo abbiamo definito le dotazioni di base del quadro elettrico di un impianto di livello 1. Vediamo le altre caratteristiche.

Illuminazione di emergenza

Naturalmente stiamo parlando delle lampade di emergenza. La legge fa una distinzione in base alla superficie della casa:

  • Fino 100mq → basta 1 lampada di emergenza;
  • Oltre i 100mq → sono necessarie 2 lampade di emergenza.

Dotazione di prese e di illuminazione per singolo ambiente

Qui la situazione si fa più complicata. Infatti tale dotazione minima viene indicata per ogni singola stanza che compone la casa, in relazione alla superficie e alla funzione.

La norma affronta tutti gli ambienti possibili, noi vediamo i principali, cioè quelli che sono sempre presenti in tutte le case. E lo facciamo partendo da quelli la cui dotazione è indipendente dalla superficie:

  • Ingresso → 1 presa e 1 punto luce;
  • Cucina → 5 prese (di cui 2 sul piano di lavoro), 1 punto luce e 1 punto TV;
  • Bagno con lavatrice → 2 prese, 2 punti luce.

Vediamo ora gli ambienti per cui sono indicate dotazioni diverse a seconda della superficie, cominciando dalle:

Camere da letto

  • Superficie tra 8mq e 12mq → 3 prese, 1 punto luce e 1 punto TV;
  • Superficie tra 12mq e 20mq → 4 prese, 1 punto luce e 1 punto TV;
  • Superficie oltre i 20mq → 5 prese, 2 punti luce e 1 punto TV.

Altri ambienti

Per altri ambienti si intendono tutti quelli non presenti nell’elenco che abbiamo fatto finora, quindi in sostanza soggiorni, sale da pranzo, salotti, studioli, etc.

  • Superficie tra 8mq e 12mq → 4 prese, 1 punto luce e 1 punto TV;
  • Superficie tra 12mq e 20mq → 5 prese, 1 punto luce e 1 punto TV;
  • Superficie oltre i 20mq → 6 prese, 2 punti luce e 1 punto TV.

Oltre a prese e luci ci sono una serie di altri servizi che sono indispensabili all’interno delle abitazioni e che concorrono a determinare il livello dell’impianto elettrico.

Prese telefono e/o dati

Queste vengono normate in relazione alla superficie della casa:

  • Casa fino a 50mq → 1 presa;
  • Casa tra 50mq e 100mq → 2 prese;
  • Casa oltre 100mq → 3 prese.

Apparecchi ausiliari

Gli apparecchi ausiliari sono varie dotazioni che non sono indispensabili per dare un impianto elettrico funzionante. Quindi sono sostanzialmente degli optional.

Infatti la norma, per il livello 1, ne prevede obbligatoriamente solo due: campanello e citofono.

A partire dal prossimo paragrafo vedrai come, nei livelli successivi, diventano obbligatori molti più apparecchi ausiliari.

LIVELLO 2: STANDARD

livelli impianto elettrico: livello 2 - standard

Non devi farti ingannare dal fatto che questo livello sia classificato come “standard”: nessuno dei vecchi impianti elettrici raggiunge le prestazioni di tale livello e anche i nuovi impianti raramente lo fanno.

Rispetto al livello base si tratta semplicemente di aumentare le dotazioni. Vediamo come, riproponendo gli stessi punti del paragrafo precedente.

Quadro elettrico

Il quadro elettrico di un impianto di livello 2 rispecchia la maggiore completezza e sofisticazione dell’intero impianto: anche visivamente è differente in quanto il maggior numero di interruttori installati comporta la necessità di un centralino di dimensioni maggiori.

Queste sono le caratteristiche di un quadro elettrico di livello 2 indipendenti dalla superficie:

  • Presenza di un interruttore generale (interruttore magnetotermico);
  • Presenza di due interruttori differenziali su cui suddividere le linee;
  • Presenza di una protezione contro le sovratensioni se necessario.

Se vai a confrontare con il quadro elettrico di livello 1 vedrai che sono esattamente uguali. La differenza di un impianto standard dal precedente infatti è relativa alla divisione dei circuiti:

Le linee elettriche di un impianto di livello 2

Anche in questo caso il numero di linee minime da prevedere non deve tener conto di quelle dedicate a scaldacqua, condizionatori, caldaie, box auto, cantine a cui devono essere dedicate linee separate.

Quindi, divise per superficie, abbiamo:

  • Casa fino a 50mq → 3 linee;
  • Casa tra 50mq e 75mq → 3 linee;
  • Casa tra 75mq e 125mq → 5 linee;
  • Casa oltre 125mq → 6 linee.

Solo per le case tra 50 e 75 mq non cambia la dotazione rispetto al livello 1, per gli altri tagli di superficie è prevista una linea in più.

Illuminazione di emergenza

Per quanto riguarda le lampade di emergenza:

  • Fino 100mq → 2 lampade di emergenza;
  • Oltre i 100mq → 3 lampade di emergenza.

Anche qui aumentiamo di uno rispetto ad un impianto di livello base.

Dotazione di prese e di illuminazione per singolo ambiente

Vediamo, come per abbiamo fatto per gli impianti di livello 1, cosa prevede la norma partendo dagli ambienti per cui la dotazione è indipendente dalla superficie:

  • Ingresso → 1 presa e 1 punto luce;
  • Cucina → 6 prese (di cui 2 sul piano di lavoro), 2 punto luce e 1 punto TV;
  • Bagno con lavatrice: 2 prese, 2 punti luce.

Ci sono poche differenze con gli impianti di livello 1.

Vediamo invece cosa viene previsto per gli ambienti le cui dotazioni sono legate alla superficie.

Camere da letto

  • Superficie tra 8mq e 12mq → 4 prese, 2 punto luce e 1 punto TV;
  • Superficie tra 12mq e 20mq → 6 prese, 2 punto luce e 1 punto TV;
  • Superficie oltre i 20mq → 7 prese, 4 punti luce e 1 punto TV.

Altri ambienti

Ti ricordo che per altri ambienti si intendono tutti quelli non presenti nell’elenco che abbiamo fatto qui sopra, quindi in sostanza soggiorni, sale da pranzo, salotti, studioli, etc.

  • Superficie tra 8mq e 12mq → 5 prese, 2 punto luce e 1 punto TV;
  • Superficie tra 12mq e 20mq → 7 prese, 2 punto luce e 1 punto TV;
  • Superficie oltre i 20mq → 8 prese, 3 punti luce e 1 punto TV.

Tra camere e altri ambienti le dotazioni sono decisamente più importanti rispetto ad un impianto di livello 1.

Prese telefono e/o dati

In questo caso non cambia nulla rispetto ad un impianto di livello 1:

  • Casa fino a 50mq → 1 presa;
  • Casa tra 50mq e 100mq → 2 prese;
  • Casa oltre 100mq → 3 prese.

Apparecchi ausiliari

Abbiamo visto che nel livello 1 gli unici apparecchi ausiliari necessari sono il campanello e il citofono.

Nel livello 2 questi apparecchi sono più numerosi:

  • Campanello;
  • Citofono;
  • Videocitofono;
  • Controllo dei carichi;
  • Allarme Antintrusione.

In merito ai videocitofoni c’è da fare una precisazione: siccome la sua installazione dipende dal circuito dedicato presente nell’immobile in cui si trova casa tua, se abiti in condominio e non c’è la predisposizione per il videocitofono non sei obbligato ad installarlo per avere un impianto classificato di livello 2.

Per quanto riguarda il controllo dei carichi, si tratta di un piccolo elemento con display che viene inserito all’interno del quadro elettrico che ha, in sostanza, lo scopo di monitorare quanto consumi. Ma non fa solo questo: ti segnala con un suono quando sei in sovraccarico ed effettua il distacco dei carichi (cioè delle linee) non necessari per evitare danni.

Come hai potuto leggere gli impianti elettrici di livello 2 sono molto più completi e prevedono un grado di sicurezza decisamente maggiore rispetto a quello base.

Per ottenere l’ultimo step verso un impianto al top delle performances manca solo un passo: la domotica.

Questa è prerogativa degli impianti di livello 3, che però non prevedono solo l’integrazione della domotica ma anche alcune caratteristiche diverse (migliorative) rispetto a quanto abbiamo visto negli due livelli precedenti.

LIVELLO 3: DOMOTICO

livello impianto elettrico: livello 3 - domotico

Come abbiamo detto, negli impianti di livello 3 non si tratta semplicemente di integrare la domotica, ma anche di aumentare ulteriormente le dotazioni impiantistiche standard con lo scopo non tanto di avere più prese o luci, ma quanto di aumentare ulteriormente la sicurezza dell’impianto.

Vediamo come.

Quadro elettrico

Nel quadro elettrico aumentano le linee, dipendenti dalla superficie, ma anche un’altra caratteristica, indipendente dalla superficie:

  • Presenza di un interruttore generale (interruttore magnetotermico);
  • Presenza di due interruttori differenziali su cui suddividere le linee;
  • Presenza di una protezione contro le sovratensioni (se necessario);
  • Presenza di una protezione contro le sovratensioni per gli apparecchi.

In sostanza vi è una protezione aggiuntiva contro le sovratensioni che evita alle apparecchiature di rovinarsi in caso di picchi di tensione imprevisti.

Infatti se la prima protezione serve per evitare che tu ti folgori (in sostanza funziona come il parafulmini…), questa seconda protezione fa in modo che le apparecchiature (soprattutto elettroniche) non subiscano sbalzi di tensione e si rovinino irrimediabilmente.

La logica è che sia indispensabile proteggere le vite umane (quindi la prima protezione dalle sovratensioni è prevista fin dagli impianti di livello base), e che, come prestazione aggiuntiva (del livello 3), si vada a proteggere anche le apparecchiature (cioè si ha una protezione dal danno economico).

Vediamo invece, a livello di linee, cosa prevede la norma per gli impianti di livello 3.

Le linee elettriche di un impianto di livello 3

Come già detto, anche in questo caso il numero di linee minime da prevedere non deve tener conto di quelle dedicate a scaldacqua, condizionatori, caldaie, box auto, cantine a cui devono essere dedicate linee separate.

Quindi, divise per superficie, abbiamo:

  • Casa fino a 50mq → 3 linee;
  • Casa tra 50mq e 75mq → 4 linee;
  • Casa tra 75mq e 125mq → 5 linee;
  • Casa oltre 125mq → 7 linee.

Rispetto al livello 2 aumentano le linee per gli immobili tra 50 e 75 mq (da 3 a 4) e per quelli oltre i 125 mq (da 6 a 7).

Illuminazione di emergenza

Per quanto riguarda le lampade di emergenza non cambia nulla rispetto al livello 2:

  • Fino 100mq → 2 lampade di emergenza;
  • Oltre i 100mq → 3 lampade di emergenza.

Dotazione di prese e di illuminazione per singolo ambiente

Partiamo, come prima, dagli ambienti per cui la dotazione è indipendente dalla superficie:

  • Ingresso → 1 presa e 1 punto luce;
  • Cucina → 7 prese (di cui 2 sul piano di lavoro), 2 punto luce e 1 punto TV;
  • Bagno con lavatrice: 2 prese, 2 punti luce.

Ci sono poche differenze con gli impianti di livello 2, solo la cucina prevede una presa in più.

Attenzione, nell’elenco che puoi leggere qui sopra non ti ho inserito tutti gli ambienti previsti dalla legge, la quale fornisce indicazioni per le dotazioni minime anche di: anglo cottura, lavanderia, vano wc, corridoio, balcone, ripostiglio, cantina/mansarda, box, giardino (alla fine dell’articolo trovi un documento in cui ti riporto tutto).

Vediamo invece, sempre relativamente al livello 3, cosa prevede la norma per gli ambienti le cui dotazioni sono legate alla superficie.

Camere da letto

  • Superficie tra 8mq e 12mq → 4 prese, 3 punto luce e 1 punto TV;
  • Superficie tra 12mq e 20mq → 7 prese, 3 punto luce e 1 punto TV;
  • Superficie oltre i 20mq → 9 prese, 4 punti luce e 1 punto TV.

Altri ambienti

  • Superficie tra 8mq e 12mq → 5 prese, 2 punto luce e 1 punto TV;
  • Superficie tra 12mq e 20mq → 8 prese, 3 punto luce e 1 punto TV;
  • Superficie oltre i 20mq → 10 prese, 4 punti luce e 1 punto TV.

Come puoi leggere, rispetto ai livelli precedenti, c’è un ulteriore incremento di dotazioni.

Prese telefono e/o dati

In questo caso aumentano le dotazioni rispetto ad un impianto di livello 2:

  • Casa fino a 50mq → 1 presa;
  • Casa tra 50mq e 100mq → 3 prese;
  • Casa oltre 100mq → 4 prese.

Apparecchi ausiliari

Nel livello 3, rispetto al precedente, c’è solo una novità:

  • Campanello;
  • Citofono;
  • Videocitofono;
  • Controllo dei carichi (anche integrato nel domotico);
  • Allarme Antintrusione (anche integrato nel domotico);
  • Impianto domotico.

Qualche parola relativamente alla domotica.

Come prima cosa ti rimando all’articolo che ho pubblicato proprio dedicato alla domotica, lo trovi qui: Guida agli impianti domotici per committenti non esperti.

Le principali funzioni domotiche che possono essere presenti in casa sono:

  • Gestione degli scenari (tapparelle, luci, ecc.);
  • Gestione automatica della temperatura (caldo, freddo);
  • Gestione dei carichi elettrici;
  • Allarme antintrusione;
  • Sistema di diffusione sonora;
  • Rilevazione incendio;
  • Sistema rilevazione gas;
  • Controllo da remoto.

Affinché il tuo impianto sia considerato di livello 3 non è necessario integrare tutte le funzioni che ti ho elencato qui sopra, ma la norma dice che l’impianto domotico deve gestirne almeno quattro.

ristrutturazione pratica: i 7 errori

LA NECESSITÀ DI UNA SCELTA CONSAPEVOLE

Nei paragrafi precedenti ti ho nesso nero su bianco tutte le caratteristiche dei tre livelli di impianti previsti dalla norma CEI 64-8.

Quando sono stati introdotti e ne sono state fissate le caratteristiche nel 2012, è stato compiuto un importante sforzo di semplificazione e chiarimento soprattutto a beneficio dell’utenza finale.

Infatti, con queste indicazioni, anche chi non è un esperto può facilmente comprendere quali sono le caratteristiche di un impianto base, sotto le quali non si può scendere, e quali sono le caratteristiche dell’impianto che il proprio installatore sta proponendo.

Ma la norma CEI 64-8 ha contemporaneamente introdotto anche l’obbligo di informare e coinvolgere l’utente finale (cioè tu) nella scelta del livello dell’impianto, e anche di indicare nel certificato di conformità quale sia il livello installato.

Quello che è mancato, e che manca tuttora, è una diffusione di tali informazioni proprio verso le persone a cui sono destinate, cioè gli utenti finali.

Infatti si tratta di nozioni che sono ben chiare a tutti gli installatori, ma che già tra i miei colleghi progettisti sono poco conosciute. Ammetto che io stesso, fino a poco tempo fa, ero ignorante in materia.

Con questo articolo abbiamo concluso un percorso di informazione sugli impianti elettrici, destinato agli utenti finali. Nei paragrafi precedenti ti ho messo i link agli altri articoli che creano il quadro di insieme che abbiamo delineato su questo argomento.

Ma, prima di chiudere questo articolo, ho un regalo per te: se clicchi sul pulsante qui sotto puoi scaricare gratuitamente un file pdf in cui trovi tutte le nozioni racchiuse nella tabella A allegata alla norma CEI 64-8, che riporta tutte le caratteristiche dei tre livelli degli impianti elettrici di cui abbiamo parlato.

ristrutturazione pratica: i 7 errori

L’articolo I livelli dell’impianto elettrico: un aspetto sconosciuto a tutti i committenti di cui dovresti preoccuparti nel rifacimento del tuo sembra essere il primo su RistrutturazionePratica | Il sistema scientifico per ristrutturare.

21 Novembre 2019 / / Architettura

Tu sai cosa è realmente la domotica? Devo ammettere di averlo capito anche io solo da poco.

Se vogliamo dare una definizione di domotica classica (una tra le tante) possiamo dire che sia l’automazione della gestione della casa per ottenere risparmio energetico, sicurezza e aumentare le funzioni a disposizione.

In questo articolo parleremo di domotica, ma voglio affrontare l’argomento in modo un po’ diverso da quello che puoi trovare in rete.

ristrutturazionepratica.it banner

Il mio scopo è dare risposta alle domande che mi sono posto io, prima quando non capivo la domotica, e poi quando ho cominciato ad approfondirla.

Per anni non ho capito realmente cosa fosse la domotica. Quello che mi ha fregato è sempre stata la parola “scenari”, che mi è stata ripetuta come un mantra da chi ha provato a spiegarmela in passato.

“Se usi questi apparecchi puoi creare xxx scenari di illuminazione”

“Se implementi questa tecnologia puoi aggiungere altri scenari”

“Con questo aggeggio puoi creare i famosi scenari”

Famosi scenari? E cosa sono questi scenari?

Io li ho sempre associati esclusivamente a combinazioni di luci accese in vario modo e con vari colori: un modo per creare delle vere e proprie scene in casa, quasi fosse un teatro.

Così mi immaginavo ad impazzire davanti ad un tablet alla ricerca della giusta combinazione di luci per una cena con amici, dovendo cercare tra gli scenari “film romantico”, “serata di sesso”, “salotto letterario” e altre decine di combinazioni preimpostate.

Ho sempre percepito questa cosa come abbastanza inutile, o almeno non tale da farne valere la pena. Il ché mi ha portato ad avere un po’ di diffidenza verso la domotica, perché non la capivo e perché mi venivano sempre prospettati costi di realizzazione altissimi rispetto ad un impianto normale, costi che raramente un cliente vuole affrontare.

Poi, grazie ad un progetto di qualche tempo fa, in cui con i clienti abbiamo implementato la domotica nella loro ristrutturazione, ho capito che gli scenari della domotica sono qualcosa di molto diverso e rappresentano il cuore della automazioni che rende possibile.

L’articolo che stai leggendo è per tutti quei committenti che non sono esperti di domotica, che non vogliono diventarlo (che tanto è inutile), ma che vogliono capire come funziona questa cosa e in cosa è differente da un impianto elettrico normale.

E in più ti dirò quali sono i problemi che hanno afflitto gli impianti domotici fino a poco tempo fa e che potresti trovarti ad affrontare anche tu se non fai le tue scelte con attenzione.

Ecco di cosa parleremo:

  • Cosa può realizzare con la domotica? Le tre aree principali di intervento: risparmio energetico, sicurezza e maggiori funzionalità;
  • Quali sono i soli tre elementi che servono per realizzare un impianto domotico completo?
  • Qual’è dal punto di vista pratico la differenza realizzativa tra un impianto domotico e di uno normale?
  • Quali sono i principali problemi che hanno afflitto finora gli impianti domotici e che gli hanno impedito di diffondersi?
  • Quali sono le novità della nuova domotica che stanno aprendo il mercato in modo rapido e irresistibile?

Direi che si tratta di un bel po’ di carne al fuoco, quindi non perdiamo tempo.

LE AUTOMAZIONI DELLA DOMOTICA E GLI AMBITI IN CUI INTERVENGONO

Domotica e automazioni

Abbiamo detto che domotica in sostanza è automazione della casa (contiene la parola domos – casa).

Vista più in generale però è automazione delle funzioni all’interno di un edificio, e in tal senso la sua nascita può essere fatta risalire addirittura all’800 con l’invenzione dei primi “regolatori di temperatura”. I termostati in pratica (Tra l’altro da parte dell’azienda che poi si trasformerà in Siemens).

Un impianto di riscaldamento che si accende e si spegne da solo è un’automazione, ed è quindi domotica.

È stato proprio quello della regolazione della climatizzazione la prima branca di sviluppo della domotica che, come automazione in genere, si è affermata in modo importante in ambito terziario (uffici), e che nel domestico è entrata trionfalmente solo da pochi anni (sebbene vi siano applicazioni varie da decenni).

L’automazione domestica riguarda essenzialmente tre aspetti:

  • Il risparmio energetico;
  • La sicurezza;
  • Maggiori funzionalità.

Ma quali sono le automazioni che in ognuno di questi campi può realizzare la domotica, e soprattutto quali sono le automazioni realmente utili?

Mi (e ti) faccio questa domanda perché ho sempre avuto l’impressione che negli anni la domotica sia stata venduta come un sistema in grado di fare cose spesso inutili.

Quella che mi ha sempre fatto ridere è “con la domotica puoi far partire la lavatrice anche quando non sei a casa”.

Ma veramente ti serve far partire la lavatrice mentre sei in viaggio? Serve a questo la domotica?

Personalmente non penso. Questo è ciò che è stato spacciato per anni al solo scopo di vendere ai tech addicted la domotica. In un periodo in cui, in ambito residenziale, si trattava di una novità assoluta, c’era la necessità di suscitare l’attenzione di chi vuole essere sempre il primo dal punto di vista tecnologico. E quindi quale modo migliore che vendere le funzioni più scenografiche? In fondo da questo punto di vista la domotica è come la macchina e gli optional: non la compri per quelli, ma sono loro che spesso ti danno la spinta decisiva a farlo.

La domotica in realtà è decisamente un’altra cosa, ed è molto più utile.

La domotica per il risparmio energetico

Risparmio energetico con la domotica

Se pensi che la possibilità di accendere e spegnere l’impianto di riscaldamento quando non sei a casa sia la domotica applicata al risparmio energetico se fuori strada.

La domotica per il risparmio energetico ha come scopo quello di farti risparmiare soldi in bolletta e tale risultato lo ottieni semplicemente consumando di meno.

Tale obiettivo si ottiene agendo sia sugli impianti di riscaldamento/raffrescamento, che sui carichi energetici.

Climatizzazione e domotica

Per climatizzazione naturalmente intendiamo sia il riscaldamento che il raffrescamento.

Dando per scontato che tu nella tua ristrutturazione abbia optato per impianti ad alta efficienza energetica, la domotica interviene dandoti la possibilità di regolare in modo automatico le temperature di ogni singolo ambiente di casa, sulla base di quanto hai pre-impostato tu.

Questo ti consente di avere ambienti inutilmente riscaldati in momenti in cui non ti servono, oppure di dover chiedere una sovra-prestazione alla caldaia per scaldare rapidamente un ambiente freddo quando invece ti serve.

E naturalmente la possibilità di controllare o di attivare un impianto quando non sei in casa.

Naturalmente la domotica in questo settore entra anche nell’integrazione e controllo continuo tra gli impianti di riscaldamento e raffrescamento, e i sistemi di generazione da fonti rinnovabili (fotovoltaico, pannelli solari, geotermico, etc.).

Controllo dei carichi elettrici

Un sistema di controllo dei carichi elettrici non fa altro che quello che dice: controllare quanta corrente viene richiesta dalle prese dell’impianto domotico (e di conseguenza dagli apparecchi collegati).

La sua utilità ai fini del risparmio energetico è prima di tutto un utilizzo più consapevole degli apparecchi che hai in casa, ed eventualmente togliere la corrente ad alcune prese quando non serve.

Ad esempio: puoi programmare che di notte venga tolta corrente a tutte le prese dove sono collegate apparecchiature elettroniche, così anche la famosa spia della televisione che rimane sempre accesa non lo farà più.

Accensione e spegnimento automatici delle luci

L’accensione e spegnimento automatici delle luci può avvenire in due modi: o con sensori di movimento, o con sensori crepuscolari.

I primi si attivano se rilevano movimento all’interno delle aree che controllano (più o meno come fa un sensore di antifurto volumetrico), mentre i secondi si attivano a seconda di quanta luce è presente.

Questi ultimi sono molto utilizzati esternamente, anche nell’illuminazione stradale.

I risparmi, più che nella funzione di accensione automatica, sono dati dalle funzioni di spegnimento automatico, che consente di non tenere accese luci inutilmente in ambienti dove non c’è presenza di persone.

All’interno delle case sono molto utili in ambienti di passaggio o in cui ci si muove (i bagni ad esempio), meno nelle aree in cui ci si rilassa (divani, tavoli da pranzo, letti.

La domotica per la sicurezza

domotica e sicurezza

La sicurezza di una casa si divide tra passiva ed attiva.

La sicurezza passiva, di cui abbiamo già parlato in questo articolo, è composta da tutti quelli elementi fisici che puoi frapporre tra te e dei malintenzionati.

La sicurezza attiva invece riguarda tutti gli apparecchi che in qualche modo controllano e sorvegliano una casa.

I sistemi di sicurezza esistenti attivi sono vari, ma si possono riassumere sostanzialmente in due tipi: impianti antintrusione e impianti di videosorveglianza.

Come interviene la domotica nella loro gestione?

Sostanzialmente nel creare vari scenari.

Per un impianto antintrusione consente di realizzare, ad esempio, varie impostazioni di attivazione dei vari sensori sparsi per la casa.

La funzione più utile probabilmente è poter controllare la casa da remoto, cosa resa possibile in modo efficace solo con la diffusione degli smartphone. Ed effettivamente, essendo il problema dei furti maggiormente presente quando non ci sono persone nelle case, poter verificare lo stato dei sensori, se hanno rilevato accessi, e anche visualizzare gli ambienti tramite videocamere, sono tutte funzioni molto utili legate alla sicurezza.

Altre funzioni utili da remoto potrebbe essere quella di disattivare temporaneamente solo alcuni sensori, così se qualcuno deve accedere a casa durante la tua assenza può farlo tranquillamente senza dover disinserire completamente l’allarme o farlo partire inavvertitamente.

Le maggiori funzionalità: gli scenari che può creare la domotica

gestire gli scenari con la domotica

Quando parliamo di scenari il campo di applicazione è veramente vasto, chiaramente non limitato all’accensione delle luci secondo un determinato schema.

Anche l’automazione dell’impianto di riscaldamento, di cui abbiamo parlato solo pochi paragrafi fa, è uno scenario.

In sostanza possiamo dire che ogni automazione crea uno scenario, che può essere più o meno complesso.

Quando parliamo di scenari ad esempio possiamo anche fare riferimento all’automazione dell’apertura e chiusura delle tapparelle da un unico punto.

Un’applicazione molto interessante degli scenari è la combinazione di azioni su sistemi impiantistici diversi.

Ad esempio potresti impostare uno scenario che chiami “arrivo a casa”, in cui si accendono automaticamente determinate luci e si alzano alcune tapparelle.

E naturalmente questa cosa può essere totalmente automatizzata sulla base di un gesto, come potrebbe essere aprire la porta di casa, oppure far aprire il cancello del cortile con il telecomando.

Le possibilità sono infinite, e all’interno degli scenari rientrano anche le automazioni delle operazioni più “vendute”, come far partire la lavatrice, il forno o la lavastoviglie.

Direi che solo con quello che abbiamo detto negli ultimi paragrafi dovresti esserti fatto un’idea abbastanza chiara delle possibilità che ti da la domotica e se sono cose che ti possono essere utili.

Considera che tutti gli apparecchi e gli elettrodomestici a breve implementeranno funzioni domotiche, quindi nella tua ristrutturazione devi valutare attentamente la sua introduzione.

Per evitare di perderti tra le mille possibilità della domotica, la prima cosa che devi fare è capire quali sono le funzioni realmente utili da far implementare. Per questo un bravo installatore o progettista non ti proporrà mai un sistema prima di averti interrogato proprio su questi argomenti.

Ma ti sei mai chiesto quali sono gli apparecchi elettrici ed elettronici che consentono di realizzare tutto questo? Come è fatto un impianto domotico?

Quando l’ho scoperto, devo essere sincero, mi sono stupito: perchè ho capito che la complessità degli scenari realizzabili con la domotica si ottiene in realtà con solo tre cose.

ristrutturazionepratica.it banner

I TRE ELEMENTI DI CUI E’ COMPOSTO UN IMPIANTO DOMOTICO

Un impianto domotico è composto da solo tre elementi:

  • Il bus di comunicazione
  • I sensori
  • Gli attuatori

Tutto ciò che va a realizzare le automazioni di un impianto domotico è racchiuso qui. E, come vedremo, in parte coincidono con elementi che negli impianti normali vengono semplicemente chiamati con altro nome.

Per realizzare un impianto elettrico di tipo domotico completo, a questi che abbiamo appena elencato bisogna aggiungere i cavi di corrente (come in un impianto normale), il quadro elettrico con le varie linee (come in un impianto normale), alcuni alimentatori specifici per la linea domotica e naturalmente i terminali da comandare (condizionatori, elettrodomestici, lampadari, etc.), che sono anche essi elementi normali di qualsiasi impianto elettrico.

Vediamo rapidamente in cosa consistono i tre elementi specifici dell’impianto domotico.

Il bus di comunicazione

il bus di comunicazione della domotica

Se la domotica ha come obiettivo l’automazione della casa, deve fare in modo che tutti gli apparecchi siano messi in comunicazione tra di loro: necessariamente ci sono delle informazioni che devono essere trasmesse.

Queste informazioni vengono trasmesse attraverso i bus. Considera il sistema bus come una strada che passa attraverso tutti gli apparecchi che fanno parte dell’impianto elettrico domotico (sensori e attuatori).

Tale strada può essere unica, oppure può essere ramificata in più parti, dipende dalla dimensione della casa e dal numero di apparecchi da comandare (un singolo impianto domotico può avere al suo interno oltre 60.000 apparecchi…direi sufficienti per casa tua).

Il sistema bus classico e maggiormente diffuso è un semplice cavo di tipo telefonico, attraverso cui passano i dati ed è alimentato con una tensione di 29 volt (dagli alimentatori di cui parlavamo prima).

Se pensi che sui cavi telefonici passa tuttora l’adsl a banda larga, capisci come possano essere più che sufficienti per un impianto domotico, che trasporta molti meno dati.

I sensori

I sensori nella domotica

Abbiamo detto che la domotica è automazione delle funzioni della casa, e per ottenere tale risultato l’impianto è programmato per reagire al variare di alcune condizioni.

Per monitorare le condizioni vengono utilizzati i cosiddetti sensori.

Quando pensi a questi dispositivi devi pensare che siano come i cinque sensi di una persona: vista, udito, tatto, olfatto, gusto.

In fondo i sensori lavorano allo stesso modo.

Ci sono i sensori di vista, che possono essere sensori di movimento, utilizzati nei sistemi di allarme ma anche per accensione e spegnimento delle luci a seconda della presenza o meno di persone; oppure possono essere sensori di luce (rilevano quanta luce c’è in un ambiente), che ad esempio possono accendere o spegnere le luci in base alla quantità di luce naturale presente (vengono usati negli impianti di pubblica illuminazione, sono detti sensori crepuscolari).

Chiaramente ci sono i sensori di temperatura il cui funzionamento probabilmente conosci molto bene perchè è quello di un termostato normale, anche se nel caso della domotica solitamente vengono posizionati in più punti tra cui anche l’esterno.

Ci sono i sensori che simulano l’olfatto, come ad esempio quelli che verificano la presenza di gas all’interno degli ambienti.

I sensori di tatto non sono altro che gli interruttori, o anche i display touchscreen, che semplicemente rispondono al tocco: l’interruttore per accendere la luce, in un sistema domotico, non è altro che un sensore di tatto.

La domanda che potresti farti a questo punto è: ma se i sensori non sono altro che normali interruttori/termostati/etc….che differenza c’è con un impianto elettrico normale visto che le stesse funzioni possono già essere svolte da quello?

Ecco che entra in gioco il terzo elemento di un impianto domotico, quello che crea la magia.

Gli attuatori

Gli attuatori nella domotica

Non vorrei essere ripetitivo, ma lo scopo della domotica è l’automazione, da quelle più semplice come può essere alzare tutte le tapparelle da un unico pulsante, a quelle più complesse come può essere la gestione completa dell’impianto di riscaldamento garantendo sempre la temperatura desiderata.

Abbiamo detto che i sensori raccolgono le informazioni necessarie, però per poter realizzare l’automazione tali informazioni devono essere interpretate e a tale interpretazione deve corrispondere un’azione automatica preimpostata.

Tale compito è demandato agli attuatori, che hanno al loro interno un microprocessore programmabile.

L’attuatore quindi non fa altro che mettere in pratica gli “scenari” che sono stati preimpostati, quindi in sostanza attiva i carichi energetici.

Attivare i carichi significa accendere una lampadina (viene chiuso un circuito e di conseguenza le viene data corrente), oppure far partire la caldaia.

Ma tutto ciò lo fa anche un impianto normale dirai.

Hai ragione: quello che in più fa la domotica è, ad esempio, accendere più lampadine in contemporanea dandoti la possibilità di farlo con combinazioni diverse da un unico pulsante o da un tablet.

Oppure accendere la lampadina, alzare una tapparella e far partire la caldaia in automatico, sempre cliccando un unico pulsante o meglio ancora in modo automatico a seconda delle condizioni climatiche e di illuminazione esterne.

Per fare tutto ciò i dati raccolti dal sensore viaggiano sul bus di comunicazione e vengono recepiti dall’attuatore che li interpreta e attiva o disattiva i circuiti relativi.

Naturalmente affinché sensori e attuatori si comprendano, devono parlare la stessa lingua.

Infatti se il sensore parlasse cinese e l’attuatore inglese, non riusciresti nemmeno ad accendere una lampadina in un impianto.

Chiaramente stiamo parlando di linguaggio digitale ma il concetto è proprio quello: tutti gli elementi di un impianto domotico devono scambiarsi dati usando un linguaggio unico. Ecco quindi che introduciamo un quarto elemento tipico degli impianti domotici:

Il protocollo di comunicazione

I protocolli della domotica

Non si tratta di un elemento fisico, questo penso sia chiaro, però se non c’è un protocollo comune tra tutti gli elementi dell’impianto domotico, questo non sarà mai in grado di funzionare.

Negli anni sono stati sviluppati tanti protocolli di comunicazione, ogni produttore in sostanza ha il proprio.

Tra il 2003 e il 2006 è stato approvato come standard prima europeo e poi mondiale, il protocollo KNX, a cui stanno aderendo tutti i produttori elettrici e elettronici.

Molti produttori hanno a catalogo sia soluzioni con protocolli proprietari, sia soluzioni con protocollo KNX. La scelta di uno o dell’altro dipende sempre dalle esigenze che devi andare a soddisfare con il tuo impianto domotico.

ristrutturazionepratica.it banner

DIFFERENZA TRA UN IMPIANTO ELETTRICO CLASSICO E UN IMPIANTO ELETTRICO DOMOTICO

In questo paragrafo cerchiamo di capire, a livello realizzativo, quali sono le differenze tra un impianto elettrico di tipo classico e un impianto elettrico di tipo domotico.

La cosa che potrebbe stupire di un impianto domotico è che in fondo non risulta essere più complesso di un impianto classico, anzi alle volte è più semplice.

L’impianto classico

cablaggio di un impianto elettrico tradizionale

Infatti un impianto elettrico classico prevede che tutti gli elementi che lo compongono abbiano un collegamento diretto per realizzare l’azione che gli chiediamo.

Così, ad esempio, un interruttore che deve accendere una lampadina deve realizzare un circuito elettrico che, a grandi linee, funzionerà così:

  1. Dalla linea elettrica principale dell’appartamento, che arriva dal quadro elettrico, all’interno di una cassetta di derivazione, c’è uno stacco verso l’interruttore, cioè parte un cavo che porta corrente.
  2. Dall’interruttore parte un altro cavo che va fino alla posizione della lampadina (solitamente il centro della stanza).

L’interruttore non fa altro che dare o togliere elettricità alla lampadina aprendo o chiudendo il circuito.

Questo finora è una situazione abbastanza semplice: una luce in una stanza non è certo materia di domotica.

Vediamo complicando un po’ la situazione come deve essere realizzato un impianto classico.

Se voglio accendere un’altra lampadina dentro la stessa stanza, in modo indipendente dalla precedente, dalla medesima cassetta di derivazione di prima dovrò fare un secondo stacco che va ad un secondo interruttore che è collegato ad una seconda lampadina.

Quindi abbiamo già raddoppiato il tutto.

Se ho una terza lampadina da accendere dovrò fare un terzo stacco, e così via per quante lampadine ho all’interno dell’ambiente.

E se voglio la possibilità di accendere due o più lampadine contemporaneamente? Posso farlo, però devo rinunciare alla possibilità di accenderle singolarmente. E non potrò mai ottenere combinazioni personalizzate di lampadine accese e spente, a meno di non crearmele manualmente ogni volta cliccando un interruttore per ogni lampadina che voglio accendere.

Tanti cavi, tanti interruttori, nessuna combinazione preimpostata.

L’impianto domotico

Cablaggio di un impianto domotico

In un impianto domotico sappiamo di avere un cavo in più, quello del bus di comunicazione, ma è possibile gestire tutte le funzioni con meno interruttori e meno cavi elettrici rispetto ad un impianto normale.

Devi considerare l’interruttore come un sensore che, poiché non deve gestire direttamente un carico elettrico ma solo un’informazione (cioè non ha il compito di accendere la lampadina ma solo di trasmettere all’attuatore l’informazione che deve accendere la lampadina), è semplicemente collegato al bus di comunicazione e non alla linea di tensione in cui passa la corrente.

Ciò è sufficiente perché comunque nel cavo del bus si ha una tensione minima, 29 volt, sufficiente per far passare l’informazione.

Il bus, come abbiamo già detto, è un cavo unico che collega tutti gli interruttori e gli attuatori, quindi non c’è bisogno di realizzare uno stacco per ogni interruttore dalla cassetta di derivazione.

Come abbiamo appena detto il segnale dato dal sensore viene mandato all’attuatore che deve interpretare il comando e dare o togliere corrente alla lampadina, e quindi è l’unico elemento che ha bisogno della tensione elettrica.

L’attuatore può stare o nel quadro elettrico generale, o in una cassetta di derivazione all’interno della stanza.

Con questo semplice sistema quindi si può:

  • Con un unico pulsante accendere più lampadine o combinazioni di lampadine (un unico interruttore domotico solitamente consente di gestire più scenari);
  • Con più pulsanti accendere più lampadine o combinazioni di lampadine utilizzando un unico cavo di alimentazione all’attuatore;
  • Programmare un’unità esterna (touchscreen o smartphone) per gestire le accensioni.

In sostanza diminuiscono i cavi e aumentano le possibilità.

Chiaramente l’esempio delle luci, che a me non piace ma è il più semplice da spiegare, è solo la punta dell’iceberg di un impianto domotico. Tutte queste possibilità, e molte di più, vanno estese a tutte le tipologie di utenze presenti in una casa: prese, condizionatori, caldaia, videosorveglianza, etc.

Però, nonostante tutte queste possibilità che possono avere un grande impatto sulla vita quotidiana, gli impianti domotici hanno fatto molta fatica a diffondersi.

Infatti hanno avuto più diffusione singole funzioni, che possono essere fatte rientrare nella domotica, come controllo da remoto di videocamere o apertura/chiusura centralizzata di tapparelle, che sistemi completi integrati di domotica.

Questo è dovuto ad alcune problematiche degli impianti domotici che hanno fatto come da barriera alla loro diffusione.

IL PROBLEMA DELLA VECCHIA DOMOTICA CHE DEVI ASSOLUTAMENTE EVITARE

vecchio impianto domotico

L’abbiamo già detto più volte: la domotica negli ultimi anni è stata oggetto di numerose innovazioni stimolati dagli sviluppi tecnologici, il sempre maggiore interesse di produttori di grandi e piccoli elettrodomestici per questo settore e la richiesta di sempre maggiore interconnessione tra gli apparecchi.

Tutto ciò ha portato ad evidenziare alcune limitazioni dei vecchi sistemi domotici proposti dai maggiori produttori e che erano un ostacolo al diffondersi delle automazioni in ambito domestico.

Il maggiore problema dei vecchi sistemi domotici, che in parte sono ancora presenti, è l’utilizzo di protocolli di comunicazione chiusi.

Cioè, sebbene siano disponibili protocolli comuni e aperti tipo il KNX di cui abbiamo parlato, i vari produttori hanno sviluppato protocolli proprietari che non danno la possibilità di comunicazione con altri sistemi, ma solo tra componenti dello stesso produttore.

In Italia in particolare, i principali produttori di materiale elettrico sul mercato (che sono tre) hanno sviluppato i loro protocolli e li hanno in pratica imposti.

Così ad esempio non è raro trovare impianti domotici in cui tutto il sistema elettrico non comunica con l’impianto di allarme e videosorveglianza. Ciò porta, banalmente, a dover avere più quadri di comando, oppure più applicazioni sul cellulare per gestirli, oppure a non poter gestire degli scenari che prevedano operazioni automatiche contemporanee su tutti gli impianti (alzare le tapparelle, accendere le luci e spegnere l’allarme ad esempio).

La stessa cosa può dirsi per gli impianti di riscaldamento, che anche in impianti domotici erano gestiti da un termostato a parte.

Tutto sempre perchè i produttori hanno sviluppato protocolli di comunicazione proprietari e non condivisi.

Fortunatamente negli ultimi anni la situazione sta mutando in modo importante, grazie ad alcune tendenze in atto che ormai non possono più essere fermate.

DOVE STA ANDANDO ADESSO LA DOMOTICA?

Le nuove vie della domotica

Ci sono alcune tendenze molto chiare nel settore della domotica, che sicuramente in parte avrai intuito leggendo il paragrafo precedente:

  • La domotica si sta estendendo a tutti gli elettrodomestici e ai loro produttori;
  • Si cerca l’integrazione tra tutti quanti gli elementi del sistema domotico;
  • Sono entrati in campo grossi player totalmente esterni al settore come Google (google home), Apple (homekit) e Amazon (alexa);
  • Si stanno diffondendo sempre di più tecnologie wireless.

Tutto ciò sta dando un impulso molto forte alla diffusione della domotica, aiutato anche dai costi che si stanno rapidamente abbassando.

Però, se da un lato questo comporta una maggiore accessibilità ai sistemi domotici, e quindi una loro maggiore diffusione, dall’altro un mercato con una scelta così ampia comporta delle nuove problematiche con cui devono confrontarsi i committenti.

A partire dalla tecnologia wireless, che è stata implementata per evitare le costose opere murarie che un nuovo impianto domotico cablato comporta, ma che si porta dietro alcune pecche.

E’ proprio il mezzo con cui vengono trasmesse le informazioni il primo problema: l’aria. Sebbene i sistemi wireless stiano diventando molto performanti, utilizzano un mezzo di comunicazione che non garantisce precisione nella trasmissione del comando.

Ti faccio un esempio banale che ho vissuto per anni in prima persona: in casa avevo le tapparelle elettrificate e, oltre ai singoli comandi vicino alle finestre, avevo anche un telecomando centrale per gestirne l’apertura e chiusura da un unico punto.

Non era raro che alcune tapparelle non rispondessero al comando centrale, così più di una volta mi sono ritrovato ad uscire di casa lasciandone qualcuna aperta.

Altro problema legato ai sistemi wireless riguarda l’ampiezza della banda, cioè quanti dati possono trasportare.

E’ vero che abbiamo detto che le informazioni per gestire una rete domotica non sono molte, però non sono molte per passare attraverso un doppino telefonico, non attraverso un sistema wireless.

Ad esempio se all’interno di una rete domotica ci sono delle smart tv, oppure dei piccoli server potresti riscontrare dei problemi.

Io stesso in casa ha un archivio digitale dentro cui ho un sacco di film e fotografie, a cui mi collego tramite wifi perchè non ho una rete cablata in casa.

Quando trasmetto un film in alta definizione sulla televisione, spesso il video si blocca perchè i dati non sono arrivati per tempo. Problemi del wifi.

Che puoi ritrovarti pari pari se hai un collegamento a qualche servizio tipo Netflix, Amazon prime video, etc.

Quindi, se è giusto che tu ti faccia facilmente entusiasmare dalla domotica, devi attenerti a dei principi per non fare la scelta sbagliata.

COME SCEGLIERE IL GIUSTO IMPIANTO DOMOTICO

Per scegliere il giusto impianto domotico per casa tua hai una sola scelta: affidarti ad un installatore competente. Che non è l’elettricista che installa impianti comuni.

Sebbene sia in atto un’apparente semplificazione degli impianti domotici, nella realtà stanno raggiungendo un tale livello di sofisticazione che l’intervento di tecnici specializzati solo in tale settore è obbligatorio.

Cosa che tra l’altro è lo standard all’estero.

Solo un tecnico specializzato potrà aiutarti ad individuare le tue esigenze e a consigliarti di conseguenza i sistemi corretti da utilizzare.

Detto ciò, nella scelta del tuo nuovo impianto domotico devi basarsi su alcuni principi:

  1. Evita sistemi chiusi, ma protocolli aperti e facilmente espandibili;
  2. Prediligi sistemi cablati per garantirti stabilità e ampiezza di segnale;
  3. Rivolgiti ad installatori professionali di impianti domotici;
  4. Pretendi che tutta la gestione domotica sia eseguibile da un unico punto con un’unica interfaccia.

Con questo ultimo punto non intendo che la domotica deve essere gestita solo da un touchscreen in casa o solo dallo smartphone.

Ma invece che tu abbia un unico touchscreen per tutta la domotica e non più di uno a seconda della parte di impianto da controllare (uno per le tapparelle, uno per la climatizzazione, uno per le luci, uno per l’allarme, etc.).

E che tu possa allo stesso tempo gestire tutta la domotica dallo smartphone…ma usando una sola applicazione e non una per ogni parte di impianto.

ristrutturazionepratica.it banner

L’articolo Guida agli impianti domotici per committenti non esperti sembra essere il primo su RistrutturazionePratica | Il sistema scientifico per ristrutturare.

11 Novembre 2019 / / Architettura

Da alcuni anni si sta assistendo, nel design di interni, ad un utilizzo sempre più frequente delle vetrate per interni.

Sono una soluzione che a me piace molto, soprattutto nella ristrutturazione di appartamenti: consente di ampliare visivamente gli spazi, garantendo comunque una divisione tra gli stessi, e di rendere luminose stanze che altrimenti potrebbero essere buie. Però non è tutto rose e fiori: per installare una vetrata per interni ci sono molti problemi da affrontare e risolvere di cui devi essere consapevole.

ristrutturazionepratica.it banner

Ho recentemente fatto montare una vetrata interna della lunghezza di circa 6 metri e ho avuto modo di capire ed affrontare molti problemi legati alla sua installazione.

Dopo questa esperienza (per me la prima con queste dimensioni) posso affermare con una certa sicurezza che:

  • se vuoi una vetrata per interni in casa tua devi scendere a molti compromessi;
  • i sistemi di fissaggio hanno costi importanti che devi considerare nel budget messo a disposizione;
  • raramente tali sistemi di fissaggio vengono progettati nel modo corretto…

In questo articolo ti svelerò molte cose sulle vetrate per interni che gli articoli che puoi trovare in rete non ti dicono: infatti sono tutti realizzati da produttori e rivenditori di vetrate, che ti devono far vedere quanto sono belli i loro prodotti. E i pochi non gestiti da loro, hanno il solo scopo di mostrati qualche bel progetto con le vetrate.

Ma in nessuno viene affrontata la questione dal punto di vista tecnico. Tu non devi diventare un esperto, ma conoscere alcuni aspetti tecnici è indispensabile per farti prendere decisioni consapevoli e valutare compiutamente i costi di installazione.

DOVE SI UTILIZZANO LE VETRATE PER INTERNI?

vetrate per interni: come usarle?

Capisco che, dal titolo, questo paragrafo possa sembrare all’apparenza inutile ai fini di quanto vogliamo dire in questo articolo, però si tratta di un passaggio fondamentale.

Infatti capendo quali sono i principali utilizzi delle vetrate per interni, possiamo anche capire quali sono i problemi correlati e quindi individuare le azioni necessarie per risolverli.

Quest’ultima è la cosa che deve interessarti di più: risolvere i problemi legati alle vetrate per interni. Partiamo dall’inizio.

Quando parliamo di vetrate per interni possiamo distinguere tra porte vetrate e pareti vetrate.

Le prime dividono due ambienti come una normale porta ma permettono il passaggio di più luce.

Le seconde si sostituiscono alle pareti, si tratta solitamente di più lastre di grandi dimensioni, spesso con integrati sistemi di apertura a battente o scorrevoli.

Gli aspetti positivi delle pareti vetrate per interni li abbiamo già accennati: permettono di mantenere fisicamente separati gli ambienti, dando però la sensazione di un unico grande spazio. Questa cosa è molto utile negli appartamenti, in particolare nelle zone giorno tra soggiorno e cucina, in cui uno spazio piccolo si moltiplica e allo stesso tempo si riesce a mantenere confinato il caos e gli odori che spesso regnano nelle cucine.

Personalmente sono sempre stato un sostenitore dei cosiddetti open-space, in cui tutte le funzioni della zona giorno sono concentrate in un unico grande spazio. Però questa predisposizione si è sempre scontrata con alcune considerazioni di tipo pratico legate alla cucina: una cucina dentro il soggiorno costringe a una costante pulizia e la mancanza di separazione fa passare gli odori, che non sempre sono piacevoli.

Installare una vetrata per interni che divide il soggiorno dalla cucina è una valida risposta a queste problematiche perché consente grande versatilità degli spazi, dando la possibilità di confinare la cucina all’occorrenza.

Nell’ultima parte dell’articolo ti farò vedere un mio progetto in cui ho fatto installare la parete vetrata di cui ti ho già fatto accenno nell’introduzione: 6 metri di lunghezza e 2,7 metri di altezza per un totale di 6 ante di cui 4 scorrevoli. Una bella bestia.

Se le porte vetrate non presentano particolari problematiche (anche se non è sempre vero…), le pareti vetrate interne hanno dei problemi che devono essere considerati in modo attento in fase di progetto. Infatti sono composte di lastre di grandi dimensioni, che possono avere problemi di rigidezza e che pesano molto.

Quindi vanno fatte riflessioni in merito al tipo di lastra scelto in funzione del tipo di parete vetrata che verrà installata, e riflessioni riguardo al sistema che dovrà sostenere la parete vetrata.

Se in merito alla tipologia di vetro i produttori industriali di grandi dimensioni (come Saint-Gobain, il leader mondiale) e le aziende specializzate nella lavorazione del vetro (come Vetromarca ad esempio), hanno un controllo preciso e puntuale per quanto riguarda la tipologia e sicurezza delle lastre, lo stesso potrebbe non dirsi per i piccoli artigiani con in quali ho personalmente più volte dovuto scontrarmi.

In merito ai sistemi di supporto, invece, in molti casi si tratta di studiare delle soluzioni apposite che possano supportare i carichi dei vetri e degli eventuali telai in cui sono inseriti. E questo è un aspetto che deve essere considerato e previsto attentamente dal tuo progettista prima di installare la vetrata. In pratica, come per gli infissi viene prima installato un controtelaio nascosto nella muratura, anche per le pareti vetrate per interni deve essere fatta una cosa simile…solo che potrebbe essere molto più impegnativo di quello che credi.

Per chiarirti le idee su questi due aspetti nei prossimi due paragrafi approfondiremo i seguenti argomenti:

  • Le tipologie di vetro adatte per legge per le vetrate da interni e le finiture possibili
  • I sistemi di sostegno ed ancoraggio delle vetrate

IL VETRO: L’ELEMENTO PRINCIPALE DELLE VETRATE PER INTERNI

vetrate per interni: il vetro

Naturalmente il vetro è l’elemento principale di questo sistema. Le lastre possono essere inserite all’interno di telai, solitamente di alluminio, oppure totalmente libere, cioè vedi solo vetro. In questo secondo caso chiamate “a filo lucido”.

Il filo lucido è una lavorazione che viene fatta dopo il taglio delle lastre per fare in modo che il bordo della lastra sia appunto lucido. Infatti l’operazione di taglio lascia un bordo tagliente, irregolare e scuro. Siccome nelle le vetrate senza telai puoi entrare in contatto anche con il bordo del vetro, allora, tramite delle mole, questi vengono resi regolari, non taglienti e lucidati, così da prendere lo stesso colore della lastra.

Sia che tu acquisti una vetrata con telaio che a filo lucido, il vetro deve rispondere a delle precise caratteristiche normate. La norma di riferimento è la UNI 7697 (l’ultima versione in vigore è quella del 2015) che prescrive delle caratteristiche a cui devono rispondere anche le vetrate interne che dividono due ambienti.

I vetri che è possibile commercializzare e installare nel settore dell’edilizia, sia da esterni che da interni, ormai possono essere solo di due tipologie: stratificati o temprati. Ne abbiamo già parlato in modo abbastanza approfondito nel terzo articolo dedicato alla sostituzione degli infissi.

Vediamo cosa sono queste due tipologie di vetri con un estratto da quell’articolo. Per approfondimenti vai al link che ti ho messo qui sopra.

I vetri stratificati sono composti da due lastre accoppiate tra loro.  Per fare in modo che i vetri rimangano uniti vi viene interposta una sottile pellicola di PVB (polivinilbutirrale) assolutamente trasparente. Tale pellicola viene prodotta in vari spessori ma quelli più diffusi in ambito residenziale sono due: 0,38mm e 0,76mm.

Questa pellicola svolge anche un altro ruolo importante: rende i vetri stratificati “di sicurezza”. Infatti, grazie alle sue notevoli proprietà adesive, fa in modo che un vetro che si rompe a causa di un urto non cada a terra in mille pezzi ma rimanga “appiccicato” nella posizione originaria. Questa è una caratteristica richiesta dalle leggi sia per l’interno che per l’esterno: per l’interno al fine di evitare che gli utenti vengano colpiti da schegge di vetro, per l’esterno al fine di evitare che il vetro cada costituendo pericolo per le persone.

Tratto da https://www.ristrutturazionepratica.it/sostituzione-degli-infissi-parte-3/

Riconosci che si sta parlando di un vetro stratificato quando è descritto in questo modo: 33.1, 33.2, 44.1, etc.; in cui il primo numero caratterizza lo spessore delle due lastre di vetro (ad esempio 3mm + 3mm) e il numero dopo il punto lo spessore della pellicola (1 sta per pellicola di 0,38mm).

I vetri temprati invece sono costituiti da lastre che hanno subito un particolare trattamento che ne ha aumentato in modo significativo la resistenza agli urti e soprattutto che, nel caso in cui si rompano, si frantumano in pezzi molto piccoli che non sono pericolosi per le persone che vi ci si trovano vicine.

Il processo di tempratura consiste nello scaldare ad una temperatura di circa 700° una lastra di vetro e poi raffreddarla rapidamente per fare in modo che, grazie alla contrazione dovuta a questa variazione di temperatura, si formino all’interno della lastra delle tensioni che la rendono più rigida.

I vetri temprati non possono essere usati verso l’esterno perché, a differenza degli stratificati, non rispondono alle esigenze di anticaduta, invece possono essere usati all’interno in quanto considerati di sicurezza.

Tratto da https://www.ristrutturazionepratica.it/sostituzione-degli-infissi-parte-3/

Le lastre normali, dette di tipo float, non possono essere utilizzate per installazioni né interne né esterne.

ristrutturazionepratica.it banner

Però c’è da fare un ulteriore passo: infatti sia i vetri stratificati che i vetri temprati hanno una classificazione in merito alla sicurezza che devono garantire. Anche questa è normata dalla UNI 7697, che ci dice anche quale sia la sicurezza minima per l’installazione in vetrate per interni.

Le vetrate per interni senza pericolo di caduta nel vuoto (quelle classiche che dividono due stanze), possono essere:

  • 2B2 per vetri stratificati;
  • 1C3 per vetri temprati.

Se c’è pericolo di caduta nel vuoto (pensa ad una vetrata che delimita una scala) il vetro può essere solo stratificato e deve essere di tipo 1B1.

Ma cosa significano questi codici?

Dobbiamo fare riferimento alla norma UNI EN 12600, il cui titolo è “Vetro per edilizia – Prova del pendolo – Metodo della prova di impatto e classificazione per il vetro piano “. In sostanza definisce le prove da fare sulle vetrate, come farle e la conseguente classificazione.

La prova consiste nel far cadere un impattatore di 50kg sulla lastra da diverse altezze. In base alla risposta della lastra si fa la classificazione.

  • 1B1 (stratificato) la lastra deve resistere presentando fessurazioni con frammenti uniti in seguito alla caduta dell’impattatore da un’altezza di 1,2m;
  • 2B2 (stratificato) la lastra deve resistere presentando fessurazioni con frammenti uniti in seguito alla caduta dell’impattatore da un’altezza di 45cm;
  • 1C3 (temprato) la lastra si disintegra in piccole particelle in seguito alla caduta dell’impattatore da un’altezza di 19cm.

Spero di averti dato informazioni utili in merito alla tipologia di lastra che verrà utilizzata nella tua vetrata interna. Solitamente i produttori di vetrate per interni grandi e medi rispettano senza problemi queste caratteristiche. Sono invece i piccoli artigiani che possono essere meno attenti a questi aspetti.

Vediamo l’altro elemento fondamentale nella realizzazione di una vetrata da interni: il sistema di ancoraggio.

I SISTEMI DI SOSTEGNO ED ANCORAGGIO DELLE VETRATE

vetrate per interni: i binari

Questo è un aspetto importante da affrontare e che troppo spesso non viene valutato correttamente.

Le vetrate di grandi dimensioni sono elementi pesanti e sottili che, a differenza delle pareti in laterizio e mattoni, non possono contare sulla gravità (cioè sul loro peso) per garantirne la stabilità, ma devono obbligatoriamente avere un sistema di aggancio superiore efficace, che si faccia carico di buona parte dei pesi e che impedisca il ribaltamento. E tali sistemi di aggancio devono ancorarsi alle strutture del tuo immobile, che nella parte superiore sono travi e solai.

Le pareti vetrate per interni da industria (cioè quelle che puoi trovare ad esempio nei negozi di arredamento o di infissi) sono sempre composte, oltre che dal vetro, da telai o binari che consentono il necessario ancoraggio alle strutture della casa.

Su quello puoi stare tranquillo, il vero problema è che capita spesso che non sia possibile agganciare i telai della parete vetrata alle strutture portanti dell’immobile, e quindi diventa necessario prevedere delle strutture aggiuntive per garantire l’ancoraggio in sicurezza delle vetrate.

Provo a spiegarmi meglio perché capisco che non sia un concetto immediato da comprendere se non sei del settore.

Nel caso di una vetrata a tutta altezza, quindi che va dal pavimento al soffitto, i sistemi di aggancio forniti dai produttori sono sufficienti: infatti, per garantire la stabilità, basta fissare i profili che ti vengono forniti al solaio superiore e il gioco è fatto.

Però nella realtà dei fatti sono molto frequenti situazioni in cui tale soluzione non è possibile. Ad esempio:

  • La vetrata non è a tutta altezza;
  • La vetrata si trova in un ambiente controsoffittato;

In questi casi è necessario prevedere una seconda struttura, realizzata appositamente e collegata con le strutture portanti dell’edificio, a cui agganciare la parete vetrata per interni.

Queste strutture aggiuntive solitamente vengono realizzate con delle travi di acciaio o di legno (dipende dai carichi in gioco) che vengono semplicemente appese al solaio superiore.

Personalmente ritengo che sia sempre il metodo migliore per risolvere il problema: infatti questa soluzione potrebbe creare non pochi problemi strutturali proprio al solaio superiore a cui è agganciata la parete vetrata interna.

Se il carico che devono reggere è quello una vetrata fissa o di una vetrata con classiche porte a battente (anche se di vetro) che appoggiano a terra, e che quindi scaricano una buona parte del loro peso proprio a terra, allora possono essere soluzioni valide. Ma se si tratta di vetrate scorrevoli, che sono completamente appese e che quindi gravano solo sul solaio superiore, tale soluzione potrebbe generare carichi eccessivi, dando origine a possibili problemi strutturali.

Considera infatti che una lastra di vetro larga 1m e alta 2,5m pesa circa 70kg. A questo peso devi aggiungere quello della struttura che hai fatto realizzare per reggerla e anche tutto il carico che l’inquilino del piano superiore ha messo (e che tu non conosci). È proprio il tuo carico che potrebbe essere di troppo.

Non dico che il solaio ti cadrà in testa, però nel tempo potrebbe curvarsi portando a:

  • Problemi alla vetrata che viene “schiacciata” verso il pavimento;
  • Problemi agli intonaci superiori che potrebbero cominciare a staccarsi;
  • Problemi al pavimento del piano di sopra che potrebbe cominciare a sollevarsi;
  • In casi estremi il solaio potrebbe cedere.

Come fare per installare comunque una vetrata scorrevole ed evitare tutti questi problemi? Creando una struttura che distribuisce il peso dei carichi sia sul solaio superiore che sul solaio su cui poggi i piedi (il pavimento di casa tua per intenderci).

Per farti capire meglio il concetto ti faccio vedere la soluzione che abbiamo studiato insieme al mio ingegnere strutturista per la vetrata di 6m di larghezza, di cui ti sto parlando dall’inizio dell’articolo.

UNA PARETE VETRATA DI 6 METRI TOTALMENTE APPESA

vetrate per interni: una parete lunga 6 metri

In una ristrutturazione, con i proprietari abbiamo deciso di realizzare una cucina totalmente aperta sul salone. Però c’era anche la necessità di poter dividere, all’occorrenza, la cucina dal salone . Abbiamo già parlato all’inizio dell’articolo del motivo per cui questa cosa è importante.

In questo caso il fronte tra cucina e salone era di 6 metri e la soluzione per raggiungere il nostro obiettivo è stata proprio installare una parete vetrata da interni a tutta altezza.

L’altezza netta della casa era di 3 metri però, per motivi tecnici, è stato necessario controsoffittare tutta la cucina, portandola ad un’altezza netta di 2,7m. Quindi la vetrata non avrebbe potuto essere agganciata direttamente al solaio superiore.

Vista la notevole larghezza ho optato per 6 lastre larghe 1m l’una, di cui due fisse ai lati e quattro scorrevoli che, da aperte, si andavano ad impacchettare sulle fisse.

La situazione critica a cui rispondere era che, quando totalmente aperta, ai due lati sarebbero state presenti 3 lastre di notevoli dimensioni appese al binario superiore del sistema scorrevole: circa 250kg di solo vetro tutti concentrati in 1 m. Un carico decisamente importante e che, sebbene accettabile per la struttura in oggetto, non mi lasciava tranquillo.

Mi è stato subito chiaro che, vista la situazione specifica, fosse necessaria una struttura per sostenere la vetrata e che tale struttura non potesse essere solo agganciata al solaio superiore ma dovesse anche scaricare i pesi a terra. Inoltre tale struttura doveva essere sufficientemente rigida e leggera.

La soluzione è stata quella che vedi qui sotto: creare un portale in acciaio composta da due montanti laterali collegati al solaio inferiormente e superiormente, una trave sempre in acciaio saldata ai montanti e con tre agganci centrali al solaio superiore. Questi tre agganci hanno svolto un duplice ruolo: prendere parte dei carichi della parete vetrata per trasferirli al solaio superiore e impedire la flessione della trave di acciaio a causa del peso e movimento del vetro.

vetrate per interni la struttura di sostegno

Il risultato di questa soluzione è stato scaricare gran parte dei carichi sul solaio. Tra l’altro la posizione dei montanti è stata individuata vicino a dei pilastri in calcestruzzo esistenti e sopra delle travi, per trovare dei punti maggiormente resistenti.

Qui sotto puoi vedere il risultato della vetrata installata:

La vetrata ha avuto un costo notevole, ma anche il portale che ho fatto installare non è costato poco (naturalmente molto meno della vetrata…).

Tutto è stato studiato al centimetro per ottenere un effetto scenico che lascia stupite tutte le persone che entrano in quella casa. Però è stato necessario progettare e predisporre tutto prima di installare la vetrata. E se non fosse stato fatto sarebbero stati dolori.

Se vuoi una vetrata per interni in casa tua, metti in conto tutto quello che hai potuto leggere in questo articolo e tieni conto anche dei costi aggiuntivi che dovrai sostenere oltre a quello della vetrata in sé.

Se invece ti piace la casa che hai visto in questa foto il mio contatto lo trovi nel sito che stai leggendo.

ristrutturazionepratica.it banner

L’articolo Vetrate per interni: quello che devi realmente sapere prima di installarne una sembra essere il primo su RistrutturazionePratica | Il sistema scientifico per ristrutturare.

31 Ottobre 2019 / / Architettura

Le statistiche ci dicono che la tipologia di edificio residenziale più diffusa in Italia è di gran lunga il condominio. E tutti i condomini realizzati dal dopoguerra fino agli anni ottanta del secolo scorso soffrono inevitabilmente di due problemi patologici che li rende dei malati da curare:

  1. Non rispettano le attuali normative antisismiche;
  2. Lo scorrere del tempo ha intaccato le parti strutturali ed edilizie.
ristrutturazionepratica.it banner

Sebbene possano sembrare problematiche strettamente correlate, si tratta in realtà di aspetti molto diversi tra di loro, soprattutto dal punto di vista degli interventi necessari per risolverli (o per attenuarli).

In questo articolo non ti parlo di problematiche legate alla ristrutturazione della tua casa, ma allarghiamo un po’ lo sguardo e parliamo di problematiche, molto comuni e gravi, che con ogni probabilità affliggono anche l’edificio in cui si trova il tuo appartamento.

Ne parliamo perchè, se non si interviene per tempo, possono portare a conseguenze tragiche, come il crollo. Ma anche in casi meno gravi possono portare a problematiche importanti dentro casa tua.

Mi ricordo di un appartamento su cui sono intervenuto qualche anno fa in cui erano presenti evidenti macchie di umidità su alcune pareti. A differenza di quello che accade di solito, cioè che l’umidità è causata da perdite dell’impianto idraulico dell’inquilino del piano di sopra o di una mancata ventilazione in ambienti particolarmente umidi, in questo caso l’umidità aveva un’origine condominiale.

Infatti l’intonaco esterno si era lesionato in più parti e l’acqua piovana nel tempo aveva trovato la sua strada dentro le pareti fino a manifestarsi dentro l’appartamento.

Fatta presente la questione all’amministratore, l’assemblea condominiale si è rifiutata di porre rimedio al problema (rifacendo l’intonaco), così il mio cliente si è visto costretto a fare causa al condominio e io ho dovuto prevedere una soluzione tampone per poter proseguire i lavori e garantire la salubrità degli ambienti interni.

Quindi nei prossimi paragrafi vedremo quali sono le cause delle due patologie che abbiamo elencato poco sopra e come è possibile intervenire per risolverle.

RENDERE SICURI EDIFICI NON ANTISISMICI

sicurezza antisismica

Dire che un edificio non è antisismico non significa affermare che crollerà sicuramente in caso di terremoto. Allo stesso modo dire che un edificio è antisismico non significa avere la certezza che rimarrà in piedi in seguito a un sisma. Però tra i due io preferirei vivere in uno progettato e realizzato con criteri antisismici…

Detto ciò, negli ultimi decenni in Italia ci sono stati molti terremoti che hanno creato enormi danni, ma che hanno anche permesso di raccogliere una mole di informazioni vastissima in merito al comportamento delle strutture edilizie durante questi eventi.

Tutto ciò, insieme alle parallele ricerche fatte in tutto il modo sul tema, hanno permesso di mettere a punto delle pratiche costruttive che hanno reso i nuovi edifici nettamente più sicuri dal punto di vista sismico.

Però c’è da evidenziare che le prime normative tecniche relative alla progettazione delle strutture antisismiche risalgono alla metà degli anni 70 (a partire dalla legge 64/1974). Negli anni la normativa tecnica si è evoluta, soprattutto in seguito ai terremoti del Friuli del ’76 e dell’Irpinia dell’80, ma una normativa realmente aggiornata e completa ce l’abbiamo solo dal 2008, quando sono entrate in vigore le norme tecniche per le costruzioni (recentemente aggiornata nel 2018).

A ciò dobbiamo aggiungere che la prima classificazione sismica del territorio basata su criteri scientifici risale all’inizio degli anni ottanta del secolo scorso: ma riguardava circa il 45% del territorio italiano su cui risiedeva solo il 40% della popolazione. Tutto il resto del territorio non era classificato sismicamente e pertanto non c’era l’obbligo di applicare alcun criterio antisismico nella progettazione degli edifici.

La classificazione sismica completa del territorio italiano risale solo al 2003, quando abbiamo scoperto che tutto il territorio italiano, tranne piccolissime porzioni, è totalmente sismico (anche se con gradi di sismicità differenti).

Quindi in sostanza solo da allora abbiamo la certezza che un nuovo edificio dovrà sempre essere progettato rispettando i criteri antisismici. Ma quelli esistenti?

Queste informazioni dovrebbero farti comprendere come le probabilità che il condominio in cui vivi sia antisismico non sono poi così alte.

Per capire meglio quante sono le reali probabilità che casa nostra si trovi all’interno di un edificio costruito secondo criteri antisismici, è utile vedere i dati statistici sulle costruzioni italiane. Ci vengono in aiuti quelli contenuti nel censimento del 2011:

PERIODO DI COSTRUZIONE NUMERO DI IMMOBILI COSTRUITI
Prima del 1919 3.893.567
Dal 1919 al 1945 2.704.969
Dal 1946 al 1961 4.333.882
Dal 1962 al 1971 5.707.383
Dal 1972 al 1981 5.142.940
Dal 1982 al 1991 3.324.794
Dopo il 1991 2.161.345

Come puoi leggere la maggior parte degli edifici sono stati realizzati in periodi in cui non c’era una normativa tecnica antisismica in vigore e quasi tutti sono stati costruiti quando non c’era una classificazione completa del territorio.

Puoi trarre da solo le tue conclusioni…

Chiaramente non rispettare le attuali normative antisismiche non significa che gli edifici sono instabili e non sicuri in situazioni normali, lo diventano però durante un terremoto. E il fatto che un edificio non progettato con criteri antisismici abbia resistito ad un terremoto importante, non significa automaticamente che lo farà nuovamente.

Cosa dovremmo fare allora? Abbattere tutti gli edifici non antisismici e ricostruirli da capo?

Sebbene la qualità architettonica italiana del dopoguerra sia mediamente molto scarsa, la sostituzione degli edifici residenziali non è quasi mai attuabile, in compenso è possibile intervenire su quelli esistenti per migliorare la situazione.

Rendere un edificio esistente totalmente rispondente alle norme antisismiche è impossibile, però sono state sviluppate tecnologie in grado di migliorare notevolmente le prestazioni da questo punto di vista con degli interventi mirati sulle strutture esistenti.

Quindi la risposta alla prima patologia dei condomini italiani, cioè il loro non rispondere a criteri antisismici pur trovandosi in un territorio altamente sismico, è duplice:

  • Demolizione e ricostruzione dell’edificio;
  • Interventi strutturali che migliorino la sicurezza antisismica.

Chiaramente la prima soluzione sarebbe quella preferibile, però in caso di condomini abitati da decine di famiglie risulta quasi inattuabile (e infatti non viene mai fatto in Italia). La seconda invece è più facilmente perseguibile e, grazie alle detrazioni date dal sismabonus di cui abbiamo già parlato in un altro articolo, si sta provando a farla diventare anche economicamente appetibile.

Certo, nonostante le detrazioni l’investimento economico continua ad essere molto oneroso e pertanto continua a non essere particolarmente diffuso. Per farlo è necessaria una certa lungimiranza e sicuramente una disponibilità economica che non è sempre presente, per cui molti condomini desistono.

Comunque al momento quella è la via per rispondere alla prima patologia dei condomini.

La seconda patologia invece, cioè i danni strutturali ed edilizi dati dal passare del tempo, ha natura e soluzioni molto diverse. E la sua risoluzione è più facilmente attuabile, oltre che quasi sempre molto più urgente del miglioramento sismico. Infatti anche in condizioni di normalità potrebbe rendere estremamente pericolosi gli edifici per gli inquilini e anche per la pubblica incolumità delle persone che ci passano nei pressi.

RIPARARE AI DANNI DEL TEMPO SUI CONDOMINI

Danni in facciata

Se quando passeggi per strada provi ad alzare un po’ il naso, ti accorgerai di quanti siano gli edifici che portano pesantemente i segni del tempo: facciate totalmente rovinate, intonaci staccati, strutture di calcestruzzo armato in vista e evidentemente danneggiate.

Mai sentito di persone che sono state colpite da pezzi di intonaco o mattoni che si sono distaccati da pareti e terrazzi? Ogni poche settimane se ne legge notizia.

Un cornicione che si stacca, oltre ad essere mortale, non è altro che il segno del tempo che si fa sentire sugli edifici. I quali spesso sono stati costruiti in periodi in cui venivano sperimentati nuovi materiali le cui conoscenze tecnologiche non erano approfondite e paragonabili a quelle attuali. E in cui venivano utilizzati anche volutamente materiali economici e scadenti.

Gli inquilini sono i primi che dovrebbero preoccuparsi dello stato di salute dell’edificio in cui vivono, ma troppo spesso sono interessati solo a ristrutturare la propria casa per fare in modo che sia bellissima, per poi accettare che si trovi all’interno di un edificio che sembra uscito da una zona di guerra.

La manutenzione ordinaria necessaria non viene mai fatta sui condomini e, anche quando si evidenziano i primi segnali di problemi, vengono ignorati fino ad arrivare a situazioni di degrado estetico, funzionale e strutturale gravi.

I danni dovuti al passare del tempo in assenza di manutenzione interessano tutti i componenti di un edificio:

  • Le strutture
  • Gli elementi edilizi
  • Le finiture
  • Gli impianti

Abbiamo detto che tali danni sono dovuti a mancanza di manutenzione nel momento in cui cominciano a manifestarsi. Ma quali sono le cause che portano alla loro comparsa?

Sostanzialmente possono essere individuate tre cause:

  1. Interventi impropri eseguiti nel tempo;
  2. Perdite impiantistiche (idriche);
  3. Danni climatici.
ristrutturazionepratica.it banner

I danni da interventi impropri

In merito agli interventi impropri eseguiti nel tempo mi viene sempre in mente un edificio della città in cui vivo, Salerno, che proprio a causa loro ha rischiato e rischia tutt’ora di crollare.

Questo edificio è in muratura portante: cioè non ci sono colonne e pilastri come gli edifici in calcestruzzo armato, ma le strutture verticali sono composte da robusti muri che percorrono l’edificio per tutta l’altezza.

Mi hanno raccontato che nel corso degli anni gli inquilini dei vari appartamenti, per modificare la distribuzione interna in seguito a ristrutturazioni, hanno aperto talmente tante porte più o meno grandi e in posizioni differenti, su questi muri portanti che l’hanno trasformato in un groviera, rendendolo instabile e pericoloso.

Abito a Salerno da poco più di 10 anni: ho sempre visto quell’edificio circondato da impalcature, con l’androne interno puntellato per evitare che i solai crollino: in tutti questi anni non si è fatto nulla e le persone continuano ad abitarci come nulla fosse.

I danni da perdite idriche

patologie edifici: tubazione rotta

Altri danni che capitano frequentemente causati dal passare del tempo sono quelli dovuti al deterioramento delle tubazioni idriche, che ad un certo punto possono causare perdite d’acqua.

L’acqua è una brutta bestia: quando trova una strada tra muri e solai può fare danni gravissimi, e gli impianti vecchi sono naturalmente soggetti a rotture dei tubi o degli snodi tecnici (per esempio gli attacchi tra sanitari e impianto). Il problema è che spesso non te ne accorgi perché gli impianti sono nascosti e le perdite avvengono dentro i massetti, sotto il pavimento, e nelle murature.

L’acqua continua ad uscire e scorrere imperterrita portando a “marcire” strutture, mattoni, intonaci (marcire non è la parola tecnicamente più appropriata ma rende il concetto).

Cosa comporta questo? Ad esempio che porzioni di intonaco del soffitto si possono staccare all’improvviso. Alle volte portandosi dietro pezzi di laterizio o di cemento delle strutture.

Recentemente in un cantiere mi è capitata una situazione del genere: poco dopo l’inizio dei lavori l’inquilino del piano di sotto ci ha chiamati dicendo che l’intonaco nel soffitto della sua cucina si era crepato. Vado a controllare con degli operai ed effettivamente si stava staccando…era possibile farlo a mani nude!

Andando più in profondità abbiamo visto che non solo l’intonaco si stava staccando, ma anche parte del laterizio e del cemento del solaio, addirittura una trave portante era stata intaccata. Se non fossimo intervenuti sarebbe potuta succedere una tragedia.

Parlando con il proprietario dell’appartamento in ristrutturazione mi ha detto che circa trent’anni prima c’era stata una perdita dal bagno di casa sua, che però era stata riparata.

Solo che il bagno si trovava a 10 metri di distanza da dove abbiamo trovato il danno: le conseguenze di una perdita riparata anni prima hanno presentato il conto trent’anni dopo e in un posto del tutto imprevedibile…capisci quanto può essere grave il problema della perdita d’acqua?

Questi danni naturalmente si possono presentare dentro gli appartamenti tanto quanto lungo le facciate degli edifici, andando a sgretolare il calcestruzzo e ossidare i ferri di armatura, diventando quindi pericolosi per tutti gli inquilini del condominio oltre che per la pubblica incolumità.

C’è infine la terza tipologia di danni, quella dovuta agli eventi climatici, che naturalmente non puoi controllare.

I danni climatici agli edifici: quali sono e come intervenire

Danni alle facciate dal tempo

Una casa è fatta anche per proteggerci dalle intemperie, quindi deve subirle al posto nostro.

Per quanto un edificio possa essere realizzato “a regola d’arte” (cioè seguendo tutte le migliori pratiche), nel tempo subirà inevitabilmente dei danni dovuti alle intemperie.

Acqua (la principale causa), cicli di gelo e disgelo, vento, sono tutti elementi che battono costantemente sugli edifici e portano i materiali di cui sono composti a deteriorarsi.

Se pensi che l’acqua e il vento hanno scolpito valli e montagne scavando la roccia, puoi capire la forza e la pazienza che hanno.

L’acqua è la principale causa di tutti i danni. Quella che piove non è mai pura, ma contiene sostanze che, a contatto con i materiali di cui è composto l’edificio, danno origine a reazioni chimiche che ne modificano le caratteristiche e nel tempo li portano a perdere le loro prestazioni originarie e a deteriorarsi. Si tratta principalmente di sali, anidride carbonica, acido solforico, etc.

Tutte queste sostanze iniziano col tempo ad intaccare le superfici di finitura: intonaci, rivestimenti, guaine di copertura, e una volta trovata una strada l’acqua arriva ad intaccare le strutture portanti, facendo sgretolare i calcestruzzi e ossidare le armature (esattamente come succede per le perdite idriche di cui abbiamo parlato nel paragrafo precedente).

Però l’acqua non è da sola in questa opera. Gli edifici infatti sono sottoposti anche a cicli di gelo e disgelo, che portano i materiali ad espandersi e contrarsi generando notevoli forze interne. La conseguenza è il crearsi di fessurazioni attraverso cui può insinuarsi l’acqua;

Allo stesso modo il vento che sferza continuamente porta ad una lenta erosione delle superfici.

A ciò aggiungi che gli edifici, sebbene stabili e sicuri, subiscono sempre piccoli movimenti di assestamento o, nei casi estremi, grossi movimenti dovuti a terremoti, che possono portare al formarsi di crepe in cui può infilarsi l’acqua.

Il risultato di tutte queste forze è quello che puoi vedere nella foto qui sotto:

Patologie degli edifici: l'effetto del tempo e della mancata manutenzione

Questa situazione è stata causata principalmente dall’acqua ed è il risultato di una mancata manutenzione all’edificio. Ed è la situazione in cui si trovano tantissimi condomini realizzati tra gli anni cinquanta e ottanta del secolo scorso.

In questi casi intervenire urgentemente è indispensabile perché:

  1. L’edificio diventa pericoloso per la pubblica incolumità: c’è il rischio di distacco di elementi edilizi, con conseguenza caduta a terra, su strade e marciapiedi aperti al pubblico;
  2. L’edificio diventa pericoloso per l’incolumità degli inquilini: le strutture perdono parte delle loro prestazioni e potrebbero non continuare a reggere ai carichi cui sono sottoposti (anche il peso proprio potrebbe diventare un problema…);
  3. Le strutture accelerano il processo di decadimento: infatti elementi strutturali che prima erano protetti (per esempio dall’intonaco) adesso si trovano a diretto contatto con l’atmosfera esterna. Ne sono un esempio i ferri di armatura che all’aria aperta si ossidano molto più rapidamente finendo per sbriciolarsi.

Quando si arriva a questa condizione estrema bisogna intervenire con urgenza e ci sono degli interventi da eseguire in un ordine preciso e utilizzando degli specifici mezzi.

Gli interventi necessari per rimediare ai danni di mancata manutenzione

1. Rimuovere la causa di pericolo pubblico

spicconare vigili del fuoco

La prima cosa da fare è garantire che, chi si trova a passare nei pressi dell’edificio, non rischi di beccarsi in testa un pezzo di mattone o qualsiasi altra cosa che si possa staccare dall’edificio.

Quindi vanno eliminate tutte le parti molto ammalorate che rischiano di staccarsi da un momento all’altro.

Siccome stiamo parlando di pubblica incolumità in questa fase solitamente intervengono i vigili del fuoco, che tra l’altro intervengono in tempi rapidissimi. Possono essere chiamati dall’amministratore del condominio, da un inquilino ma anche da un passante che ha notato il pericolo.

Una volta constata la pericolosità della situazione intervengono in prima persona, coi loro mezzi, a rimuovere tutte le parti in cattive condizioni.

Naturalmente i costi di tale intervento vengono addebitati al condominio.

2. Bloccare il degrado degli elementi

ripristino delle facciate

Diventa poi fondamentale fare in modo che il degrado di tutti gli elementi edilizi e strutturali venga bloccato.

Non è possibile pensare di ripristinare subito la situazione iniziale perché, sebbene esista una serie di interventi standard da fare per risolvere le problematiche di cui stiamo parlando, è necessario fare un’analisi preventiva e successivamente una progettazione puntuale. Inoltre, trattandosi di lavori che interessano un condominio popolato da molte persone bisogna mettere d’accordo tutti: è necessario preparare dei preventivi di spesa, deliberare i lavori, trovare un’impresa che li esegua….nei condomini si tratta un processo molto lungo e in cui l’amministratore non può muoversi autonomamente.

Però se non si interviene subito il degrado continua a propagarsi.

Quello che un amministratore può fare con autonomia di spesa sono le operazioni necessarie a garantire la non pericolosità dell’edificio per i suoi abitanti. E in questo caso si tratta proprio di questo.

L’intervento da fare è solitamente fermare il processo di ossidazione delle armature del calcestruzzo. Se ciò non fosse fatto tempestivamente i ferri continuerebbero nel loro processo che consiste prima in un aumento di volume con forze tali che riescono a rompere anche il calcestruzzo, e poi si sbriciolano a loro volta. In sostanza, non intervenendo, quello che una volta era struttura portante, col tempo perde qualsiasi funzione di questo tipo, causando in ultima istanza il crollo.

Bisogna intervenire rapidamente.

In questi casi si opera con delle piattaforme aeree semoventi, provviste di cestello (vengono dette “ragno” per la particolare forma che le fa sembrare dei ragni giganti): questi sono gli unici mezzi che riescono a raggiungere le notevoli altezze richieste da alcuni condomini e che al contempo garantiscono efficacia e sicurezza dell’intervento. Il tutto senza dover installare costose impalcature.

piattaforma aerea

Si opta per questi sistemi in quanto consentono di intervenire in tempi rapidissimi e di risparmiare molti soldi rispetto all’installazione di un ponteggio.

Considera che una piattaforma aerea per interventi di questo tipo costa circa 600€/giorno e in pochi giorni consente di mettere in sicurezza un intero edificio.

Un ponteggio completo costa svariate migliaia di euro di installazione, un noleggio giornaliero e tempi molto lunghi di installazione.

Soprattutto in questa fase in cui è necessario solo fermare i processi degenerativi le piattaforme aeree sono la soluzione ottimale…probabilmente l’unica percorribile.

L’intervento da fare infatti si riduce a completare la rimozione dei materiali che si stanno staccando e mettere, tramite pennello, un prodotto detto “passivante”, che ha proprio lo scopo di bloccare l’ossidazione del ferro.

Lo avrai visto sicuramente: si riconosce per il classico colore azzurro.

3. Ripristinare le strutture e le finiture dell’edificio

ristrutturazione della facciata

Questo è l’ultimo passaggio da compiere, come abbiamo detto solo in seguito ad una progettazione approfondita.

Si tratta della fase di ristrutturazione vera e propria dell’edificio.

L’intervento-base in questi casi è rimettere in sesto pilastri, travi e solai, e rifare le finiture: facendo questi interventi l’edificio sembrerà come nuovo.

Ma la realtà è che limitarsi ad eseguire queste opere spesso è sprecare una grande occasione.

Ci sono infatti interventi più utili che devono essere valutati in questi casi:

  • Migliorare l’efficienza sismica dell’edificio (quello di cui abbiamo già parlato nella prima parte dell’articolo);
  • Migliorare l’efficienza energetica dell’edificio;

Si tratta di interventi che, sebbene siano oggetto di detrazioni fiscali importanti, vengono quasi sempre ignorati, portando i condomini a spendere molti soldi per non ottenere miglioramenti significativi ad edifici ormai vecchi e non rispondenti alle moderne normative ed esigenze.

Tra l’altro spesso sarebbe opportuno valutare anche un restyling dell’edificio: spesso le zone di sviluppo edilizio al di fuori della città storica sono state realizzate con logiche speculative e si tratta quindi di edilizia brutta e senza nessun valore architettonico. Ripensarne l’estetica spesso sarebbe un intervento auspicabile per la qualità di vita delle persone che popolano questi condomini, anche se è sempre un ragionamento osteggiato proprio dai condomini stessi.

PERCHÉ QUESTO ARTICOLO

Te l’ho detto all’inizio dell’articolo: quello che hai appena letto è un testo molto diverso dai soliti che pubblico.

Non perché abbiamo affrontato argomenti non legati alla ristrutturazione, ma perché abbiamo visto qualcosa di diverso: ti ho parlato delle parti comuni degli edifici condominiali, facciate, finiture e strutture, di quali sono le patologie più diffuse di cui soffrono e di come si debba intervenire.

Chiaramente non pretendo di aver esaurito l’argomento, ci sono decine di libri che trattano di patologie edilizie e in questi paragrafi abbiamo solo scalfito l’argomento. Ma il mio scopo non era creare una guida.

Il mio scopo è stato quello di aprire una breccia su un tema poco compreso e che mi sta a cuore: il problema degli edifici non sicuri, in pessime condizioni di manutenzione e pericolosi, è ormai diffuso e molto grave in Italia. E i primi a doversi muovere per migliorare le cose sono proprio gli inquilini.

Sono consapevole che la mia voce è flebile, ma far capire anche ad una sola persona l’importanza di preservare non solo la propria casa, ma anche l’intero edificio in cui si trova, sarà comunque una piccola vittoria.

ristrutturazionepratica.it banner

L’articolo I due problemi patologici dei condomini e come vanno affrontati sembra essere il primo su RistrutturazionePratica | Il sistema scientifico per ristrutturare.

24 Ottobre 2019 / / Architettura

La bioedilizia non è certo una novità degli ultimi anni: esiste ormai da alcuni decenni, io ne ho sentito parlare per la prima volta all’università oltre 20 anni fa. Quello che rappresenta una novità recente è la ristrutturazione bioedile, cioè l’applicazione dei principi della bioedilizia al settore delle ristrutturazioni.

Per molti anni infatti il pensiero di ristrutturare vecchie case e appartamenti applicando materiali e tecniche della bioedilizia è stata una chimera. Oggi non è più così.

In questo articolo come puoi ottenere una casa più salubre e con costi di gestione ridotti nella tua ristrutturazione applicando i principi della bioedilizia.

ristrutturazionepratica.it banner

Uno degli obiettivi principali che di una ristrutturazione è elevare il livello di benessere interno. Deve essere anche uno degli scopi della tua ristrutturazione.

Ma qual è la strada maestra per raggiungere il reale benessere in casa attraverso la ristrutturazione?

Questa è la classica domanda da un milione di euro: avere la risposta in mano per te significherebbe aver risolto l’80% dei tuoi problemi.

Ma se ti dicessi che esiste una sola risposta ti starei mentendo. Le risposte ci sono ma sono tante, tantissime.

E non è possibile raccoglierle in un unico articolo: non solo non sarebbe materialmente possibile (ci vorrebbe un manuale di centinaia di pagine solo per scalfire l’argomento) ma non ho nemmeno la presunzione di essere onniscente ed essere in grado di mostrartele tutte.

In questo articolo voglio parlarti di un singolo e sempre più diffuso approccio per dare risposta alle esigenze di benessere in casa: la bioedilizia.

I problemi di case e appartamenti: scarso benessere e ambienti non salubri

inquinamento degli edifici residenziali

La bioedilizia, o architettura sostenibile, ha le sue radici negli anni ’70 del secolo scorso come riposta alle moderne (allora) tecniche costruttive che si erano diffuse nel secondo dopoguerra.

Quelle tecniche, ancora ampiamente diffuse, erano basate sulla convinzione che ci fosse energia gratis illimitata: cioè che le fonti di energia fossile (petrolio e carbone) fosse inesauribile e che non producesse i problemi di inquinamento che si sono rivelati negli anni.

Come ogni movimento (non è veramente un movimento ma concedimi il termine) è nata come un approccio innovativo per affrontare la costruzione di nuovi edifici, consapevole delle conseguenze ambientali di un determinato modo di costruire e che cercava una via più ecologica.

La bioedilizia ha fondato le sue radici nei movimenti ecologisti ma ha avuto una evoluzione autonoma, non radicale ed attualmente rappresenta un modo di costruire tecnologicamente avanzato e che consente il raggiungimento di livelli di benessere elevati con un basso impatto ambientale.

Riuscire ad estendere il sapere accumulato in tanti anni di costruzioni bioedili ad un settore apparentemente impermeabile a tale approccio, quale è la ristrutturazione, rappresenta una novità relativamente recente.

Mi riferisco in particolare agli interventi su appartamenti situati all’interno di condomini costruiti nel secondo dopoguerra, anni in cui la bioedilizia non solo non era un problema ma non era nemmeno un’idea presente nel settore edile.

Parliamo della maggior parte del patrimonio edilizio italiano, costruito dagli anni ’40 fino a tutti gli anni ’80. Milioni di immobili, ville, villette, case, bifamiliari, palazzine, condomini, realizzati con materiali all’epoca nuovi, facili e veloci da posare (calcestruzzi armati, laterizi, intonaci di cemento, materie plastiche, etc.).

Immobili costruiti in un periodo in cui, come abbiamo già detto, nella convinzione di tutti l’energia a disposizione era infinita e a basso costo.

Modi di operare che hanno prodotto immobili energivori, con pochissimo o (più spesso) nessun isolamento, con impianti esageratamente potenti e sovradimensionati oltre che inefficienti. Immobili spesso non salubri a causa dell’utilizzo di materiali per lo più sintetici, in particolare pitture e rivestimenti plastici. Materiali che alle volte sono addirittura pericolosi per la salute: pensa all’amianto e a quanto sia ancora diffuso nelle case costruite in quell’epoca, spesso senza che le persone siano consapevoli di avercelo in casa.

Probabilmente anche tu stai vivendo in un immobile di questo tipo.

Realizzare una ristrutturazione secondo i principi della bioedilizia significa proprio affrontare questi problemi e risolverli con un approccio diverso: a partire dai materiali utilizzati, per continuare con le soluzioni tecnologiche adottate e per finire con gli impianti installati.

E la grossa novità è che è possibile farlo anche in un appartamento che si trova in un condominio vecchio, anche se è circondato da altri appartamenti che sono esattamente come erano stati realizzati 50 anni fa.

Ok, lo ammetto, finora hai letto solo una predica abbastanza lunga su benessere interno e i problemi dell’edilizia in cui vivi. Ma a te servono informazioni pratiche, quindi nel proseguo di questo articolo parleremo di:

  • Quali sono i principi base della bioedilizia
  • Quali principi possono essere trasportati nella ristrutturazione
  • Quali sono i principali materiali della bioedilizia
  • Quali sono gli impianti della bioedilizia

Sia chiaro: lo scopo di questo articolo non è fare un saggio sulla bioedilizia. Puoi trovare decine di siti in rete, all’interno dei quali puoi trovare tutte le informazioni che desideri e che sono gestiti da persone molto più competenti di me in materia.

Questo articolo ha due scopi. Da un lato aiutarti a capire come, con accorgimenti e scelte progettuali legate alla bioedilizia, tu possa raggiungere un benessere interno superiore alla media delle ristrutturazioni che ci sono in giro. Dall’altro dimostrarti come sia possibile applicare tali principi anche all’interno di appartamenti che si trovano in edifici costruiti con tecnologie lontane dalla bioedilizia e apparentemente incompatibili.

Con questo articolo aggiungiamo un altro piccolo tassello a corollario del corretto e imprescindibile processo che devi conoscere ed applicare alla tua ristrutturazione e che trovi nel manuale “Ristruttura la tua casa in 7 passi” (che, se ci tieni solo un po’alla tua ristrutturazione, dovresti affrettarti ad acquistare se non l’hai ancora fatto).

I PRINCIPI DELLA BIOEDILIZIA

principi bioedilizia

Il termine bioedilizia richiama direttamente il termine
biologico.

Quando pensiamo a qualcosa di biologico pensiamo a qualcosa
di naturale. E per la bioedilizia è esattamente così.

Però cerchiamo di inquadrare meglio la questione, perché in una visione riduttiva si potrebbe pensare che per realizzare una ristrutturazione seguendo i principi della bioedilizia sia sufficiente concentrarsi solo sulla scelta di materiali naturali.

In realtà la bioedilizia è molto di più: si tratta di un approccio integrato in cui tutti gli elementi che compongono un edificio concorrono a creare un ambiente confortevole e rispettoso dell’ambiente.

Lo so, in sostanza non ho detto nulla…vediamo quindi di approfondire meglio la cosa.

La bioedilizia ha lo scopo di diminuire l’impronta che lasciamo sulla terra. Per impronta si intende principalmente l’inquinamento che però deve essere visto in tutte le fasi di vita di un immobile: dalla sua realizzazione, durante l’esercizio, fino alla sua demolizione.

Pertanto la bioedilizia prevede:

  • Una progettazione attenta alle caratteristiche del sito in cui si trova l’edificio con lo scopo di minimizzare l’utilizzo di fonti di energia esterne durante il ciclo di vita (gli impianti);
  • La realizzazione di un involucro molto performante (isolamento di pareti e solai) con il medesimo scopo di minimizzare l’utilizzo di fonti di energia esterne;
  • L’utilizzo di materiali naturali, realizzati possibilmente nei pressi del luogo in cui si trova l’immobile, per minimizzare l’inquinamento per il trasporto (oltre che per la produzione);
  • L’utilizzo di impianti a basso consumo energetico, integrati e dimensionati perfettamente con l’immobile, e che utilizzano le cosiddette fonti di energia rinnovabili (il sole è una fonte di energia rinnovabile, il petrolio no);
  • Una pianificazione del ciclo di vita dell’intero immobile compresa la fase di demolizione e smaltimento dello stesso.

Questi sono i cinque principi fondamentali della bioedilizia.

Grazie all’applicazione di questi principi è possibile non
solo ottenere una minore impronta ecologica dell’edificio, ma anche garantire
condizioni di benessere maggiori per chi vive in quegli ambienti.

Però tutti questi principi non possono essere applicati
integralmente alle ristrutturazioni di case e appartamenti. Ad esempio i
materiali con cui è realizzata la struttura del tuo condominio non puoi modificarlo,
così come l’orientamento del tuo appartamento.

Quindi vediamo quali sono i principi che puoi trasferire per realizzare la tua ristrutturazione bioedile.

BIOEDILIZIA APPLICATA ALLE RISTRUTTURAZIONI

ristrutturazione bioedile

È possibile applicare i principi della bioedilizia alla
ristrutturazione del tuo appartamento costruito negli anni sessanta del secolo
scorso?

Sì, è possibile. A patto di accettare alcuni compromessi.

Questi sono i principi che puoi applicare:

  • Ottimizzazione della distribuzione interna
  • Installazione di un isolamento efficiente ed abbondante
  • Utilizzo di materiali di origine naturale
  • Installazione di impianti che utilizzano fonti rinnovabili
  • Programmazione di una manutenzione costante

Spendiamo qualche parola per ognuna di esse.

Distribuzione interna

Uno dei principi della bioedilizia è quello di sfruttare l’orientamento dell’immobile per cercare di ottenere ambienti freschi d’estate e caldi di inverno con poco utilizzo di energia.

Solitamente questo risultato si ottiene orientando verso sud gli ambienti in cui si vive durante il giorno (indicativamente soggiorno e cucina) e installando sistemi di schermatura che appuntano schermano i raggi del sole durante l’estate e li fanno entrare durante l’inverno. Questi sistemi non sono le tapparelle come potresti pensare ma i cosiddetti aggetti. Per capirci un esempio di aggetto potrebbe essere il terrazzo del piano di sopra.

Tu chiaramente in casa tua, che si trova all’interno di un condominio, non puoi girarlo in base alle tue esigenze e non puoi nemmeno inventarti aggetti inesistenti.

Se l’orientamento è più o meno quello che ti ho brevemente descritto sopra bene, altrimenti devi arrangiarti.

Il modo per “arrangiarti” è ripensare la distribuzione interna della casa cercando di orientare a sud gli ambienti che vivi maggiormente e lasciare verso nord gli altri (solitamente gli ambienti di servizio tra cui, a mio avviso, dovresti inserire anche la cucina).

Isolamento

Ti ho già parlato di isolamento in questo articolo.

L’isolamento è importante per la bioedilizia perchè una casa molto isolata significa avere bisogno di meno energia per riscaldarla o raffrescarla.

C’è la diffusa credenza che in condominio isolare solo il proprio appartamento sia impossibile e che sia necessario pregare che l’assemblea condominiale deliberi la realizzazione di un cappotto esterno. [Cosa che purtroppo per alcuni condomini non avverrà mai.]

Ma è la verità?

Assolutamente no! Infatti le tecnologie costruttive adottate in Italia fino agli anni ottanta, sebbene non abbiano niente a che fare con la bioedilizia, spesso ti danno l’opportunità di realizzare ottimi isolamenti dall’interno del tuo appartamento con una minima perdita di spazio (2-3 cm) o addirittura senza alcuna perdita di spazio.

Ti rimando ancora all’articolo sull’isolamento per capire come sia possibile.

Altro elemento che fa pienamente parte dell’isolamento è costituito dagli infissi: per potersi garantire il massimo dell’isolamento è necessario sostituire i vecchi infissi-colabrodo con dei nuovi infissi isolanti ad alte prestazioni. Ho scritto una guida completa di cinque articoli sugli infissi: qui puoi leggere il primo.

Però, perchè il tuo nuovo isolamento rispetti i principi della bioedilizia devi porre attenzione ad un aspetto fondamentale: i materiali che sceglierai.

ristrutturazionepratica.it banner

Materiali

La bioedilizia richiede l’uso di materiali naturali: significa utilizzare materiali che hanno il ciclo di trasformazione più breve possibile (al contrario di come possono essere quelli derivati dal petrolio come la plastica), che lasciano una bassa impronta ecologica e che sono facilmente smaltibili.

In una ristrutturazione è assolutamente possibile usare materiali naturali e tra poco vedremo i principali. Prima però facciamo un accenno agli impianti.

Impianti

Come abbiamo detto la bioedilizia privilegia gli impianti
che sfruttano fonti di energia rinnovabili:

  • Il sole (fotovoltaico e solare termico)
  • La terra (geotermia)
  • Il vento (mini eolico)

Ma la realtà per te che vivi in condominio è che
difficilmente potrai sfruttare queste fonti di energia.

Però puoi utilizzare impianti che utilizzano fonti di energia considerate “pulite” o che utilizzano fonti di energia non rinnovabili (tipo il metano) in modo efficiente.

Ad esempio l’energia elettrica è una fonte di energia pulita e rinnovabile. Pulita perché gli impianti che funzionano ad elettricità non rilasciano fumi in atmosfera, e rinnovabile perché può essere prodotta a partire dalle tre fonti che abbiamo elencato sopra.

Attenzione però: al momento molta energia elettrica nel mondo viene ancora prodotta utilizzando fonti di energia non rinnovabili (centrali a carbone ad esempio) ma è l’unica fonte energetica che attualmente potrebbe diventare realmente e totalmente pulita.

Le caldaie a condensazione sono esempi di impianti, adatti
per appartamenti, che utilizzano in maniera efficienti fonti di energia non
rinnovabili (di tipo fossile, cioè il gas metano).

Approfondiremo anche questi punti nei prossimi paragrafi.

Manutenzione e smaltimento

Sulla manutenzione e smaltimento dei materiali utilizzati in
edilizia siamo oggettivamente indietro.

La manutenzione annuale è obbligatoria solo per alcuni tipi di impianti (p.e. caldaie a condensazione) ma è spesso un obbligo disatteso.

Detto ciò una corretta e regolare manutenzione consente di mantenere in efficienza gli impianti, programmare gli interventi di sostituzione e minimizzare le rotture: in sostanza ti permette di risparmiare soldi, sia di manutenzione stessa che di bolletta (un impianto non in perfetta efficienza consuma naturalmente di più).

Sullo smaltimento la situazione è più complessa: nel caso
della bioedilizia si tratta di smaltimento finalizzato al riciclo dei materiali
da costruzione.

Perché ciò avvenga dovrebbe esserci una convergenza di
interessi che parte dalle istituzioni e dagli operatori del settore (imprese e
professionisti): gli uni a definire precise pratiche per gestire la fine vita
di un edificio e dei materiali di cui è composto (p.e. il fascicolo del
fabbricato) e dall’altro l’adozione di comportamenti virtuosi.

I MATERIALI DELLA BIOEDILIZIA

materiali per ristrutturazione bioedile: bamboo

I materiali in bioedilizia devono essere naturali! O almeno il più possibile…

Ci sono alcuni materiali che non possono essere totalmente
naturali ma devono necessariamente essere derivati. Il motivo è dovuto ad
un’analisi necessaria da fare sui costi di produzione, sulla durata dei
materiali e sulla possibilità che possano essere riciclati.

Un esempio è l’alluminio: totalmente riciclabile, economico, praticamente eterno e largamente utilizzato negli infissi. Ma di sicuro non naturale. Eppure è accettato nella bioedilizia grazie a tutte le caratteristiche positive che ha.

Vediamo quindi rapidamente quali possono essere alcuni
materiali a base naturale per la bioedilizia.

Isolanti

Gli isolanti naturali possono essere divisi in organici e minerali.

Gli isolanti organici più diffusi sono le varie fibre
vegetali (sughero, cocco, legno in generale) e le fibre di cellulosa (ottime
per l’isolamento in intercapedine).

L’isolante minerale più diffuso è sicuramente la lana di
roccia.

Murature

Le pareti interne-tipo della bioedilizia sono realizzate con un telaio in legno e delle lastre in gesso-fibra (materiale tipo cartongesso ma composte da gesso e fibra di cellulosa) con interposto (nel telaio in legno) lastre isolanti in lana di roccia.

Un altro materiale che si sta diffondendo in modo importante è la canapa, con cui vengono realizzati i mattoni (biomattone). Questi devono essere montati usando malte apposite a base di calce.

Un errore da evitare è quello di considerare i tradizionali laterizi come materiali assolutamente non rientranti nella bioedilizia: si tratta a tutti gli effetti di materiali naturali (in sostanza è argilla cotta).

Intonaci e pitture

In questo ambito la fa da padrone un materiale che deriva
dalla tradizione: la calce.

Si tratta di un materiale totalmente naturale da cui si ottiene il grassello di calce con cui è possibile realizzare un ciclo completo sulla parete: dall’intonaco (a base di calce) fino alla pittura (a base di calce).

Realizzare questa tipologia di finitura non solo garantisce
ambienti molto salubri (il muro è realmente traspirante, cioè assorbe e
rilascia l’umidità dell’aria senza accumularla all’interno) ma è una finitura
duratura: la pittura a calce posata su intonaco a calce crea una reazione che
li lega indissolubilmente. Non viene creata una patina di pittura sulla parete,
ma la pittura diventa parte integrante della parete.

Infissi

Gli infissi sono un elemento essenziale nell’efficienza
energetica di un immobile e, se vuoi realizzare una ristrutturazione bioedile,
devi valutare attentamente quali prendere: che materiali scegliere?

Ho scritto una lunga guida sugli infissi (ecco il link al secondo dei cinque articoli). Ma quali sono i materiali con cui sono realizzati gli infissi e adatti alla bioedilizia?

Per rispondere ricordiamoci due dei principi della bioedilizia relativamente ai materiali: naturali, riciclabili.

Quindi gli infissi in legno, che sono naturali e riciclabili, rientrano in questa fattispecie.

Ma probabilmente gli infissi in alluminio ci rientrano anche meglio.

Abbiamo visto prima le caratteristiche che rendono l’alluminio un materiale adatto alla bioedilizia (è eterno e totalmente riciclabile), inoltre gli infissi in alluminio, grazie al taglio termico (ti invito ancora a legere l’articolo di prima) offrono prestazioni termiche elevatissime.

Per quanto riguarda le parti trasparenti degli infissi naturalmente il vetro è un materiale naturale (è a base di silicati, cioè roccia) ed è totalmente riciclabile.

GLI IMPIANTI IN BIOEDILIZIA

gli impianti nella ristrutturazione bioedile

La bioedilizia non approfondisce espressamente temi legati all’impiantistica ma, come abbiamo già detto, non siamo di fronte ad un approccio talebano al costruire (nel nostro caso allo ristrutturare), anzi.

Gli impianti fanno parte del nostro vivere quotidiano e
sarebbe miope non ammetterlo e cercare di eliminarli.

Quello che si può fare è utilizzare impianti che rispettino i principi base della bioedilizia: cioè che abbiano una bassa impronta ecologica. (Cosa che si traduce sempre in un significativo risparmio in bolletta.)

Quando realizzi una ristrutturazione bioedile devi prestare ancora più attenzione del normale agli impianti: sono necessari una progettazione e un dimensionamento coordinati (quindi non potrai rinunciare ad architetti e ingegneri). E questo deve essere fatto da un progettista specializzato e non dal termotecnico dell’impresa (o peggio dall’idraulico…).

Chiaramente mi riferisco principalmente agli impianti che servono per riscaldare/raffrescare la casa e per produrre acqua calda sanitaria.

Infatti l’impianto elettrico è in linea di massima più semplice da realizzare: sono già in vigore da anni leggi che prescrivono l’utilizzo di materiali e tecnologie che riducono notevolmente gli sprechi di energia (chiaramente devono essere rispettate…). In sostanza per l’impianto elettrico devi preoccuparti principalmente di installare lampade led e usare apparecchi in tripla classe A. Anche se bisogna dire un buon impianto domotico aiuta in modo determinante a ridurre i consumi soprattutto perchè consente una corretta gestione degli altri sistemi.

Venendo agli impianti idro/termo/sanitari, nelle ristrutturazioni bioedili all’interno di vecchi condomini, ci si sta orientando sempre più verso l’installazione di impianti totalmente elettrici basati su pompe di calore.

Probabilmente sai benissimo cos’è la pompa di calore : è banalmente il sistema unità esterna-split del condizionatore. Ma naturalmente per sistemi che servano un intero appartamento si tratta di impianti maggiormente evoluti (se hai voglia di approfondire cerca informazioni sui sistemi VRF).

Per capire a che punto si trova l’evoluzione dei sistemi impiantistici su pompa di calore ti basti sapere che tali sistemi funzionano egregiamente con sistemi di riscaldamento a pavimento (classicamente alimentati da caldaie a gas).

[Invece per i classici termosifoni al momento la tecnologia non è ancora al massimo dell’efficienza: la temperatura dell’acqua richiesta dai radiatori (circa 70°) è difficilmente raggiungibile da una pompa di calore (che arriva agevolmente a 50°) e li rende antieconomici: in questo caso la soluzione migliore è ancora la classica caldaia a condensazione. Ma se stai ristrutturando tutta la casa probabilmente puoi rinunciarci…]

Sono invece sistemi che non rientrano assolutamente nella bioedilizia quelli basati su stufe a legna o a pellet. Nonostante te li vendano per super ecologici e naturali.

Infatti, se è vero che si tratta di utilizzare materiali naturali per riscaldare, vengono usati in modo non ecocompatibile (il legno bruciato non è riutilizzabile) e producono quantità di polveri sottili (quindi di inquinamento pericoloso per la salute umana) decisamente elevate.

ristrutturazionepratica.it banner

BIOEDILIZIA: MA QUANTO MI COSTI?

Veniamo alle note dolenti: realizzare una ristrutturazione bioedile costa di più di una ristrutturazione tradizionale?

Io ti rispondo con un’altra domanda: tu vuoi realizzare una ristrutturazione di qualità o una ristrutturazione economica?

La bioedilizia non fa altro che utilizzare materiali di elevata qualità che hanno origine principalmente naturale o con basso impatto ecologico. Quindi il costo di una ristrutturazione realizzata coi principi della bioedilizia è quello di una ristrutturazione di qualità elevata.

È chiaro che se vuoi risparmiare difficilmente riuscirai a ristrutturare seguendo le regole della bioedilizia. Ti ritroverai a scegliere intonaci a base di cemento, pitture a base di resine sintetiche, isolanti chimici (sempre che tu decida di isolare), infissi in PVC, impianti tradizionali (termosifoni + split), etc.: semplicemente perchè costano meno.

Sia chiaro: potresti comunque ottenere una buona ristrutturazione ma con consumi in bolletta maggiori, con un ambiente interno meno salubre, con un minor benessere in generale e una maggiore impronta ecologica.

Nessuno ti obbliga a optare per la bioedilizia, sono solo scelte personali.

Tornando a noi una ristrutturazione di qualità elevata, come è quella in bioedilizia, costa da 1.000€/mq (oltre iva) a salire.

Per spendere di meno dovrai rinunciare ad alcuni dei principi che abbiamo visto in questo articolo (oppure l’impresa che te l’ha promessa in qualche modo ti sta fregando…).

RISTRUTTURAZIONE BIOEDILE: ANCHE (E SOPRATTUTTO) UNA QUESTIONE DI
PROGETTAZIONE…

la progettazione della ristrutturazione bioedile

Ora la ristrutturazione bioedile non ha più segreti per te?

No, di segreti ce ne sono ancora tanti. Come ti ho scritto
all’inizio dell’articolo non è possibile riassumere in pochi paragrafi un
settore così vasto.

Se la tua intenzione è realizzare una ristrutturazione seguendo i principi della bioediliza dovrai ancora studiare ed approfondire. Ma dovrai assolutamente fare anche un’altra cosa: affidarti ad un architetto capace e disposto ad osare.

Nella bioedilizia la progettazione è un elemento imprescindibile più che nelle ristrutturazioni tradizionali: deve essere realizzata una progettazione integrata che abbraccia la parte architettonica, impiantistica e tecnologica (di materiali).

E la ristrutturazione in bioedilizia si inserisce perfettamente nel processo di ristrutturazione che ti spiego nel manale “Ristruttura la tua casa in 7 passi”. L’unico manuale in cui viene messo nero su bianco il giusto processo per ristrutturare che tutti i professionisti del settore vogliono tenerti nascosto per poterti sfilare una montagna di soldi in più.

ristrutturazionepratica.it banner

L’articolo Bioedilizia applicata alle ristrutturazioni di interni: è realmente possibile? sembra essere il primo su RistrutturazionePratica | Il sistema scientifico per ristrutturare.

17 Ottobre 2019 / / Architettura

Ti sei mai fermato a riflettere su come la tua nuova ristrutturata garantirà la necessaria sicurezza a te, la tua famiglia e tutto ciò che contiene? Si tratta di un aspetto fondamentale da affrontare in una ristrutturazione che parte dal capire quali sono le tue esigenze, quali sono i reali pericoli che corri e da dove arrivano. Solo dopo potrai decidere se optare per sistemi di sicurezza passiva, sistemi di sicurezza attiva e quali.

Nell’articolo di oggi vedremo come mettere a fuoco correttamente la questione sicurezza nella tua ristrutturazione, per poter fare le scelte giuste ed evitare spese inutili. Gli argomenti di cui parleremo sono:

  • Distinzione tra sicurezza passiva e attiva
  • Come valutare correttamente i maggiori pericoli per la tua casa e le soluzioni da adottare
  • Focus sui principali sistemi di sicurezza passiva
ristrutturazionepratica.it banner

SISTEMI DI SICUREZZA PASSIVA E ATTIVA: COSA SONO E PERCHÉ DEVI CONOSCERLI

Ho deciso di partire da questo punto perché troppo spesso viene frainteso come ottenere reale sicurezza in casa propria.

Infatti nella maggior parte dei casi la risposta è semplicemente installare un sistema antifurto.

Non ritengo che questa sia la migliore risposta possibile.

Sia chiaro, niente contro agli antifurto: sono un mezzo essenziale per la sicurezza, ma vanno visti in un contesto più generale che parte da capire la differenza tra sistemi di sicurezza attiva e passiva.

L’antifurto è un classico esempio di sistema di sicurezza attiva. Cioè è uno strumento sempre all’erta che entra in funzione in determinate circostanze (la più comune: un ladro entra in casa).

Giusto per capire meglio di cosa stiamo parlando: un servizio di vigilanza (quelli che una volta venivano chiamati metronotte per intenderci) è un sistema di sicurezza attiva; un portiere h24 è un sistema di sicurezza attiva; i cani da guardia sono un sistema di sicurezza attiva; tu che durante la notte ti aggiri per casa nella penombra con una mazza da baseball in mano sei un sistema di sicurezza attiva.

Un sistema di sicurezza attiva in sostanza prevede qualcuno o qualcosa che compia un’azione.

A questi si contrappongono, o meglio si affiancano, i sistemi di sicurezza passiva: si tratta sostanzialmente di tutti gli ostacoli fisici che potresti mettere tra un malintenzionato e ciò che vuoi proteggere.

Un fossato è un sistema di protezione passiva; dei bastioni
alti 10 metri intorno al giardino sono un sistema di protezione passiva.

A parte gli scherzi i più semplici e basilari sistemi di
protezione passiva sono i muri di casa, gli infissi, la porta blindata. Tutti
elementi sempre presenti che costituiscono il primo e imprescindibile scudo
contro chi vuole entrare in casa tua.

Lo so che la protezione passiva è data per scontata e vieni naturalmente portato a concentrarti sulla protezione attiva per rispondere efficacemente alla paura di intrusioni.

Però, prima di prendere qualsiasi decisione devi fare una
cosa che quasi nessun committente fa. E che se vai da un venditore (sia di
sistemi attivi che passivi) non viene mai fatto da un punto di vista oggettivo
ma sempre di parte (e per forza…devono venderti il loro sistema!).

Devi fare l’analisi dei possibili rischi.

DA DOVE POSSONO ENTRARE I LADRI IN CASA? UN’ANALISI CHE DEVI FARE PRIMA DI PRENDERE
QUALSIASI DECISIONE

sistemi di sicurezza passiva: da dove entrano i ladri?

Io non devo venderti sistemi di sicurezza, quindi non ti voglio spingere da una parte o dall’altra.

Al contrario voglio che tu ti focalizzi su questo aspetto. Infatti non è raro che i committenti di una ristrutturazione si facciano prendere da un’immotivata “paura del ladro” e infarciscano la casa di inutili e costosissimi sistemi antifurto che non utilizzeranno mai in vita loro.

Devo essere sincero, all’inizio del mio lavoro da architetto
ero anche io di questa parrocchia: pensavo che fosse meglio un sistema di
sicurezza in più che uno in meno.

Ma una volta un cliente mi ha detto: “Alessandro è inutile che mettiamo tutti questi sistemi antifurto sparsi per casa…tanto qui un ladro può entrare solo dalla porta di ingresso…”.

E aveva ragione: il suo appartamento si trovava in una posizione tale per cui i ladri sarebbero potuti entrare solo dalla porta di casa. Anche le finestre erano improbabili come punto di accesso.

Quindi, pensando alla sicurezza di casa tua, la prima domanda che devi farti è: da dove può realmente entrare un ladro?

Le risposte sono diverse a seconda del tipo di immobile che
possiedi e del contesto in cui abiti. E di conseguenza sarà necessario pensare a soluzioni
studiate apposta per ogni casa.

Però si possono individuare alcune situazioni-tipo maggiormente diffuse.

È necessario prima di tutto fare una distinzione tra
appartamenti in condominio e case isolate o semi-isolate (case a schiera,
bifamiliari, ville, etc.).

Per quanto riguarda gli appartamenti poi bisogna fare
un’ulteriore distinzione tra piani bassi e piani alti.

E infine dovrebbe essere fatta una distinzione legata a dove si trova la casa: cioè tra zone più o meno pericolose.

Su quest’ultimo aspetto però non possiamo soffermarci perchè è molto legato al territorio ed inoltre è in continua evoluzione in quanto la criminalità si sposta in continuazione.

Però le considerazioni che possiamo fare sulle caratteristiche degli immobili sono più che sufficienti per darti una panoramica dettagliata. Nella sostanza si possono individuare tre macro casistiche:

  1. Casa isolata o semi-isolata
  2. Appartamento in condominio ai piani bassi (1-2 ed eventualmente 3)
  3. Appartamento in condominio ai piani alti (dal 4 in su)
ristrutturazionepratica.it banner

Possibili fonti di pericolo e sistemi di sicurezza per prevenirli

Per le tre macro-casistiche che abbiamo individuato qui
sopra possiamo definire i gradi di pericolosità e i tipi di protezione da
adottare.

Casa isolata o semi-isolata

Pericolosità: MEDIO-ALTA

Punti di ingresso: Giardino, porta di casa, portone garage,
finestre e balconi (principalmente del piano terra)

Sistemi di protezione passiva: recinzione giardino, porta
blindata, portone blindato, finestre o tapparelle blindate al piano terra

Sistemi di protezione attiva: sensori di movimento in
giardino, sistema di allarme perimetrale, sistema di allarme volumetrico,
videosorveglianza

Appartamento in condominio ai piani bassi

Pericolosità: MEDIA

Punti di ingresso: Porta di casa, finestre e balconi

Sistemi di protezione passiva: porta blindata, finestre o
tapparelle blindate

Sistemi di protezione attiva: sistema di allarme perimetrale

Appartamento in condominio ai piani alti

Pericolosità: BASSA

Punti in di ingresso: Porta di casa

Sistemi di protezione passiva: porta blindata

Sistemi di protezione attiva: sensore apertura sopra porta ed eventualmente sistema perimetrale.

Per concludere questo paragrafo un paio di annotazioni a quanto abbiamo detto:

  • Si tratta di situazioni realmente ampie e generalizzate, quindi studia attentamente il tuo caso prima di prendere qualsiasi decisione;
  • Attenzione agli appartamenti agli ultimi piani: in caso di terrazzo condominiale facilmente raggiungibile le finestre diventano un punto di accesso facile.

Ora che abbiamo delineato gli aspetti basilari della questione sicurezza legata alla ristrutturazione concentriamoci sul nostro focus: i sistemi di sicurezza passiva.

I SISTEMI DI SICUREZZA PASSIVA

i sistemi di sicurezza passiva: bastioni e cannoni

Tra i sistemi di sicurezza passiva ci sono quelli legati all’edificio e quelli legati ad un eventuale giardino (mi viene in mente la recinzione). Lasciamo perdere questi ultimi e concentriamoci sui primi.

In un edificio i punti di ingresso possono essere essenzialmente due:

  • Porte e portoni (anche dei garage)
  • Finestre e balconi

Prima di fare qualsiasi ragionamento è importante che, ai fini di valutare l’efficacia dei sistemi di protezione passiva che installerai in casa, tu conosca le classi antieffrazione.

Le classi antieffrazione

L’effrazione è chiaramente l’ingresso indesiderato in casa da parte di qualcuno (solitamente un ladro). Quindi la classe antieffrazione indica la capacità del sistema di protezione passivo di resistere all’effrazione.

Le classi antieffrazione sono normate a livello europeo e sono state recepite dalla normativa tecnica dei vari stati membri. In Italia la norma in vigore in tal senso è la UNI EN 1627:2011.

Tale norma individua 6 classi antieffrazione, da RC1 a RC6 (che sono nell’uso comune indicate con classe da 1 a 6), in cui la classe 1 è quella che offre meno protezione e la classe 6 quella che offre la protezione massima.

La classificazione avviene sulla base di tre tipologie di test:

  1. Test di carico statico: tale test si effettua applicando un martinetto idraulico che crea pressione in tutti i punti di chiusura. Ad ogni classe corrisponde un carico per cui l’infisso non deve deformarsi significativamente (in sostanza deve continuare ad impedire l’accesso); 
  2. Test di carico dinamico: viene lanciato un peso contro l’infisso (per le finestre contro la parte vetrata) e questo non dovrebbe perdere pezzi o creare aperture più grandi di una determinata dimensione. A seconda dell’altezza da cui viene lanciato il peso si determina la relativa classe;
  3. Test di attacco manuale: in sostanza si simula un ladro che prova a scassinare l’infisso. Ad ogni classe corrisponde un tempo maggiore e una maggiore disponibilità di attrezzi.

A questo punto vediamo cosa prevedono queste 6 classi
antieffrazione.

Classe antieffrazione RC1

Test statico e dinamico: nessuno

Test manuale: scassinatore occasionale che prova ad entrare con l’uso di violenza fisica (cioè con atti di vandalismo). L’infisso di tale classe non ha dei limiti minimi di tempo in cui deve resistere all’effrazione.

Se vuoi proteggerti dai pericoli esterni non devi acquistare infissi o portoncini in questa classe.

Classe antieffrazione RC2

Test statico: deve resistere a carichi statici variabili tra 150kg e 300kg.

Test dinamico: deve resistere anche a impatti dinamici con pesi che cadono da 9 metri di altezza del peso di 4,11kg per tre volte

Test manuale: scassinatore occasionale o poco esperto: utilizza qualche attrezzo per provare ad entrare: usa attrezzi semplici per provare a scassinare come cacciaviti, pinze, cunei. L’infisso di tale tipo deve resistere almeno 3 minuti ai tentativi del ladro.

Rientrano in questa classe la maggior parte degli infissi da industria comunemente in commercio.

Classe antieffrazione RC3

Test statico: deve resistere a carichi statici variabili tra 300kg e 600kg.

Test dinamico: deve resistere anche a impatti dinamici con pesi che cadono da 9 metri di altezza del peso di 4,11kg per nove volte.

Test manuale: scassinatore esperto che utilizza attrezzi tipo piede di porco, un cacciavite lungo con un martello. L’infisso di tale tipo deve resistere almeno 5 minuti ai tentativi del ladro.

Questa è la classe maggiormente diffusa per porte e infissi di case e appartamenti.

Classe antieffrazione RC4

Test statico: deve resistere a carichi statici variabili tra 600kg e 1000kg.

Test dinamico: deve resistere anche a impatti dinamici del tipo colpi d’ascia nel numero minimo di 30.

Test manuale: lo scassinatore naturalmente è esperto ed impiega, oltre a tutto quello che abbiamo visto nelle precedenti classi, anche sega e utensili a percussione (trapano a batteria). L’infisso di tale tipo deve resistere almeno 10 minuti ai tentativi del ladro.

Gli infissi e le porte di questa classe sono ancora utilizzati nel settore residenziale quando è richiesto un grado di protezione maggiore (ville isolate, piani bassi molto pericolosi).

Classe antieffrazione RC5

Test statico: deve resistere a carichi statici variabili tra 1000kg e 1500kg.

Test dinamico: deve resistere a impatti dinamici del tipo colpi d’ascia nel numero minimo di 50.

Test manuale: in questo caso si tratta di uno scassinatore molto esperto che impiega attrezzi di tipo elettrico (non a batteria), quindi più potenti. L’infisso di classe 5 deve resistere almeno 15 minuti ai tentativi del ladro.

Classe antieffrazione RC6

Test statico: deve resistere a carichi statici variabili tra 1500kg e 2000kg.

Test dinamico: deve resistere anche a impatti dinamici del tipo colpi d’ascia nel numero minimo di 70.

Test manuale: lo scassinatore è molto esperto ed impiega attrezzi di tipo elettrico (non a batteria) di grande dimensione, tipo seghe a sciabola o mole. L’infisso di tale tipo deve resistere almeno 20 minuti ai tentativi del ladro.

Le ultime due classi, 5 e 6, sono generalmente previste per attività commerciali e per locali dove sono conservati oggetti preziosi (per esempio banche).

Grazie a queste informazioni sulle classi antieffrazione adesso hai tutti gli strumenti necessari per scegliere consapevolmente quale classe di sicurezza richiedere al tuo infisso o porta.

Negli ultimi due paragrafi però andremo oltre: vedremo quali sono le caratteristiche su cui devi concentrarti quando scegli i tuoi sistemi di protezione passiva.

Infatti, a prescindere dalla classe antieffrazione che hai scelto, tutti i sistemi di protezione sono composti da vari elementi e devi capire come interpretare le varie informazioni che ti verranno date dal venditore (o come chiedere le informazioni giuste).

ristrutturazionepratica.it banner

Grate, tapparelle, finestre blindate

Dove c’è una finestra c’è sempre un foro nel muro. E in questo foro, oltre alla finestra blindata, ci possono essere altri elementi che fungono da sistemi di sicurezza passivi:

  1. Inferriate in ferro
  2. Tapparelle blindate
  3. Infissi blindati

Ferme restando le classi di sicurezza, che determinano la
reale efficacia dei sistemi passivi, ognuno di questi ha i suoi pro e contro.
Vediamoli

Inferriate

sicurezza passiva: inferriate

Le inferriate, che possono essere fisse o apribili, hanno senso di essere installate solo se l’immobile si trova ad un piano facilmente raggiungibile dall’esterno (i piani terra principalmente), magari su strada, e in cui c’è l’abitudine di lasciare le finestre aperte o socchiuse per lungo tempo anche non in presenza di occupanti (che non devono essere per forza fuori casa ma semplicemente in un’altra stanza).

Sono sicuramente un sistema di protezione molto valido, soprattutto quelle fisse, in quanto scardinarle richiede molto tempo, richiede di fare molto rumore e, vista la posizione (sui muri esterni) porta al rischio di essere visti (per i ladri naturalmente…).

Hanno però un contro non indifferente: rendono la casa simile ad una prigione.

Quindi sicuramente da promuovere dal punto di vista della sicurezza, anche perché possono essere installate in un secondo momento rispetto agli infissi, ma sicuramente da bocciare dal punto di vista estetico e della qualatà di vita.

Ecco alcune caratteristiche che dovresti valutare, oltre alla classe antieffrazione:

  1. la distanza tra le sbarre non dovrebbe superare gli 8cm, il motivo è che distanze maggiori consentono più facilmente di inserire un piede di porco per allargarle
  2. il sistema di ancoraggio non deve lasciare spazi con la muratura, il motivo è lo stesso che abbiamo visto per la distanza tra le sbarre, cioè l’impossibilità di inserire un piede di porco
  3. la serratura, se la tua inferriata è apribile, dovrebbe prevedere una serratura di tipo europeo…i motivi te li spiego nel paragrafo sulle porte blindate

Le classi antieffrazione per cui sono garantite le inferiate sono 3 e 4, anche se in mercato ci sono anche grate in classe 5.

Tapparelle blindate

sicurezza passiva: tapparelle blindate

Come sono fatte generalmente le tapparelle te l’ho spiegato
nella quarta
parte della mia guida alla sostituzione degli infissi
: si tratta di lamelle
di alluminio riempite di schiuma poliuretanica isolante. O al più di lamelle in
pvc.

Entrambe queste tipologie entrano al massimo in classe
antieffrazione 2, quindi non sono considerate blindate.

Il primo modo per blindare le tapparelle è quello di realizzare le lamelle in acciaio, materiale molto più resistente ai colpi (quindi test dinamico) rispetto agli altri utilizzati solitamente.

Chiaramente ci sono anche gli altri aspetti da considerare, in particolare il test statico, cioè il sollevamento della tapparella con un martinetto.

Per rispondere a tali problemi i sistemi di blindaggio delle tapparelle prevedono sia particolari sistemi di aggancio delle lamelle tra di loro, sia sistemi che impediscono alle tapparelle di essere forzate a scorrere verso l’alto.

Ogni produttore ha le sue tecnologie brevettate in tal senso.

Invece un’obiezione che spesso viene fatta alle tapparelle blindate è che, per essere efficaci, devono essere completamente abbassate, rendendo quindi buie le camere anche di giorno.

Infatti la richiesta di chi installa sistemi di protezione non è quello di essere protetto solo quando si è assenti o si sta riposando, ma anche quando si vive la casa, durante il giorno.

Da alcuni anni sono in produzione varie soluzioni di tapparelle blindate che consentono di far passare la luce e allo stesso tempo garantiscono la necessaria sicurezza.

Alcuni sistemi intervallano lamelle cieche a lamelle microforate, che consentono quindi di regolare la luce che entra, altri invece prevedono addirittura lamelle orientabili, trasformando le tapparelle in veri e propri frangisole.

Quindi con questi sistemi è possibile essere sicuri in casa e continuare a viverla normalmente.

ristrutturazionepratica.it banner

Finestre blindate

Naturalmente parlando di finestre blindate parliamo anche di balconi (porte-finestre) blindate.

Fatta questa banale premessa vediamo quali sono le caratteristiche
di una finestra blindata. Quello che stai leggendo non è un articolo tecnico
quindi non entriamo nei dettagli (che ti possono essere forniti da un buon
rivenditore di infissi).

Sono tre gli elementi su cui devi porre l’attenzione nella scelta della tua finestra blindata:

  • I telai (sia quello fisso che quello mobile)
  • La vetrata
  • La serratura

Per quanto riguarda i telai solitamente le finestre blindate prevedono dei rinforzi in acciaio che ne aumentano sia la resistenza ai carichi dinamici, sia la resistenza ai carichi statici.

Per quanto riguarda il vetro la normativa individua i vetri “antieffrazione” e “antiproiettile” (quest’ultimo è uno step successivo di sicurezza). Chiaramente nella parte vetrata il principale problema da risolvere è quello della risposta ai carichi dinamici.

Facciamo un approfondimento partendo da una premessa: i vetri normalmente installati nelle finestre sono “vetrocamera”, cioè sono composti da due lastre di vetro con interposta una camera d’aria riempita di gas isolante. Lo scopo di questa soluzione è principalmente abbattere le dispersioni di calore. Le lastre di vetro che vengono usate per realizzare i vetrocamera sono quasi sempre di tipo stratificato, cioè sono composte da due lastre di vetro unite da una pellicola di tipo plastico (polivinilbutirrale o PVB). Questa soluzione serve principalmente per dare maggiore resistenza al vetro e per evitare che, in caso di urto o caduta, si stacchino schegge di vetro pericolose. Se vuoi approfondire le caratteristiche dei vetrocamera vai alla terza parte della guida sugli infissi che ho scritto.

Tutta questa premessa per dirti che i vetri antieffrazione sono dei vetri stratificati e sono classificati nella norma UNI EN 356 con i codici che vanno da P1A a P8B.

Quello che rende antieffrazione tali vetrate è proprio la “pellicola” di plastica interposta tra le lastre che, se solitamente è spessa meno di mezzo millimetro, nel caso di vetri antisfondamento molto prestazionali può arrivare ad essere spessa molti millimetri.

Una vetrata in classe antieffrazione 2 (quindi scarsamente blindato) è di tipo P3A.

Una vetrata in classe antieffrazione 3 (la blindatura classica) è di tipo P5A.

Una vetrata in classe antieffrazione 6 (la classe massima) è di tipo P8B.

Ultimo elemento di cui devi preoccuparti è la serratura: le finestre blindate sono dotate di serratura con chiave. Chiaramente questo tipo di serratura deve garantire determinati livelli di sicurezza: anche in questo caso la serratura deve essere di tipo europea per resistere ai tentativi di scasso (ne parliamo a breve).

Porte e portoni blindati

sicurezza passiva: porta blindata

A differenza delle finestre sia le porte che i portoni sono
chiusure di tipo “cieco”, cioè non trasparenti.

A differenza delle finestre, che sono spesso abbinate ad una tapparella, le porte sono lasciate sole a difendere la tua casa tua dall’esterno (o dal pianerottolo).

Quindi, sebbene la classificazione antieffrazione sia la stessa delle finestre, le porte blindate devono avere caratteristiche tecniche diverse.

Una porta è costituita da:

  • Controtelaio e telaio fisso
  • L’anta
  • Le cerniere
  • La serratura

In una porta blindata tutti questi elementi sono studiati
apposta per garantire la classe antieffrazione per cui è stata testata.

Il materiale che la fa da padrona naturalmente è anche in questo caso l’acciaio.

Il controtelaio è in lamiera di acciaio piegata e viene ancorata alla muratura per mezzo di zanche. Su di esso viene installato il telaio vero e proprio, sempre in acciaio, su cui sono alloggiati i cardini. In alcuni modelli controtelaio e telaio coincidono.

L’anta è anch’essa in acciaio, solitamente una lamiera su
cui sono saldati elementi di rinforzo. Chiaramente su questa struttura di
acciaio possono essere installati tutti i rivestimenti più disparati.

Le cerniere sono anch’esse in acciaio. Un aspetto importante
dei sistemi costruttivi delle porte blindate è che le cerniere vengono saldate all’anta
della porta, rendendo molto più difficile lo scardinamento.

La serratura è un elemento fondamentale: attualmente la serratura più diffusa e sicura è quella denominata “europea”.

Dobbiamo distinguere tra la serratura, che è il meccanismo vero e proprio con tutti i pistoni che tengono materialmente chiusa la porta, e il cilindro europeo, che è un elemento a parte e lavora in combinazione con la serratura e comanda il movimento dei pistoni.

I vecchi tipi di serratura, chiamate a doppia mappa (quelli
con le lunghe chiavi a doppia dentatura per intenderci), sono facilmente
scassinabili: i ladri hanno attrezzi specifici con cui semplicemente replicano i
denti della serratura e si creano una copia della chiave perfettamente
funzionante. In pratica entrano in casa, rubano tutto e quando escono chiudono
pure la porta.

Le serrature europee sono molto più sicure a partire dal fatto che è impossibile replicare la chiave se non si ha la scheda coi codici. Però anche questa non ti garantisce sicurezza al 100%.

Quando acquisti una porta blindata concentrati (anche) sulle caratteristiche del cilindro e verifica che siano presenti queste:

  • Sicurezza chiave (cioè il numero di combinazioni possibili della chiave) elevata. Va da 1 (100 combinazioni) a 6 (100.000 combinazioni). Naturalmente la sicurezza 6 è la migliore;
  • Certificazione anti-bumping. Con la tecnica del key bumping grazie ad appositi attrezzi i ladri riescono ad aprire la serratura senza rompere nulla. Bastano addirittura una chiave ed un martello…
  • Presenza di un defender anti-trapano. Serve per prevenire l’estrazione del cilindro
  • Presenza del sistema “trappola”, che in caso di estrazione del cilindro o di key bumping manda in blocco totale i meccanismi che non si apriranno più.

NESSUN SISTEMA DURA IN ETERNO

sistemi di sicurezza passiva: durano in eterno?

In questo articolo abbiamo fatto una panoramica dei principali sistemi di protezione passiva che ti consentono di aumentare drasticamente la sicurezza di casa tua. Però devi essere consapevole che non c’è niente che riesce a resistere in eterno ai tentativi di effrazione da parte dei ladri.

Come hai potuto leggere anche le classi antieffrazione prevedono solo dei tempi minimi di resistenza ai tentativi di scasso.

Un ladro molto esperto, se vuole entrare in casa tua e ha tutto il tempo necessario a disposizione, prima o poi riuscirà a farlo.

Per questo motivo ai sistemi passivi vengono quasi sempre abbinati sistemi di protezione attivi.

Come abbiamo detto ad inizio articolo quando ristrutturi e affronti l’argomento sicurezza la prima cosa che devi fare è valutare attentamente i reali pericoli a cui è sottoposta la tua casa e le tue reali esigenze di sicurezza.

Ad esempio negli appartamenti in condominio raramente ha senso installare infissi blindati, in quanto i ladri entreranno sempre dalla porta sul pianerottolo. E allo stesso modo non ha senso prevedere una classe antieffrazione eccessivamente alta (la 5 o la 6) per la porta sul pianerottolo: quasi sempre è sufficiente una classe antieffrazione 3.

La cosa importante a cui devi prestare attenzione è che le classi antieffrazione dichiarate siano realmente certificate. Infatti la norma prevede che la classe venga assegnata per ogni dimensione prevista.

Per capirci: se la tua porta di ingresso è larga 2 metri e
alta 3 metri (esagero volutamente!) l’azienda che te la fornisce per
garantirtela in classe antieffrazione 3 deve aver fatto una prova specifica su
quella dimensione e deve fornirtene una copia.

Il problema si pone principalmente sugli infissi esterni che
sono spesso di dimensioni particolari e non standard.

Questa cosa chiaramente non è possibile. Ma non fraintendermi ciò non significa che le finestre che ti vengono vendute non sono blindate. Quello su cui voglio farti posare l’attenzione è che, oltre alla classe antieffrazione raggiunta dalle finestre che hanno testato, dovresti preoccuparti di chiedere spiegazioni sulle caratteristiche tecniche che dovrebbero rendere la porta o la finestra blindate e confrontarle con quanto abbiamo visto in questo articolo (ad esempio il codice della vetrata di sicurezza, o la tipologia di serratura europea, etc.).

Ricordati sempre che la scelta degli infissi fa parte di un processo più grande che è quello della ristrutturazione della tua casa. Si tratta di un processo che devi conoscere e applicare per arrivare a fare le scelte giuste nel momento giusto, altrimenti ti ritroverai a concentrarti su cose inutili, che ti fanno sprecare tempo, soldi ed energie, e non ti occuperai mai delle cose realmente importanti.

Imparare il processo è la cosa più importante da fare nella tua ristrutturazione. Il processo per ristrutturare non è banale e non è nemmeno quello che stai seguendo. Dalla mia esperienza non c’è un solo committente che segue il giusto processo di ristrutturazione: quello che gli garantisce di non finire a spendere il doppio di quanto preventivato e a fare cause infinite con l’impresa.

Il processo giusto, scritto per te che sei un committente, lo puoi trovare solo nel manuale che ho scritto: “Ristruttura la tua casa in 7 passi”.

ristrutturazionepratica.it banner

L’articolo Progettare la sicurezza nella tua ristrutturazione: sistemi di protezione passiva sembra essere il primo su RistrutturazionePratica | Il sistema scientifico per ristrutturare.

10 Ottobre 2019 / / Architettura

Gli infissi scorrevoli sono una soluzione elegante e moderna per liberarsi del problema della ante di balconi e finestre che si aprono all’interno delle stanze e interferiscono con la disposizione dei mobili.

Però, tra tutte le tipologie di infissi, sono anche quelli che presentano più elementi di criticità e la cui scelta deve essere fatta con maggiore accortezza.

ristrutturazionepratica.it banner

Ad esempio ci sono casi in cui installare un infisso scorrevole rende l’ambiente non a norma di legge, facendogli perdere le condizioni di abitabilità e togliendo l’agibilità all’intera casa.

Non ti voglio spaventare e ti assicuro che basta un po’ di accortezza per scongiurare questo pericolo. Nei prossimi paragrafi ti mostrerò tutte le caratteristiche che devi conoscere di un infisso scorrevole, anche quelle che un venditore non ti dirà mai (e ti svelerò anche perché un infisso scorrevole può rendere non a norma la stanza in cui è installato).

LE TIPOLOGIE DI INFISSI SCORREVOLI

Ho già parlato degli infissi scorrevoli nella guida in cinque parti alla sostituzione degli infissi che ho pubblicato qualche tempo fa. In particolare sono stati oggetto di trattazione del terzo articolo, quello in cui sono state esaminate le tipologie di apertura degli infissi .

In questo articolo però entreremo più nel dettaglio perché gli infissi scorrevoli meritano un’attenzione particolare. Cercherò comunque di non affrontare l’argomento da un punto di vista esageratamente tecnico perché non è quello che serve a te.

Gli infissi scorrevoli possono essere di tre tipologie:

  • Scorrevole in linea
  • Alzante scorrevole
  • Scorrevole traslante

Ciò che li differenzia è il meccanismo con cui vengono movimentate le ante. Questo dettaglio si ripercuote in modo diretto sulle capacità dell’infisso di garantire l’isolamento termico e acustico, sulla permeabilità al vento, sulla sicurezza antieffrazione e sull’estetica.

Vediamone rapidamente le caratteristiche.

Scorrevole in linea

scorrevole in linea

Gli infissi scorrevoli in linea sono gli infissi scorrevoli tradizionali. Sono stati i primi ad essere stati prodotti e il funzionamento è abbastanza semplice ed intuitivo: le ante sono agganciate a dei carrelli che consentono lo scorrimento.

Questa tipologia è quella meno prestazionale di tutte per quanto riguarda l’isolamento termico, acustico e di tenuta all’aria.

Il motivo è che l’unico elemento di guarnizione tra le ante sono delle spazzole poste tra le ante, le quali ad infisso chiuso non garantiscono l’isolamento che ci si aspetta dagli infissi moderni.

Purtroppo non è possibile utilizzare sistemi di guarnizioni più efficienti con questo tipo di scorrevole in quanto la movimentazione delle ante risulterebbe quasi impossibile. Le guarnizioni infatti aderiscono quasi come una ventosa tra le due ante che devono sigillare e ciò non è compatibile con gli scorrevoli in linea.

La cosa positiva degli infissi scorrevoli tradizionali è che, a differenza delle altre tipologie di cui parleremo a breve, tutte le ante possono scorrere.

Quindi, ad esempio, in caso di infisso a due ante potrai decidere di avere aperto il lato destro o il lato sinistro della tua vetrata. Naturalmente l’apertura complessiva massima sarà sempre pari a metà della superficie dell’infisso.

Alzante scorrevole

alzante scorrevole

Attualmente l’alzante scorrevole è la tipologia di infisso scorrevole più diffusa.

Si tratta di un’evoluzione dell’infisso scorrevole in linea, di cui mantiene le qualità estetiche ma a cui abbina un migliore isolamento termico, acustico e di tenuta all’aria.

L’incremento di prestazioni è possibile grazie al diverso sistema di movimentazione delle ante utilizzato: in questo caso scorre solo un’anta la quale la quale, quando si trova in posizione di chiusura, è appoggiata sul telaio sottostante e non grava sui carrelli superiori e inferiori. Quando invece deve essere aperta il meccanismo collegato alla maniglia la fa sollevare in modo da consentire lo scorrimento.

Gli aspetti positivi di tale sistema sono sostanzialmente due:

  1. I carrelli non sono costantemente sollecitati perché l’anta in posizione di chiusura poggia a terra e non carica sui carrelli. Questo ha un duplice effetto positivo, infatti fa diminuire in modo drastico usura e necessità di manutenzione, e consente di realizzare ante molto più grandi.
  2. L’isolamento termico, acustico e la tenuta all’aria sono maggiori poiché si possono usare guarnizioni tradizionali che in posizione di chiusura vanno a sigillare in modo molto più efficace rispetto alle spazzole garantendo un isolamento quasi ermetico.

L’aspetto negativo rispetto agli scorrevoli in linea lo abbiamo già accennato: un’anta rimane sempre fissa.

Scorrevole traslante

infissi scorrevoli tralsanti

L’infisso scorrevole traslante, detto anche parallelo, in sostanza è un connubio tra una normale finestra a battente e una finestra scorrevole.

Non fraintendermi: non è che può aprirsi a battente e contemporaneamente scorrere, l’unico movimento consentito è sempre lo scorrimento, però in condizione di ante completamente chiuse garantisce le stesse prestazioni di isolamento degli infissi a battente, che sono generalmente superiori.

Il funzionamento è semplice: l’anta che scorre (anche in questo caso scorre solo un’anta) quando viene chiusa non viene semplicemente abbassata come nell’alzante scorrevole, ma subisce un vero e proprio spostamento in avanti per arrivare ad allinearsi completamente con l’anta fissa. Immagina che, da chiuso, tale infisso assomiglia ad una finestra normale, da aperto assomiglia ad un normale scorrevole.

Il motivo per cui le prestazioni termiche, acustiche e di tenuta all’aria sono paragonabili a quelle di un infisso a battente è che il tipo di chiusura permette a tutte le guarnizioni di aderire perfettamente al telaio fisso.

In sostanza proprio grazie al sistema di movimentazione si riesce ad ottenere una chiusura perfettamente ermetica delle ante e quindi massimizzare isolamenti termici e acustici.

Altro aspetto positivo è che tale sistema di movimentazione consente di ottenere anche l’apertura a vasistas, cosa che invece non è possibile con gli altri due sistemi di apertura.

C’è però un aspetto negativo dello scorrevole traslante, a cui è necessario fare un accenno. Si tratta di una questione estetica: infatti il sistema di apertura, per riuscire a funzionare correttamente, richiede la presenza di elementi a “rilievo” sul lato interno dell’infisso che lo rendono particolarmente antiestetico (vedi la foto sopra).

Il motivo è che, spostandosi perpendicolarmente rispetto al telaio fisso, tutto il carico dell’infisso grava sui perni, rendendo questi dei punti molto sollecitati. Le moderne ante infatti sono molto pesanti, soprattutto nella loro parte vetrata.

Per consentire tutti gli elementi di funzionare correttamente e durare nel tempo quindi, gli scorrevoli traslanti hanno una sorta di chassis a vista nella parte inferiore.

LE CARATTERISTICHE CHE DEVI VERIFICARE PRIMA DI ACQUISTARE UN INFISSO SCORREVOLE

Come avrai sicuramente capito il punto debole degli infissi scorrevoli sono l’isolamento termico, l’isolamento acustico e la tenuta all’aria.

Sono proprio queste le caratteristiche che devono interessarti quando vai ad acquistare un infisso scorrevole.

Isolamento termico degli infissi scorrevoli

infissi scorrevoli: isolamento termico

In Italia circa 1/3 del riscaldamento prodotto nelle case viene disperso attraverso gli infissi. Quindi scegliere uno scorrevole buttando un occhio alle prestazioni termiche non è opzionale ma obbligatorio.

Per capire se l’infisso scorrevole che ti viene proposto ha dei buoni valori di isolamento devi guardare un dato della scheda tecnica che ti viene sottoposta: la trasmittanza termica.

La trasmittanza è un parametro fisico che, in soldoni, ti dice quanto freddo fa disperdere l’infisso durante la stagione invernale: più è basso il valore maggiori sono le prestazioni. Si tratta di un valore numerico espresso con l’unità di misura del watt su metro quadro per grado Kelvin (W/m2K).

Quando parliamo di valori bassi intendiamo valori che sono compresi tra 1 (anche meno in realtà…) e 2. Solitamente viene espresso con una o due cifre decimali.

Ma a quanto corrisponde un valore basso?

In termini relativi dipende dalla zona d’Italia in cui vivi…il motivo è che il clima di Palermo è diverso dal clima di Sondrio, quindi le esigenze di isolamento sono diverse. La legge fornisce dei valori di trasmittanza limite da rispettare che variano a seconda della zona climatica.

Su quali siano le zone climatiche italiane e su quali siano i valori limite previsti per legge, ne abbiamo già parlato approfonditamente nel primo articolo sulla sostituzione degli infissi che ho pubblicato. Ti invito a rileggerlo se vuoi approfondire.

Per quanto riguarda la nostra trattazione, ti basti sapere che il valore limite per le zone più fredde di Italia (in sostanza le Alpi) è 1,7 W/m2K e infissi di buone prestazioni attualmente in commercio hanno generalmente prestazioni molto superiori (cioè valori di trasmittanza molto più bassi).

Una finestra a battente ormai raggiunge facilmente valori di 1,1 W/m2K di trasmittanza. Una finestra scorrevole arriva agilmente a valori di 1,4 W/m2K .

Richiedi sempre la trasmittanza dichiarata in relazione alla tipologia di scorrevole che scegli (quelli in linea abbiamo visto essere molto meno prestazionali degli altri) e alla dimensione dell’infisso.

L’isolamento acustico degli infissi scorrevoli

infissi scorrevoli: isolamento acustico

Il problema dell’acustica si pone principalmente in città, particolarmente nelle zone centrali e trafficate, dove vi sono elevati livelli di rumorosità durante tutta la giornata.

I rumori esterni in casa entrano principalmente dagli infissi e, a tal fine, svolgono un ruolo centrale le vetrate e le guarnizioni.

Il tema dell’acustica in edilizia è affrontato dal D.P.C.M. 5/12/1997, “Determinazione dei requisiti acustici passivi degli edifici”. Tale decreto determina di quanto devono abbattere i rumori le pareti esterne degli edifici: questo valore deve essere di 40dB, cioè le pareti nel loro complesso devono essere in grado di abbattere i rumori provenienti dall’esterno di (almeno) 40 decibel.

Siccome l’infisso è inserito nella parete anche lui deve contribuire a raggiungere tale valore.

In linea generale considera che gli infissi devono garantire un potere fonoisolante di almeno 35 decibel. Attenzione che, a differenza della trasmittanza, a valori maggiori corrispondono prestazioni maggiori.

Quando ti viene fornita la scheda tecnica dell’infisso scorrevole guarda attentamente anche questo aspetto. Gli infissi a battente raggiungono facilmente valori di 37 decibel, quelli scorrevoli invece fanno più fatica da questo punto di vista e il problema è dato sempre dalle guarnizioni.

Attenzione che il valore di abbattimento acustico ti venga dato per l’intero infisso e non solo per il vetro! Nel caso degli scorrevoli questo è maggiormente importante proprio a causa dei problemi dati dalle guarnizioni.

Tenuta all’aria degli infissi scorrevoli

infissi scorrevoli: tenuta all'aria

La tenuta all’aria riguarda sostanzialmente gli spifferi che fa passare l’infisso.

La classificazione di legge prevede quattro classi, da 1 a 4.

Queste classi praticamente determinano quanta aria fa passare l’infisso a seconda della pressione che la stessa aria esercita sull’infisso.

A classe più alta corrisponde maggiore tenuta all’aria. Gli infissi a battente di buona fattura generalmente garantiscono una tenuta all’aria di classe 4, quindi la massima. Questa cosa significa che l’infisso deve far passare al massimo 3 metri cubi d’aria quando sottoposto ad una pressione di 600 Pascal (l’unità di misura della pressione).

Un infisso di classe 3 significa che l’infisso fa passare al massimo 9 metri cubi d’aria quando sottoposto ad una pressione di 600 Pascal.

Gli infissi scorrevoli paralleli riescono a raggiungere agevolmente la classe 4, gli alzanti scorrevoli di alte prestazioni raggiungono le stesse prestazioni. Gli scorrevoli paralleli invece difettano molto da questo punto di vista.

ristrutturazionepratica.it banner

I PRO E I CONTRO DEGLI INFISSI SCORREVOLI: GUIDA AD UNA SCELTA CONSAPEVOLE

Adesso che abbiamo visto le tre tipologie di infissi scorrevoli in commercio, e che abbiamo visto quali sono le caratteristiche tecniche minime che devono garantirti gli infissi scorrevoli, facciamo un elenco di tutte le caratteristiche positive che potrebbero farti propendere per scegliere questa tipologia di infisso e quelle negative che potrebbero farti desistere dal farlo (compresi i problemi normativi di cui abbiamo accennato all’inizio dell’articolo).

Perché dovresti installare un infisso scorrevole in casa

La prima risposta che mi viene in mente è lo spazio: un infisso scorrevole, quando è aperto, non occupa spazio dentro gli ambienti.

Questo significa completa libertà nella disposizione degli arredi: vuoi piazzare un divano di fronte alla finestra? Nessun problema. Vuoi metterci un tavolino? Nessun problema.

Per un architetto sono una manna dal cielo.

In alcuni casi l’infisso scorrevole è anche l’unica soluzione attuabile: pensa alle grandi aperture che si trovano spesso nelle abitazioni moderne. Con un infisso scorrevole sono sufficienti due ante e quindi le superfici vetrate aumentano notevolmente dando molta più luce agli ambienti e creando un maggiore rapporto tra interno ed esterno.

Se in una grande apertura decidessi per un infisso con ante a battente dovresti spezzettare maggiormente la partizione dell’infisso perché ci sono limiti di peso che le cerniere in commercio non possono superare (considera l’anta a battente come un elemento a sbalzo quando è aperta: più è grande più pesa). Inoltre un’anta grande aperta occupa molto spazio….

Detto di questi importanti pro (ho volutamente lasciato perdere aspetti estetici su cui ci sarebbe molto da dire ma che sono molto personali), veniamo ai contro di un infisso scorrevole.

Perché non dovresti installare un infisso scorrevole

In questo paragrafo ti darò motivazioni oggettive per cui potresti rinunciare ad installare un infisso scorrevole. Però non si tratta di una presa di posizione contro gli infissi scorrevoli, che tra l’altro personalmente adoro. Il mio scopo è mettere in luce alcuni oggettivi elementi di criticità che rendono gli infissi scorrevoli una soluzione da ponderare attentamente.

Attenzione alla legge: lo scorrevole diminuisce la superficie di aerazione

Questo è il primo grande problema che devi porti quando valuti l’installazione degli infissi scorrevoli in casa tua.

La legge italiana prescrive che negli ambienti domestici le finestre garantiscano una superficie di aerazione pari ad 1/8 della superficie degli ambienti.

Per capirci: in una stanza di 20mq la superficie di aerazione garantita dalla finestra deve essere pari a 20/8=2,5mq. Che corrisponde ad un balcone di dimensioni minime 1m*2,5m, o a una finestra di 1,7m*1,5m. Sicuramente dimensioni non esagerate e che solitamente sono superate nelle case e appartamenti in cui viviamo.

Nel caso di finestre a battente, quindi che prevedono una o due ante che si aprono, tutta la superficie della finestra contribuisce all’aerazione. Ma nel caso di finestre scorrevoli le superfici di aerazione si dimezzano perché le ante si sovrappongono e di conseguenza metà della superficie non farà mai passare aria.

Quindi attenzione perché se non si rispettano i valori minimi previsti per legge la casa perde le condizioni di aerazione che sono prescrittive per l’agibilità della casa. Ti ritrovi con una casa non a norma.

C’è solo un modo per superare tale problema: gli scorrevoli che scorrono dentro il muro. Così riusciresti a sfruttare tutta la superficie del vano-finestra.

Però per questa soluzione spesso si pone un problema, soprattutto negli appartamenti: nei muri esterni ci sono i pilastri e non si riesce ad incassare gli infissi (a meno che tu non voglia far cadere tutto il condominio).

Attenzione alle prestazioni termiche acustiche e di tenuta all’aria

Lo so, mi sto ripetendo ma questo è il secondo fattore che devi assolutamente tenere in considerazione: se con la tua ristrutturazione stai cercando anche di ottenere ambienti interni confortevoli durante tutto l’anno l’aspetto energetico ti deve interessare.

Gli infissi sono uno degli elementi maggiormente disperdenti di una casa e lo scorrevole, come abbiamo visto, lo è di più rispetto ad una normale finestra a battente.

Un elemento negativo che potrebbe farti desistere dall’installare infissi scorrevoli riguarda proprio le minori prestazioni termiche, acustiche e di tenuta all’aria.

Abbiamo visto che questi infissi riescono comunque a garantire prestazioni elevate, ma vanno scelti con attenzione perché non sono tutti uguali.

E su questo aspetto introduciamo l’ultimo paragrafo, a cui è strettamente collegato.

L’ERRORE DA NON COMPIERE MAI QUANDO ACQUISTI UN INFISSO SCORREVOLE: AFFIDARTI AD UN ARTIGIANO

infissi scorrevoli: non affidarli ad un artigiano

So che con l’affermazione qui sopra farà arrabbiare molti artigiani e non mi va nemmeno di fare di tutta l’erba un fascio, ma ho avuto modo di appurare di persona che i piccoli artigiani di infissi quando si tratta di scorrevoli combinano dei disastri.

Cerchiamo anche di capire cosa intendiamo per artigiani: non mi riferisco di certo a piccoli produttori di infissi, come potrebbe essere ad esempio Fabbro serramenti, che applicano procedure di qualità e testano tutti i loro infissi garantendo prestazioni a livello (se non migliori) dei grandi produttori industriali.

Mi riferisco ai piccolissimi laboratori, spesso di falegnameria, che fanno solo piccole produzioni di infissi, che li realizzano e li assemblano sicuramente con cura, ma che non riescono mai a garantire qualità, prestazioni e certificazioni.

Recentemente mi è capitato di accompagnare un collega nel cantiere di una ristrutturazione che sta seguendo. I committenti hanno acquistato gli infissi proprio da uno di questi produttori artigianali e quelli del soggiorno sono scorrevoli.

Gli infissi sono in legno internamente e alluminio esternamente, quindi potenzialmente quanto di meglio ci possa essere in giro a livello di prestazioni.

Quando ho visto le finestre a battente oggettivamente la qualità mi è sembrata buona: sezioni adeguate, ferramenta corretta, guarnizioni presenti, vetrocamera a norma.

Quando ho visto gli scorrevoli mi sono messo le mani nei capelli: scorrevoli in linea, quelli che abbiamo visto essere meno prestazionali, mancanza totale di guarnizioni tra le ante e talmente tanto spazio che nemmeno le spazzole erano in grado di riempirlo, ferramenta di chiusura realizzata con un minuscolo perno centrale che non garantiva nemmeno la tenuta tra anta e telaio fisso.

Quegli infissi scorrevoli erano realizzati come si facevano trent’anni fa. Ma la tecnologia adesso è notevolmente cambiata ed è molto più complesso realizzare infissi scorrevoli di qualità. Ci vogliono i mezzi e le attrezzature adatte oltre alla voglia di migliorarsi.

Quindi, se vuoi installare infissi scorrevoli, rivolgiti a piccoli costruttori, a grandi fornitori o a loro rivenditori, ma evita gli artigiani se non vuoi ottenere un infisso che non isola, fa passare spifferi e che non puoi nemmeno detrarre perché non risponde ai requisiti minimi di legge.

ristrutturazionepratica.it banner

L’articolo Infissi scorrevoli: guida per una scelta consapevole sembra essere il primo su RistrutturazionePratica | Il sistema scientifico per ristrutturare.

7 Ottobre 2019 / / Architettura

Ovvero come sapere in ogni momento cosa sta facendo l’impresa, capire se ci sono problemi e prevedere quanto manca alla fine dei lavori.

La ristrutturazione completa di una casa è un processo lungo. Non è come nei programmi televisivi americani dove “la ristrutturazione sarà completata in 5 settimane”. In realtà sono necessari molti mesi.

Ogni cantiere di ristrutturazione è differente dall’altro, ma tutte le ristrutturazioni, per essere eseguite a regola d’arte, passano attraverso 6 precise fasi che tutti i committenti ignorano e che invece dovrebbero conoscere.

In questo articolo ti svelerò quali sono le 6 fasi dei lavori che trasformeranno la tua casa da come la vedi adesso a come la stai sognando.

ristrutturazionepratica.it banner

Imprese e tecnici, io per primo, danno per scontate le 6 fasi dei lavori per averle viste ed eseguite moltissime volte. Ma raramente pensano di informarne dettagliatamente i loro committenti.

Dall’esperienza mi sono reso conto che spiegare ai miei clienti tutte le precise fasi attraverso cui passerà la parte operativa della loro ristrutturazione li aiuta ad affrontare con maggiore serenità i lunghi mesi dei lavori.

Infatti esserne consapevole ti consentirà di:

  • capire realmente in ogni momento a che punto stanno i lavori, se ci sono rallentamenti e che ripercussioni avranno sulla conclusione, e quindi…
  • programmare con la necessaria serenità e consapevolezza la data in cui dovrai lasciare la vecchia casa (che magari hai affittato per l’occasione con un contratto a termine…);
  • non farti prendere da inutili crisi d’ansia perchè i lavori ti sembrano fermi o non procedono come ti aspettersti.

Quindi ecco la guida a:

LE 6 FASI DEI LAVORI DI RISTRUTTURAZIONE

ristrutturazione: le fasi dei lavori

Naturalmente ogni ristrutturazione è un abito sartoriale
costruito su una specifica casa, quindi una totale standardizzazione del
processo di ristrutturazione è impossibile.

Ci sono talmente tante variabili in gioco che le carte in tavola cambiano sempre.

In compenso è possibile individuare 6 macro-fasi che si susseguono sempre uguali in tutte le ristrutturazioni. Eccole:

  1. Demolizioni e smaltimenti
  2. Opere edili Parte 1 (muri)
  3. Impianti Parte 1 (impostazione)
  4. Opere edili Parte 2 (massetti e finiture)
  5. Impianti Parte 2 (installazione) + Forniture
  6. Opere edili Parte 3 (rifiniture + pitturazioni)

Come puoi leggere nell’elenco che ti ho fatto qui sopra le
tipologie di lavori necessarie per eseguire una ristrutturazione in realtà sono
solo 4:

  • Demolizioni e smaltimenti
  • Opere edili
  • Impianti
  • Forniture

Però, per fare in modo che una ristrutturazione segua un processo realizzativo logico , coerente e rapido, devono essere suddivise in più passaggi.

Prova a pensare alla ristrutturazione come alla realizzazione di una scultura in pietra: lo scultore prima sbozza grossolanamente la figura dal masso e poi, con passaggi successivi e utilizzando tecniche diverse, la affina sempre di più fino ad arrivare alla figura che aveva in mente originariamente.

Di sicuro uno scultore non può partire con il levigare la pietra.

La ristrutturazione è esattamente la stessa cosa: ogni passaggio è un affinamento sempre più preciso della tua casa dove, invece di togliere materiale come fa uno scultore, ad ogni passaggio viene aggiunto qualcosa di nuovo e più rifinito.

I sei passaggi che ti ho elencato qui sopra vengono svolti in ogni ristrutturazione nell’ordine che hai letto. Vediamo in modo più approfondito in cosa consiste ogni fase.

Fase 1 – Demolizioni e smaltimenti

fasi della ristrutturazione: le demolizioni

Potrebbe essere banale dirlo ma prima di iniziare a realizzare qualsiasi opera edile o impiantistica è necessario creare la tela bianca su cui lavorare.

La casa deve essere liberata da tutto ciò che non serve più. Che in una ristrutturazione significa:

  • Rimuovere tutti gli arredi (sull’importanza di farlo ne abbiamo già parlato in questo articolo) e i sanitari;
  • Rimuovere gli infissi esterni e le porte interne;
  • Demolire eventuali controsoffitti non più necessari;
  • Demolire tutti i muri che non faranno parte della nuova distribuzione interna;
  • Rimuovere tutti gli impianti dai muri che invece faranno ancora parte della nuova distribuzione interna;
  • Eventualmente rimuovere anche intonaco e/o i rivestimenti ceramici dai muri che rimarranno in piedi;
  • Rimuovere i pavimenti da sostituire con i relativi massetti.

Chiaramente tutto dipende dal tipo di lavori che farai in casa tua e da quanto radicale sarà la ristrutturazione: nell’elenco qui sopra ti ho riportato le principali voci di demolizione di una ristrutturazione completa.

Ma ti assicuro che, anche per lavori poco invasivi, verranno prodotte una bella quantità di macerie.

Ti faccio l’esempio di due cantieri che ho seguito personalmente e che ben rappresentano gli estremi opposti: in uno sono stati rifatti solo i bagni e poco più, nell’altro è stato rifatto ex novo tutto l’appartamento (parliamo di 160mq):

  • Nel primo caso sono stati prodotti rifiuti per circa 4 metri cubi.
  • Nel secondo caso sono stati prodotti rifiuti per circa 48 metri cubi.

Sicuramente una differenza notevole ma ti assicuro che se li vedi anche 4 metri cubi non sono pochi.

Sai quanto pesano mediamente le macerie da demolizione? Tra i 1.800 e i 2.000 kg/mc, sono 2 tonnellate a metro cubo. Nei due cantieri di cui sopra si tratta rispettivamente di 8 e 96 tonnellate di macerie.

E tutto questo materiale deve essere completamente rimosso dal cantiere prima di iniziare le opere edili della seconda fase.

Lo smaltimento può essere rapido ed indolore oppure lento e fonte di infinite preoccupazioni.

Proprio su questo aspetto è importante fare una breve riflessione, su quella che io chiamo la “fase 0” della ristrutturazione: si tratta di una decisione cruciale che deve essere presa prima di iniziare i lavori e che riguarda sia lo smaltimento dei rifiuti che l’approvvigionamento di nuovi materiali.

Fase 0 – Come avverrà lo smaltimento delle macerie e l’approvvigionamento
dei materiali da costruzione? L’installazione del cantiere

Il problema sostanzialmente riguarda da un lato come far arrivare le macerie, che sono state prodotte durante la demolizione, dal cantiere al camion che le porterà in discarica, e dall’altro come far arrivare i nuovi materiali da costruzione dai camion che li scaricano sotto casa fino dentro casa.

In realtà questo problema si pone se il tuo appartamento si trova in un condominio, mentre non ti riguarda se hai una casa con un giardino accessibile dalla strada.

Infatti negli ultimi casi solitamente si tratta di abitazioni di uno o due piani, in cui hai tutto lo spazio e il modo per svolgere le operazioni di smaltimento e approvvigionamento in libertà e senza grosse difficoltà.

Ma nel caso di appartamenti in condominio la situazione cambia. Ci sono spesso diversi piani che separano la tua casa dal piano dove verranno parcheggiati i camion.

Come superarli agevolmente?

Esistono due opzioni per smaltire e approvvigionare i materiali da e verso il cantiere: una economica e una costosa.

La prima è sbagliata e la seconda è giusta.

E purtroppo la prima è (ancora) molto diffusa.

Come NON devi prevedere la movimentazione dei materiali del cantiere

La soluzione sbagliata prevede di utilizzare l’ascensore condominiale per scaricare le macerie, solitamente sminuzzate e messe all’interno di secchi, cercando di farlo nelle ore in cui ci sono meno persone che utilizzano l’ascensore, e quindi non raramente durante la notte. Ed allo stesso modo verranno caricati tutti i materiali necessari ai lavori: in orari improbabili in modo da non farsi scoprire oppure (per materiali molto ingombranti) facendo arrancare gli operai per le scale.

Non c’è dubbio che in questo modo si risparmiano alcuni costi vivi: dall’occupazione di suolo pubblico (se il tuo condominio affaccia direttamente sulla strada pubblica), ai costi di installazione dei necessari mezzi per la movimentazione verticale dei materiali (te ne parlo tra poche righe).

Però abbiamo detto che questo metodo è sbagliato, e lo è per vari motivi:

  • gli ascensori condominiali non sono fatti per caricare e scaricare materiali edili, sono omologati solo per il trasporto di persone, è sarebbe consentito farne altri usi (chiaramente la spesa e piccoli oggetti si possono portare…);
  • trasportare così i materiali non è un metodo sicuro sia per gli operai che per i beni condominiali (ascensore, pianerottoli, androne) che per i materiali da costruzione;
  • si sporca e anche molto…e di sicuro i condomini non ti ringrazieranno per quest;
  • i tempi si allungano a dismisura sia per scaricare le macerie che per caricare i nuovi materiali.

Pensa ad esempio alla realizzazione di un controsoffitto in cartongesso: le lastre sono grandi 2x3m, pesano dai 20kg in sù, e non entrano in ascensore. Solo per trasportarli attraverso le scale ci possono volere giorni e gli operai sono sottoposti ad uno sforzo non indifferente (e sicuramente ti chiederanno un sacco di soldi in più).

Come DEVI prevedere la movimentazione dei materiali di cantiere

La soluzione giusta per la movimentazione dei materiali in cantiere invece prevede di installare sistemi per il trasporto verticale esternamente all’appartamento, individuando una finestra o un balcone, lungo la verticale fino a terra da sfruttare per far entrare e uscire tali materiali.

E a terra si deve individuare un’area di cantiere in cui posizionare i mezzi che caricano e scaricano i materiali da e per il cantiere.

Questi sistemi sono principalmente due:

  • montacarichi di cantiere (il sistema migliore e consigliato, soprattutto per i piani alti);
  • argani a bandella (o sistemi similari).

Te ne ho parlato in questo articolo specifico su questo aspetto.

L’utilizzo di tali sistemi ha molti aspetti positivi ma presenta un inconveniente significativo: andare incontro a spese maggiori. Cioè quelle di installazione e noleggio del montacarichi/argano per tutta la durata necessaria ai lavori, e quelle di occupazione di suolo pubblico (sempre se, come prima, il tuo condominio affaccia sulla via pubblica) necessaria per recintare l’area in cui appoggia il montacarichi e per dare uno spazio di sosta minimo per i mezzi.

In una ristrutturazione completa che dura svariati mesi tali costi possono tranquillamente superare i 5.000€, non una bazzecola.

Ma i benefici sono impagabili: lavori più rapidi, sicurezza di tutti gli operatori garantita, leggi totalmente rispettate.

E ti assicuro che, alla fine dei lavori, la spesa maggiore che hai sostenuto viene completamente ammortizzata: lo scarico e il carico a mano dei materiali al piano ti verrà fatto pagare salato, magari in modo occulto, ma non ti sarà risparmiato.

La cosa curiosa è che, almeno per la mia esperienza, sebbene la prima soluzione non sia a norma di legge e la seconda lo sia, la prima viene accettata con più facilità dai condòmini non interessati dai lavori rispetto alla seconda.

Il motivo è da ricercarsi in ipotetiche ostruzioni di vedute causate dal montacarichi o presunto pericolo di furti attraverso il traliccio del montacarichi o del ponteggio dell’argano a bandella.

La realtà è che spesso si tratta solo di scuse che nascondo invidia o di un modo di vendicarsi per vecchi rancori.

Sappi solo che istallare il montacarichi di cantiere o l’argano a bandella anche appoggiandoti al muro esterno del condominio è un tuo diritto sancito anche dal codice civile.  

Fase 2 – Opere edili parte 1

fasi della ristrutturazione: le opere edili

Una volta che il cantiere è totalmente sgombro (dopo le demolizioni casa tue è un cantiere a tutti gli effetti) si può finalmente iniziare a realizzare le opere edili.

Le prime da eseguire sono le nuove murature.

Abbiamo già detto che una ristrutturazione si realizza per successivi affinamenti. Considera le nuove pareti (e naturalmente anche le vecchie) come lo scheletro su cui verrà agganciato tutto ciò che serve a far funzionare e rendere abitabile la casa.

È necessario avere l’impianto distributivo della casa definito prima di poter impostare gli impianti. E naturalmente è necessario avere le pareti prima di fare intonaci e pitturazioni.

Le pareti in questa fase saranno realizzate grezze. Quindi:

  • nel caso di tramezzi in laterizio (mattoni forati) o similari (tipo i mattoni in cemento cellulare) verrà realizzata solo la muratura senza nessuna finitura superficiale (intonaci);
  • nel caso di tramezzi in cartongesso verrà realizzata la struttura metallica e le lastre saranno messe solo da un lato della stessa.

In questa fase saranno anche realizzati i vani per le porte interne, inserendo i necessari controtelai in legno che vengono murati nei tramezzi (servono per agganciare le porte). La stessa operazione viene fatta anche per i controtelai delle nuove finestre e porte-finestre, in cui inoltre vengono installati anche i cassonetti delle tapparelle.

Fase 3 – Impianti parte 1

fasi della ristrutturazione: gli impianti

La terza fase è la prima in cui entrano in casa gli impiantisti. Se stai ristrutturando tutta la casa gli impianti da rifare sono sostanzialmente quattro:

  1. Impianto elettrico
  2. Impianto idrico
  3. Impianto di riscaldamento
  4. Impianto del gas

C’è da dire che ultimamente si stanno diffondendo sistemi completamente elettrici molto efficienti, però il gas continua ancora ad essere un impianto capillarmente diffuso.

Quando ti parlo di impostazione degli impianti significa che vengono posate solo le tubazioni e poco altro, non che gli impianti vengono realizzati completamente:

  • gli elettricisti poseranno le canaline in materiale plastico per gli impianti elettrici (se non ti è ben chiaro cosa siano leggi questo articolo sul rifacimento degli impianti elettrici per capire di cosa parliamo);
  • gli idraulici poseranno i tubi di adduzione dell’acqua calda e fredda ai vari punti di utilizzo (i sanitari nei bagni sostanzialmente) e quelli di scarico per l’impianto idrico;
  • sempre gli idraulici si occuperanno dei tubi che distribuiscono l’acqua ai termosifoni (se hai deciso per questo tipo di impianto) per l’impianto di riscaldamento;
  • e per finire ancora gli idraulici installeranno le tubazioni dal contatore alla caldaia e alla cucina per  l’impianto del gas.

In questa fase vengono anche posati tutti i pezzi necessari per eseguire gli snodi dei vari impianti: stiamo parlando di cassette di derivazione e di cassette portafrutti per gli impianti elettrici, collettori per gli impianti idrici (adduzione acqua) e di riscaldamento, pozzetti di ispezione e brache per gli impianti idrici (scarico acque).

Per fare tutti questi lavori verranno realizzate delle tracce nelle murature: nella sostanza i muri, anche quelli appena realizzati, verranno rotti per inserirci le tubazioni e le cassette. Sembra strano che una cosa appena realizzata vada rotta ma purtroppo funziona così…solo nel caso di pareti in cartongesso praticamente non vengono fatte demolizioni, giusto il foro per incassare le varie cassette (per questo sono un grande fan di tale sistema costruttivo).

Molte tubazioni, se ci sono gli spessori necessari, verranno fatte passare a terra, sui solai da cui sono stati precedentemente tolti pavimenti e massetti.

Devo dire che non è raro, soprattutto nelle case realizzate fino agli anni ’60 del secolo scorso, trovare massetti praticamente inesistenti. In questi casi risulta difficile far passare a terra tutti i nuovi tubi, che rispetto a 50 anni fa sono molti di più e di dimensioni decisamente maggiori. La soluzione in questi casi è far passare tutti gli impianti a parete/controsoffitto, oppure rassegnarsi ad alzare tutto il livello della casa (ma questo te lo sconsiglio soprattutto per questioni statiche: i massetti pesano!)

Tornando a noi, in questa fase verranno installati anche tutti i macchinari previsti ad incasso (ad esempio i condizionatori incassati nel controsoffitto con i sistemi di distribuzione tramite tubi e bocchettoni, ma anche sistemi di ventilazione).

Fase 4 – Opere edili parte 2

fasi della ristrutturazione: massetti e intonaci

Dopo che se ne sono andati gli impiantisti tornano gli operai: riprendono le opere edili. Lo scopo qui è portare il grezzo della casa ad un livello tale per cui è possibile posarci le finiture.

In questo secondo passaggio di opere edili devono essere coperti tutti gli impianti e rifiniti i muri. In sostanza i lavori da fare sono:

  • Massetti a terra
  • Chiusura delle tracce sui muri
  • Intonaco sulle pareti
  • Rivestimenti dei bagni

Facciamo qualche rapida riflessione su questi lavori.

Massetti

I massetti hanno un duplice scopo: coprire tutti gli
impianti e raggiungere il livello su cui verranno posati i pavimenti.

In questa fase è fondamentale aver già scelto quale sarà il pavimento da installare: non solo il materiale di cui sarà composto (legno, gres porcellanato, ceramica, pietra, resina, etc.) ma anche il modello preciso. E sarebbe importante che in cantiere ci fosse almeno un campione del pavimento per calcolare correttamente gli spessori.

Il motivo è duplice:

  • Il materiale scelto serve per scegliere correttamente il tipo di massetto da realizzare (cementizio, all’anidrite, alleggerito, mono o a doppio strato, etc.);
  • Il campione serve per determinare precisamente lo spessore del massetto. O meglio quanto lasciare tra la quota finita dell’appartamento (detta quota “0”) e il piano del massetto.

Chiusura delle tracce

La chiusura delle tracce avviene in due modi diversi tra
pareti in laterizio e pareti in cartongesso. Anzi in realtà nelle pareti in
laterizio si tratta di vera e propria chiusura delle tracce, nelle pareti in
cartongesso si tratta di conclusione delle pareti.

La chiusura delle tracce delle pareti in laterizio avviene
con malta e se necessario scaglie di laterizio per riempimento.

Nelle pareti in cartongesso, siccome non sono state fatte tracce ma, se ti ricordi, un lato della parete è stato lasciato senza lastre di cartongesso, vengono semplicemente installate le lastre sul lato rimasto libero.

ristrutturazionepratica.it banner

Intonaco

Anche in questo caso si tratta di due procedimenti
differenti da seguire a seconda che le pareti siano in laterizio o cartongesso.

Nel primo caso quello che viene realizzato è un vero e
proprio intonaco, nel secondo caso si tratta della stuccatura di viti e giunti.

Nel caso tu abbia optato per far realizzare pareti in
laterizio (ricordai che quando parlo di laterizio intendo anche altri tipi di
mattoni come il gasbeton) l’intonaco viene realizzato per rifinire e proteggere
le pareti.

I materiali con cui possono essere realizzati gli intonaci sono molti e fanno parte integrante di una corretta progettazione, che naturalmente farà il tuo progettista, e che deve coordinarsi sia con il supporto (cioè il muro di mattoni) che con la finitura (cioè la pittura).

Le tecniche standard utilizzate negli ultimi decenni prevedono intonaci a base di cemento ma ormai si stanno riscoprendo vecchie tecniche (con le dovute migliorie tecnologiche) che garantiscono ambienti interni più salubri (mi riferisco principalmente alla calce). Non è mia intenzione in questo articolo scrivere un vademecum sugli intonaci quindi interrompiamo qui l’argomento.

Voglio solo evidenziarti che se ti trovi a nord di Roma probabilmente l’intonaco verrà eseguito in modo molto più preciso e rifinito (e con costi maggiori) rispetto a tutto il territorio da Roma verso sud.

Non fraintendermi: non è che nel sud Italia non siano capaci di fare bene gli intonaci, semplicemente è diffusa una finitura delle pareti diversa, che prevede un passaggio ulteriore, effettuato dai pittori (che quindi vedremo a breve nella fase 6), e che permette di lasciare gli intonaci meno precisi.

Si tratta semplicemente di tecniche costruttive differenti.

Per quanto riguarda le pareti in cartongesso invece la stuccatura dei giunti tra le lastre e delle viti viene fatta con stucco a base di gesso e serve per rendere perfettamente planari le pareti.

La tecnica prevede vari gradi di finitura delle stuccature
(denominate da Q1 a Q4), a seconda di come si vuole procedere con le
pitturazioni.

Senza approfondire sappi che le più diffuse sono la Q2, che
prevede una stuccatura dei giunti e delle viti con allargamento ai lati di
circa una decina di centimetri, e la Q3 che in aggiunta prevede una stuccatura
completa della lastra di cartongesso, rendendola praticamente pronta per la
pitturazione.

(Tienine conto quando chiedi preventivi e valuti le offerte).

Rivestimenti

A conclusione di questa quarta fase vengono anche posati i rivestimenti dei bagni (le piastrelle sulle pareti e sul pavimento) e potrebbero essere posati anche i pavimenti in tutta la casa.

In realtà i pavimenti sono installati durante questa fase in relazione a cosa hai scelto: quelli in gres porcellanato, o in materiali ceramici in genere, possono essere tranquillamente posati adesso, quelli in legno invece no, devono essere messi nell’ultima fase. E tra poco ti spiegherò il perché.

Altre opere

Sono tipiche di questa fase anche la realizzazione di
controsoffitti e mobili in cartongesso.

In sostanza, come ti ho già detto, vengono realizzati tutti i lavori che sono propedeutici per l’ultimo passaggio di finiture che vedremo nella fase 6.

Fase 5 – Impianti parte 2 e forniture

fasi ristrutturazione: gli impianti

Dopo aver completato le principali finiture edili è possibile completare gli impianti, che in sostanza significa:

  • Impianto elettrico: infilare i cavi, installare il quadro elettrico e mettere i frutti nelle cassette elettriche;
  • Impianto idrico: installare i sanitari e le rubinetterie nei bagni.

Invece per l’impianto di riscaldamento è ancora presto per installare i termosifoni (se hai previsto questa tipologia di riscaldamento) o gli split a vista, così come la caldaia: per queste cose è necessario che tutte le pareti siano pitturate.

In questa fase invece è essenziale che vengano installati anche gli infissi esterni, senza i quali non potranno essere realizzate le opere dell’ultima fase.

Questa cosa diventa maggiormente importante se hai scelto un pavimento in legno (di qualsiasi tipo, massello, prefinito o laminato, vai a leggerti la mia guida sui pavimenti in legno per capirne di più): infatti il legno è un materiale che teme l’umidità e gli sbalzi di umidità, soprattutto appena installato. Quindi ha bisogno di un ambiente chiuso, cosa possibile solo con gli infissi installati.

Fase 6 – Opere edili parte 3

fasi della ristrutturazione: le pitturazioni

Siamo arrivati alla fine: la casa a questo punto è molto vicina ad essere conclusa, ma proprio le ultime finiture spesso richiedono più tempo del previsto.

Vengono realizzate le ultime rifiniture edili, che sarebbe impossibile elencare in questo articolo perché si tratta di tante piccole cose che variano in modo radicale da casa a casa.

Dopodichè entrano in gioco gli imbianchini.

La pitturazione della casa (è solo pittura?)

Se ti trovi al centro-sud questa fase sarà molto più lunga
di quello che ti aspetteresti, spesso i clienti, anche se avvertiti, si
lamentano di come i pittori siano lenti.

Il motivo è, come ti dicevo qualche paragrafo fa, che qui gli intonaci vengono lasciati più grezzi rispetto al nord Italia. E il motivo è che… la finitura finale sarà più liscia!

Lo so, può sembra una contraddizione ma non lo è: nel sud Italia è diffusa l’abitudine di lisciare le pareti fino a farle sembrare velluto.

Per ottenere questo risultato è necessario realizzare le cosiddette camicie di stucco. Si usano stucchi a base di gesso o sintetici e ne vengono date una, due o più passate rigorosamente a mano. E ogni passata viene poi carteggiata (a mano o con una macchina apposta) per renderla sempre più liscia.

Più liscia desideri la parete più mani di stucco ci
vogliono.

E ogni volta che la parete viene carteggiata per lisciarla si formano montagne di finissima polvere bianca che ricopre tutto.

Io sono Veneto, ma vivo a Salerno da ormai parecchi anni. Nel mio trasferimento da Nord a Sud la cosa che mi ha trovato più impreparato (in ambito lavorativo) è stata proprio questa differenza di trattamento delle pareti in laterizio.

Sulle pareti in cartongesso invece la stuccatura per preparare le pareti alla pittura è sempre obbligatoria, sia che tu abiti al nord che al sud.

Una volta che le pareti sono pronte le operazioni subiscono un’accelerata notevole: viene passata una mano di fissativo e due o tre di pittura e il gioco è fatto (sia chiaro: a meno che tu non voglia finiture particolari).

Un’operazione che puoi fare solo in questa fase…il pavimento in legno!

Te ne ho già accennato parlando degli infissi nella fase 5: il pavimento in legno richiede condizioni di umidità stabile per evitare che si imbarchi e quindi che tutti gli infissi siano già stati installati.

Il pavimento in legno deve essere posato dopo che i pittori hanno realizzato le prime mani di stucco (se sono previste in casa tua naturalmente). Invece può essere posato indifferentemente prima o dopo la pittura, naturalmente avendo cura di incartarlo completamente in questo secondo caso.

Le ultime opere

Posati i pavimenti e finite le pitturazioni mancano gli ultimi lavori da fare prima che ti venga riconsegnata la tua casa ristrutturata. Solitamente si tratta di:

  • Installare i battiscopa;
  • Installare le porte interne;
  • Installare e avviare caldaie/unità esterne/etc. (l’installazione può avvenire anche nella fase precedente);
  • Montare le placchette dell’impianto elettrico;
  • Installare apparecchi illuminanti e montare i mobili (se previsto dal contratto).

E con questo in 6 fasi la tua casa è pronta!

ristrutturazionepratica.it banner

È
TUTTO QUI? LA SETTIMA FASE CHE LE IMPRESE VOGLIONO FARTI SALTARE…

Negli anni ho capito che la ristrutturazione è un gioco delle parti: ognuno ha un suo ruolo e ognuno cerca di trarre il massimo da quello che fa.

Per te il massimo è ottenere una casa che rispecchi le tue aspettative e i tuoi desideri, che ti lasci con l’effetto “wow” e che non ti dia problemi quando ci vai a vivere.

Per l’impresa è realizzare un lavoro in tempi rapidi, non
avere scocciature e passare immediatamente ad un’altra casa da ristrutturare.

Dover tornare, dopo aver ultimato i lavori, sul luogo del misfatto per risolvere eventuali problemi è una scocciatura che si evitano volentieri, anche perché tutto ciò ha un costo per loro e sono obbligati a farlo gratuitamente (almeno per i primi due anni).

Per questo motivo realizzano la ristrutturazione, ti consegnano la casa facendoti vedere quanto sia venuta bene, ti chiedono il saldo e saluti&baci: una volta finito di pagare, se hai dei problemi, in alcuni casi potrebbe essere difficile far valere i tuoi diritti.

Però tu hai un’arma per avere la certezza che l’impresa non ti abbandonerà con mille piccoli problemi da risolvere: ed è proprio il saldo.

Una volta conclusi i lavori tu devi fare un sopralluogo approfondito della casa, cercare tutti i difetti visibili ed evidenti e pretendere che siano sistemati dall’impresa immediatamente. Questa cosa devi farla:

  • Prima di effettuare il trasloco
  • Prima di pagare il saldo all’impresa

Altrimenti il risultato sarà che l’impresa ti rimanderà all’infinito per fare queste sistemazioni e tu, con tutti i mobili in casa, le renderai anche più difficoltosa questa fase.

Ti dico questa cosa perché non c’è ristrutturazione in cui
non abbia trovato qualche piccola cosa da sistemare a lavori ultimati. Alle
volte piccolezze, alle volte cose importanti.

Niente di cui preoccuparsi, è nella norma: una ristrutturazione è un lavoro grande e complesso e qualcosa può sempre sfuggire. Basta controllare e far sistemare.

Naturalmente in tutto ciò dovresti avere il tuo tecnico che
ti accompagna. Ha sicuramente l’occhio più allenato di te a trovare questi
difetti.

[Se invece hai deciso per una di quelle “ristrutturazioni chiavi in mano” con tecnico incluso allora mi spiace dirti che sono fatti tuoi: lì il tecnico che ti hanno affibbiato è un dipendente o collaboratore dell’impresa e quindi dirà sempre che è tutto “perfetto, bellissimo, meraviglioso”. In fondo da chi prende i soldi?]

Attenzione però: non si tratta di essere pignoli all’inverosimile. Si tratta di trovare difetti reali che potrebbero portare a dei problemi in futuro, o di trovare evidenti errori, estetici o tecnici, nella realizzazione di alcune opere.

Ad esempio in una ristrutturazione che ho seguito recentemente ho verificato che nel rivestimento del bagno un paraspigoli in ceramica non era fissato bene: sicuramente nel giro di qualche mese si sarebbe staccato diventando un problema non solo estetico ma anche di funzionalità. In quella parte (stiamo parlando di un bordo vasca) l’acqua si sarebbe potuta infilare tranquillamente creando in futuro chissà quali danni (fino ad arrivare al distacco delle altre piastrelle di rivestimento).

Uno dei più importanti architetti della storia, Mie van der Rohe, una volta disse “Dio è nei dettagli”, per sottolineare come la perfezione di un edificio si raggiunga grazie alle migliaia di particolari di cui è composto.

Casa tua potrà non essere perfetta ma la cura dei particolari la renderanno tale per te. Tu sei il primo a doverti preoccupare degli aspetti generali ma non devi tralasciare i dettagli della tua ristrutturazione.

Una ristrutturazione è fatta di aspetti generali e di aspetti di dettaglio. E la prima persona che deve preoccuparsene sei tu.

Tu li conosci? Certo, con l’articolo di oggi hai scoperto come verranno eseguiti i lavori in casa tua. Ma questo è solo un piccolo granello di una ristrutturazione…e nemmeno troppo importante per un committente.

Sono altri gli aspetti di cui devi dovresti preoccuparti realmente. Quelli che consentiranno alla tua ristrutturazione di essere come vuoi tu, di non farti sprecare soldi e di non subire fregature.

Ho scritto un manuale in cui ti spiego esattamente tutto questo. Lo trovi qui:

“Ristruttura la tua casa in sette passi”

ristrutturazionepratica.it banner

L’articolo Le 6 fasi del cantiere della tua ristrutturazione sembra essere il primo su RistrutturazionePratica | Il sistema scientifico per ristrutturare.

24 Settembre 2019 / / Architettura

Ogni ristrutturazione è composta da due aspetti precisi e distinti: le scelte progettuali e tecniche da prendere, un processo da seguire per realizzarla.

Tutti i committenti si concentrano sul primo aspetto e ritengono che sia sufficiente occuparsi solo di quello, ma ignorano completamente il secondo aspetto, che invece è quello che realmente determina l’esito di una ristrutturazione.

Nell’articolo di oggi ti farò vedere tre errori in cui incappano tutti i committenti che ristrutturano senza conoscere il corretto processo da seguire.

ristrutturazionepratica.it banner

Se hai un ottimo progetto ma applichi un processo di ristrutturazione sbagliato dovrai affrontare infiniti problemi che porteranno i lavori a costare fino al doppio di quanto preventivato, essere eseguiti male e a volte a non vederne mai la fine.

Se applichi un corretto processo di ristrutturazione non correrai il rischio di avere un progetto sbagliato perchè tutto andrà esattamente come deve andare. L’unica possibilità che le cose vadano male sarebbe un sabotaggio della tua ristrutturazione da parte tua…

Perchè i committenti quasi mai prestano attenzione al processo?

I motivi sono tre:

  1. Non sono a conoscenza del fatto che esista un processo per ristrutturare;
  2. Immaginano che esista un processo ma non sanno dove trovarlo e quindi lasciano perdere;
  3. Credono di sapere perfettamente come si gestisce una ristrutturazione.

Il risultato però è sempre lo stesso: si avventurano nella ristrutturazione di casa propria con tanta buona volontà e nessuna esperienza, convinti di riuscire a domare un mostro che poi immancabilmente si rivela essere più grande delle loro capacità.

Se sei arrivato a leggere fino a qui e non hai chiuso questo articolo, a questo punto do per certo che tu sia più sveglio della maggior parte delle persone che si avventura quotidianamente in una ristrutturazione e quindi sei alla ricerca delle giuste informazioni per non sbagliare prima di tutto il processo da applicare.

Come per tutti i processi produttivi del mondo la prima cosa da fare è individuare, saper riconoscere e imparare ad evitare gli errori che potrebbero mandare a monte l’intero processo prima ancora di iniziarlo.

Quindi in questo articolo ti sbatterò in faccia i tre principali “errori di processo” della ristrutturazione.

Evitali e sarai già all’80% del tuo percorso.

ERRORE DI PROCESSO N°1: AFFIDATI DIRETTAMENTE ALL’IMPRESA

Affidare i lavori all'impresa: il primo errore di processo di una ristrutturazione

Questo è L’ERRORE.

È talmente tanto diffuso che oltre il 90% delle ristrutturazioni in Italia viene affidato direttamente alle imprese.

E puntualmente tutte queste ristrutturazioni sono causa di lamentele e contestazioni da parte dei committenti.

Molte persone mi scrivono mail o messaggi privati su facebook chiedendomi aiuto per risolvere i problemi che si trovano a dover affrontare per aver commesso questo errore. Ma puoi trovarli anche tra i commenti agli articoli del blog o ai post della mia pagina facebook.

Nei casi più gravi mi sono ritrovato a leggere richieste di questo tipo (mi scuserai se non faccio nomi, luoghi e ho addolcito un po’la pillola, si tratta di questioni molto delicate e confidenziali):

“Dovevo ristrutturare casa e ho chiamato l’impresa che mi ha suggerito mio cugino e che gli aveva già ristrutturato casa. Non abbiamo firmato nessun contratto ma ci siamo accordati sui lavori e sull’importo che mi ha scritto su un’offerta firmata da lui.

Ora però sono passati già 5 mesi, io gli ho pagato quasi tutti i lavori ma non ne ha fatti nemmeno un terzo e sono scomparsi…non riesco più a rintracciarli.

Sono disperato…cosa devo fare?”

C’è un’unica risposta possibile ad una situazione del genere: non puoi fare un ca***o. Sono stato abbastanza chiaro?

Chiaramente questi sono casi estremi, ma le cose che non possono andare bene commettendo questo errore sono innumerabili.

Perchè le cose finiscono sempre male quando ti affidi direttamente ad un’impresa? Perchè si tratta di un errore?

Non si tratta di motivazioni intuitive se non si conosce approfonditamente il settore delle ristrutturazioni. In fondo il ragionamento che fanno la maggior parte dei committenti di per sè è logico: “devo ristrutturare, a chi mi rivolgo? A chi dovrà eseguire i lavori di ristrutturazione!”. Se non conoscessi il settore lo farei anche io.

I motivi per cui rivolgersi direttamente ad un’impresa è un errore sono almeno tre:

  1. Le imprese, per prendere un lavoro, si ritrovano a fare offerte con un margine di utile (il loro guadagno) ridottissimo. Quindi il preventivo che ti fanno è falso e non sarà rispettato (o altrimenti falliscono…);
  2. Le imprese sono allergiche alla burocrazia (obbligatoria) legata ad una ristrutturazione. Devono già occuparsi della loro burocrazia (gli adempimenti per lavorare), quindi cercano in tutti i modi di farti evitare le pratiche edilizie (ulteriori costi e controlli);
  3. Nessuno controlla i lavori che fanno. Un controllore qualificato è necessario, ma non averlo significa maggiore libertà per le imprese di fare quello che vogliono.

Qui sopra hai letto le motivazioni per cui affidare i lavori direttamente all’impresa è un errore…ecco alcune conseguenze:

  • I lavori da realizzare sono scelti dall’impresa (esiste un progetto?);
  • La durata dei lavori è indefinita;
  • La ristrutturazione è abusiva;
  • Il costo dei lavori raddoppia o triplica;
  • Non viene data nessuna assistenza dopo i lavori.

L’argomento è complesso e articolato, qui lo abbiamo appena scalfito: ho scritto un articolo in cui ti spiego approfonditamente i motivi per cui affidare i lavori direttamente ad un’impresa è un errore. Lo puoi trovare qui: I motivi per cui in una ristrutturazione non dovresti mai chiamare l’impresa per prima (articolo che mi ha provocato anche aspre critiche, con messaggi privati che non riporto, da parte di alcuni impresari che si sono sentiti scottati).

Quindi rivolgerti direttamente ad un’impresa quando devi ristrutturare casa è un errore grave, di quelli da matita rossa.

Cosa puoi fare però in alternativa?

C’è solo una risposta: adottare l’unico processo corretto che esiste al mondo per la tua ristrutturazione.

  1. Assoldare un progettista
  2. Fargli fare un progetto a regola d’arte
  3. Chiedere più preventivi alle imprese sulla base del progetto
  4. Selezionare l’impresa che ti fa l’offerta migliore (non la più economica mi raccomando!)
  5. Stipulare un contratto di appalto dei lavori blindato

Come trovare il progettista? Da cosa deve essere formato un progetto a regola d’arte? Come individuare le imprese a cui chiedere i preventivi? Come chiedere i preventivi? Come selezionare l’impresa giusta? Come stipulare un contratto blindato?

Sono tutti aspetti che devi conoscere se vuoi garantirti una ristrutturazione serena, realizzata a regola d’arte, come piace a te e che rispetti i costi. E sono tutti aspetti che trovi spiegati dettagliatamente nel manuale “Ristruttura la tua casa in 7 passi”.

ERRORE DI PROCESSO 2: INFISCHIATI DELLE PRATICHE EDILIZIE

Fregarsene delle pratiche edilizie per ristrutturare è un errore

Lo so: la burocrazia è sempre una scocciatura, ci ho a che fare tutti i giorni e sono il primo a dirlo.

E lo sono anche e soprattutto quando devi fare dei lavori dentro casa tua e ti chiedi “ma cosa gliene frega al Comune di quello che sto facendo?”.

Sai quanti clienti ho perso perchè sono stato irremovibile sulla necessità di fare le pratiche edilizie necessarie come Dio comanda?

In Italia c’è una cultura diffusa per cui, pur di risparmiare qualcosa, si possano evitare questi adempimenti perchè “tanto chi vuoi che se ne accorga?”.

E in questo atteggiamento, come abbiamo visto poco fa, ti viene incontro l’impresa (quella che hai contattato senza prima passare dal tecnico): se la burocrazia è una scocciatura per te figurati per loro!

Il fatto è che se loro in qualche modo possono essere giustificate nella cosa tu non lo sei affatto: se sorge qualche problema sono tutti ed esclusivamente tuoi! Le pratiche edilizie sono documenti che devi fare a nome tuo e non a nome loro.

Ti do una pessima notizia: quando ristrutturi casa sono sempre obbligatorie delle pratiche edilizie. Se hai voglia di sbattere un po’ la testa leggiti il dpr 380/2001, il testo unico sull’edilizia.

Ma, a parte quello che dice la legge, vuoi sapere quali sono i reali motivi per cui è un errore madornale non fare tutte le pratiche burocratiche necessarie quando ristrutturi? Eccoti i più evidenti:

  1. Se succede qualche incidente durante i lavori e non è tutto a posto chi ci finisce di mezzo sei tu (e stiamo parlando di responsabilità penali, non solo civili);
  2. Senza le dovute pratiche edilizie non puoi accedere alle detrazioni fiscali…bella fregatura no?
  3. In caso di verifiche sull’immobile per qualsiasi motivo se non è tutto in regola se ne accorgono! E sono multe salate…(negli ultimi anni sono sempre più frequenti le verifiche, con sopralluoghi, delle superfici ai fini delle tasse sui rifiuti);
  4. Se in futuro dovrai vendere casa sarà necessaria almeno una planimetria catastale corretta, ma (fortunatamente) nelle compravendite si stanno diffondendo sempre di più le richieste di relazioni sulla conformità globale dell’immobile…e la tua non lo sarebbe;
  5. In caso di successione tutti i problemi vengono scaricati sui tuoi figli. Ti faccio i miei migliori auguri per una vita lunga e in salute, ma vuoi lasciare la polpetta bollente a loro?

Chiaramente una pratica edilizia presuppone la presenza di un tecnico che abbia fatto un progetto e che lo abbia fatto, tra l’altro, rispettando tutti i parametri di igiene e salubrità imposti dai regolamenti comunali per gli ambienti residenziali. Vuoi vivere in una casa che ti garantisce condizioni di vita dignitose o no?

Se per te questi non sono motivi sufficienti per decidere di investire qualche soldo nella regolarità della tua ristrutturazione allora cosa ci stai a fare ancora su questo sito?

Anche in questo caso la soluzione è seguire l’unico processo corretto per ristrutturare. Cioè assoldare il famoso progettista di cui al punto 1 dell’elenco che ti ho messo al paragrafo precedente.

Questo tecnico, oltre a farti il progetto, avrà anche il compito di preparare:

  • Le pratiche edilizie comunali (solitamente CILA)
  • Tutte le comunicazioni necessarie agli enti
  • La variazione catastale
  • La segnalazione di agibilità (se necessaria)

D: “Tu conosci quali sono tutte le pratiche che deve presentare un progettista, dall’inizio alla fine, perchè la tua ristrutturazione sia totalmente in regola?”

R: “Deve saperle il progettista!”

Certo è la risposta giusta, ma tu devi sapere controllare che sia effettivamente tutto in regola. Ed è un’altra cosa che trovi nel manuale “Ristruttura la tua casa in 7 passi”.

ERRORE 3: NON AFFIDARTI AD UN’UNICA IMPRESA

Chiamare più di un'impresa per la ristrutturazione: un errore da non commettere

Alla fine del primo errore ti ho messo una sintesi del processo che devi seguire per la tua ristrutturazione e hai visto come la scelta dell’impresa avviene solo alla fine.

Ora però è importante che tu capisca che nei tuoi lavori di ristrutturazione l’impresa con cui avrai a che fare deve essere una e una sola.

Sai perchè ci tengo a sottolineare questa cosa?

Ho avuto a che fare con molti clienti che, al momento di scegliere l’impresa a cui affidare i lavori, mi hanno detto cose del genere: “però gli impianti elettrici li facciamo fare a mio cugino che è elettricista e l’idraulico lo porto io che ce n’è uno che mi deve un favore…”

Ma come? Hai fatto tanto per evitare tutti i casini dati dal rivolgersi direttamente all’impresa e ora li vuoi tirare fuori da capo decidendo di affidare i lavori un po’a questo e un po’a quello? E per cosa poi? Per la speranza di risparmiare qualcosa?

Il gioco non vale mai la candela. Se all’apparenza ti potrà sembrare di risparmiare perchè riesci a raccogliere le offerte migliori per ogni lavorazione che viene fatta durante la tua ristrutturazione, la realtà è esattamente il contrario. Infatti vai incontro a due problemi certi:

  • Lavori eseguiti male
  • Costi nettamente maggiori

Ti racconto una situazione che ho osservato di persona perchè capitata ad un mio socio. Non si tratta di una ristrutturazione ma della costruzione di una villa…ma in questo caso non fa molta differenza.

Il committente decide di affidare le varie parti dei lavori da svolgere a diverse imprese. Quindi:

  • impresa A realizza le strutture
  • impresa B si occupa delle finiture edili
  • impresa C installa gli impianti elettrici
  • impresa D installa gli impianti di riscaldamento  pavimento (alimentati a gas)
  • impresa E installa gli impianti di raffrescamento (ti tipo elettrico)
  • impresa F insalla gli impianti di energie rinnovabili

6 imprese diverse in cantiere, tutte chiamate singolarmente dal committente, che non si erano mai viste prima e che soprattutto non avevano mai collaborato assieme. E naturalmente senza nessuno a gestirle se non il mio povero collega che lottava quotidianamente tra mille telefonate e furiosi litigi per fare in modo che i lavori procedessero (tutte cose che però non sono il compito di un direttore dei lavori…)

Per farla breve il risultato di questa scelta è stato che:

  1. Durante i lavori non c’era alcun tipo di coordinamento tra le varie imprese in quanto non era chiaro quale fosse l’impresa che dovesse gestire il tutto. Ciò ha portato a continua confusione e innumerevoli problemi sia di tempi che di qualità dell’esecuzione.
  2. Nessun impianto è stato realizzato in modo coordinato con l’altro. Cosa significa? Che il committente si è ritrovato con più impianti che fanno la stessa cosa (ad esempio l’impianto di riscaldamento a pavimento poteva essere usato anche per raffrescare), ci sono infiniti sprechi di energia, e per far funzionare il tutto hanno realizzato un vano tecnico di controllo degno di uno shuttle.

Cosa ti insegna questo esempio? Due cose:

  • Tutto, ed in particolare gli impianti, deve essere sempre progettati PRIMA. Sicuramente il tuo appartamento non avrà le stesse necessità di una villa di 400mq, ma senza un progetto unitario e coerente rischi di sprecare soldi in lavori sbagliati e inutili;
  • Ma soprattutto che devi affidare i lavori ad un’unica impresa.

I motivi per cui i lavori devono essere affidati ad un’unica impresa sono veramente tanti ma possono essere riassunti in un’unica cosa: è l’unico scelta che ti garantisce una perfetta coordinazione di tutte le fasi dei lavori.

Le imprese di ristrutturazione non hanno mai in organico tutti gli artigiani che servono per una ristrutturazione: solitamente hanno operai edili e subappaltano tutti gli altri lavori (solitamente gli impianti). Però lavorano sempre con gli stessi artigiani, con cui hanno un rapporto duraturo e con cui sanno come coordinarsi. I lavori vengono svolti tra squadre di operai che si conoscono e che sono abituate a lavorare insieme. E sarà chiaro chi comanda in cantiere (l’impresa a cui tu hai affidato i lavori) e chi decide quando deve andare una determinata squadra (sempre l’impresa a cui hai affidato i lavori).

I lavori di ristrutturazione non procedono a compartimenti stagni: prima i muratori fanno tutti i loro lavori, poi arrivano gli idraulici e fanno gli impianti di riscaldamento e del bagno, poi arriva l’elettricista e ti fa l’impianto. Non è assolutamente così.

Tutti questi professionisti devono lavorare contemporaneamente e in più fasi all’interno del cantiere dei lavori di ristrutturazione e per ottenere un risultato certo e in tempi brevi è necessaria una perfetta coordinazione e un certo grado di conoscenza tra gli operai che lavorano insieme.

Sicuramente il preventivo complessivo dell’impresa sarà superiore rispetto alla somma di quelli spacchettati dei vari artigiani ma sei sicuro che anche il costo finale sarà ancora più alto?

I maggiori tempi per realizzare i lavori, gli inevitabili problemi da risolvere, lo spreco di materiali…sono tutte cose che pagherai caro con un aumento inaspettato dei costi.

Se chiami un’impresa edile per i lavori in muratura e poi tuo cugino Franco per gli impianti elettrici e tuo cognato Pasquale per gli impianti idrici ti assicuro che non risparmirai e avrai un risultato peggiore che affidandoti ad una sola impresa.

3 ERRORI EVITATI E HAI RISOLTO TUTTI I TUOI PROBLEMI?

Conoscere gli errori di una ristrutturazione è la soluzione?

Nell’articolo di oggi ti ho svelato qualcosa che sono sicuro nessuno ti aveva mai detto: ogni ristrutturazione ha due anime ben precise e distinte, il progetto e il processo.

Il progetto riguarda tutte le scelte distributive, di materiali e tecnologiche che è necessario compiere prima di una ristrutturazione.

Il processo è il meccanismo che accompagna tutta la tua ristrutturazione, prima durante e dopo il progetto. Il processo si applica a partire dall’idea di progettare a dopo che l’ultimo operaio se n’è andato di casa.

Io sono un progettista e per me il progetto è fondamentale: progettare è l’essenza del mio lavoro e difenderò sempre la sua centralità nella ristrutturazione.

Tu sei il committente e devi pensare al tuo interesse personale: il processo per te deve avere la precedenza sul progetto. Se applichi il processo giusto il progetto perfetto verrà di conseguenza.

Qui hai potuto leggere tre enormi errori di processo, di quelli che possono minare dalle fondamenta le possibilità di riuscita della tua ristrutturazione.

Il giusto processo di per sè è abbastanza semplice, ti ho elencato le principali fasi di cui è composto in questo e in altri articoli. La vera difficoltà è sapere come metterlo in pratica: ci sono tante cose che devi conoscere e non troverai nessuno che te le spiega.

Una volta capito di dover applicare un processo alla tua ristrutturazione e dopo aver individuato gli esatti passaggi che lo compongono, potresti sentirti abbandonato. Non sarà il tuo progettista a spiegartelo, non sarà di certo l’impresa a farlo.

Ho scritto il manuale “Ristruttura la tua casa in 7 passi” proprio con questo scopo: accompagnarti lungo tutto il processo di ristrutturazione, spiegare i meccanismi e le azioni da compiere, fornire le risposte a tutti i dubbi che naturalmente nascono e a cui è difficile trovare risposta.

ristrutturazionepratica.it banner

L’articolo 3 letali errori di processo che devi evitare nella tua ristrutturazione. sembra essere il primo su RistrutturazionePratica | Il sistema scientifico per ristrutturare.

20 Settembre 2019 / / Architettura

Scopri i costi reali e le differenze a seconda del tipo di finitura che sceglierai.

Quasi sempre un committente che ristruttura casa, quando si parla di pavimenti e rivestimenti, si concentra solo sul costo dei materiali, ma spesso è del tutto ignaro che una grossa fetta della somma che spenderà va a finire nella posa in opera.

Ci sono casi, poi non così rari, in cui quest’ultima ti costerà addirittura di più della fornitura dei materiali. E questa cosa lascia spesso perplessi se non arrabbiati i committenti.

In questo articolo scoprirai quali sono i reali costi di posa in opera di pavimenti e rivestimenti di due dei materiali più diffusi: piastrelle e legno.

ristrutturazionepratica.it banner

Questo articolo nasce perchè recentemente mi sono imbattuto in una guida, pubblicata da un noto portale sulla ristrutturazione, in cui si parlava proprio di costi per la posa in opera dei pavimenti.

E leggendo quanto c’era scritto ho provato un senso di profondo disagio: erano stati scritti valori totalmente inventati e inverosimili, sia in eccesso che in difetto, il cui unico effetto era di sviare i lettori.

Il motivo di imprecisioni così grossolane è che dietro a tutti questi portali si nascondono esperti di ristrutturazione autonominati, che in realtà ne sanno meno della sciùra Maria e che non ne hanno mai realizzata manco mezza.

Queste persone raccattano informazioni qua e là in rete, spesso prese da fonti meno attendibili di loro, le impacchettano alla bene e meglio con una grafica accattivante, et voilà: il nuovo articolo è servito!

Il problema non sono tanto i contenuti che ti danno, ma il fatto che nei loro lettori alterano totalmente la percezione dei reali valori di mercato, dando alternativamente adito a false speranze di risparmiare o infondati timori di spendere troppo. E chiaramente non mi riferisco solo ai costi di posa in opera delle piastrelle, ma in generale ai prezzi di ristrutturazione…

Uno degli scopi di questo sito è portare un po’ di chiarezza in tutta l’informazione legata alla ristrutturazione rivolta ai committenti. Quindi nell’articolo di oggi oggi leggerai informazioni reali sulla posa in opera, fornite da chi calpesta cantieri di ristrutturazione ogni giorno.

CAPIRE IL COSTO DI PAVIMENTI E RIVESTIMENTI

valore piastrellista e piastrelle

Te l’ho già anticipato in premessa: il costo di una pavimentazione o di un rivestimento di parete è formato da due voci, la fornitura del materiale e la sua posa in opera.

In questo articolo parleremo solo della posa in opera. La fornitura è un argomento che non affronteremo, però se vuoi qualche informazione in merito ho scritto due articoli approfonditi sulle piastrelle (principalmente il gres porcellanato) e il legno, in cui trovi qualche accenno anche ai costi. Puoi trovarli qui:

E ti svelo una cosa che nessun altro ti dice mai: esiste un terzo costo che probabilmente dovrai sostenere per la realizzazione di un nuovo pavimento in casa tua. Quello della preparazione del supporto, cioè del piano su cui verrà posato il rivestimento scelto (pavimento o parete).

Ad esempio, prima di posare un nuovo pavimento, dovrai valutare se posizionarlo sopra il pavimento esistente (scelta quasi sempre sbagliata) oppure se rimuovere il pavimento esistente, compreso il massetto sottostante, e poi installare il nuovo pavimento (scelta quasi sempre corretta).

Ma queste sono valutazioni che vanno fatte caso per caso e tra l’altro prestando massima attenzione alla scelta di materiali compatibili (quindi non solo le piastrelle o il legno, ma anche le colle, i massetti, etc.). Per non sbagliare questa fase, dovrai rivolgerti e pagare un progettista (e mi raccomando: non chiedere all’impresa edile, che solitamente fa in modo solo di accontentare le tue richieste senza spiegarti vantaggi, svantaggi e reali problematiche delle varie soluzioni).

Tornando di corsa all’argomento centrale di questo articolo, la posa in opera di pavimenti e rivestimenti viene calcolata in euro per metro quadro da rivestire (€/mq). A questo punto potresti pensare che l’argomento sia banale: basta moltiplicare la superficie per un prezzo-tipo ed il gioco è fatto. Ma in realtà non è così.

Infatti non solo ci sono costi differenti per le due tipologie di materiali di cui parliamo in questo articolo (piastrelle e legno) ma anche all’interno dei materiali ci sono ulteriori distinzioni da fare, che portano a escursioni significative nei costi di posa in opera e che potrebbero influenzare significativamente la scelta sia del materiale che dei formati.

Te l’ho già detto: ci sono dei casi in cui la posa in opera potrebbe costare più della fornitura del materiale.

I COSTI DELLA POSA IN OPERA DI PIASTRELLE IN CERAMICA E IN GRES
PORCELLANATO

costo della posa in opera

Sebbene ne abbia parlato ampiamente nell’articolo sul gres porcellanato che ti ho linkato sopra, facciamo comunque alcune precisazioni tecniche in merito alle piastrelle in quanto incidono in modo diretto sul costo di posa in opera.

Quando parliamo di piastrelle intendiamo quelle classiche in
ceramica (monocotture o bicotture) oppure quelle ormai molto più diffuse in
gres porcellanato.

I costi di posa in opera non variano significativamente per il materiale scelto, ma principalmente per le dimensioni della piastrella: più è grande più costa la posa in opera.

Inoltre devi considerare che se ti rivolgi direttamente ad un piastrellista avrai un costo, se invece la posa in opera te la realizzano l’impresa a cui hai appaltato tutta la ristrutturazione (che è la soluzione che devi percorrere) avrai un costo differente, leggermente maggiore, dovuto al fatto che spesso le imprese edili non hanno piastrellisti nel loro organico e quindi devono subappaltare tale lavorazione e ci caricano un minimo di utile.

Ti sconsiglio caldamente, nel caso in cui tu stia ristrutturando casa, di chiamare tu il piastrellista, ma affidati a quello dell’impresa anche se ti ritroverai a pagare qualche euro in più.

I motivi per cui devi evitare di chiamarti un piastrellista a parte sono svariati, ti cito i due principali:

  • Dovrai occuparti tu di coordinare tutte le maestranze (impresa edile e piastrellista) e potresti ritrovarti con ritardi importanti;
  • Nel caso di problematiche dopo la posa in opera ci sarà un continuo rimpallarsi di responsabilità tra piastrellista e impresa, mentre con un unico referente le responsabilità saranno sempre chiare (e cioè dell’impresa).

Ricordati che quando ristrutturi non devi mai pensare ai soli benefici immediati, ma anche e soprattutto a quelli a lungo termine.

Un’altra cosa: quando ti viene consegnata l’offerta per la posa delle piastrelle verifica attentamente che siano presenti nel prezzo, oltre alla manodopera, la colla e lo stucco per le fughe. Non è raro che queste due forniture, che comunque non hanno una grossa incidenza, vengano messe come costi a parte. Personalmente non la considero una pratica corretta perché tali materiali fanno parte integrante della posa, però mi è capitato più di una volta.

Posa in opera di piastrelle di formato standard

Quando parliamo di piastrelle di formato standard intendiamo quelle che vanno dalla dimensione di circa 10x10cm fino a 60x60cm.

Mi ricordo che fino a qualche anno le piastrelle 30x30cm erano considerate il formato standard di dimensioni maggiori e già quelle 60x60cm erano considerate fuori formato.

Ciò significava che la posa in opera di piastrelle di queste dimensioni ti costava di più.

Ma ormai da alcuni anni la situazione si è evoluta e quello che una volta era grande formato si è diffuso capillarmente diventando lo standard e abbattendo i costi di posa in opera.

Per questi formati generalmente ti verrà chiesto un prezzo che può variare da 25€/mq a 35€/mq.

Diffida da chi ti chiede molto di meno perché non sarà in
grado di fare un lavoro a regola d’arte.

Posa in opera di piastrelle di grande formato

Per piastrelle di grande formato ormai si intendono quelle che vanno da 80x80cm fino ad arrivare a piastrelle che raggiungono i 3 metri di lunghezza.

Avere piastrelle grandi in casa, magari rettificate con pochissima fuga (per capire di cosa ti sto parlando vai sempre all’articolo sul gres porcellanato), rende visivamente gli ambienti molti più grandi.

Sicuramente è un effetto bellissimo ma i costi di posa in opera aumentano (parallelamente a quelli di fornitura).

Se da un lato puoi pensare che la posa potrebbe essere più veloce perchè ci siano meno piastrelle da posare, la realtà è che si tratta di un lavoro molto più complesso, anche solo per movimentare lastre di tale dimensione, per cui è richiesta una maggiore precisione e quindi maggiore competenza. E anche più tempo.

E soprattutto più aumenta la dimensione della piastrella più il costo deve essere valutato caso per caso. Infatti posare una piastrella da 3m in un salone di 50mq è diverso che farlo in una cucina di 10mq…

Per cercare di darti un riferimento realistico sui costi, per piastrelle di dimensioni da 90x90cm fino a 120x120cm (ormai molto diffuse) la posa in opera vale da 35€/mq fino a 50€/mq.

Ti assicuro che per formati molto grandi i soli costi di posa in opera possono arrivare a superare i 100€/mq.

ristrutturazionepratica.it banner

Altri aspetti che incidono sul costo di posa in opera delle piastrelle in
gres porcellanato o in ceramica

Quelli che hai appena letto sono i prezzi medi che le imprese chiedono per la posa in opera delle piastrelle. Ho messo un range di prezzi che li rende validi per tutta Italia (naturalmente escludendo gli estremi: ci saranno casi in cui la posa costa un po’meno e casi in cui costa un po’di più).

Però ci sono altri fattori che potrebbero incidere (anche se solitamente in modo marginale) sul costo della posa in opera. Ho individuato i tre principali:

  1. Posa in opera verticale (rivestimento pareti);
  2. Spessore della piastrella;
  3. Posa senza fuga.

Sono tutti fattori che aumentano il costo della posa in
opera. Vediamone i motivi.

Posa in opera verticale

L’aumento dei costi per la posa in verticale non è dovuto tanto ad una maggiore difficoltà della posa stessa, che oggettivamente non c’è, sempre ad eccezione di formati molto grandi.

L’aumento dei costi è dovuto a come vengono trattati gli spigoli quando vanno rivestiti gli angoli esterni, cioè quelli che si formano se devi rivestire un pilastro per capirci.

In questo caso le soluzioni sono due:

  1. Si fa un taglio a 45° sul bordo della piastrella
    e si fanno coincidere gli angoli;
  2. Si utilizzano dei profili specifici (detti
    angolari) che possono essere in metallo, pvc o nella piastrella stessa (molto
    utilizzato nelle bicotture).

Il taglio a 45° (taglio jolly), che sicuramente ha un valore estetico maggiore, non può però essere realizzato su tutte le piastrelle: solo il gres porcellanato è abbastanza duro da garantire di non spezzarsi (quasi mai) quando viene effettuato (e quindi non produrre montagne di sfrido). Infatti per eseguirlo si usano speciali punte diamantate che su piastrelle delicate come monocotture e bicotture portano sempre a rottura.

In questo caso i costi maggiori al metro quadro che
potrebbero esserti comunicati dall’impresa sono dovuti principalmente a questo
fattore.

I profili angolari (profili jolly) invece sono probabilmente esteticamente meno belli ma sicuramente più pratici. E sono adatti a tutti i tipi di piastrelle.

In questo caso la posa in opera non comporta costi maggiori, però il costo dei profili jolly verrà sostenuto a parte e dovrai comunicare al fornitore delle piastrelle quale tipologia di profilo ti serve e quanti metri lineari te ne occorrono (non metri quadri, metri lineari!).

Spessore della piastrella

Più è spessa la piastrella più è stabile, quindi la posa
viene facilitata.

Però negli ultimi anni si sono diffuse piastrelle molto
sottili, fino a mezzo centimetro (ci sarebbero anche quelle da 3mm ma stanno
uscendo di produzione).

Queste piastrelle, dato il basso spessore, hanno la tendenza ad imbarcarsi leggermente verso il centro. Ciò comporta la necessità di porre maggiore attenzione nella posa in opera proprio per fare in modo che questa leggera gobba scompaia.

Da qui dei costi leggermente superiori che potrebbero
esserti applicati se fai installare piastrelle di questo tipo.

Posa senza fuga

Altra tipologia di piastrelle sempre più diffusa sono quelle
dette rettificate, che consentono la cosiddetta posa senza fuga.

In realtà non esiste la posa senza fuga, una fuga minima di 1,5-2mm deve essere sempre garantita per questioni di dilatazione dei materiali. Però se consideri che in passato si mettevano fughe che potevano tranquillamente superare il mezzo centimetro di spessore, capirai che l’effetto è notevolmente migliore (soprattutto se abbini il colore della fuga alla piastrella).

Però questa cosa ha un costo: infatti la posa senza fuga
richiede un’ulteriore attenzione e manualità per far coincidere perfettamente
gli spigoli delle piastrelle, cosa che non è assolutamente semplice.

IL COSTO DI POSA IN OPERA DEI PAVIMENTI IN LEGNO

Costo posa in opera pavimento in legno

Se finora abbiamo parlato di piastrellista, quando si parla di legno hai bisogno di un’altra figura specifica: il parquettista (in alcune regioni chiamato palquettista).

Il legno è un materiale particolare, molto più delicato delle piastrelle soprattutto nella fase di posa in opera. Ci sono molti elementi a cui porre attenzione nella posa in opera del parquet:

  • Il tasso di umidità del massetto
  • La perfetta planarità e pulizia del massetto
  • Gli ambienti devono essere chiusi (mai posare il parquet prima degli infissi!)
  • Il legno deve essere sufficientemente acclimatato
  • ….

Inoltre la metodologia di posa deve essere adatta non solo al sottofondo presente (il massetto) ma anche alla tipologia di legno scelto (massello, prefinito, laminato).

Ti rimando ancora all’articolo sul pavimento in legno per scoprire tutti questi aspetti della posa in opera del parquet. Qui però ora occupiamoci dei costi.

Nonostante quello che abbiamo scritto qui sopra non è detto che la posa in opera di un pavimento in legno ti costi di più della posa in opera di un pavimento in gres porcellanato.

Ma anche in questo caso dobbiamo fare una distinzione che riguarda non tanto lo schema di posa che hai scelto (su quella incidono di più i costi di fornitura che di posa in opera), quanto la tipologia di materiale scelto e la tipologia di posa.

In particolare possiamo fare questa distinzione:

  • Pavimento in legno massello
  • Pavimento in legno prefinito
  • Pavimento in laminato

Le tipologie di posa praticate ormai sono solo due: incollato e flottante. La prima è obbligatoria per il massello e consigliata per il prefinito; la seconda è utilizzata praticamente sempre per il laminato e in alcuni casi per il prefinito (ma per questo tipo pavimento te la sconsiglio…).

Costo della posa in opera di pavimento in legno massello

Il pavimento in legno massello è formato da listelli (o tavole) ricavate da un unico blocco di legno: ogni tavola è un unico pezzo di legno.

Il costo di posa in opera di questa tipologia di pavimento è quello maggiore tra i tre perché il materiale arriva grezzo in cantiere e dopo la posa deve essere levigato e verniciato.

Le fasi di posa sono sostanzialmente quattro:

  • Preparazione del sottofondo
  • Incollaggio del pavimento secondo lo schema
    scelto
  • Levigatura del pavimento
  • Verniciatura protettiva (a vernice, olio o cera)

Costo complessivo della sola posa in opera? Tra i 40 e i 60 €/mq. Minimo.

Costo posa in opera di pavimento in legno prefinito

La differenza rispetto al precedente è che si tratta di liste o tavole formate da più strati di legno (due o tre a seconda dei formati) in cui i supporti (le parti inferiori) sono solitamente in betulla mentre l’ultimo strato, di pochi millimetri (da 4 a 6 mm), è in legno nobile nell’essenza che hai scelto. Ed è già finito con la finitura definitiva.

In sostanza dopo aver posato un pavimento prefinito non devi farci più nulla.

Le fasi di posa quindi si riducono a due:

  • Preparazione del sottofondo
  • Incollaggio del pavimento secondo lo schema
    scelto

Di conseguenza anche i costi di posa diminuiscono in modo sensibile. Solitamente sono compresi tra 18 e 30 €/mq.

Costo della posa in opera di un pavimento in laminato

Chiariamo subito un aspetto: il pavimento in laminato non è un pavimento in legno.

Le tavole di laminato sono composte da un sottostrato di fibra di legno e da uno strato di finitura di tipo plastico stampato con i motivi dell’essenza di legno scelta.

Gli effetti sono molto simili al legno vero, anche se la
differenza è comunque evidente (non credere a chi ti dice il contrario…).

Il pregio principale di questo materiale è la sua leggerezza
(motivo per cui è adatto alla posa “flottante” su vecchi pavimenti) mentre il
suo principale difetto è che teme l’umidità, più del legno normale.

La posa flottante è sicuramente quella più rapida e si
compone di due o tre fasi:

  • Eventuale preparazione del sottofondo
  • Stesa di pannello isolante sottile
  • Posa del laminato ad incastro

Niente colla per la posa flottante: le tavole vengono semplicemente appoggiate sul pannello isolante e incastrate tra di loro. Per questo motivo il costo si abbassa notevolmente, nonostante la necessità di inserire dei fogli isolanti che servono a separare il laminato dal pavimento sottostante (principalmente per evitare problemi legati all’umidità) e a livellare il sottofondo se ce ne fosse bisogno.

Il costo della posa in opera del laminato con questa tecnica è varia tra i 10 e i 15 €/mq.

QUANTO TI COSTA RIFARE IL PAVIMENTO DI CASA?

Abbiamo visto i reali costi di posa in opera (non quelli inventati che puoi trovare in rete), ti ho rimandato ad alcuni articoli per il costo di fornitura, cerchiamo ora di fare il punto della situazione vedendo alcuni esempi di costo complessivo di rifacimento del pavimento di casa

Rifare un pavimento con piastrelle di gres porcellanato, compreso di
rimozione del pavimento esistente

  • Rimozione pavimento esistente e sottofondo con
    smaltimento dei materiali -> 10-15 €/mq
  • Rifacimento del massetto -> 20-25 €/mq
  • Fornitura del pavimento (fino 60x60cm) ->
    20-40 €/mq
  • Posa in opera del pavimento -> 25-35 €/mq

Totale: 75-115 €/mq

Questo per piastrelle di dimensioni standard, con piastrelle di maggiori dimensioni i costi aumentano come abbiamo già visto.

Ti sconsiglio, per questioni di sicurezza statica del tuo
immobile, di sovrapporre pavimenti in ceramica o gres a pavimenti esistenti.
Infatti tali piastrelle sono molto pesanti ed andresti ad aggiungere carichi
importati su un solaio esistente senza sapere quanto effettivamente sia in
grado di supportare tale solaio. Se decidi di farlo opta per piastrelle sottili
(quelle da 5mm massimo) e fatti consigliare da un tecnico esperto.

Rifare un pavimento con legno massello

  • Rimozione pavimento esistente e sottofondo con smaltimento dei materiali -> 10-15 €/mq
  • Rifacimento del massetto -> 20-25 €/mq
  • Fornitura del pavimento -> 35-100 €/mq
  • Posa in opera del pavimento -> 40-60 €/mq

Totale: 105-200 €/mq

(NB: il costo massimo è indicativo, i legni possono costare anche molto di più!)

Rifare un pavimento con prefinito

  • Rimozione pavimento esistente e sottofondo con smaltimento dei materiali -> 10-15 €/mq
  • Rifacimento del massetto -> 20-25 €/mq
  • Fornitura del pavimento -> 40-110 €/mq
  • Posa in opera del pavimento -> 18-25 €/mq

Totale: 88 – 175 €/mq

(NB: sui costi massimi del pavimento vale la stessa riflessione fatta poco sopra, i legni possono costare anche molto di più!)

Rifare un pavimento con laminato

  • Fornitura del pavimento -> 15-50 €/mq
  • Posa in opera del pavimento -> 10-15 €/mq

Totale: 25-65 €/mq

In questo terzo caso ho considerato una posa flottante, che è l’unica corretta per il laminato, e sovrapposta al pavimento esistente, quindi non ci sono costi di demolizione e smaltimento. Se tu decidessi di rifare il pavimento smantellando il vecchio pavimento, rifacendo i massetti e poi ci mettessi sopra un laminato flottante cercherei di farti desistere…sarebbero soldi sprecati!

CAMBIARE IL PAVIMENTO…SOLO UNA QUESTIONE DI MATERIALI E POSA?

In questo articolo ti ho parlato dei costi per posare un
nuovo pavimento.

E abbiamo anche avuto modo di capire che per dare un lavoro finito non si tratta solo di pensare ai costi per posare il pavimento e per fornire le piastrelle: ci sono altri costi da sostenere che possono essere obbligatori o meno a seconda della situazione del tuo pavimento esistente e del tipo di intervento che vuoi fare.

Fare un nuovo massetto non è una cosa banale, deve essere attentamente studiato in base al tipo di pavimento che verrà posato. E devi fare attenzione a chi ti rivolgi per ottenere indicazioni su come procedere.

Ad esempio poco tempo fa mi è capitato di rifare totalmente
il massetto di un appartamento molto grande (oltre 150 mq) per far posare un
parquet in legno.

In base a precise valutazioni avevo scelto un determinato tipo di massetto, diverso da quelli usati solitamente, perché era l’unico che rispondeva a tutte le caratteristiche che il luogo mi richiedeva.

Mi ricordo che una mattina arrivano gli operai dell’impresa per fare il massetto e mi dicono:

“Architetto perché stiamo facendo questo tipo di massetto? Io avrei fatto un massetto alleggerito di base e sopra ci avrei messo un massetto cementizio per posare il pavimento”

Aveva ragione: quella che mi aveva proposta sarebbe stata la soluzione ottimale. Avrei alleggerito i carichi sul pavimento e avrei ottenuto un isolamento maggiore dal piano sottostante (il massetto alleggerito è anche isolante).

Ma era totalmente sbagliata per il caso specifico.

Mancavano le condizioni tecniche per realizzare un intervento del genere: il massetto a due strati richiede spessori importanti (almeno 10 cm: 6 di alleggerito + 4 di cementizio) che io non avevo, e inoltre il massetto cementizio richiede sempre, da schede tecniche, l’introduzione di una rete elettrosaldata al suo interno per evitare lesioni.

Io mi trovavo nella situazione in cui, in alcuni punti, avevo circa 3 cm di spessore (e in altri arrivavo ad 8cm): non potevo certo usare la soluzione che mi prospettava l’impresa!

Prima di iniziare i lavori, in fase di progettazione, ho
studiato le schede tecniche di vari prodotti per massetti e ho trovato quello
perfetto per il mio caso: un massetto all’anidrite che andava bene per spessori
da 3cm a 8,5cm. Senza la necessità di inserire rete elettrosaldata.

[Tra l’altro lo sai che spesso le imprese, nonostante sia prescritto dalle schede tecniche, non inseriscono la rete elettrosaldata nei massetti cementizi?]

Se il mio cliente si fosse fidato dell’impresa e non del suo tecnico avrebbe avuto un bel problema da risolvere!

Ma credi che sia tutto qui?

  • Tu sai se per sostituire un pavimento devi fare
    una pratica edilizia?
  • Sai se puoi usufruire delle detrazioni fiscali?
  • Sai come capire quale sia la soluzione adatta al
    tuo caso?

Questi sono problemi che devi porti sia che tu debba sostituire solo il pavimento, sia (anzi a maggior ragione) se la sostituzione del pavimento è solo una piccola parte di una ristrutturazione più ampia.

Per trovare delle risposte sicure a questa e alle altre domande che affliggono quotidianamente i committenti scarica il mio report e iscriviti alla mia newsletter cliccando il banner che trovi qui sotto.

Alla tua ristrutturazione!

ristrutturazionepratica.it banner

L’articolo Quanto costa la posa in opera di pavimenti e rivestimenti? sembra essere il primo su RistrutturazionePratica | Il sistema scientifico per ristrutturare.