28 Luglio 2020 / / Idee

Il super bonus del 110% è entrato ufficialmente in vigore con la legge 77 del 17 luglio 2020.

Questo super bonus promette di regalare importanti interventi di ristrutturazione a chi riuscirà ad accedervi. Però le promesse fatte dal legislatore non corrispondono alla realtà dei fatti.

In questo articolo faremo una panoramica completa su questa misura e lo faremo senza gli inutili paroloni di cui si riempiono la bocca la maggior parte dei tecnici e degli avvocati.

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Mentre scrivo siamo nel mese di luglio 2020. L’Italia e l’Europa stanno lentamente uscendo dalla pandemia globale di Covid. L’America (tutta) al contrario non riesce a venirne fuori. E il nostro governo a maggio, tra le varie misure a sostegno della ripresa post-lockdown, si è inventato lo slogan “gli italiani si ristruttureranno casa gratis”.

Questo grazie al super bonus del 110% introdotto prima con li decreto legge 34, chiamato “rilancio”, che dopo sessanta giorni è stato convertito nella legge 77 del 17 luglio 2020.

Questi proclami hanno generato grande entusiasmo in milioni di persone. Il patrimonio edilizio italiano è ormai vecchio, brutto (non esistono solo i centri storici purtroppo…), consuma tanto e non è sismicamente adeguato.

Il problema è che no, gli italiani non si ristruttureranno affatto casa gratis. Chi lo ha detto ha mentito, consapevolmente o inconsapevolmente non lo so e non spetta a me dirlo, e ha illuso troppe persone.

Mi ricordo tutte le email che ho ricevuto per settimane al suono di “con questo bonus rivoluziono casa”. E anche la delusione quando raccontavo come stanno realmente le cose.

Proprio pochi giorni fa sono andato a fare una delle prime partite di calcetto post-lockdown. Sì, sono uno dei milioni di italiani che, superati i quarant’anni, provano a sentirsi ancora giovani insistendo a rompersi ginocchia e slogandosi caviglie per correre dietro ad un pallone.

Nel gruppo di calcettisti del venerdì sera con cui condivido prestazioni degne del miglior Margheritoni, siamo ben tre architetti.

Un nostro amico, finita la partita, mentre ci stavamo riprendendo prima della meritata doccia, ha osato dire: “sentite ma com’è questa storia del 110%? Vorrei approfittare per fare i lavori in casa”.

Non lo avesse mai detto! Ogni suo sogno stato immediatamente smontato.

“Col super bonus non potrai ristrutturare casa…scordatelo!”

Gli abbiamo spiegato come funziona (se ci ripenso in effetti gli abbiamo regalato una consulenza coi fiocchi) e alla fine ha concluso:

“Ma perché ci hanno raccontato queste pa**e?”

A questa domanda non so darti una risposta. Però se anche tu vuoi capirne veramente di più sul super bonus al 110%, su quali lavori possono accedervi, se puoi usufruirne per casa tua, se veramente farai i lavori gratis…ho scritto questa consulenza gratuita per te.

Se nel precedente articolo sull’argomento (che puoi trovare qui) parlavamo dei contenuti del decreto legge che ha introdotto il super bonus, in questo articolo ti parlerò della legge definitiva che disciplina il super bonus.

Infatti sebbene i decreti legge entrino subito in vigore, devono essere convertiti in legge entro 60 giorni dalla loro pubblicazione, altrimenti perdono di efficacia.

Il processo di conversione prevede la discussione in parlamento e senato. Dove le varie forze politiche propongono modifiche.

Gli articoli che trattano il super bonus e lo sconto in fattura/cessione del credito hanno subito alcune modifiche in questa conversione, anche se non sostanziali.

Come leggerai però mancano ancora alcuni decreti attuativi a corollario della legge, che dovrebbero essere pubblicati entro 30 giorni dalla conversione (Quindi arriveranno a ferragosto…) e che non la rendono ancora pienamente operativa.

Però ormai le misure previste sono fisse e definite, quindi possiamo darle per acquisite.

Ti avverto: non sarà un articolo breve, quindi mettiti comodo e con il giusto tempo a disposizione.

Come al solito cercherò di essere il più chiaro possibile. Come sai il pubblico a cui mi rivolgo non sono i miei colleghi progettisti ma sono tutti i proprietari di casa che devono ristrutturare…un linguaggio tecnico non avrebbe senso.

Ma in ogni caso parliamo di leggi, quindi qualche passaggio ostico ci sarà. Se hai qualche dubbio su quello che ho scritto usa i commenti qui sotto per eventuali chiarimenti.

NB: mentre stavo scrivendo questo articolo, è uscita anche la guida ufficiale dell’Agenzia delle Entrate che ha aiutato a chiarire qualche punto.

Puoi scaricarla da qui se vuoi:

SUPER BONUS 110%…COSA SIGNIFICA?

Cominciamo a chiarire i concetti di base.

Quando parliamo di super bonus al 110% ci riferiamo all’estensione di alcune misure delle detrazioni fiscali già esistenti per chi fa interventi di recupero di edifici, case e appartamenti. Cioè del patrimonio edilizio esistente.

Le detrazioni di cui puoi usufruire, da tempo ormai, per la tua ristrutturazione sono varie:

  • Bonus casa, con detrazione del 50% delle spese sostenute per la realizzazione delle opere di ristrutturazione della casa;
  • Bonus arredamento, con detrazione del 50% delle spese sostenute per l’acquisto di mobili e grandi elettrodomestici (puoi usufruirne solo se accedi anche al bonus casa);
  • Sismabonus, con detrazione variabile dal 50% all’80% delle spese sostenute per rendere antisismici gli edifici (è un’estensione del bonus casa);
  • Ecobonus, con detrazione variabile dal 50% al 65% delle spese sostenute per efficientare energeticamente gli edifici;
  • Bonus facciate, con detrazione del 90% delle spese sostenute per sistemare le facciate degli edifici.

[Occhio: non so quando leggerai questo articolo. L’elenco qui sopra è per le detrazioni valide a tutto il 2020…siccome molte hanno scadenza annuale (anche se vengono regolarmente prolungate) non garantisco che siano in vigore mentre stai leggendo]

Qui sopra li ho riassunti sinteticamente, ma ho scritto vari articoli sulle detrazioni fiscali, se vuoi approfondire qui sotto ti metto i link. Sennò passa oltre.

Questa premessa era necessaria perché il super bonus di cui stiamo per parlare non fa altro che modificare alcune delle detrazioni già esistenti.

Infatti la legge 77, per quanto riguarda le detrazioni sulla ristrutturazione, nella sostanza:

  1. Estende la percentuale di detrazione al 110% per alcune delle misure che ti ho elencato sopra;
  2. Introduce la possibilità di ottenere lo sconto in fattura di una somma fino all’importo della detrazione, oppure di cedere tale detrazione sotto forma di credito di imposta ad un soggetto terzo.

E lo fa non solo per quelle estese al 110%, ma per tutte le detrazioni che ti ho elencato sopra – ad eccezione del bonus arredamento.

Naturalmente vengono messi dei paletti. E nel resto dell’articolo parleremo proprio di questi paletti. Che poi è il succo di tutto.

L’articolo sarà diviso in quattro capitoli:

  1. Un mega riassuntone di cosa prevede la legge 77 in termine di super bonus al 110% e di sconto in fattura/cessione del credito
  2. Analisi puntuale dell’articolo 119 della legge 77, relativo al super bonus
  3. Analisi puntuale dell’articolo 121 della legge 77, relativo allo sconto in fattura/cessione del credito
  4. Alcune riflessioni, anche su come si stanno muovendo imprese e altri player del settore

Partiamo dal mega riassuntone.

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CAPITOLO 1 – MEGA RIASSUNTONE: SUPER BONUS DEL 110% E SCONTO IN FATTURA/CESSIONE DEL CREDITO IN POCHE RIGHE

Ho deciso di mettere all’inizio e non alla fine il riassunto dei principali punti che caratterizzano il super bonus e lo sconto in fattura/cessione del credito per questioni di praticità.

Se sei interessato solo a sapere i punti principali di queste misure ti basta leggere solo questo capitolo (e l’ultimo).

Se invece vuoi approfondire, e quindi leggere anche gli altri capitoli, avendo già letto questo riassunto avrai già le idee chiare per affrontarli meglio.

Naturalmente non andremo nel dettaglio. Per quello ci sono i capitoli successivi.

1.1 | Super bonus 110% – articolo 119

L’articolo 119 istituisce il super bonus del 110% e prevede quattro macro-interventi per cui vi si può accedere.

Punti comuni a tutti gli interventi:

  • La misura è valida dal 1 luglio 2020 al 31 dicembre 2021
  • La detrazione fiscale del 110% sulle spese sostenute (che elenchiamo al prossimo punto) è da dividere in 5 rate annuali

Detrazioni al 110% per interventi di efficientamento energetico:

  1. Isolamento delle pareti, solai e tetti (superfici opache) per una superficie superiore al 25% dell’involucro con i seguenti limiti di spesa:
    • 50.000€ per edifici unifamiliari o villette a schiera;
    • 40.000€ per singola unità immobiliare in edificio da 2 a 8 unità immobiliari;
    • 30.000€ per singola unità immobiliare in edificio oltre 8 unità immobiliari;
  2. Realizzazione di impianti di riscaldamento/raffrescamento/acqua calda sanitaria centralizzati con i seguenti limiti di spesa:
    • 20.000€ per singola unità immobiliare in edificio da 2 a 8 unità immobiliari;
    • 15.000€ per singola unità immobiliare in edificio oltre 8 unità immobiliari;
  3. Realizzazione di impianti di riscaldamento/raffrescamento/acqua calda sanitaria in edifici unifamiliari o villette a schiera con limite di spesa di 30.000€.
  • Gli interventi possono riguardare le parti comuni degli edifici condominiali, gli edifici con singola unità immobiliare, le unità immobiliari in edifici plurifamiliari con ingresso autonomo dall’esterno (villette a schiera);
  • Se viene eseguito uno dei tre interventi di sopra (denominanti “trainanti”) anche tutti gli altri interventi previsti dall’ecobonus (denominati “trainati”) possono essere portati in detrazione al 110%;
  • Per usufruire del superbonus l’unità immobiliare deve aumentare di due classi energetiche o, ove non possibile, deve essere dimostrata questa impossibilità.

Detrazioni al 110% per interventi di miglioramento sismico degli edifici

  • Aliquota di detrazione unica al 110% per tutte le tipologie di intervento;
  • Limite di spesa invariato rispetto alla legge sul sismabonus (96.000€ ad unità immobiliare);
  • Esclusi immobili in zona sismica 4.

Detrazioni al 110% per interventi di installazione di impianti fotovoltaici

  • Si può accedere a tale detrazione solo se si esegue uno degli interventi di miglioramento energetico o sismico di cui sopra (è a tutti gli effetti un intervento “trainato”);
  • Ammontare massimo della spesa pari a 48.000€ per i pannelli fotovoltaici;
    • Spesa massima ammissibile per ogni Kw installato pari a 2.400€ in caso di edificio esistente;
    • Spesa massima ammissibile per ogni Kw installato pari a 1.600€ in caso di nuovo edificio;
  • Ammontare massimo della spesa pari a 48.000€ per i sistemi di accumulo dell’energia (batterie);
    • Spesa massima ammissibile per ogni Kwh di capacità di accumulo delle batterie pari a 1.000€;
  • Obbligo di cedere al GSE l’energia non utilizzata in autoconsumo;
  • Le modalità di cessione e il valore di cessione sono determinati con decreto del Mise.

Detrazioni del 110% per l’installazione di colonnine di ricarica dei veicoli elettrici

  • Si può accedere a tale detrazione solo se si esegue uno degli interventi di miglioramento energetico di cui sopra (è a tutti gli effetti un intervento “trainato”);
  • Non ci sono particolari limiti o prescrizioni.

Chi può accedere o meno alla detrazione

  • i condomìni (con l’accento sulla ì…mi raccomando);
  • Le persone fisiche, anche titolari di reddito di impresa o professionisti, su tutte le unità immobiliari che beneficiano di interventi “trainanti” sulle parti comuni degli edifici;
  • Le persone fisiche (NO come impresa o professionisti) su un massimo di due unità immobiliari che beneficiano di interventi su parti private;
  • Istituti IACP, cooperative, associazioni sportive dilettantistiche;
  • Non possono accedere alla detrazione gli immobili accatastati A/1, A/8, A/9.

Altre disposizioni

  • È obbligatorio un visto di conformità rilasciato da un commercialista/ragioniere/perito commerciale/consulente del lavoro/responsabili assistenza dei CAF (no tecnico progettista) su tutta la documentazione dell’intervento;
  • Per gli interventi di efficientamento energetico i tecnici progettisti asseverano il rispetto dei limiti di legge stabiliti dalle apposite norme tecniche e la congruità della spesa;
  • Per gli interventi di miglioramento sismico i tecnici progettisti asseverano la riduzione del rischio sismico e attestano la congruità delle spese;
  • Il Mise deve emanare un decreto attuativo che determini le modalità di trasmissione delle asseverazioni e i prezziari di riferimento per i costi;
  • I tecnici che asseverano il falso sono soggetti a multe da 2.000 a 15.000 €;
  • I tecnici devono stipulare apposita polizza assicurativa;
  • Le spese per attestazioni e asseverazioni sono detraibili al 110%.
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1.2 | Sconto in fattura e cessione del credito – articolo 121

  • Chi sostiene spese detraibili ai sensi del bonus casa (50%), ecobonus (50%, 65%, 110%), sismabonus (110%), bonus facciate (90%), installazione impianti fotovoltaici (110%), installazione colonnine elettriche (110%) invece di usufruire della detrazione può…
    • Ottenere uno sconto in fattura dal fornitore e/o impresa fino all’importo della corrispondente detrazione spettante. Questi maturano un credito che possono cedere a banche, finanziarie, ESCo, etc.;
    • Cedere direttamente la detrazione sotto forma di credito di imposta a banche, finanziarie, ESCo;
  • Tali opzioni possono essere esercitate o meno per ognuno dei S.A.L. emessi;
  • Chi riceve il credito deve usarlo con la stessa rateizzazione che avrebbe il cedente (5 o 10 anni), non può portarlo da un anno all’altro (quello non usato in uno specifico anno è perso) e non può chiederlo a rimborso;
  • Se in seguito ad un controllo l’Agenzia delle Entrate verifica che la detrazione/credito non era dovuto, procede a recuperare le somme da chi ha beneficiato dei lavori;
  • Chi ha beneficiato del credito (imprese, banche, finanziarie, etc.) non lo perdono in quanto erano in “buona fede” (dalla FAQ 11 della guida dell’Agenzia delle Entrate).

Occhio all’ultimo punto che mette a fuoco un possibile problema per te…di cui parleremo più avanti.

Per il resto tutto chiaro?

Adesso approfondiamo cosa dice la legge negli articoli 119 e 121.

CAPITOLO 2 – ARTICOLO 119 DELLA LEGGE 77: OPPORTUNITÀ E LIMITI DEL SUPER BONUS AL 110%

Credo di avertelo già detto tre o quattro volte che l’articolo 119 della legge 77 introduce definitivamente la possibilità di detrarre al 110% alcune opere legate al recupero del patrimonio edilizio.

L’articolo è diviso in 23 commi (cioè sotto-paragrafi).

I primi 8 chiariscono quali interventi, e in che modo, possono accedere al super bonus. I restanti integrano i primi fornendo dei chiarimenti.

Il super bonus del 110% è previsto per i seguenti interventi:

  • Alcune misure dell’ecobonus (quindi efficientamento energetico degli edifici) – commi da 1 a 3-bis;
  • Interventi del sismabonus (quindi miglioramento sismico degli edifici) – commi 4 e 4-bis;
  • Installazione di pannelli fotovoltaici e relativi sistemi di accumulo dell’energia prodotta – commi da 5 a 7;
  • Installazione di colonnine elettriche – comma 8.

La prima cosa evidente è che gli interventi che rientrano nel bonus casa, cioè quelli classici per ristrutturare, sono esclusi da questo super bonus.

Non ti puoi ristrutturare casa gratis. Con buona pace di tutti i proclami del governo.

Gli interventi più interessanti che rientrano nel super bonus, e per cui si stanno muovendo la maggior parte degli operatori del settore, sono senza dubbio quelli legati all’ecobonus. Però vedremo come ci sono molte limitazioni ed in particolare viene escluso l’intervento diretto da parte del singolo proprietario di un appartamento in condominio.

2.1 | Super bonus al 110% per interventi di efficientamento energetico (ecobonus)

Qui parliamo di quanto previsto nei commi 1, 2, 3 e 3-bis dell’articolo 119 della legge 77.

Comma 1: gli interventi “trainanti” previsti

Si tratta di opere legate all’efficientamento energetico per cui la detrazione è stata portata al 110%. Questa detrazione deve essere suddivisa in 5 rate annuali di pari importo (l’ecobonus normale prevede 10 rate annuali di pari importo) ed è in vigore per le spese sostenute tra l’1 luglio 2020 e il 31 dicembre 2021.

Il comma 1 ci dice quali interventi di efficientamento energetico possono accedere alla detrazione del 110%. Sono 3.

Intervento 1: Isolamento termico delle superfici opache verticali, orizzontali e inclinate che interessano l’involucro per oltre il 25% della superficie disperdente dell’edificio o dell’unità immobiliare situata all’interno dell’edificio purché abbia un accesso autonomo dall’esterno.

Vediamo i principali cardini di questa tipologia di interventi.

Punto 1 – isolamento degli edifici

Qui si parla di isolare gli edifici esistenti. Con cappotto, con isolamento interno, con isolamento in intercapedine…non importa come. Si parla di isolamento.

Però emergono subito delle limitazioni dettate dalla superficie minima su cui si può intervenire e dal fatto che si parla di “edifici” e non di unità immobiliari.

Per essere chiari:

  • Condomini: si
  • Edifici singoli: si
  • Appartamento in condominio: NO in modo autonomo (a meno che non abbia oltre del 25% di superficie “disperdente” dell’intero edificio…caso raro)

Per le singole unità immobiliari all’interno di edifici plurifamiliari viene fatta un’unica eccezione: quella delle villette a schiera e assimilabili.

Le villette a schiera sono il tipico esempio di unità immobiliare che si trova all’interno di un edificio (quello formato da tutte le villette) ma che ha un ingresso autonomo.

Caso assimilabile anche alle bifamiliari per intenderci (purché abbiano un accesso autonomo dall’esterno).

In questi casi anche il singolo proprietario della villetta può farsi il cappotto senza che lo facciano anche gli altri…(purché intervenga su oltre il 25% dell’involucro disperdente).

Punto 2 – superficie minima di isolamento

Approfondiamo proprio l’aspetto del 25% di superficie disperdente interessata dai lavori, condizione minima necessaria per accedere al super bonus per interventi di isolamento.

Sai come si determina la superficie disperdente di un edificio?

Ce lo dice la legge: la superficie disperdente di un edificio sono tutti quei muri-solai-tetti-finestre-porte che delimitano l’edificio dall’ambiente esterno o da una zona non climatizzata.

Per intenderci: il muro esterno, ma anche il muro che ci divide dal pianerottolo, il solaio che ci divide dai garage o da un sottotetto.

Se isolare oltre il 25% della superficie disperdente di una casa singola o di un’unità immobiliare in una villetta schiera è una condizione facilmente raggiungibile…non lo è per il singolo appartamento in un condominio.

Tra l’altro nei condomini le pareti esterne sono “parti comuni” dell’edificio…quindi in ogni caso l’intervento di cappotto esterno (solitamente il metodo più efficace di isolare) deve essere approvato dall’assemblea condominiale.

Punto 3 – no finestre

Si parla esplicitamente di “superfici opache”. Quindi finestre, balconi, porte, serrande…sono escluse. Cioè la sostituzione degli infissi non accede direttamente a questa misura. (Ma tra poco vedremo come la legge la fa rientrare dalla…finestra).

Punto 4 – limiti di spesa

La legge infatti ci dà anche i limiti di spesa detraibili con il super bonus.

  • Spesa massima di 50.000€ per edifici unifamiliari e villette a schiera;
  • Spesa massima di 40.000€ per ogni unità immobiliare di edifici da 2 a 8 unità immobiliari;
  • Spesa massima di 30.000€ per ogni unità immobiliare di edifici con più di 8 unità immobiliari.

Cosa succede se superi questi limiti di spesa?

Che le restanti somme le detrai con le normali percentuali di detrazione dell’ecobonus (65%) fino al raggiungimento dei limiti di spesa previsti dalla legge specifica (60.000€ totali…). E per le somme eccedenti non detrai nulla.

Comunque, ad eccezione delle case unifamiliari che in alcuni casi possono essere molto grandi (ma come vedremo le ville sono escluse da questa misura) e richiedere investimenti elevati, sono buoni limiti di spesa.

Punto 5 – criteri ambientali minimi

Ultima cosa: i materiali isolanti utilizzati devono rispettare i cosiddetti C.A.M., cioè criteri ambientali minimi.

Per dirla pane e salame: devono essere ecologici (cioè avere un’apposita certificazione).

Naturalmente questi materiali costano molto di più dei normali materiali isolanti…

Passiamo alla seconda detrazione legata all’ecobonus che usufruisce del 110%:

Intervento 2: Sostituzione di impianti di climatizzazione invernali esistenti con impianti centralizzati per il riscaldamento, il raffrescamento o la fornitura di acqua calda sanitaria. Da eseguirsi sulle parti comuni degli edifici.
Punto 1 – impianti centralizzati

Parliamo di impianti condominiali centralizzati. E parliamo delle opere da eseguirsi sulle parti comuni degli edifici.

Quindi, a scanso di equivoci, se hai un appartamento in condominio e vuoi sostituire l’impianto di riscaldamento…non sei compreso in questa detrazione.

Tra l’altro ti voglio evidenziare come le opere detraibili sono quelle “da eseguirsi sulle parti comuni degli edifici”. Quindi non quelle dentro gli appartamenti (che sono privati). Le eventuali opere interne alle unità immobiliari (per allacciarsi o uniformarsi al nuovo impianto centralizzato) non rientrano direttamente in questa misura della detrazione (ma vedrai che ci rientrano dalla finestra…).

Punto 2 – tipologia impianti

I nuovi impianti installati possono essere:

  • Con caldaia a condensazione ad alta efficienza (a metano);
  • A pompa di calore (elettrico);
  • Ibridi (gas+elettrico) o geotermici;
  • A microcogenerazione;
  • A collettori solari;

Oppure si può allacciare l’edificio ad un sistema di teleriscaldamento efficiente, ma solo se l’immobile si trova in un comune montano non interessato da procedure europee di infrazione.

Posto che ritengo difficile convincere un condòmino che scalda l’appartamento con la sua caldaietta, a passare ad un sistema centralizzato, ai fini dell’efficienza sarebbe un intervento interessante.

Punto 3 – limiti di spesa

Anche qui vengono dati dei limiti di spesa:

  • Spesa massima di 20.000€ per ogni unità immobiliare di edifici da 2 a 8 unità immobiliari;
  • Spesa massima di 15.000€ per ogni unità immobiliare di edifici con più di 8 unità immobiliari.

La detrazione riguarda anche le spese di smaltimento del vecchio impianto.

Proseguiamo con la terza e ultima misura legata all’ecobonus:

Intervento 3: Sostituzione di impianti di climatizzazione invernali esistenti con impianti per il riscaldamento, il raffrescamento o la fornitura di acqua calda sanitaria. Da eseguirsi sugli edifici unifamiliari o sulle singole unità immobiliari delle villette a schiera (“edifici plurifamiliari funzionalmente indipendenti con uno o più accessi autonomi dall’esterno”).

Praticamente stiamo parlando della stessa cosa del punto precedente solo che è cambiato il tipo di edificio: ora ci riferiamo agli edifici unifamiliari e alle villette a schiera.

Anche qui i nuovi impianti installati possono essere:

  • Con caldaia a condensazione ad alta efficienza (a metano);
  • A pompa di calore (elettrico);
  • Ibridi (gas+elettrico) o geotermici;
  • A microcogenerazione;
  • A collettori solari;
  • A biomassa (pellet) se l’edificio si trova in area non metanizzata di un comune non interessato da procedure europee di infrazione.

Vale anche la stessa cosa detta prima in merito al teleriscaldamento.

Anche qui viene dato un limite di spesa: 30.000€. E possono essere detratte anche le spese di smaltimento e bonifica dell’impianto sostituito.

Bene, questi sono i 3 interventi che possiamo definire “trainanti”, cioè che permettono di accedere dalla porta principale al super bonus del 110%.

Però al comma 2 vengono fatti rientrare anche altri interventi…che possiamo definire “trainati”.

Comma 2: estensione della detrazione e interventi “trainati”

Il comma 2 ci dice che, se fai uno dei tre interventi di miglioramento energetico di cui al comma 1 puoi detrarre al 110% anche gli altri interventi previsti dall’ecobonus.

Chiariamo meglio il concetto.

Nell’articolo sulle detrazioni fiscali ti spiego come l’ecobonus sia formato da varie misure. Te le elenco sinteticamente:

  1. Interventi di riqualificazione energetica su interi edifici esistenti (l. 296/2006, art.1, comma 344)
  2. Interventi sull’involucro degli edifici per riduzione della trasmittanza termica (l. 296/2006, art.1, comma 345) – NB: è l’isolamento sia le parti opache che quelle finestrate
  3. Interventi di installazione di pannelli solari per la produzione di acqua calda (l. 296/2006, art.1, comma 346) – NB: non è fotovoltaico ma solare termico
  4. Sostituzione di impianti di climatizzazione invernale (l. 296/2006, art.1, comma 347)
  5. Acquisto e posa in opera di schermature solari (l. 190/2014, art.1, comma 47)
  6. Acquisto e posa in opera di impianti di climatizzazione invernale con impianti dotati di generatori di calore alimentati da biomasse combustibili (l. 190/2014, art.1, comma 47)
  7. Dispositivi multimediali per il controllo da remoto degli impianti termici (l. 208/2015, art.1, comma 88)
  8. Acquisto e posa di micro-cogeneratori in sostituzione di impianti esistenti (l.205/2017, art.1, comma 3, lettera a, nume-ro 3).

Il superbonus coinvolge gli interventi dei punti 2 (solo per le strutture opache) e 4 (parzialmente anche il 6).

Il comma 2 dell’articolo 119 ci dice che se fai uno dei tre interventi che abbiamo visto al paragrafo precedente, che quindi detrai al 110%, puoi eseguire anche tutti gli altri interventi dell’elenco qui sopra detraendoli sempre al 110%.

Quindi, ad esempio, se fai il cappotto e lo detrai al 110%, puoi anche sostituire gli infissi, oppure installare le schermature solari e detrarli a loro volta al 110%.

Una conseguenza è che, se il condomìnio delibera di fare il cappotto termico, il singolo condòmino può rifarsi anche l’impianto di riscaldamento autonomo (non solo il centralizzato) in quanto è una misura prevista dall’ecobonus.

E la guida dell’Agenzia delle Entrate ci dice che anche la sola sostituzione della caldaia in questo caso beneficia del 110% di detrazione.

Capisco che sia una cosa un po’ cervellotica…però funziona così.

Viene inoltre specificato un altro aspetto: i limiti di spesa per gli interventi “trainati” sono quelli previsti dalla legge che regola l’ecobonus (ti rimando sempre all’articolo specifico per approfondimenti).

Comma 3: i requisiti tecnici

Magari questi aspetti ti interessano poco…ma sono importanti.

Infatti non è che qualsiasi intervento di presunto miglioramento energetico venga fatto può usufruire delle detrazioni del super bonus.

Bisogna rispettare dei precisi parametri.

Questi parametri sono quelli stabiliti dalle varie leggi in vigore (ci sono degli specifici decreti del 2015 che li definiscono).

Inoltre l’intervento deve portare al miglioramento di almeno due classi energetiche dell’edificio o dell’unità immobiliare della casa a schiera (la già citata unità immobiliare con accesso autonomo dall’esterno).

Ti ho detto mille volte che il patrimonio edilizio italiano è vecchio ed energivoro (cioè consuma tanto). Però questo non significa che anche un buon intervento energetico riesca a far salire automaticamente di due classi energetiche un edificio o un appartamento.

Proprio per questo motivo nel comma 3, quando si parla delle classi energetiche da raggiungere, viene detto anche che: se il miglioramento di due classi energetiche non è possibile bisogna dimostrarlo e bisogna comunque raggiungere la classe energetica più alta possibile.

Tutto ciò deve essere dimostrato attraverso un attestato di prestazione energetica (APE) prima e dopo l’intervento.

Ti anticipo qui una piccola riflessione: per i condomini non esistono APE che riguardano l’intero edificio, ma singoli APE degli appartamenti. Se non vengono cambiate le regole sarà necessario fare un attestato pre e post intervento per ogni appartamento (con i relativi costi).

Ultima cosa interessante è che si può usufruire del super bonus anche se fai un intervento di demolizione e ricostruzione dell’edificio.

[Tra l’altro proprio la definizione di demolizione e ricostruzione è stata appena modificata da un altro decreto legge (il cosiddetto “semplificazioni”) che, in soldoni, adesso consente di ricostruire l’edificio in posizione (all’interno del lotto) e con forma diverse rispetto all’esistente.
Si tratta di una cosa che non ci interessa approfondire qui e di cui il tuo tecnico saprà dirti di più però è una novità importante (anche se il decreto semplificazioni deve essere ancora convertito in legge).]

Sull’ecobonus, che era la parte più consistente della questione, abbiamo detto tutto. Ci sarebbe anche il comma 3-bis ma riguarda semplicemente un’estensione dei termini al 30 giugno 2022 per gli interventi in edifici IACP, quindi un caso limitato e a cui tu probabilmente non sei interessato.

Mi tengo alcune riflessioni per l’ultimo capitolo. Ora passiamo ad analizzare i commi 4 e 4-bis…parliamo di sismabonus.

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2.2 | Super bonus per interventi di miglioramento sismico degli edifici esistenti

I commi 4 e 4-bis dell’articolo 119 riguardano le detrazioni fiscali relativi al sismabonus.

Comma 4: interventi previsti

Anche qui le detrazioni al 110% valgono per le spese sostenute dal 1 luglio 2020 al 31 dicembre 2021 per le opere di “efficientamento” sismico. E devono essere detratte dalle tasse in 5 rate annuali di pari importo (il sismabonus prevedeva già questa rateizzazione).

Come sicuramente sai se hai letto il mio articolo sul sismabonus tale detrazione è una misura speciale del bonus casa e prevede tre scaglioni di detrazione differente:

  • 50% se si effettua solo un miglioramento sismico;
  • 70% se si realizza un miglioramento di 1 classe sismica;
  • 80% se si realizza un miglioramento di 2 classi sismiche.

Non approfondiamo oltre e ti rimando all’articolo per saperne di più.

La legge 77 elimina queste distinzioni: per tutte le tipologie di interventi di miglioramento sismico vale la detrazione del 110%.

L’unica cosa che viene chiarita è che questa misura non vale per gli edifici ubicati in zona sismica 4, cioè la meno pericolosa dal punto di vista sismico.

Il territorio italiano infatti è diviso in quattro zone sismiche, di cui la 1 è quella più pericolosa.

Le zone sismiche 4 sono molto limitate rispetto all’estensione territoriale (anche se al nord si tratta di aree popolose) e riguardano essenzialmente: un’ampia area tra Torino e Milano, la provincia di Bolzano, una porzione del Veneto, il “tacco d’Italia” e la Sardegna.

C’è un’altra cosa: se cedi il credito maturato con questi interventi ( parleremo della cessione analizzando l’articolo 121) ad un’impresa di assicurazione e contestualmente stipuli un’assicurazione, questa assicurazione la puoi detrarre al 90% e non al 19% come era finora.

Comma 4-bis: estensione della detrazione anche ai sistemi di monitoraggio

Il comma 4-bis estende la detrazione anche ai “sistemi di monitoraggio strutturale continuo ai fini antisismici”, purché sia eseguito insieme ad un intervento di miglioramento sismico.

Questi sistemi sono in pratica una serie di sensori installati sulla struttura in modo permanente e che comunicano ad un processore (un computer) i dati che rilevano sugli spostamenti strutturali.

Grossolanamente puoi assimilarli ad un sismografo per edifici.

2.3 | Fotovoltaico e sistemi di accumulo

Parliamo ora di quanto previsto dai commi 5, 6 e 7 relativi al superbonus del 110% per l’installazione di pannelli fotovoltaico e di sistemi di accumulo dell’energia prodotta.

Come vedremo si tratta di interventi che possono a tutti gli effetti rientrare tra quelli “trainati”.

Comma 5, detrazioni per installazione di pannelli fotovoltaici

Facciamo una premessa: il cosiddetto “bonus casa” (quello con cui si possono detrarre le opere di ristrutturazione al 50%) tra le varie misure prevede anche la detrazione per l’installazione di pannelli fotovoltaici.

Quindi questo superbonus al 110% per i pannelli fotovoltaici è un’estensione di un bonus esistente e non un nuovo bonus.

La percentuale di detrazione è chiaramente del 110%, da calcolarsi su un ammontare massimo di spesa di 48.000€, da dividersi in 5 rate annuali.

Però attenzione, vengono dati dei limiti di spesa per ogni chilowatt (Kw) di fotovoltaico installato.

Chiariamo.

Il dimensionamento dei pannelli fotovoltaici viene fatto in base alle effettive necessità di consumo dell’immobile.

Se hai una casa di 100mq per farla funzionare hai bisogno di un certo numero di chilowattora/anno (basta che ti guardi le bollette per capire quanto).

Se casa tua è grande 200mq i consumi naturalmente aumentano.

L’impianto va dimensionato in base ai reali consumi. E solitamente bastano pochi Kw di fotovoltaico.

Quindi, forse per evitare qualche “furbata”, il legislatore ha deciso di inserire dei limiti di costo per ogni kw installato.

Questi limiti sono due:

  • 2.400€ a Kw per installazione su edifici esistenti
  • 1.600€ a Kw per installazione su nuovi edifici o in caso di demolizione e ricostruzione

I limiti più bassi in caso di nuova costruzione sono dovuti al fatto che è già obbligo prevedere l’installazione di fonti di energia rinnovabili quando si realizza un nuovo edificio.

NB: per la cronaca, come fa notare il comma 16-ter, il limite massimo di Kw installabili col superbonus è 20 (fatti due conti). Se ne devi mettere di più (un condominio ad esempio potrebbe avere questa necessità), sull’eccedente devi applicare le aliquote previste dalla legge che regola il bonus casa.

Ultima e importantissima cosa: nel caso di installazione di pannelli fotovoltaici su edifici esistenti, il superbonus è valido solo se viene effettuato congiuntamente ad uno degli interventi trainanti. Quindi di efficientamento energetico (quelli del comma 1) o miglioramento sismico.

Pertanto non è autonomo (tranne che per le nuove costruzioni).

Comma 6, detrazioni per installazione di sistemi di accumulo legati al fotovoltaico

Non so se hai una vaga idea di come funziona un impianto fotovoltaico: di base ci sono dei pannelli che trasformano l’energia del sole in energia elettrica.

Ma cosa ci fai di questa energia?

In parte la puoi utilizzare subito per accendere la lampadina o azionare il condizionatore, ma quella che non ti serve subito?

La puoi stipare in enormi batterie ricaricabili, dette “sistemi di accumulo”.

Il comma 6 prevede il superbonus anche per questi sistemi di accumulo per i quali è previsto un limite di spesa sempre di 48.000€, la suddivisione in 5 rate annuali e un costo massimo di 1.000€ a kWh di capacità di accumulo.

Comma 7, cessione dell’energia non utilizzata

Per capire cosa prevede questo comma torniamo al nostro impianto fotovoltaico.

Abbiamo detto che i pannelli producono energia elettrica.

Questa energia elettrica puoi usarla istantaneamente e/o accumularla in enormi batterie.

Ma quando le batterie hanno raggiunto la loro capacità massima?

Cosa ci fai dell’energia in più che produci?

Solitamente si immette questa energia nella rete elettrica nazionale dove ci possono essere vari acquirenti con cui fare accordi. Il comma 7 prevede obbligatoriamente di cedere l’energia al GSE (gestore dei servizi energetici).

Come si cede questa energia al GSE? Quanto viene pagata? Quali sono i limiti di utilizzo dell’energia autoprodotta?

Tutto ciò è demandato ad un decreto del Ministero dello sviluppo economico (uno dei tanti previsti da questa legge) di cui ad oggi siamo in attesa.

2.4 | Colonnine di ricarica dei veicoli elettrici

Il comma 8 introduce l’ultima opera per cui viene previsto il superbonus: l’installazione di infrastrutture per la ricarica dei veicoli elettrici negli edifici.

La divisione è sempre in 5 rate annuali di pari importo e può accedere al superbonus solo se effettuata insieme ad un degli interventi di efficientamento energetico che abbiamo visto prima (quelli del comma 1 dell’articolo 119).

Si tratta quindi a tutti gli effetti di un’opera “trainata”.

Non c’è altro da aggiungere per questa quarta misura e per quanto riguarda le opere che possono accedere alla detrazione del 110% abbiamo detto tutto.

Come hai potuto leggere, se possiedi un appartamento in condominio, sei escluso dall’applicazione diretta di questo bonus. Tutto dipende dagli interventi condominiali.

E in ogni caso la ristrutturazione della casa (spostamento di muri, rifacimento di bagni, cucine, sostituzione di porte, pitturazioni, impianti idrici ed elettrici…) non rientra mai in questa detrazione al 110%.

Detto ciò…l’articolo 119 ha altri 15 commi in cui ci sono delle specificazioni importanti che vale la pena approfondire.

mailling list per ristrutturare casa

2.5 | Varie ed eventuali: i commi che chiariscono molte cose

Commi 9 e 10: chi può accedere alla detrazione e su quanti edifici

Il comma 9 ci dice che le detrazioni possono essere usufruite dai “condomìni” (proprio con l’accento sulla ì…per non confonderlo con gli inquilini…) e dalle persone fisiche (non come imprese o attività similari).

Sono comprese anche gli istituti IACP, le cooperative e le associazioni sportive dilettantistiche ma non ci interessa.

Quello che invece ci interessa è che le persone fisiche possono accedere alle detrazioni del superbonus legate all’efficientamento energetico (quello dei commi da 1 a 3 che abbiamo visto sopra) su due unità immobiliari.

Vengono introdotte le seconde case.

Ma chiariamo meglio.

Se possiedi 10 appartamenti in 10 condomini puoi accedere alle detrazioni per tutti 10 gli appartamenti, finché le opere sono eseguite sulle parti comuni degli stessi.

Quindi puoi accedere al superbonus per tutti gli interventi di isolamento e per tutti gli impianti centralizzati.

Però se vuoi contemporaneamente sostituirti gli infissi, che sono privati, o rifarti l’impianto di riscaldamento, che è privato, puoi accedere al superbonus solo su due unità immobiliari.

La stessa cosa vale se hai tre ville: su due puoi accedere al superbonus per interventi di efficientamento energetico e su una no.

Un ultimo chiarimento: in caso di interventi su parti comuni degli edifici, anche imprenditori e professionisti che possiedono un immobile al suo interno possono usufruire della detrazione per le spese che per forza sosterranno.

Commi da 11 a 14: cessione del credito e adempimenti tecnici

Sappiamo benissimo che il grosso dell’interesse generato da questa legge gira intorno al concetto di avere i lavori gratis, cioè senza pagare nulla. Solo la detrazione del 110% non è sufficiente ad ottenere questo risultato. Serve la possibilità di ottenere lo sconto totale in fattura o fare la cessione della detrazione sotto forma di credito.

A questo aspetto è dedicato l’articolo 121 della legge.

Però i commi da 11 a 14 dell’articolo 119, chiariscono bene i paletti che devi rispettare per accedere alla cessione del credito o allo sconto in fattura.

Infatti il comma 11 inizia con:

“Ai fini dell’opzione per la cessione o per lo sconto di cui all’articolo 121…”

Uno dei requisiti si trova proprio nel comma 11 ed è il “visto di conformità”, che è indispensabile.

In particolare la legge parla di “visto di conformità dei dati relativi alla documentazione che attesta la sussistenza dei presupposti che danno diritto alla detrazione di imposta per gli interventi di cui al presente articolo”.

Una frase degna del miglior conte Mascetti per dire che qualcuno deve verificare tutta la documentazione che i tecnici e le imprese devono produrre e, se è tutto ok, apporre il suo “visto di conformità”.

Naturalmente il visto non può metterlo un pinco pallino qualsiasi. Deve essere un commercialista, un ragioniere, un perito commerciale, un consulente del lavoro. O figure assimilabili secondo quanto stabilisce la legge.

Come vedi sono tutti professionisti nell’ambito “economico”. Quindi in sostanza, anche se non è scritto in modo esplicito, ci vuole qualcuno che certifichi la congruità dei costi…

Il comma 12 dice che le modalità di comunicazione della cessione del credito ancora non si sanno…ci vuole un provvedimento del direttore dell’Agenzia delle entrate di cui siamo ancora in attesa.

Questo significa che, ad oggi, la cessione del credito non è ancora operativa. O meglio: non sappiamo come vada fatta (e per la cronaca non lo sanno nemmeno banche e finanziarie…).

I commi 13, 13-bis e 14 parlano di dichiarazioni, attestazioni e norme tecniche che i progettisti devono rispettare sia per le opere di efficientamento energetico che per quelle sismiche:

  • Per gli interventi di efficientamento energetico i tecnici progettisti asseverano il rispetto dei limiti di legge stabiliti dalle apposite norme tecniche e la congruità della spesa;
  • Per gli interventi di miglioramento sismico i tecnici progettisti asseverano la riduzione del rischio sismico e attestano la congruità delle spese;

Già perché non pensavi forse che fosse sufficiente chiamare un’impresa e dirle:

“ehi fammi il cappotto termico che detraggo il 110%!”

Eh no…ci vuole un progetto fatto da un tecnico abilitato (con relative pratiche edilizie) che poi certifica e attesta tutto quanto.

Faremo una riflessione su questa cosa alla fine dell’articolo (leggila perché serve per tutelare te prima di tutto!).

A parte questo, in questi commici sono un paio di cose interessanti:

  • Nel comma 13, punto a) viene detto che il Mise (ministero dello sviluppo economico) deve emettere un decreto attuativo entro 30 giorni dalla data di entrata in vigore della legge (la data di pubblicazione in gazzetta ufficiale) con le modalità di trasmissione delle asseverazioni.

Naturalmente il decreto non c’è ancora.

Ma la cosa interessante è che all’interno di questo decreto ci sarà quanto riportato nel comma 13-bis…

  • Infatti nel comma 13-bis viene detto che “ai fini dell’asseverazione della congruità delle spese si fa riferimento ai prezzari individuati dal decreto di cui al comma 13, lettera a)”.

Non essendoci il decreto non ci sono nemmeno i prezziari…

Però fino alla pubblicazione del decreto si possono usare i vari prezziari esistenti (quelli regionali, quelli delle camere di commercio, industria, artigianato, etc.).

Questo è un passaggio importante perché il legislatore sta dicendo a te, ai tecnici e alle imprese: “non pensare di gonfiare i prezzi artificiosamente! Non è che fai il cappotto e con la spesa dichiarata ci rifai pure il bagno di casa…”

Lo so che tu che mi leggi sei una persona onesta, ma mi hanno già raccontato di richieste tipo: “senti con questo superbonus mi ci devi far uscire il motorino per mio figlio!”

Come si dice, prevenire è meglio che curare…

Infine il comma 14 mette il carico da novanta per i tecnici: se fanno attestazioni fasulle dovranno pagare multe da 2.000€ a 15.000€.

Considera che quindicimila euro per molti tecnici è il ricavo di un anno di lavoro…

Commi 15 e 15-bis

Siamo in fondo all’articolo 119.

Nel comma 15 viene chiarito che tutte le attestazioni, asseverazioni e il visto di conformità di cui abbiamo appena parlato, possono essere detratti.

Non si fa alcun accenno alla detrazione dei costi di analisi, progettazioni e pratiche edilizie. In teoria dovrebbero essere detraibili ai sensi delle leggi che regolano i bonus originali (ecobonus, sismabonus e bonus casa). Ma il super bonus al 110% è una misura diversa e non valgono le stesse regole…credo sia il caso di aspettare qualche chiarimento dell’Agenzia delle Entrate.

Al comma 15-bis viene fatto un chiarimento importante in merito agli immobili esclusi dal super bonus: se casa tua è accatastata come A/1 (abitazione di tipo signorile), A/8 (abitazione in villa) e A/9 (Castelli e palazzi) ti puoi attaccare. Niente super bonus per te.

Ora passiamo all’articolo sulla cessione del credito/sconto in fattura e che vedrai non si limita solo ai lavori di cui abbiamo parlato all’articolo 119.

mailling list per ristrutturare casa

CAPITOLO 3 – ARTICOLO 121: CESSIONE DEL CREDITO O SCONTO IN FATTURA AL POSTO DELLA DETRAZIONE FISCALE

La dichiarazione fatta dal governo e dai politici “ristrutturerete la casa gratis” non avrebbe avuto nessun senso se non fosse stato inserito l’articolo 121 sulla cessione del credito e lo sconto in fattura, a completamento del superbonus.

In realtà abbiamo visto che la dichiarazione non ha comunque alcun senso perché è falsa…con gli interventi detraibili al 110% non ci ristrutturi casa.

…comunque quello che dice l’articolo 121 è decisamente importante.

Infatti normalmente le detrazioni fiscali per gli interventi edilizi funzionano come sconto sulle tasse da ripartire in 10 rate annuali (5 per il sismabonus).

Nei casi previsti dal superbonus, che abbiamo appena visto, le rate diventano 5, sempre a cadenza annuale.

Ma stanti solo così le disposizioni, significherebbe che per fare i lavori intanto devi sborsare tutta la somma e poi negli anni pagherai meno tasse per l’importo che hai speso (anzi ti danno un bonus del 10%).

L’intervento è sostanzialmente gratuito, ma prevede un esborso iniziale che molte persone non possono permettersi o non vogliono fare.

Tra l’altro le detrazioni fiscali non costituiscono credito di imposta che può essere portato da un anno all’altro, ma funzionano con il concetto di capienza.

Non so se hai mai avuto a che fare con dichiarazioni dei redditi e tasse. Se tu maturi un “credito di imposta”, cioè sostanzialmente hai versato più tasse di quanto dovevi, lo Stato ha un debito con te.

Quei soldi puoi decidere di usarli subito per pagare altre tasse (l’IMU ad esempio), tenerli da parte nel tuo “cassetto fiscale” per pagare le tasse negli anni successivi, o addirittura chiederli a rimborso. E lo Stato effettivamente te li accredita, generalmente in un paio di anni (te lo posso assicurare perché l’ho fatto).

Le detrazioni fiscali per ristrutturare però non costituiscono credito di imposta, ma sconto da fruire di anno in anno sulle tasse.

Se un anno devi pagare 1.500€ di tasse e hai maturato una detrazione annuale di 1.000€ semplicemente fai la differenza e vai a pagare 500€ di tasse.

Ma se le tasse che devi pagare sono solo 500€ e la detrazione annuale è di 1.000€ non è che lo Stato ti dà i 500€ di differenza oppure puoi usare questa somma l’anno successivo. Semplicemente perdi quella parte di detrazione.

Questo è il concetto di capienza che chiunque ristruttura deve tenere molto bene in considerazione (e di cui ti ho parlato già molte altre volte).

Il superbonus al 110% non solo aumenta la percentuale di detrazione (aumentando quindi la somma assoluta da detrarre), ma dimezza anche i termini di detrazione: in questo modo le rate di detrazione annuale possono diventare anche quattro volte quelle che avresti pagato normalmente.

Facciamo un esempio.

Isoli la casa con il cappotto e spendi 50.000€ (prendiamo il limite dato dal superbonus).

Normalmente detrarresti il 65% in 10 anni, quindi: 50.000*0,65/10= 3.250€ all’anno.

Con il superbonus detrarresti il 110% in 5 anni, quindi: 50.000*1.1/5= 11.000€ all’anno.

Considera che a questa somma potresti dover aggiungere le detrazioni per l’impianto di riscaldamento, gli interventi antisismici, il fotovoltaico, le colonnine…a che somma di tasse annuale da detrarre arriviamo?

Sono in pochi quelli che se lo possono permettere.

Quindi, con questi termini, molte persone si ritroverebbero a non sfruttare realmente la detrazione del 110%.

Come risposta il legislatore, nell’articolo 121, si è inventato questa cosa della cessione del credito e dello sconto in fattura.

Che bada bene: non è una novità assoluta.

Già nel 2019 erano stati introdotti per l’ecobonus, per poi non essere rinnovati tranne che per casi particolari, mentre per il sismabonus erano modalità ancora in vigore.

Ora sono stati re-introdotti e ampliati. Principalmente con l’obiettivo di rendere realmente operativo il superbonus, ma come vedremo si sono riversati anche sulle altre detrazioni.

3.1 | Commi 1 e 1-bis: sconto in fattura e cessione del credito

Con il comma 1 vengono introdotti sconto in fattura e cessione del credito.

a) Puoi usufruire di uno sconto fino a una somma pari all’importo della detrazione (naturalmente nel rispetto dei limiti di spesa che abbiamo già visto).

Questo sconto viene fatto dalle imprese e dai fornitori che hanno eseguito l’intervento. Questi ultimi recuperano tali somme come credito di imposta pari alla detrazione che ti spetterebbe.

Tale credito possono o utilizzarlo per compensare le proprie tasse, oppure cederlo ad altri soggetti (tra cui banche e finanziarie).

Quindi, in un mondo ideale, tu non paghi nulla all’impresa e lei ti fa i lavori.

b) Puoi cedere direttamente la detrazione che ti spetta ad un soggetto terzo, trasformandola contestualmente in credito di imposta.

Tale credito che hai ceduto può a sua volta essere ceduto ad altri soggetti (banche e finanziarie)

Quindi, invece di scontarti i lavori, l’impresa te li fattura e tu glieli paghi regolarmente. Però, invece di usufruire della detrazione in prima persona, la cedi tu direttamente a qualcun altro (solitamente banche e finanziarie) sotto forma di credito di imposta.

In questa ipotesi devi comunque sborsare i soldi, anche se dovresti riceverli indietro praticamente subito (sempre in un mondo ideale).

Tutto ciò vale per le spese sostenute nel 2020 (da luglio) e nel 2021.

Sconto in fattura e cessione del credito non sono misure riferite esclusivamente alle detrazioni del super bonus. Lo vedremo nel comma 2.

Prima di parlarne vediamo cosa prevede il comma 1-bis: cioè lo sconto in fattura o la cessione del credito possono essere messi in pratica per ogni stato di avanzamento lavori.

Gli stati di avanzamento lavori (S.A.L.) sono le rate che dovresti pagare ad impresa e fornitori man mano che i lavori vanno avanti (difficilmente si può pagare tutto alla fine degli stessi…).

Ogni volta che un fornitore o l’impresa deve ricevere uno stato di avanzamento lavori puoi o ottenere lo sconto in fattura o cedere il credito.

Questo ti da la possibilità, nel caso in cui l’importo dei lavori superi i limiti dei bonus, di sfruttare questa misura per le somme che vi rientrano.

Nel caso del superbonus al 110% i S.A.L. possono essere al massimo due e devono corrispondere ad almeno il 30% dell’importo dei lavori.

3.2 | Comma 2: sconto in fattura e cessione del credito solo per il superbonus?

La risposta è no. E ce lo dice il comma 2 dell’articolo 121.

Tale possibilità viene estesa a tutte le detrazioni fiscali attualmente attive, anche quelle non inserite nel superbonus. Quindi:

  1. Bonus casa (detrazione del 50%)
  2. Ecobonus (detrazione del 50% o del 65% per le misure non previste dal superbonus, 110% per quelle del superbonus)
  3. Sismabonus (tutto compreso nel superbonus al 110%)
  4. Bonus facciate (detrazione del 90%)
  5. Installazione pannelli fotovoltaici (in realtà compreso nel bonus casa e comunque compreso nel superbonus)
  6. Installazione di colonnine elettriche (come sopra)

Quindi, tanto per capirci, vuoi ristrutturare casa?

Normalmente avresti usufruito delle detrazioni fiscali del 50% sulle somme spese (fino ad una spesa massima di 96.000€). Oggi puoi chiedere lo sconto in fattura del 50% o cedere il credito del 50%.

Lo stesso vale ad esempio per la sostituzione degli infissi o per il rifacimento dell’impianto di riscaldamento (con l’ecobonus).

Quindi non “ristrutturerete casa gratis”, però “ristrutturerete casa a metà prezzo”.

Non è la stessa cosa ma comunque non è male…

3.3 | Altri commi

Concludiamo questa lunghissima analisi con gli ultimi commi relativi allo sconto in fattura e al credito di imposta.

Sebbene tu, in qualità di committente, non puoi usufruire direttamente del credito di imposta ma lo puoi solo cedere, il comma 3 mette alcuni paletti a chi deve usare questo credito, cioè imprese, fornitori, banche, finanziarie, etc.

  • Il credito acquisito deve essere utilizzato con la ripartizione prevista dalla misura relativa (5 o 10 anni).
  • Il credito non utilizzato in un determinato anno è perso.
  • Il credito non può essere chiesto a rimborso.

Il comma 5 dice cosa succede se, durante un accertamento dell’Agenzia delle Entrate sulle detrazioni (o sui crediti di imposta), scopre che non era dovuto: le somme non dovute devono essere recuperate. Anche quelle passate.

E lo deve fare nei confronti di chi ha beneficiato degli interventi. Cioè nei tuoi confronti.

Ad ogni modo, come chiarito nel comma 6, chi ha applicato lo sconto (imprese e fornitori) e chi ha beneficiato del credito (cessionario) risponde in solido.

Questa cosa va un po’ in contrasto con quanto riportato nella guida dell’Agenzia delle Entrate (FAQ 11) secondo cui chi ha beneficiato del credito (cessionario), se lo ha fatto in buona fede, è “immune”, cioè non deve restituire il credito.

Se qualcosa non va per il verso giusto devi dimostrare il dolo di chi ha preso il credito…buona fortuna…

Infine nel comma 7 viene introdotto l’ennesimo provvedimento a carico dell’Agenzia delle Entrate, da emettere entro 30 giorni dalla pubblicazione della legge in gazzetta ufficiale, per definire le modalità attuative di sconto in fattura e cessione del credito.


Fine, stop, kaputt.

Abbiamo visto la versione definitiva del super bonus al 110% e dello sconto in fattura/cessione del credito per le detrazioni fiscali sul patrimonio edilizio esistente.

Di parole ne ho spese tante ma ci tengo a fare un paio di riflessioni finali.

Dettate anche da quello che sto vedendo in giro…

mailling list per ristrutturare casa

CAPITOLO 4 – SUPER BONUS 110% TRA LUCI, OMBRE E MODALITÀ DI INTERVENTO CHE SI STANNO DEFINENDO

Se hai mai letto il mio blog sai che raramente scrivo articoli su fatti di “cronaca” (consentimi questo termine), proprio come questo super bonus del 110% che ci è piombato addosso negli ultimi mesi.

Inseguire tutta la mole di decreti, leggi, interpretazioni, circolari, pareri, sentenze che si susseguono quotidianamente nel settore edilizio è folle. E ha trasformato il mio lavoro in una cosa più da burocrati ed avvocati che da tecnici.

Pur conoscendo le leggi non ritengo utile rincorrerle in modo affannoso come fanno molti.

Detto ciò, per questo superbonus ho deciso di fare un’eccezione principalmente per due motivi:

  1. Mi hanno dato molto fastidio i proclami di “vi ristrutturerete casa gratis” sventolate ai quattro venti dal governo, dai parlamentari, dai senatori, da qualsiasi politico con un interesse.
    È basata una veloce analisi delle prime bozze del decreto per capire che non era così. Ma intanto il messaggio sbagliato è passato…
  2. Mi ha dato altrettanto fastidio l’attività di sciacallaggio da parte di molti operatori (tecnici, imprese, artigiani, fornitori, etc.), che appena sono uscite le bozze del decreto che introduceva questo super bonus hanno iniziato con le pubblicità “contattaci per la tua ristrutturazione gratis”…
    …Sapendo (spero) di stare mentendo e col solo scopo di trovare in modo truffaldino nuovi clienti con false illusioni.
    I pochi che hanno fatto così sono stati quanto basta per “sporcare” ulteriormente un settore verso cui c’è già molta diffidenza.

Fatte queste premesse facciamo alcune riflessioni.

4.1 | Principali elementi di criticità della legge

La legge 77 è ufficialmente in vigore dal 18 luglio 2020.

Naturalmente il fatto che nessuno ristrutturerà casa gratis è stato confermato.

Ma la conversione in legge del decreto non ha accolto alcune delle istanze promosse da parte di tecnici e imprese, e che temo limiteranno l’efficacia di questa misura, soprattutto per i condomìni.

Durata della detrazione

Era stata richiesta l’estensione di almeno un anno della scadenza di questo superbonus.

Il 31 dicembre 2021, entro cui i lavori devono essere “pagati”, è una data troppo stretta. In particolare per la maggior parte di quei condomìni che non hanno già avviato una discussione su interventi di ristrutturazione da effettuare.

Convocare assemblee condominiali e deliberare interventi del genere non è un processo rapido. Anche se si tratta di lavori gratuiti. Sono necessarie più di una convocazione e gli amministratori ed i condomini devono muoversi ed essere compatti.

Vanno trovati i tecnici (che come vedremo forse andranno pagati), vanno fatte le analisi preliminari, va fatto il progetto, va approvato, va presentato e a vlte è necessario attendere anche l’aprovazione del progetto. Poi bisogna individuare l’impresa e solo alla fine partono i lavori.

E per eseguire i lavori ci vuole tempo.

Di fronte a casa mia c’è un piccolo condominio di forse una decina di unità immobiliari…lo stanno ristrutturando da oltre un anno, e l’impresa che ci lavora la conosco ed è brava ed efficiente.

Ma ho visto la stessa cosa anche nei condomini che ho seguito col mio studio, sebbene non siano il focus del nostro lavoro.

I tempi per questi interventi sono lunghi. Soprattutto per fare le cose a regola d’arte.

Il motivo ufficiale per questa mancata estensione è che non ci sono i fondi sufficienti nel bilancio dello Stato.

Su questo chiaramente non mi posso esprimere ma il mancato prolungamento è una forte limitazione. Anche a fronte di un altro aspetto.

E nel caso di abusi?

La legge che disciplina gli interventi edilizi in Italia (il d.pr. 380 del 2001) al comma 1 dell’articolo 49 chiarisce:

«gli interventi abusivi realizzati in assenza di titolo o in contrasto con lo stesso, ovvero sulla base di un titolo successivamente annullato, non beneficiano delle agevolazioni fiscali previste dalle norme vigenti, né di contributi o altre provvidenze dello Stato o di enti pubblici.»

Se in un immobile ci sono abusi non si può accedere alle detrazioni fiscali.

Una distribuzione interna diversa rispetto a quanto presente agli atti possiamo non considerarlo un abuso, ma una veranda non regolarmente autorizzata sì.

E questa cosa potrebbe essere un problema nei condomìni.

Non so dove abiti tu, ma qui a Salerno da questo punto di vista è un disastro. Ogni condomìnio ha almeno una veranda abusiva (e incondonabile). Inoltre qui abbiamo l’atavico problema degli ultimi piani totalmente abusivi…ma questa è un’altra storia…

I condomìni dove ci sono questi problemi possono o no accedere alle detrazioni fiscali? Perdono il super bonus?

Con una interpretazione rigorosa della legge la risposta sembra essere positiva…servirebbe un chiarimento dell’Agenzia delle Entrate se, in questi casi, tutto il condominio rimane fregato o solo il condòmino che ha fatto l’abuso.

Sono curioso di sapere se chi ha la veranda abusiva accetterà di rimuoverla…temo cause infinite (e quindi saltano tutti i termini).

Classi energetiche?

Ti ho già detto che non esistono gli attestati di prestazione energetica condominiali, ma solo quelli dei singoli appartamenti.

Questo porta alla necessità di predisporre attestati di prestazione energetica (APE) pre e post intervento per ogni appartamento.

E per accedere alla detrazione legata al miglioramento energetico sappiamo che bisogna migliorare di due classi energetiche l’efficienza dell’immobile.

Purtroppo dentro un edificio non tutti gli immobili hanno le stesse condizioni: ogni appartamento avrà una propria classe energetica legata a vari aspetti. Ma non è detto che gli interventi che fanno salire di due classi casa tua siano quelli che fanno salire di due classi la casa del vicino…

In questi casi cosa si fa? Si adeguano gli interventi alla classe energetica dell’appartamento più sfortunato, magari rischiando di sforare i costi massimi previsti dalla legge? Oppure ci si adegua alla situazione più diffusa rischiando di lasciare fuori qualcuno?

Lo so che la legge prevede di derogare alle due classi se si dimostra che non è possibile migliorarle ulteriormente…ma appunto bisogna dimostrarlo.

4.1 | Elementi positivi

A fronte di queste criticità il superbonus al 110% è sicuramente una misura positiva. E con la conversione in legge sono stati introdotti alcuni elementi positivi ascoltando le varie istanze.

Si alle villette a schiera

Le famose “villette a schiera”, per cui ho ricevuto decine di richieste di chiarimenti sotto l’articolo precedente, sono state inserite: ogni proprietario di una casa all’interno di questi edifici potrà fare i lavori e accedere autonomamente al super bonus.

Qui ho sintetizzato con “villette a schiera”, ma come già detto vale lo stesso per gli edifici bifamiliari e assimilabili.

Si parla di tutti quelle unità immobiliari che, anche se all’interno di edifici con più unità immobiliari, hanno un accesso autonomo.

Sì alle seconde case

Sono state introdotte anche le seconde case.

O meglio: ogni persona può accedere al superbonus per interventi su due unità immobiliari di propria proprietà. Oltre a tutti quelli che beneficiano di lavori sulle parti comuni dell’edificio (gli appartamenti in condomini che vengono isolati ad esempio).

A chiusura dell’articolo vorrei fare un’ultima riflessione su come imprese, banche, finanziarie, etc. si stanno muovendo per infilarsi in questo super bonus.

D’Altronde senza di loro non si batte chiodo e comunque è una ghiotta occasione di guadagno.

Come si stanno muovendo i player del settore?

Come ti ho già detto per player intendo tecnici, imprese, fornitori, banche, finanziarie ed assimilabili.

Alcuni miei colleghi hanno cominciato a girare come delle trottole tra persone e amministratori condominiali che li contattano per avere informazioni. Oltre ad intessere rapporti con imprese, banche e finanziarie.

La mia sensazione è che ci sarà un sacco di lavoro per i tecnici che vogliono mettersi in gioco, ma che devono fare molta attenzione perché siamo il soggetto più debole nella partita. Sicuramente quello maggiormente a rischio.

Il sistema che si sta creando prevede una stretta collaborazione da un lato tra chi realizza le opere e fornisce i materiali, e dall’altro tra banche/società finanziare.

L’obiettivo è fornire al cliente finale un lavoro gratis. E di guadagnarci naturalmente.

Infatti l’ipotesi di cessione del credito da parte dell’utente finale dell’intervento (tu per intenderci) dopo aver pagato i lavori all’impresa, non sta avendo molto successo.

La gente non vuole tirare fuori nemmeno un euro…vuole lo sconto totale dei lavori dalla fattura. E basta.

Chiaramente le imprese non possono sopravvivere con uno sconto del 100% sui lavori che svolgono. E nemmeno tenersi il credito gli può servire più di tanto: le tasse che devono pagare (e quindi compensare col credito) sono esclusivamente quelle derivate dai lavori…Se fatturo 100 e devo pagare 60 di tasse…dei restanti 40 di credito che mi viene dato che me ne faccio?

Quindi le imprese stanno facendo accordi con banche e finanziarie che invece hanno tutto l’interesse per prendersi questo super credito di imposta.

Questi soggetti pagano montagne di tasse generate da moltissime fonti…quindi possono detrarre tranquillamente il credito del super bonus che acquisiscono…non hanno problemi di capienza!

In base a questi accordi le imprese sconteranno completamente l’importo della fattura al cliente finale e riceveranno immediatamente i soldi da banche e finanziarie.

Questi ultimi acquisiranno il credito corrispondente alla detrazione del 110% di cui avrebbe dovuto fruire l’utente finale, cioè tu.

Il sistema in teoria funziona, anche se è ancora in fase di messa a punto.

Però è chiaro che banche e finanziarie non sono enti benefici.

Erogando i soldi adesso si prendono un credito futuro. Si tratta di una sorta di mutuo che invece di essere rimborsato da chi riceve il prestito in ultima istanza (cioè tu), viene rimborsato dallo Stato.

Quando chiedi un prestito o fai un mutuo non devi pagare gli interessi?

Ti danno 100 e nel corso degli anni restituisci una somma molto maggiore…120, 130…

Questa differenza serve per coprire i costi di gestione, i rischi che si prende chi presta i soldi (rischio che tu non glieli restituisca) e per dare un guadagno.

Il 10% di extra del super bonus, nelle intenzioni dello Stato, serviva proprio per coprire tutti questi costi extra.

Ma non basta.

Ho avuto modo di parlare con varie finanziarie ed ESCo (Energy Service Company…un modo carino per dire società finanziarie) e tutte mi hanno detto che il 10% non basta.

Non basta alle banche, non basta a loro, non basta a nessuno.

Come immaginavo.

Vuol dire che salta il banco?

No…vuol dire che l’impresa fa lavori per 100, lavori che ti sconta completamente, e invece di ricevere da banche e finanziarie 100, riceverà 80, 85, 90…(girandogli un credito di 110).

Diciamo che le percentuali richieste dai soggetti finanziari per far funzionare tutto variano tra il 20% e il 30%.

Le imprese possono permettersi di fare lavori del valore di 100 e incassare 80?

Dipende.

Naturalmente nei 100 dei lavori fatti dall’impresa c’è anche l’utile dell’impresa stessa, cioè i soldi che si mette in saccoccia come guadagno per il lavoro svolto.

E l’incidenza di questo utile può variare molto da cantiere a cantiere.

Ci sono cantieri dove il guadagno netto supera i 30 su 100, altri dove sta sotto i 10 su 100.

Naturalmente con l’utile l’imprenditore ci deve mettere il piatto in tavola.

Quindi ogni caso andrà valutato attentamente.

Uno dei modi, non proprio trasparente, per superare i problemi dati da utili risicati sarebbe alzare artificiosamente l’importo dei lavori.

Un cappotto termico invece di farlo costare 60 per ogni metro quadro installato (numero inventato) lo faccio costare 70…e vedi come i conti schizzano in alto.

Per evitarlo si è imposto un controllo obbligatorio dei costi e i prezziari fissi.

Siamo ancora in attesa del decreto attuativo che stabilisca quali sono questi prezziari (anche se al momento si può fare riferimento a quelli già esistenti) però è una cosa buona.

Ma vedo alcuni problemi:

  • Gli importi presenti nei prezziari regionali, attuale riferimento, sono congrui per interventi di medio-grande dimensione. Ma per lavori piccoli (come può essere anche la palazzina con 4 o 5 appartamenti e come lo è sicuramente una casa singola) non lo sono affatto.
  • La legge prevede l’utilizzo di materiali certificati secondo i “criteri ambientali minimi”.

Non ti spiego cosa sono…sappi solo che significa che i materiali devono essere ecologici.

E questi materiali ecologici costano molto di più dei classici materiali da costruzione. Che sono quelli presenti nella maggior parte dei prezziari attualmente in circolazione.

Mi auguro che i nuovi prezziari che verranno elaborati tengano conto di questi aspetti e che non siano una semplice replica di quelli esistenti.

La mia sensazione però è che non tutti gli interventi troveranno facilmente chi accetta di prendersi il credito e che saranno effettuate approfondite analisi economiche da parte degli operatori prima di procedere.

Che bada bene, è positivo per la sostenibilità dei lavori. Ma restringe ancora di più il ventaglio di immobili che potranno sfruttare il superbonus.

In mezzo a tutto ciò c’è l’annosa questione dei progettisti. Che sono obbligatori ma puoi detrarre/scontare/cedere il credito della loro parcella?

4.3 | Il tecnico lo porta l’impresa o tu? E chi lo paga

Abbiamo visto che le asseverazioni e le certificazioni necessarie per accedere allo sconto in fattura/cessione del credito possono essere detratte.

Ma non viene fatto nessun riferimento alle spese necessarie per analisi, progettazioni, pratiche edilizie, direzioni lavori.

Gli interventi previsti dal super bonus sono complessi. Non basta asseverare di aver migliorato l’edificio. Ci vuole qualcuno che si prenda la responsabilità di dire quali sono le prestazioni da raggiungere e come si fa a raggiungerle.

Ci vuole il progetto.

E quasi sempre questi interventi richiedono anche una pratica edilizia e una direzione lavori.

Queste sono tutte prestazioni che nelle normali detrazioni fiscali possono essere portate in detrazione. Nulla fa pensare che per il super bonus, che non è altro che un’estensione delle detrazioni già esistenti, si debba prevedere qualcosa di diverso.

Quindi, a meno di smentite, tra le spese detraibili al 110% ci sono anche quelle dei tecnici, non solo per le asseverazioni.

Detto ciò: i tecnici accetteranno di essere assimilati alle imprese, quindi scontando l’importo della loro fattura e cedendo il credito?

E troveranno qualche finanziaria disposta a prendersi questo credito?

Ammetto di aver avuto notizie contrastanti in merito. C’è chi mi ha detto che sì, la mia parcella mi sarebbe stata pagata cedendogli il credito e chi no, che avrei dovuto appoggiarmi all’impresa per essere pagato.

Non voglio approfondire oltre, però ti do sempre il solito consiglio: il tecnico deve essere totalmente indipendente dall’impresa. E deve venire prima.

So che questo dell’indipendenza tecnico/impresa è un concetto difficile da far comprendere a chi è totalmente digiuno del settore. Ma se il tecnico è pagato dall’impresa (non importa come) c’è il pericolo che non tuteli il cliente finale (cioè tu) ma chi gli paga la parcella, cioè l’impresa.

Ti ricordi cosa abbiamo detto riguardo alla FAQ 11 della guida dell’agenzia delle entrate?

In caso di problemi con il credito detratto chi paga sei tu, non chi ha usufruito del credito. Vuoi farti tutelare da u tecnico che viene pagato da chi in fondo non rischia nulla?

4.4 | Conclusione

A mio modo di vedere le uniche cose certe ad oggi (è il 25 luglio 2020 mentre scrivo) sono:

  1. Mancano i decreti attuativi del Mise e i provvedimenti dell’Agenzia delle Entrate.
    Circolano già le prime bozze ma finché non saranno pubblicati il super bonus non sarà effettivamente applicabile.
    Dovrebbero arrivare a ferragosto, insieme ai gavettoni. Fino ad allora tutto fermo;
  2. I tempi sono stretti, quindi se il tuo condominio vuole farcela deve partire adesso.
    Se hai una casa singola o una villetta a schiera invece potresti non avere tutta questa fretta;
  3. Devi rivolgerti prima ad un tecnico di fiducia (possibilmente un tecnico che abbia un team dietro…uno da solo non può avere tutte le competenze necessarie per quello che viene richiesto dalla legge), fargli fare un progetto con le necessarie verifiche e poi trovare l’impresa che esegua i lavori e ti faccia lo sconto in fattura (o la finanziaria che si prende il credito e ti porta l’impresa);
  4. Se durante una verifica dell’Agenzia delle Entrate (dopo i lavori) sulle pratiche di super bonus (e sono sicuro che ce ne saranno a bizzeffe) qualcosa non tornasse…preparati a restituire tutto (e a rivalerti sui tecnici con cause infinite).

Ci sarebbero tante altre cose da dire ma per ora ci fermiamo qui.

Il superbonus e lo sconto in fattura/cessione del credito sono due opportunità enormi che si sono aperte per fare interventi importanti sugli edifici.

Bisogna sfruttarli al meglio ma non devi mai scordarti del detto:

“non esistono pasti gratis”

Tutto ha un prezzo, sta a te pagare il prezzo minore che quasi mai coincide con il minor esborso economico.    

mailling list per ristrutturare casa

L’articolo Super bonus 110%: guida pratica per proprietari di casa che non credono alle “ristrutturazioni gratis per tutti” sembra essere il primo su RistrutturazionePratica | la corretta pianificazione e gestione della ristrutturazione.

15 Maggio 2020 / / Blog

Il 13 maggio 2020 è uscito lo schema del decreto legge “Rilancio”, di cui tanto si è parlato e si continua a parlare, che contiene le misure con cui il Governo italiano intende dare risposta al disastro causato dal COVID.

In mezzo ci sono anche alcuni provvedimenti legati al settore dell’edilizia e in particolare al potenziamento di alcune delle detrazioni fiscali già esistenti…ecco le mie riflessioni.

mailling list per ristrutturare casa

I proclami giunti da più parti su tali misure sono stati:

“ristrutturazioni gratis per tutti”

Che poi chi li ha pronunciati non ha fatto altro che riprendere le parole del capo di governo:

“non si spenderà un soldo per le ristrutturazioni”

Il testo del decreto è di oltre 450 pagine e 256 articoli, ma quelli che interessano le misure per il “rilancio dell’edilizia” sono solo tre.

Art. 128: incentivi per efficientamento energetico, sisma bonus, fotovoltaico e colonnine di ricarica di veicoli elettrici

Art. 128-ter Trasformazione delle detrazioni fiscali in sconto sul corrispettivo dovuto e in credito d’imposta cedibile

Art.129 Cessione dei crediti d’imposta riconosciuti da provvedimenti emanati per fronteggiare l’emergenza da COVID-19

Me li sono letti attentamente e, al netto del solito e stucchevole linguaggio “legalese” di cui sono infarciti, tutti i proclami di ristrutturazioni gratis mi paiono per lo meno leggermente gonfiati…

Cerchiamo di capire un po’ meglio come sta la situazione.

[NB: io non sono un avvocato. purtroppo per leggere e capire a fondo alcuni passaggi di questo decreto è necessaria una preparazione da avvocato (a causa di molteplici rimandi a varie leggi).

Ne è un esempio la definizione di edificio a cui faremo accenno e che riveste un ruolo fondamentale per comprendere quanto ampie sono le misure previste in questo decreto.

Non per niente tutti gli articoli e i webinar più autorevoli sull’argomento di questo periodo sono stati fatti da avvocati.

È molto triste che l’edilizia sia da molti anni materia più da avvocati che da progettisti…ma tant’è.

Quindi questa è la mia interpretazione di quello che leggo…sperando di venire smentito in toto da qualche bravo avvocato]

Qualche premessa

Giusto per non dire delle cose e poi dovermi rimangiare tutto, ritengo sia giusto fare alcune precisazioni:

  1. Il testo che mi sono studiato è lo schema del decreto. Quello approvato dal governo ma che non è ancora né ufficiale né in vigore, infatti…
  2. Il decreto dovrà passare alle camere, essere discusso e poi approvato e convertito in legge.
    Durante questi passaggio potranno esserci delle variazioni…(e spesso sono significative)
  3. Molti passaggi sono vaghi e demandati a futuri decreti attuativi. Comunque saranno necessari dei chiarimenti da parte di chi di dovere…che non arriveranno prima che il decreto sia tramutato in legge.

Quindi i tempi sono ancora lunghi per dare un giudizio definitivo.

Vediamo comunque quali sono le misure previste nei tre articoli.

mailling list per ristrutturare casa

Art. 128: incentivi per efficientamento energetico, sisma bonus, fotovoltaico e colonnine di ricarica di veicoli elettrici

In questo articolo sono contenute tutte le misure legate alle detrazioni fiscali sulla ristrutturazione “potenziate”.

Ci sono tanti aspetti da considerare, io voglio concentrarmi solo su quelli strettamente legati al settore che ci interessa qui: la ristrutturazione di case e appartamenti eseguita dai privati.

Come vedremo a breve, non c’è dubbio che tale decreto punti principalmente all’efficientamento e messa in sicurezza dei condomini e non si interessi molto dei singoli appartamenti…con buona pace di chi voleva fare ristrutturazioni gratis.

Chiarito questo vediamone i contenuti e contemporaneamente facciamo qualche prima riflessione.

Sono quattro le macro-categorie di interventi interessate dalle detrazioni potenziate:

  • Ecobonus (commi 1, 2 e 3)
  • Sismabonus (comma 4)
  • Installazione di sistemi fotovoltaici (commi 5, 6, 7 e 8)
  • Colonnine elettriche (comma 9)

Prima di vedere i dettagli di ognuno tracciamo le linee generali comuni a tutti (e la differenza con il “vecchio”):

  1. La detrazione è pari al 110% (prima era, a seconda della misura, al 50%, 65%, 70%, 75%, 85%)
  2. Il provvedimento vale per le spese sostenute dal 1 luglio 2020 fino al 31 dicembre 2021 (la scadenza dell’ecobonus “normale” è al 31 dicembre 2020, per del sismabonus “normale” è al 31 dicembre 2024)
  3. La detrazione va divisa in 5 quote annuali (per l’ecobonus erano 10 rate annuali, per il sismabonus erano già 5 rate annuali)
  4. Le detrazioni valgono solo per i condomini e per le prime case. Quindi le seconde, terze, quarte, etc. case sono escluse

Ok, questi i dati principali…ma la domanda principale chiaramente è: quali sono le opere che effettivamente possono essere detratte?

Come ti ho anticipato il decreto pone forti limitazioni di intervento, soprattutto per l’ecobonus che era la misura più attesa da parte dei proprietari di casa.

E che li lascerà delusi.

Quindi partiamo con vedere proprio…

Le opere rientrati nell’ecobonus che possono essere detratte al 110%

Come forse sai l’ecobonus è un accrocchio di leggi che si susseguono dal 2006, che ogni anno vengono cambiate/integrate e che devono essere confermate con le leggi di bilancio.

Dopo la prima legge del 2006 si è raggiunto un altro punto importante nel 2013. Da allora le variazioni sono state oggettivamente poche.

Se non hai la più pallida idea di come funzioni l’ecobonus (e le detrazioni fiscali in genere), potrebbe esserti utile un passaggio su questi due articoli che ho scritto tempo fa:

Incentivi Ristrutturazione: esistono solo il 50% e il 65%?

Le agevolazioni fiscali per la ristrutturazione di casa tua nel 2018

Se dovessi raccontarti tutta la storia dell’orso dall’inizio faremmo notte…

Tornando al nostro decreto legge “Rilancio”, è il comma 1 dell’articolo 128 che mette i paletti sulle opere rientranti nell’ecobonus e la cui detrazione sale al 110%.

Le 3 misure per cui è prevista la detrazione al 110%

  1. interventi di isolamento termico delle superfici opache verticali e orizzontali che interessano l’involucro dell’edificio con un’incidenza superiore al 25 per cento della superficie disperdente lorda dell’edificio medesimo.
  2. interventi sulle parti comuni degli edifici per la sostituzione degli impianti di climatizzazione invernale esistenti con impianti centralizzati per il riscaldamento, il raffrescamento o la fornitura di acqua calda sanitaria a condensazione, […] a pompa di calore, ivi inclusi gli impianti ibridi o geotermici, anche abbinati all’installazione di impianti fotovoltaici […] ovvero con impianti di microcogenerazione.
  3. interventi sugli edifici unifamiliari per la sostituzione degli impianti di climatizzazione invernale esistenti con impianti per il riscaldamento, il raffrescamento o la fornitura di acqua calda sanitaria a pompa di calore, ivi inclusi gli impianti ibridi o geotermici, anche abbinati all’installazione di impianti fotovoltaici […] ovvero con impianti di microcogenerazione.

Ti ho evidenziato in neretto i passaggi che nella sostanza fanno piazza pulita del 90% degli interventi di ristrutturazione di interni che ogni anno realizzano i proprietari di casa.

Non voglio tirare fuori adesso statistiche di cui ho già parlato più volte, ma in Italia la maggior parte delle persone vive in città. All’interno di appartamenti dentro i condomini.

Sicuramente c’è una buona parte di persone che vive in ville, villette, case a schiera…ma oggettivamente rappresentano una minoranza (e anche questi in buona parte sono stati esclusi…).

Detto ciò capiamo bene cosa significa quello che abbiamo scritto nell’elenco qui sopra.

Punto a) – isolamento superfici opache

Al punto a) parliamo di isolamento termico degli edifici. Ed in particolare delle cosiddette “superfici opache”. Quindi muri e solai.

Le finestre sono apparentemente escluse da questo bonus al 110% (anche se non è proprio così e lo vedremo più avanti).

Ma il punto centrale che ci interessa è una condizione che viene imposta per accedere alla detrazione del 110%: l’isolamento deve interessante oltre il 25% della superficie disperdente dell’edificio.

Attenzione: parliamo di edificio…non di unità immobiliare.

La definizione di edificio ce la da un’altra legge, il dpr 412/93 (a cui nel decreto rilancio si fa riferimento). All’articolo 1, comma 1 troviamo:

a) per «edificio», un sistema costituito dalle strutture edilizie esterne che delimitano uno spazio di volume definito, dalle strutture interne che ripartiscono detto volume e da tutti gli impianti, dispositivi tecnologici ed arredi che si trovano al suo interno; la superficie esterna che delimita un edificio può confinare con tutti o alcuni di questi elementi: l’ambiente esterno, il terreno, altri edifici; 

Questa è una definizione che troviamo nel decreto citato, ma è più o meno identica anche in altre leggi.

Quindi un appartamento non è un edificio…e un appartamento in condominio non potrà mai (o in casi molto rari) interessare più del 25% della superficie disperdente dell’intero edificio.

[Tra l’altro il “25% della superficie disperdente dell’edificio” è un parametro individuato proprio dalla legge sul contenimento dei consumi energetici per porre un limite tra obblighi di interventi più o meno stringenti.]

Detto ciò il risultato è che viene limitata di molto la possibilità di accedere a questo bonus del 110%. Un singolo proprietario di casa che ristruttura il suo appartamento a queste condizioni non riuscirà ad accedervi.

Invece un condominio sì.

L’obiezione potrebbe essere: “ma per isolare in condominio bisogna per forza fare il cappotto, quindi deve intervenire il condominio”.

Non è così: l’anno scorso ho isolato completamente un grande appartamento in condominio intervenendo sulle pareti perimetrali e sul soffitto dall’interno (e senza perdere spazio in casa…).

Proseguendo, all’interno del testo si parla anche dell’ammontare massimo della spesa che può essere detratta, pari a 60.000€ (per unità immobiliare in caso di condomini).

Quindi le somme spese in eccedenza rispetto a queste non vengono detratte al 110%.

Fermo restando che è una somma importante…solitamente per un isolamento si spende molto meno…c’è da evidenziare che nella formulazione “normale” dell’ecobonus 60.000€ sono la detrazione massima, corrispondente al 65% di una spesa complessiva su cui calcolarla, che pertanto risulta essere di oltre 90.000€.

Quindi se detrai al 65% è plausibile che la spesa possa superare i 90.000€, se invece detrai al 110% la spesa diminuisce…

Fatto questo inciso, andiamo oltre.

Punto b) – impianti di climatizzazione centralizzati

Al punto b) il decreto è molto chiaro: si parla di realizzare impianti di climatizzazione centralizzati. Quindi condominiali.

Anche in questo caso quindi il singolo proprietario che ristruttura il suo appartamento è escluso.

Una cosa che salta agli occhi è la “localizzazione” degli interventi che possono accedere al bonus al 110%: solo se sono realizzati sulle parti comuni.

Spieghiamo: un impianto centralizzato è formato da impianti che servono tutti gli immobili (e che quindi sono “parti comuni”); ma è formato anche da tutti quegli elementi che si trovano all’interno dei singoli appartamenti…che non sono comuni ma privati…e quindi sono esclusi da tale bonus.

Verosimilmente se sostituisco un impianto di climatizzazione condominiale dovrò fare interventi anche dentro i singoli appartamenti…

Per quanto riguarda la somma da detrarre, la spesa massima è pari a 30.000€ (per unità immobiliare).

Punto c) – impianti di climatizzazione su edifici unifamiliari

Infine il punto c) è espressamente rivolto ad “edifici unifamiliari”.

Facciamo riferimento alla definizione precedente di edificio e ancora una volta tagliamo fuori tutti gli appartamenti. Ma anche le case a schiera e le bifamiliari…

Tra l’altro in questo caso sono esclusi dalla “detrazione potenziata” tutti gli impianti a metano (invece consentiti per i condomini), a meno che non siano ibridi (cioè con una parte da altre fonti energetiche).

In sostanza vengono promosse principalmente le pompe di calore che, per intenderci, sono i sistemi con cui funzionano i condizionatori.

Chiaramente parliamo di impianti evoluti e non il classico split economico del centro commerciale che ti metti per fare fresco in estate…

Per questi interventi la spesa massima detraibile è di 30.000€.

Queste sono le tre tipologie di interventi rientranti nell’ecobonus e direttamente detraibili al 110%.

Avevo ragione a dire che per chi vuole “ristrutturare la casa gratis” sono un po’ deludenti?

Se hai una villa ti va bene…se hai un appartamento invece…

I paletti messi sono molto rigidi e tagliano fuori gran parte delle abitazioni, a meno che non sia il condominio a fare i lavori.

Insomma il proclamo “ristrutturerete casa gratis” è una bufala.

Detto ciò vediamo altri aspetti interessanti.

mailling list per ristrutturare casa

Estensione della detrazione del 110% alle altre misure dell’ecobonus

Poco fa abbiamo detto che, ad esempio, la sostituzione degli infissi è esclusa dalla misura potenziata.

Però…se viene fatto l’isolamento delle strutture opache…è possibile detrarre al 110% anche la sostituzione delle finestre.

Infatti al comma 2 dell’articolo 128 viene chiarito che, nel caso in cui si faccia uno degli interventi di cui alle lettere a), b), c) (quelli che abbiamo appena visto), anche tutte le altre opere che eseguite contemporaneamente e che fanno parte di quelle agevolate con l’ecobonus, possono rientrare nella stessa percentuale di detrazione.

Quindi parliamo sostanzialmente di sostituzione infissi, schermature solari e pannelli solari.

Un po’ cervellotico…ma comunque è così.

C’è poi un ultimo paletto da superare per poter sfruttare le detrazioni al 110%. E lo troviamo nel comma 3 dell’articolo 128. Riguarda le:

Prestazioni da raggiungere per accedere al bonus del 110%

Deve esserci un miglioramento di 2 classi energetiche dell’immobile per poter detrarre al 110%.

Miglioramento che deve essere dimostrata con un attestato di prestazione energetica (A.P.E.) pre e post intervento.

Le classi energetiche attualmente normate sono 10. Dalla più alta alla più bassa: A4, A3, A2, A1, B, C, D, E, F, G.

C’è da dire che la maggior parte degli edifici sono tra la classe E e la classe G…quindi solitamente con gli interventi previsti dall’ecobonus (rispettando i parametri di legge) non è un gran problema salire di due classi.

Il problema è che non esistono A.P.E. per i condomini ma solo per le singole unità immobiliari…la gestione di questa cosa non sarà semplice…

C’è una “postilla” a questo comma che però spariglia le carte: se non è possibile salire di due classi energetiche, si può accedere ugualmente alla detrazione del 110% dimostrando che si è raggiunta la massima classe possibile in relazione all’intervento. 

E con questo…abbiamo finito con l’ecobonus.

Passiamo al sismabonus, di cui si parla nel comma 4.

Fortunatamente da qui le cose sono più semplici…

La detrazione al 110% per interventi di miglioramento sismico

Ancora una volta non mi sembra il caso di ripetere concetti già espressi. Puoi fare riferimento a questo articolo sul sismabonus che ho pubblicato qualche tempo fa:

Ristrutturazioni antisismiche: sisma bonus for dummies!

Detto ciò la detrazione al 110% viene genericamente estesa a tutti gli interventi classificati dall’ecobonus.

Quindi:

  • Semplice miglioramento sismico: si passa dal 50% al 110%;
  • Miglioramento di una classe di rischio: si passa dal 70% al 110%;
  • Miglioramento di due classi di rischio: si passa dall’80% al 110%;
  • Miglioramento di una classe di rischio per opere su parti comuni (p.e. strutture dei condomini): si passa dal 75% al 110%;
  • Miglioramento di due classi di rischio per opere su parti comuni: si passa dall’85% al 110%;
  • Demolizione e ricostruzione (con criteri antisismici): si passa dal 75%/85% al 110%.

Inoltre viene introdotto il concetto di cessione del credito, ampiamente approfondito negli articoli successivi del decreto: in caso di cessione del credito la detrazione-extra scende dal 110% al 90%.

E anche per il sismabonus è tutto…passiamo alle:

Misure per fotovoltaico e colonnine elettriche

Per il fotovoltaico i commi di riferimento sono i 5, 6, 7, 8.

Qui sono incentivate sia l’installazione dei pannelli fotovoltaici con relativa impiantistica (comma 5) che dei sistemi di accumulo dell’energia (comma 6).

Per quanto riguarda i pannelli:

  • Detrazione del 110%
  • La detrazione va divisa in 5 rate annuali
  • Ammontare massimo delle spese di 48.000€
  • Limite di spesa di 2.400€ a Kw installato
  • Il limite scende a 1.600€ a Kw se l’intervento viene classificato come “ristrutturazione edilizia”, “nuova costruzione” o “ristrutturazione urbanistica” (bisogna fare riferimento alle definizioni del Testo Unico dell’edilizia, d.pr. 380/2001)

(Giusto per chiarire: l’installazione dei pannelli fotovoltaici di norma rientrano nell’edilizia libera, quindi non nelle tre categorie qui sopra. Però ci possono essere delle casistiche particolari…)

C’è da evidenziare che prima la detrazione massima era di 48.000€ corrispondente al 50% di una spesa massima di 96.000€.

E inoltre si parla di spesa massima, non per singola unità immobiliare, da ripartire tra gli aventi diritto.

Per quanto riguarda i sistemi di accumulo (comma 6) viene detto che possono essere realizzati insieme ai pannelli o anche dopo. Tutte le detrazioni sono uguali a quelle dei pannelli (che abbiamo appena visto) solo che il limite di spesa per Kw installato è di 1.000€.

Sulle colonnine elettriche (quelle per la ricarica dei veicoli per intenderci) al comma 9 si dice che la detrazione è del 110% da dividere in 5 rate annuali.

Bene…queste sono le misure generali previste dall’articolo 128 del d.l. rilancio per quanto riguarda l’edilizia (e assimilabile).

Prima di passare a crediti di imposta e sconti in fattura, ci sono però altre cose inserite nei commi successivi dell’articolo 128, che ritengo sia utile vedere rapidamente.

Varie ed eventuali

Comma 11…no seconde case

Una persona fisica (come puoi essere tu) che fa gli interventi previsti per l’ecobonus (commi 1-3 dell’articolo 128) su edifici unifamiliari che non siano adibiti ad abitazione principale, non può accedere alla misura del 110%.

In sostanza vengono escluse le seconde case. Se hai la villa al mare non vale…

Però se lo fai esercitando attività di impresa…vale.

Cioè, se sei un’impresa che ristruttura e poi vende, puoi accedere alla detrazione del 110% anche per gli interventi di ecobonus (per il sismabonus non c’è questa limitazione).

Comma 12…cessione del credito e sconto in fattura

Qui viene introdotta questa possibilità…che però viene approfondita nell’articolo successivo (tra poco ne parliamo)

Comma 13…visto di conformità

Chi chiede la detrazione deve ottenere un “visto di conformità” sui dati inseriti nella documentazione con cui attesta il diritto ad accedere alla detrazione.

In sostanza ci vuole qualcuno che dica che non stai dicendo balle.

E questo qualcuno sono commercialisti, ragionieri, periti commerciali, consulenti del lavoro.

Comma 15…trasmissione

Naturalmente tutta la documentazione deve essere completamente in regola e non si scampa dagli adempimenti classici dell’ecobonus (trasmissione schede ad enea, pagamenti, produzione e conservazione documentazione, etc.).

Ok…abbiamo veramente finito l’analisi delle misure di detrazione estese al 110%.

So già che per molte persone il sorriso si è trasformato in una smorfia di delusione.

Prima di cedere allo sconforto dobbiamo analizzare l’altra parte delle promesse fatte e che hanno allettato molte persone: la possibilità di cedere la detrazione a terzi o addirittura farsi scontare tutto l’importo speso da chi esegue i lavori.

Già perché uno dei grossi problemi è che molte persone vorrebbero fare una ristrutturazione ma non hanno i soldi…

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Art. 128-ter Trasformazione delle detrazioni fiscali in sconto sul corrispettivo dovuto e in credito d’imposta cedibile

Partiamo col chiarire un paio di concetti.

Le detrazioni fiscali normalmente funzionano con il criterio di capienza.

Cioè sono uno sconto sulle tasse che devi pagare.

In sostanza se devi pagare 1.000€ di tasse con la detrazione puoi avere uno sconto su tale somma.

Però se la detrazione a cui hai diritto è pari a 1.100€, ne detrai 1.000€, ma i 100€ in più a cui avresti diritto non ti vengono restituiti…semplicemente li perdi. E non puoi utilizzarli gli anni successivi.

Il credito di imposta invece funziona proprio così: se quest’anno devi pagare 1.000€ di tasse e hai un credito di imposta di 1.100€, puoi:

  • azzerare le tasse di quest’anno e i 100€ che ti avanzano stanno lì da parte e puoi utilizzarli gli anni successivi sempre per diminuire le tasse;
  • utilizzare solo una parte del credito per abbassare le tasse e riservarti il restante negli anni successivi;
  • o addirittura chiedere il rimborso del credito di imposta (totale o parziale).

Infatti il credito di imposta non sono altro che maggiori tasse che tu hai già pagato e che lo stato di deve…nella sostanza sei creditore nei confronti dello stato.

Questi due concetti sono importanti per quanto diremo adesso.

Comma 1 – sconto in fattura e cessione del credito

L’articolo 128-ter al comma 1 ci dice che, invece di usufruire direttamente della detrazione, puoi:

  1. Avere uno sconto in fattura, da parte del fornitore (o dell’impresa), pari all’ammontare dovuto.
    Il fornitore recupera tale somma come “credito di imposta”, che può a sua volta cedere anche a soggetti terzi (come banche o finanziarie)
  2. Trasformare la detrazione in credito di imposta con la possibilità di cederlo ad altri soggetti (ancora banche o finanziarie)

Al comma 3 viene chiarito che:

  1. Il credito di imposta derivante da queste misure va utilizzato solo a compensazione…non puoi chiederlo indietro come per il credito di imposta normale;
  2. Il credito di imposta deve essere utilizzato con la ripartizione annuale delle detrazioni (quindi 5 anni). Quello che “avanza” lo puoi usare negli anni successivi.

Su questo faremo delle riflessioni alla fine perché forse è l’unico passaggio veramente interessante (e meno brutto di come viene dipinto da imprese, professionisti e artigiani).

Però prima torniamo indietro al comma 2 dell’articolo.

Comma 2 – estensione di sconto in fattura e credito di imposta ad altre detrazioni

Il comma 2 ci dice che è possibile trasformare le detrazioni fiscali in credito di imposta (od ottenere lo sconto in fattura) non solo per le misure potenziate al 110%, che abbiamo visto nell’articolo 128, ma anche per:

  • Le detrazioni maturate per la ristrutturazione della casa (bonus casa)
  • Le detrazioni maturate per tutte le misure dell’ecobonus
  • Le detrazioni maturate per le opere di cui al bonus facciate

Spieghiamoci.

Sai che se ristrutturi casa hai diritto alla detrazione del 50% (bonus casa) da ripartire in 10 rate annuale.

Qui ti dicono che invece di fare la detrazione normalmente puoi chiedere lo sconto in fattura o trasformare la detrazione in credito di imposta (e trasferire tale credito a terzi).

E questo vale anche per le misure dell’ecobonus non direttamente inserite nell’articolo 128.

Ad esempio se sostituisci gli infissi hai diritto alla detrazione del 50% (ecobonus), e puoi chiedere lo sconto in fattura o trasformare la detrazione in credito di imposta o trasferire tale credito a terzi.

Quindi una misura a favore di chi si ristruttura la casa finalmente l’abbiamo trovata!

…certo siamo lontani da “ristrutturi casa gratis”…

Art.129 Cessione dei crediti d’imposta riconosciuti da provvedimenti emanati per fronteggiare l’emergenza da COVID-19

Questo è l’ultimo articolo di interesse.

Qui non c’è niente di molto diverso da quanto abbiamo visto nell’art. precedente…semplicemente viene chiarita la possibilità di cessione del credito, anche parziale, a banche e finanziarie.

Un paio di riflessioni

Chiudiamo questo lungo articolo con qualche riflessione…

1 – chi deve ristrutturare casa (e non ha una villa) è sostanzialmente escluso da queste misure

Come abbiamo già detto più volte la realtà dei fatti si scontra in modo crudo con i proclami e le speranze che avevano acceso in molti.

In questi giorni sono stato contattato da varie persone che volevano più informazioni su queste “detrazioni fiscali potenziate”

…il leit motiv era: “se le cose stanno veramente così rivoluziono casa”.

Oggettivamente già dalle prime indiscrezioni che erano trapelate nei giorni scorsi mi sembrava che i proclami del governo fossero esagerati. Ora ne abbiamo conferma.

Purtroppo molte aspettative andranno deluse.

Infatti siamo di fronte a misure che privilegiano gli interventi su edifici interi e non su singole unità immobiliari.

Personalmente ritengo sacrosanto e prioritario l’intento di promuovere finalmente una seria riqualificazione dei condomini, senza fermarsi al solo lato estetico, come è stato fatto con il bonus facciate.

Avevo espresso questo mio pensiero proprio nell’articolo che ho dedicato al bonus facciate e che puoi trovare qui:

Bonus facciate: perché è tutta un’operazione di facciata

2 – sconto in fattura no, cessione del credito sì

C’è poi da spendere due parole su sulla questione dello sconto in fattura e della cessione del credito.

Diamo per scontato che uno sconto in fattura del 100% è di per sé irrealizzabile per evidenti motivi.

Un’impresa (o un fornitore) le cui entrate sono date principalmente dall’esecuzione di opere edili ed impiantistiche, non può permettersi di scontare a tutti il 100% di quanto dovrebbe fatturare. Anche a fronte di un credito di imposta acquisito.

Gli stipendi deve continuare a pagarli e il materiale a comprarlo.

Certo c’è da dire che le opere per cui è previsto lo sconto in fattura del 100% non costituiscono la totalità di quelle che un’impresa esegue.

Ad esempio, parallelamente all’isolamento delle pareti, saranno verosimilmente necessarie altre opere, per le quali il committente non può chiedere lo sconto in fattura del 100%…

Quindi un’impresa potrebbe ipoteticamente compensare parte dello sconto con i guadagni derivati da quelle opere (anche se abbiamo visto che lo sconto in fattura è esteso a tutte le opere detraibili, seppur con percentuali minori).

…ma a prescindere da queste riflessioni ritengo che lo sconto in fattura del 100% non sia una soluzione sostenibile, soprattutto a fronte della dimensione e della forza finanziaria di imprese e artigiani che lavorano nel settore delle ristrutturazioni.

Qui però viene in soccorso la cessione del credito. Questo è il passaggio che potrebbe far funzionare il tutto.

E a cui tra l’altro possono accedere non solo i committenti ma anche le imprese (girando il credito maturato dallo sconto in fattura).

Infatti intervengono soggetti quali banche e finanziarie che:

  • Sono delle potenze economiche
  • Hanno interessi in molteplici settori, non solo in quello edile

Quindi potrebbero trovare convenienza a caricarsi questi crediti, con cui andare a coprire tasse derivate da tutte le attività che svolgono.

E il fatto che la detrazione sia al 110% potrebbe incentivare ulteriormente la cosa: quel 10% in più rispetto a quanto speso effettivamente, potrebbe essere il margine di banche e finanziarie.

Certo c’è la necessità di trasparenza e di controllo sui conti…abbiamo visto che è stato introdotto il soggetto che verifica questi aspetti, ma personalmente ritengo che ci sia ancora un grande punto interrogativo su tale aspetto.

3 – i tempi

C’è un’ultima riflessione da fare: i tempi previsti nel decreto.

Il bonus del 110% vale per le spese sostenute dal 1 luglio 2020 al 31 dicembre 2021. Sono solo 18 mesi.

Un periodo congruo per interventi già “on the road”. E potrebbe essere congruo anche per interventi di ristrutturazione di appartamenti (che però abbiamo visto essere esclusi), di edifici unifamiliari o piccoli condomini.

Ma per opere condominiali o per interventi che richiedono procedure edilizie complesse (come il permesso di costruire) non sono affatto tempi congrui.

Per approvare i lavori condominiali ci vogliono mesi su mesi di assemblee. Più i tempi di progettazione, recupero delle offerte, preparazione e presentazione delle pratiche edilizie, approvazione (nel caso in cui sia necessaria).

E proprio le pratiche edilizie più complesse, come quelle di permesso di costruire, ci mettono anche più tempo per essere approvate (personalmente la mia esperienza è stata sempre di almeno un anno da quando iniziano i contatti con i clienti).

Invece i tempi dati dal decreto sono stretti…troppo stretti…e costituiscono una grossa incognita per chi deve fare l’intervento.

Se i lavori finiscono dopo il 31 dicembre 2021 che si fa? Niente bonus del 110%? Niente credito di imposta da cedere?

In Italia, se si vuole promuovere interventi importanti, bisogna dare i tempi giusti.

Tra l’altro siamo ancora molto indietro nell’iter: abbiamo un decreto, ma non c’è la legge e non ci sono i decreti attuativi.

In più ci saranno molte domande da porre prima di partire e a cui qualcuno dovrà dare risposta…

Insomma: se so vuole dare forza a queste misure, così come sono attualmente, 18 mesi sono un periodo troppo breve.

Ci sarebbero da fare tante altre riflessioni, decisamente più complesse di quello che ci siamo detto qui.

Lascio ad altri più competenti di me l’arduo compito e mi fermo qui.

Anche perché stiamo parlando di uno schema di decreto…il testo definitivo dovrebbe essere pubblicato in gazzetta lunedì 18 maggio 2020.

mailling list per ristrutturare casa

L'articolo Super bonus COVID al 110%….ristrutturazioni gratis? sembra essere il primo su RistrutturazionePratica | la corretta pianificazione e gestione della ristrutturazione.

11 Maggio 2020 / / Blog

Io lavoro seguendo dei principi rigidi. In ogni ristrutturazione che seguo devono essere rispettati, altrimenti ritengo di non fare il mio lavoro nel modo corretto.

E soprattutto di mancare di rispetto ai miei clienti…

Uno di questi principi è: tutte le carte devono essere in regola.

Che poi in sostanza significa: non commettere un abuso nella tua ristrutturazione…

In questi giorni sto avendo l’ennesima dimostrazione di come questo sia vero: la burocrazia presenta sempre il suo conto.

mailling list per ristrutturare casa

E adesso lo sta facendo con due sorelle che nel 1974 hanno ereditato un paio di appartamenti in un paese del sud Italia.

Si tratta di appartamenti che appartenevano al padre che a sua volta li aveva ricevuti in donazione dalla madre nel 1952.

La quale a sua volta li aveva acquistati nel 1927.

Quindi stiamo parlando di case con un bel po’ di anni sulle spalle.

Case che arrivano da un periodo in cui oggettivamente gli interventi edilizi si facevano un po’ “alla carlona”.

Però periodi in cui la burocrazia era oggettivamente molto più semplice di oggi.

All’epoca per costruire i palazzi erano sufficienti un foglietto con la domanda e un disegno “tipologico” delle piante, prospetti e sezioni.

Oggi per realizzare una ristrutturazione può essere necessario presentare un plico di un centinaio di pagine…

…ma torniamo a noi e alle arzille vecchiette e ai loro appartamenti…

ABUSI FATTI OLTRE 50 ANNI FA PRESENTANO IL CONTO OGGI

Questi due appartamenti erano affittati alle stesse due famiglie da decenni.

Le due proprietarie, da quando li hanno ereditati, non ci hanno mai fatto nessun intervento.

Quasi cinquant’anni senza una minima ristrutturazione se non opere di manutenzione ordinaria per mantenerli non dico in efficienza…ma quanto meno utilizzabili.

Gli inquilini erano ormai anziani e qualche anno fa è morto uno di loro, seguito dopo poco tempo anche dalla moglie.

In sostanza si è liberato un appartamento.

Verso la fine di gennaio di quest’anno mi contattano le due proprietarie perché vogliono vendere l’immobile.

Io non sono un agente immobiliare, però sono il loro tecnico di fiducia. E come tutti i tecnici naturalmente ho i miei contatti.

Trovo subito un’agenzia di fiducia a cui affidare la vendita.

Nel frattempo comincio a guardarmi le carte di quegli immobili: li conoscevo già per averci fatto una perizia nel 2011 e mi ricordavo che non era proprio tutto a posto…

Comunque mi faccio consegnare tutta la documentazione che avevano e comincio a studiarla da capo dopo quasi dieci anni.

Nel frattempo arriva il COVID (siamo a febbraio 2020) e tutto rallenta.

Dovevo fare degli accessi agli atti al Comune e in conservatoria ma non è più possibile.

L’agenzia immobiliare però lavora bene e riesce a trovare un compratore interessato.

Siamo appena usciti dalla quarantena forzata e devo rimettere in moto tutta la macchina…

mailling list per ristrutturare casa

Tutti i problemi che ho trovato…

Approfondisco tutte le carte che avevo e i problemi cominciano a fioccare.

Questa la situazione catastale:

  • Secondo il catasto i due appartamenti non sono due ma in realtà sono quattro unità immobiliari.
  • Dalle planimetrie di queste quattro unità immobiliari risulta che una è divisa a metà tra i due appartamenti.
  • Inoltre di una non si trova la planimetria catastale.
    …all’epoca qualcuno si è scordato di inserirla…

A fronte di tanto caos a livello catastale avevo assolutamente bisogno di vedere se nell’archivio comunale ci fosse qualche pratica edilizia che potesse fare un po’ di chiarezza…

…ingenuamente speravo che fossero stati fatti dei lavori interni regolarmente (oltre 50 anni fa…) e che semplicemente non fossero state aggiornati i dati catastali.

Ma dal Comune arrivano notizie negative: non risulta nessuna pratica edilizia per quell’immobile…

Quindi l’attuale divisione interna è abusiva…

…oppure gli atti sono andati completamente persi.

…di bene in meglio.

Ma non è finita qui. Infatti poi sono passato a guardarmi tutti gli atti di provenienza dell’immobile.

Un disastro…non ce n’è uno che riporti gli stessi dati del precedente: descrizioni diverse, estremi catastali diversi….

Addirittura nelle varie trascrizioni degli atti avvenute nel tempo si sono persi dei pezzi per strada.

Ad esempio nella trascrizione del primo atto di donazione (quello dalla nonna al padre dell’attuale proprietaria per intenderci…) è scomparsa la particella di una stanza…

…e questo errore si è trascinato in tutti gli atti successivi…quindi, secondo l’ultimo atto esistente una porzione di immobile…non è di nessuno!

Cosa significa tutto questo caos?

Che l’appartamento così com’è non può essere venduto!

Con un potenziale acquirente che sta bussando fuori dalla porta con i soldi in mano…

Fortunatamente le due vecchiette sono realmente arzille e non si sono perse d’animo.

Mi hanno detto subito: “sistemiamo tutto e poi vendiamo”

…Come risolvere i problemi!

[spoiler: spendendo un sacco di soldi]

Cosa devono fare adesso le due proprietarie per sistemare i “lavori allegri” fatti da loro padre oltre cinquant’anni fa?

  1. Devono pagare un tecnico che predisponga tutte le pratiche edilizie necessarie (quel tecnico sarebbe il sottoscritto…).
    Fortunatamente sono “abusi” che possono essere riportati in regola senza grossi problemi. Se non fosse che…
  1. Devono pagare anche una multa di 1.000€
  2. Devono pagare un geometra che faccia tutte le necessarie variazioni al catasto (frazionamenti, accorpamenti, nuovi inserimenti in mappa…)

Insomma: devono investire parecchie migliaia di euro per riuscire a vendere un immobile che, a conti fatti, vale pochi soldi…

Mi ricordo che, ormai oltre dieci anni fa, in uno dei primi progetti a cui ho collaborato con lo studio di cui poi sarei diventato socio, un cliente voleva fare un abuso.

Dopo averci fatto penare le pende dell’inferno per ottenere il permesso di costruire della sua nuova villa…voleva raddoppiare il piano interrato abusivamente.

Così…perché voleva togliersi lo sfizio…

Mi ricordo che all’epoca tentammo in tutti i modi di dissuaderlo ma la risposta fu:

“che me ne frega…poi se la vedranno i miei figli quando muoio”

La mentalità di questo signore era: adesso faccio quello che voglio per poi scaricare i problemi a chi verrà dopo…

…non lo so: io ho un figlio e onestamente non mi sembra una gran cosa scaricargli dei sicuri problemi futuri per fare “un po’come ca**o mi pare” (per chi ha colto è una citazione da un programma televisivo di circa venti anni fa…).

Naturalmente in quel caso abbiamo scaricato il cliente (peccato perché la villa era veramente bella e vederla realizzata sarebbe stato motivo di orgoglio…).

I suoi figli si troveranno con un abuso che probabilmente sarà insanabile…in bocca al lupo…

…invece le arzille vecchiette non le scarico. Loro non hanno nessuna colpa ed aiutarle è il minimo che posso fare.

E poi fortunatamente si ritrovano tra le mani un abuso che può essere sistemato.

Però si tratta pur sempre di spendere soldi per sistemare un problema che non hanno causato loro.

Quando affermo che bisogna fare sempre le cose in regola intendo proprio questo.

La legge prima o poi presenta il conto…fare le cose in regola adesso significa risparmiarsi spese e scocciature domani (tu o i tuoi eredi…).

ABUSIVISMO NON E’ SOLO COSTRUIRE EDIFICI ABUSIVI…

L’abusivismo edilizio in Italia è un problema grave: nel 2015 il 19,7% degli edifici realizzati era abusivo (nella regione in cui vivo addirittura il 50,6%).

È un vizio che noi italiani non riusciamo a toglierci.

E se pensi che nelle ristrutturazioni la situazione cambi di molto ti sbagli: le ristrutturazioni senza pratiche edilizie probabilmente hanno percentuali ancora maggiori (purtroppo è molto complesso farne un censimento…).

Ma, anche se sono abusi “minori” (cioè che è quasi sempre possibile regolarizzare pagando solo una multa), si tratta sempre di opere irregolari…con tutte le conseguenze del caso.

Ristrutturare casa in modo regolare è un processo quasi matematico…e come farlo è l’argomento che tratto nel mio libro che trovi su Amazon a questo indirizzo:

https://amzn.to/2YULyPN

Anche se pensi “ma io voglio fare le cose in regola”, non è così automatico riuscire a farle realmente in regola…

Nel libro ti faccio vedere il mio “metodo scientifico per ristrutturare casa”…che ti aiuta anche a farlo senza commettere abusi.

Sempre che ti interessi non lasciare casini ai tuoi figli…

mailling list per ristrutturare casa

L'articolo Come far impazzire due arzille vecchiette che devono vendere un appartamento ereditato nel 1974 per abusi realizzati oltre 50 anni fa. sembra essere il primo su RistrutturazionePratica | la corretta pianificazione e gestione della ristrutturazione.

13 Marzo 2020 / / Blog

Il bonus facciate è la grande novità del 2020 per quanto riguarda le detrazioni fiscali legate alla ristrutturazione.

In questo articolo troverai un’analisi di quello che si può fare con il bonus facciate, chi può farlo, come può farlo (come abbiamo fatto nell’articolo sulle detrazioni fiscali che ho pubblicato qualche tempo fa)…e alla fine dell’articolo ti dirò cosa ne penso realmente di questa nuova misura, al momento valida solo per il 2020.

mailling list per ristrutturare casa

Inizialmente mi ero ripromesso di non parlare del bonus facciate, perché non ritengo tale detrazione utile al proprietario che deve ristrutturare la propria casa (che è il tema che trattiamo sempre in questo sito).

Infatti, essendo le facciate elementi condominiali, gli interventi su di esse sono oggetto di delibere condominiali su cui non può decidere in autonomia il singolo proprietario (a meno che non si tratti di una casa singola o in cui non sia stato costituito il condominio).

Però, man mano che ne approfondivo i contenuti, si è rafforzata in me l’idea che questa sia una detrazione di cui non si sentiva proprio la necessità e che non affronta in modo efficace nessuno dei veri e gravi problemi che affliggono gran parte degli edifici italiani.

Insomma, per la prima volta, una misura di questo tipo mi trova molto critico e vorrei condividere qualche riflessione sfruttando il blog.

Quindi l’articolo sarà diviso in due parti: una prima parte in cui vedremo in cosa consiste questa detrazione, e una seconda parte in cui provo a fare il punto della situazione.

PARTE 1: COS’È E COME FUNZIONA IL BONUS FACCIATE

bonus facciate

Viene chiamato bonus, ma in realtà è una detrazione fiscale, introdotta con la legge di bilancio 2020 (legge 160 del 27/12/2019) ed è valida per interventi sostenuti dal 1 gennaio 2020 fino al 31 dicembre 2020, al fine di riqualificare le facciate degli edifici.

Il suo scopo dichiarato è “rendere le nostre città più belle”, ma come vedremo si è deciso di farlo semplicemente incentivando a dare una mano di bianco su edifici che generalmente hanno ben altri problemi. Un po’ come provare a pulire un marciapiede sporco di merda di cane spruzzando del deodorante…

Come per quasi tutte le altre detrazioni attualmente in vigore, se la prossima legge di bilancio non la estende rimane limitata all’anno 2020.

Il 14 febbraio 2020, per festeggiare san Valentino, l’Agenzia delle Entrate ci ha regalato la sua interpretazione ufficiale del bonus facciate nella circolare 2/E, a cui è seguita la guida ufficiale alla detrazione.

Nei prossimi paragrafi faremo una panoramica generale sui principali aspetti di questa detrazione, e cioè:

  • Chi può sostenere la detrazione
  • Gli interventi ammessi
  • Le spese ammesse
  • La detrazione spettante
  • Gli adempimenti
  • Le modalità di utilizzo del bonus

Tutte le cose che diremo sono state tratte dalla circolare interpretativa 2/E e dalla relativa guida. Qui sotto puoi scaricarle entrambe.

Chi può accedere alla detrazione

Il bonus facciate è dedicato a tutti i contribuenti che detengono l’immobile (come proprietari o con altro titolo idoneo) al momento dell’inizio dei lavori e che sostengono le spese ammesse al bonus facciate.

Giusto per chiarire meglio i termini ecco le tipologie di possesso o altri titoli che consentono di sfruttare il bonus facciate:

  • proprietà;
  • nuda proprietà;
  • usufrutto;
  • uso;
  • abitazione;
  • diritto di superficie;
  • contratto di locazione;
  • contratto di comodato;

Naturalmente il possesso o la detenzione devono evincersi da contratti e atti regolarmente registrati. Negli ultimi casi, in cui non si ha un diritto di proprietà ma di uso, il contribuente che paga i lavori e detrae deve ottenere anche il consenso all’esecuzione dei lavori da parte del proprietario.

Bisogna sottolineare che sono ammessi alla detrazione anche i familiari del contribuente che possiede o detiene l’immobile: quindi coniugi, figli, genitori, etc.

Altro aspetto importante sono i profili giuridici del detraente. Infatti questa detrazione non è dedicata solo alle persone fisiche (quindi il comune cittadino che detrae i lavori sulle proprie facciate), ma anche agli esercenti arti e professioni, agli enti pubblici e privati che non svolgono attività commerciale, alle società semplici, alle associazioni tra professionisti e ai soggetti che conseguono reddito d’impresa.

Ultima cosa importante da sottolineare che mette in evidenza la circolare dell’Agenzia delle Entrate, riguarda i regimi di tassazione a cui il soggetto che sostiene le spese è sottoposto: se si pagano le tasse con tassazione separata o imposta sostitutiva non si può accedere a questa detrazione (in realtà questa cosa vale anche per tutte le altre detrazioni…)

Facciamo un esempio: ipotizziamo un contribuente che ha aderito al regime forfettario introdotto nel 2019, con tassazione fissa al 15% del reddito, per redditi da partite iva fino a 64.000€.

In tal caso la tassazione è fissa e non si possono detrarre spese di alcun tipo. Quindi nemmeno questo eventuale bonus facciate.

Ma se il contribuente ha altri redditi, oltre a quello soggetto a tassazione separata o sostitutiva, può accedere alla detrazione e detrarre in base alla sua capienza (NB: il concetto di capienza l’ho spiegato più avanti, nel paragrafo dedicato alle modalità di utilizzo del bonus).

Quello che abbiamo detto in questo primo paragrafo non è molto diverso da quanto previsto per tutte le altre detrazioni fiscali (in primis bonus casa ed ecobonus).

Le informazioni interessanti però vengono adesso…

mailling list per ristrutturare casa

Quali edifici possono accedere alla detrazione

Non tutti gli edifici sul territorio nazionale possono accedere al bonus facciate.

Se però per altre detrazioni la possibilità di accedervi è legata alla destinazione d’uso dell’immobile (vedi bonus casa destinato solo alle residenze), in questo caso i limiti sono di tipo geografico. Cioè la discriminante è in che parte del territorio comunale si trova l’immobile.

Gli edifici, per poter accedere al bonus facciate, devono trovarsi in zone territoriali omogenee del Comune classificate come A e B, o assimilabili secondo norme regionali o comunali.

Facciamo una piccola digressione nell’urbanistica per capire di cosa stiamo parlando.

Le zone omogenee sono le aree in cui il piano regolatore divide il territorio comunale. All’interno di una zona omogenea troviamo edifici ed aree che hanno alcune destinazioni prevalenti: possono esserci zone agricole, zone industriali, etc.

La legge di riferimento che definisce le zone omogenee è il d.m. 1444 del 1968, che ne individua sei, classificate da A ad F.

Le zone omogenee A sono i centri storici.

Le zone omogenee B sono le zone dette di completamento, generalmente tutta la parte edificata delle città al di fuori del centro storico, che solitamente hanno destinazione prevalentemente residenziale.

Nel caso in cui dal piano regolatore non sia chiaro in che zona omogenea si trova un immobile, va richiesto un certificato di destinazione urbanistica al Comune.

Interventi ammessi

Genericamente per accedere a tale detrazione sono ammessi gli interventi di:

“recupero o restauro della “facciata esterna”, realizzati su edifici esistenti, parti di edifici esistenti o su unità immobiliari esistenti di qualsiasi categoria catastale, compresi quelli strumentali.”

(cfr. circolare 2/3 pag 6)

Quindi, come per tutte le detrazioni fiscali, non è valida per edifici di nuova costruzione o per demolizione e ricostruzione di edifici esistenti.

Entrando nel dettaglio sono ammessi solo gli interventi sui componenti opachi. Quindi è da escludere la sostituzione degli infissi.

Tra gli interventi sugli elementi opachi vengono indicati:

  • interventi di sola pulitura o tinteggiatura esterna sulle strutture opache della facciata;
  • interventi sulle strutture opache della facciata influenti dal punto di vista termico (ndr. Isolamento) o che interessino oltre il 10% dell’intonaco della superficie disperdente lorda complessiva dell’edificio;
  • interventi, ivi inclusi quelli di sola pulitura o tinteggiatura, su balconi, ornamenti o fregi.

C’è un dato importante da evidenziare: l’agevolazione riguarda gli interventi effettuati sull’involucro esterno visibile dell’edificio.

In sostanza si possono detrarre gli interventi effettuati sulla parte anteriore, frontale e principale dell’edificio, oltre che quelli sugli altri lati esterni dello stabile. Stiamo quindi parlando dell’intero perimetro esterno dell’edificio.

Invece la detrazione non spetta per gli interventi effettuati sulle facciate interne dell’edificio, a meno che queste non siano visibili dalla strada o da suolo ad uso pubblico.

Quindi, per capirci, se l’edificio è di tipo a corte, ha un cavedio interno, un chiostro, un cortile, etc., che non si può vedere da uno spazio pubblico, gli eventuali interventi effettuati su di essi non hanno diritto ad accedere alle detrazioni.

Per dirla in parole povere vengono individuate delle facciate di serie A e delle facciate di serie B.

[Segnati questa come una delle incongruenze di cui parleremo alla fine dell’articolo]

Nota sugli interventi termici e che interessano oltre il 10% dell’intonaco

Come hai potuto leggere nell’elenco di poco fa, tra gli interventi agevolabili ci sono quelli che apportano un miglioramento delle prestazioni termiche o che interessano oltre il 10% dell’intonaco.

Tali interventi, per poter essere portati in detrazione, devono rispettare i requisiti previsti per legge, in particolare dalle leggi per il contenimento dei consumi energetici (d.lgs 192/2005 e decreti attuativi).

In sostanza, se si decide di effettuare l’isolamento della facciata, è necessario raggiungere un livello di isolamento minimo dettato proprio da queste leggi.

Perchè poi la detrazione fa riferimento al 10% dell’intonaco?

Il motivo è che il d.lgs. 192/2005 prevede che, superata tale percentuale, non è sufficiente rifare l’intonaco, ma la parete interessata deve essere adeguata dal punto di vista termico a quanto prescritto dalla legge che ti ho appena citato.

Cioè deve essere isolata.

Per calcolare correttamente il 10% dell’intonaco vanno considerate tutte le superfici “disperdenti” dell’edificio, quindi quelle che confinano con l’esterno, con le zone non riscaldate o con il terreno.

Pertanto: pareti, solai di copertura, pavimenti interni verso logge o locali non riscaldati (garage ad esempio), pavimenti verso il terreno, muri verso il terreno.

Il tutto riferito ai volumi riscaldati. Cioè nel calcolo complessivo delle superfici non devi inserire, ad esempio, quello dei garage che non sono riscaldati.

Sono dispensati dal rispettare questi parametri gli edifici vincolati (dichiarati di notevole interesse pubblico) se il loro rispetto comporta interventi non compatibili con la tutela del bene.

Infine se l’edificio è rivestito di piastrelle, il calcolo del 10% va fatto tra la parte di edificio interessata dall’intervento non piastrellata e la superficie disperdente complessiva.

Facciamo un esempio:

edificio con superficie disperdente complessiva di 100mq, di cui una parte a piastrelle e una parte ad intonaco. Quindi il 10% di superficie disperdente complessiva è pari a 10mq. Se si supera questa quantità di rifacimento di intonaco, bisogna fare anche l’isolamento.

Dalle valutazioni fatte dal progettista risulta che bisogna intervenire su una superficie di 20mq, di cui 10mq sono piastrellati e 10mq sono intonacati.

I 10mq di intonaco sono esattamente pari al 10% di superficie disperdente complessiva, quindi non è necessario fare anche l’isolamento termico. Nonostante l’intervento interessi nella realtà il 20% dell’involucro…

[Segnati questa come la seconda incongruenza di cui parleremo alla fine dell’articolo]

Spese ammesse

Il bonus facciate ti dice che puoi detrarre il 90% delle spese sostenute per fare gli interventi che abbiamo appena visto…ma quali sono le spese che puoi effettivamente detrarre?

Non vanno infatti considerate solo le spese per eseguire i lavori, ma anche:

  • Quelle per acquistare i materiali
  • Quelle necessarie per eseguire i lavori (ponteggi, iva, occupazione suolo, etc.)
  • Quelle tecniche (progettazione e direzione lavori)

Detrazione spettante

La detrazione è, come abbiamo detto più volte, del 90%. E va calcolata sull’intero importo pagato senza limiti di spesa.

La detrazione riguarda solo le spese sostenute nel 2020. Quindi se hai iniziato i lavori nel 2019 e hai già pagato qualcosa nel 2019, quelle spese non puoi detrarle.

Però per i condomini, che sono quelli maggiormente interessati da questa misura, vale la data di pagamento fatto partire dal condominio e non quella di pagamento verso il condominio da parte del singolo proprietario.

In sostanza se tu hai pagato all’amministratore un acconto nel 2019 e il condominio ha pagato la prima rata all’impresa nel 2020, potrai detrarre le somme spese nel 2019.

mailling list per ristrutturare casa

Adempimenti

Di seguito ti riporterò tutti gli adempimenti previsti per accedere a tale detrazioni validi per tutti i tipi di interventi sulle facciate ammessi dalla detrazione.

Prima di procedere una premessa: se gli interventi sono di efficientamento energetico (quindi viene fatto l’isolamento della facciata), si applicano anche le procedure previste per l’Ecobonus (quindi comunicazione ENEA con tutta la relativa documentazione da conservare)

Invece gli adempimenti generici, per tutti gli interventi del bonus facciate, sono:

Per soggetti IRPEF (comune cittadino che detrae)

  • Pagamento con bonifico “parlante”, indicando CF del beneficiario della detrazione (cioè tu) e P.IVA. del prestatore d’opera (l’impresa o il fornitore). Si possono usare i modelli per ecobonus e bonus casa.
  • Per interventi NON di efficientamento energetico, indicare in dichiarazione dei redditi i dati catastali dell’immobile, se i lavori sono eseguiti dal detentore e gli estremi dell’atto.
  • Inviare Notifica Preliminare se dovuta.
  • Conservare le fatture ricevute in modo da esibirle se richiesto.
  • Conservare le pratiche edilizie COMPLETE, e se non necessarie produrre e conservare un’autodichiarazione che gli interventi rientrano tra quelli che hanno diritto alla detrazione.
  • Se l’immobile non è censito al catasto conservare ed esibirne la richiesta.
  • Conservare ed esibire le ricevute di pagamento dei tributi locali sull’immobile (se dovuti).
  • Conservare ed esibire la delibera condominiale di esecuzione dei lavori con tabella millesimale di ripartizione delle spese, se si tratta di lavori su parti comuni.
  • Dichiarazione di consenso all’esecuzione dei lavori se chi detrae è il detentore e non il possessore. (Se hai un immobile in affitto e sostieni tu le spese devi avere l’approvazione del proprietario).

Documentazione specifica da conservare per interventi assimilabili all’ecobonus:

  • Asseverazione di tecnico abilitato di rispondenza degli interventi realizzati ai requisiti tecnici previsti.
  • Attestato di Prestazione Energetica (APE).
  • Invio comunicazione Enea entro 90 giorni dalla fine dei lavori.

Per soggetti IRES (imprese e professionisti)

Gli stessi di cui al paragrafo precedente, ma non è obbligatorio il pagamento tramite bonifico.

Modalità di utilizzo del bonus facciate

Sono le medesime del bonus casa e dell’ecobonus: 10 rate annuali di pari importo a partire dalla dichiarazione dei redditi per il periodo di imposta in corso (2020), e quindi a partire dalla dichiarazione dei redditi che verrà fatta l’anno prossimo (2021).

Per la detrazione vale il principio di capienza: se la rata annuale da detrarre è di 1.000€ e le tasse che devi pagare sono 600€, puoi usufruire di 600€ di detrazione, mentre i rimanenti 400€ non costituiscono credito di imposta e quindi non si vanno ad accumulare l’anno successivo. In sostanza sono persi.

A meno di specifiche previsioni non si può cedere la detrazione all’impresa e non si può avere lo sconto in fattura.

Cumulabilità

Puoi accumulare il bonus facciate con altre detrazioni, ma non puoi detrarre la medesima somma più volte con più misure.

Mi spiego meglio: se fai il cappotto termico alle pareti e sostituisci gli infissi puoi detrarre il cappotto con il bonus facciate (90%) e la sostituzione degli infissi con l’ecobonus (50%).

Però il cappotto termico potrebbe essere detratto anche con l’ecobonus. Devi fare una scelta: o bonus facciate o ecobonus. Non puoi detrarre il cappotto come bonus facciate (90%) e contemporaneamente con ecobonus (65%)…vuoi detrarre il 155% di quanto spendi?

PARTE 2: ALCUNE RIFLESSIONI SUL BONUS FACCIATE

bonus facciate solo pitturazione

Chiudiamo l’articolo con una riflessione personale che mi sento di fare su questa detrazione che, devo essere sincero, mi è stata un po’ indigesta fin dal principio.

Infatti ritengo che, per come è stata impostata, si tratti di una grande occasione sprecata (l’ennesima) almeno sotto tre punti di vista:

  1. Affrontare il problema dell’efficientamento energetico degli edifici (e dell’inquinamento);
  2. Affrontare il problema della bruttezza di gran parte del patrimonio edilizio italiano;
  3. Affrontare efficacemente il problema del recupero estetico del patrimonio edilizio italiano (che poi sarebbe lo scopo principale di questa misura…).

Le facciate e l’efficientamento energetico

Gli degli edifici in cui abitiamo hanno un problema conclamato: quello degli sprechi energetici.

Il motivo è che le case, fino agli anni ’70 e anche per buona parte degli anni ’80, erano per nulla o scarsamente isolate, quindi gran parte dell’energia consumata per riscaldarle (o raffrescarle in estate) viene sprecata perché si disperde nell’ambiente circostante proprio attraverso le facciate.

Questo porta a consumare di più, a non riuscire a raggiungere condizioni di benessere ottimale all’interno delle case e soprattutto ad inquinare di più.

A differenza di quello che puoi pensare l’inquinamento domestico è un problema più grande di quello causato dalle auto o dalle industrie.

Se vuoi approfondire ecco un paio di articoli:

https://www.corriere.it/dataroom-milena-gabanelli/inquinamento-smog-riscaldamenti-allevamenti-intensivi-polveri-sottili-pm-particolato/4eb39bde-39f5-11e9-a27a-3688e449a463-va.shtml?refresh_ce-cp

https://www.repubblica.it/cronaca/2020/01/16/news/lo_smog_fatto_in_casa-245894964/?refresh_ce

L’inquinamento proveniente dalle case ha in sostanza due cause:

  • Da un lato la presenza di impianti vecchi e poco efficienti che naturalmente inquinano tanto;
  • Dall’altro il fatto che tali impianti devono funzionare per tante ore al giorno per scaldare (o raffrescare in estate) le case.

La prima azione da mettere in campo per abbattere consumi ed inquinamento non è installare impianti più efficienti ma realizzare involucri più efficienti.

Quindi isolare pareti e solai esterni, installare infissi ad alte prestazioni, prevedere sistemi di protezione efficaci (ad esempio tettoie per limitare l’ingresso del sole in estate).

Proprio quello che un bonus facciate avrebbe potuto prevedere come obbligo.

Il bonus facciate invece esclude totalmente la sostituzione degli infissi come misura incentivabile e limita l’obbligo di adozione di azioni di efficientamento energetico solo al superamento del 10% di intonaco rifatto.

Ora non vorrei essere quello che pensa sempre male, ma credi che sia poi tanto difficile dichiarare che è stato fatto meno del 10% di intonaco quando in realtà ne viene fatto di più?

O peggio il rischio è che molti condomini, per sfruttare questa detrazione e non finire negli obblighi di applicazione dei requisiti di efficienza energetica (oltre il 10% di intonaco da rifare) decidano semplicemente di ripitturare le facciate anche quando gli intonaci non sono in buone condizioni.

È chiaro che isolare un edificio è una spesa importante (in questo caso stiamo parlando principalmente di cappotto termico), però ha ricadute economiche e sociali decisamente più importanti.

Una misura intelligente da adottare sarebbe stata quella di imporre, quale requisito basilare per accedere alla detrazione del 90%, quello di realizzare l’isolamento dell’edificio.

E realizzare l’isolamento nel suo complesso, non solo delle facciate opache, ma anche di infissi, tetti, muri e solai contro terra, etc.

L’unica controindicazione è che sarebbe stata una misura impopolare…

Gli immobili italiani sono brutti!

Non fraintendermi: lo so che abbiamo i più bei centri storici del mondo e che siamo pieni di edifici storici stupendi, molto più che qualsiasi altra nazione al mondo.

Ma parliamo appunto di edifici storici…vogliamo invece parlare degli edifici moderni?

Giusto per fare le corrette proporzioni, questo è lo stato del patrimonio edilizio italiano al 2001:

  • Edifici costruiti fino al 1945 (che possiamo quindi definire storici) 6.598.536 (circa 6 milioni e mezzo);
  • Edifici costruiti dal 1946 al 2001 (cioè quelli moderni) 20.670.344 (circa venti milioni e mezzo).

Gli edifici realizzati dopo il 1945 rappresentano oltre il 75% del patrimonio edilizio complessivo. Le probabilità che tu stia abitando in uno di questi edifici sono tre su quattro.

Al loro interno troviamo dalle villette disperse nelle campagne fino ai casermoni che affollano le città dai margini dei centri storici fino alle periferie più lontane.

Edifici che sono quasi sempre stati frutto di speculazione edilizia e, dispiace dirlo, sono quasi sempre oggettivamente brutti.

Ed edifici brutti significa posti brutti e degradati in cui vivere.

Per tutto questo patrimonio edilizio non è sufficiente una mera sistemazione della facciata per renderli belli. C’è bisogno di riprogettare queste facciate per renderle belle.

Sarebbe come se io pretendessi, tagliandomi i capelli e dando una spulciata alla barba, di diventare bello. Magari sarei più presentabile, ma sempre brutto rimango. E’ un dato oggettivo.

Il bonus facciate è stato pubblicizzato come la legge che promuove la bellezza. Mi ricordo di politici che con questa legge volevano finalmente “rendere le città italiane più belle”.

Ma, leggendo gli interventi detraibili secondo tale detrazione, mi pare che chi l’ha promulgata non abbia mai alzato il naso sopra la propria testa e non si sia reso conto di quanto siano brutti la maggior parte degli edifici in cui abitiamo.

Sono consapevole che un intervento di miglioramento estetico di un edificio sia un’operazione complessa da realizzare, soprattutto in caso di condomini con molti inquilini; ma perché non promuovere una detrazione premiante per chi, insieme alla riqualificazione della facciata, non ne prevede una vera riqualificazione estetica?

Stiamo parlando di sostituzione di finiture con altre diverse, di nuovi parapetti per i terrazzi, di cambiare i colori…ci sono molti modi per riqualificare esteticamente un edificio, differenti da rifare l’intonaco e dare una pitturata.

Forse è un’utopia ma sarebbe stata un’occasione per tentare qualcosa di nuovo in Italia.

Il bonus facciate non è democratico…

Bonus facciate interne

Per democratico intendo che non tratta tutti gli edifici nello stesso modo.

E non in merito alla differenziazione tra edifici che si trovano nelle zone A e B dei Comuni, cioè quelli che possono accedere alla detrazione, rispetto a quelli che si trovano nelle altre zone.

Intendo che non è democratico perché non tratta tutte le facciate allo stesso modo, applicando una visione rigida della questione.

Provo a spiegarmi.

Una definizione rigida del termine facciata è il seguente:

facciata s. f. [der. di faccia]. – 1. a. La parte esterna anteriore, frontale, o comunque principale, di un fabbricato, sia come struttura murale, sia nelle sue soluzioni architettoniche […] In senso più ampio, il prospetto esterno di un fabbricato, corrispondente a ciascuno dei lati del suo perimetro

Treccani

Non c’è dubbio quindi che le facciate siano esclusivamente i prospetti esterni, e il “bonus facciate” premia esattamente chi esegue interventi di riqualificazione di questi elementi.

Però tantissimi edifici hanno anche delle facciate interne (da chiamare più correttamente “prospetti interni”), che vengono escluse dalla possibilità di accedere alla detrazione.

Si tratta di edifici a corte o con le cosiddette “vanelle interne”.

Quello che mi chiedo è se questi prospetti interni abbiano meno dignità di quelli esterni. O meglio: chi si affaccia unicamente su questi prospetti non ha diritto di godere di una visuale almeno decente tanto quanto chi si affaccia lungo la strada? Chi ha immobili che si affacciano su questi prospetti non ha lo stesso diritto di riqualificarli energeticamente di chi ha immobili con prospetti lungo la strada pubblica?

Ma allora cosa stiamo promuovendo con questa detrazione? Una pulizia di brutti prospetti che si affacciano sulle strade pubbliche per fare buona impressione?

L’atteggiamento di chi ha promulgato questa legge mi sembra quello di chi tiene il salotto buono immacolato solo per accogliere gli ospiti. E lo trovo decisamente fastidioso.

Una previsione

Il risultato di questa misura, che vista la crisi che stiamo passando sono abbastanza sicuro verrà prolungata anche all’anno prossimo, saranno grandi interventi di pitturazione o di pulizia delle facciate esterne. Lavori che comportano investimenti importanti (anche se detratti al 90%) per interventi che sarà necessario rifare dopo pochi anni.

Siamo di fronte ad una detrazione che fa mettere la polvere sotto il tappeto ma non la toglie. Ed è ridondante, cioè replica altre misure già esistenti.

Invece di inventarsi questa nuova detrazione, ce ne sono altre già in essere che incentivano esattamente gli stessi interventi: mi riferisco ad esempio all’ecobonus o al bonus ristrutturazioni.

Non sarebbe stato meglio rafforzare quel tipo di detrazioni piuttosto che introdurne una nuova, utile solo a dare una mano di bianco all’orribile e poco efficiente patrimonio edilizio italiano?

mailling list per ristrutturare casa

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9 Dicembre 2019 / / Blog

Nella tua ristrutturazione con ogni probabilità dovrai rifare l’impianto elettrico. Però non è sufficiente affidarsi ad un elettricista in gamba, delegargli tutto e dormire sonni tranquilli. Ci sono degli aspetti che devi decidere insieme a lui e uno di questi è il livello dell’impianto. Si tratta infatti di una precisa imposizione di legge da rispettare, e se non lo fai il tuo impianto non potrà essere certificato (e quindi non potrà essere a norma).

ristrutturazione pratica - i 7 errori

Il fatto che in una ristrutturazione gli impianti elettrici sono sempre da rifare è un’affermazione che faccio per esperienza diretta. Però anche le statistiche mi danno ragione: un’indagine di Demoskopea per Prosiel (associazione per la promozione della sicurezza elettrica) ha fatto emergere che gli impianti domestici non a norma in Italia sono 12.000.000 (dodici milioni) e ogni anno sono causa di 45.000 (quarantacinquemila) incidenti domestici, anche mortali.

Per molte persone, messe di fronte all’inadeguatezza e non sicurezza del loro impianto elettrico, la risposta a tale problema è prevederne la messa a norma e non il rifacimento, con la speranza di risparmiare un po’ di soldi e di avere meno caos in casa.

Non devi confondere le due tipologie di intervento perché si tratta di modalità molto differenti di affrontare (e risolvere) il problema, che coincidono solo nello scopo di consegnarti un impianto in regola con le leggi, ma quasi mai nell’effettivo risultato.

Ti ho parlato di messa a norma dell’impianto elettrico e di come vada fatta in questo articolo, ma voglio essere sincero: non sono assolutamente convinto che sia un’opzione conveniente.

Infatti tale tipo di intervento prevede di continuare ad utilizzare vecchie parti dell’impianto elettrico su cui inserire nuovi elementi. E’ un po’ come pretendere di ringiovanire una persona con una trasfusione di sangue e una plastica facciale: il corpo rimane quello e di sicuro non aumenta l’aspettativa di vita.

Lo stesso stesso vale per un impianto elettrico di cui viene fatta solo la messa a norma, aggiungendo il fatto che tale intervento impone una forte limitazione alla possibilità di avere un impianto realmente completo e funzionale per quelle che sono le nuove esigenze (che sono diverse da quelle di quaranta o cinquanta anni fa).

C’è infine un dato di fatto, che è la cosa più concertante e che troppo spesso viene taciuto dagli installatori che si occupano di mettere a norma gli impianti elettrici esistenti: tutte le dichiarazioni di conformità che fanno, alla luce dei fatti, non sono valide. Sia perché i componenti che non vengono sostituiti nella messa a norma non rispettano le leggi attuali sulle caratteristiche dei materiali (pensa alle tubazioni annegate nella muratura), sia perché non è possibile rispettare appieno quelle che dovrebbero essere le prescrizioni in merito alle dotazioni minime obbligatorie di un impianto certificato.

Se i controlli in Italia non latitassero, fioccherebbero multe per dichiarazioni di conformità fasulle.

Che poi il problema non è la dichiarazione falsa ma il fatto che la tua casa, con un impianto messo a norma, continua a non essere realmente sicura (naturalmente dal punto di vista dell’impianto elettrico).

Quindi, tra messa a norma e rifacimento dell’impianto, è sempre conveniente prevedere questo secondo tipo di intervento, anche se è più costoso ed invasivo. Aspetti che tra l’altro, nell’ottica di una ristrutturazione globale di un appartamento, sono meno rilevanti.

Però, prima di chiamare un elettricista e affidargli il tuo nuovo impianto elettrico, ci sono delle cose che devi sapere. Molte le abbiamo affrontate in questo articolo dedicato al rifacimento dell’impianto elettrico.

Ce ne sono altre però di cui non ti ho parlato. Si tratta di informazioni che (per legge) dovrebbe fornirti l’installatore (o il progettista dell’impianto elettrico), ma che nessuno fa mai.

Ti sto parlando dei livelli dell’impianto elettrico, individuati in modo preciso dalla legge, e tra cui tu devi necessariamente compiere una scelta consapevole prima di rifare il tuo.

Immagino che questa cosa dei livelli dell’impianto ti suoni nuova, eppure è un obbligo dal 2012, introdotto proprio per dare una riposta efficace ai dati statistici che hai letto poco fa, oltre che per creare, in modo chiaro e semplice, maggiore consapevolezza nell’utenza finale.

ristrutturazione pratica - i 7 errori

COSA SONO I LIVELLI DELL’IMPIANTO ELETTRICO

Per parlare di questo concetto è necessario fare alcuni riferimenti normativi. Infatti i livelli dell’impianto elettrico sono riportati all’interno della norma CEI 64-8, quella che in sostanza regola l’impiantistica elettrica residenziale.

Il CEI è il comitato elettrotecnico italiano, un’associazione senza scopo di lucro creata nel 1909 con lo scopo di normazione in campo elettrico. In sostanza recepisce le norme tecniche europee e le armonizza al mercato italiano.

Che le norme rilasciate dal CEI costituiscano riferimenti obbligatori da applicare affichè gli impianti siano considerati a norma (cioè possano avere la dichiarazione di conformità) è sancito da varie leggi in vigore, tra cui ad esempio il decreto del ministero dello sviluppo economico n. 37/2008, che è il riferimento di legge più importante in vigore in materia di installazione di impianti.

La norma CEI 64-8 è nata proprio in seguito alla pubblicazione del d.m. 37/2008 e ha subito nel corso degli anni numerosi aggiornamenti. L’ultimo in ordine di tempo, nel momento in cui scrivo questo articolo, risale al 2019.

Quello che interessa a noi però è del 2012, si tratta della settima edizione della norma, in cui vengono per l’appunto introdotti i livelli dell’impianto elettrico.

In sostanza sono stati individuati tre livelli crescenti di impianti elettrici, in cui il più basso determina le condizioni minime per cui un impianto possa essere considerato sicuro ed efficiente. E naturalmente possa ricevere la dichiarazione di conformità.

I tre livelli degli impianti elettrici

I tre livelli individuati dalla norma sono:

  • Livello 1: Base
  • Livello 2: Standard
  • Livello 3: Domotico

Come abbiamo già detto il livello base definisce gli standard minimi relativi agli impianti elettrici. Sotto non si può scendere.

Attenzione ad un aspetto: far realizzare un impianto che non rispetti il livello base significa automaticamente non poter ottenere la dichiarazione di conformità, cosa che comporta alcune problematiche.

Primo problema: l’impianto è “fuorilegge”. Infatti tutti gli impianti realizzati (o sostituiti) dal 2008 in poi devono obbligatoriamente essere provvisti di dichiarazione di conformità.

Secondo problema: la casa perde l’agibilità. Infatti l’agibilità sancisce (anche) la sicurezza dell’immobile (compresa quella impiantistica): l’unico modo per dire che un impianto è sicuro è avere la dichiarazione di conformità.

In caso di compravendita le dichiarazioni di conformità sono documenti richiesti, almeno per gli impianti rifatti dopo il 2008. Anche l’agibilità è un documento necessario. Non esistono leggi che vietano di vendere la casa senza tale documentazione, però i compratori potrebbero chiederti notevoli sconti o arrivare addirittura a richiedere lo scioglimento del contratto in caso di loro assenza.

Tornando ai livelli dell’impianto elettrico: i livelli 2 e 3 non sono obbligatori, e rappresentano evoluzioni rispetto all’impianto base.

Ma quali sono i parametri che determinano le differenze tra i tre livelli dell’impianto? E quali sono effettivamente queste differenze?

Per fare una scelta consapevole devi conoscere questi aspetti.

Ti tranquillizzo subito: non si tratta di complesse nozioni tecniche, ma di semplici aspetti relativi ad elementi dell’impianto che giù usi quotidianamente e con cui hai dimestichezza. Quindi non devi diventare un esperto elettricista per fare una scelta consapevole.

I PARAMETRI SU CUI VENGONO VALUTATI I LIVELLI DELL’IMPIANTO ELETTRICO

Iniziamo con una premessa: la norma indica, come elementi di base e imprescindibili per impianti elettrici di qualsiasi livello, sia la tipologia che le caratteristiche di sicurezza dei componenti con cui devono essere realizzati.

Mi spiego meglio: i cavi del tuo impianto elettrico devono avere delle caratteristiche costruttive inderogabili; gli interruttori presenti nel quadro elettrico devono avere delle caratteristiche costruttive inderogabili; le prese e gli interruttori sparsi per casa, devono avere delle caratteristiche costruttive inderogabili; e questo vale per tutti i componenti.

Per poter essere installati tutti questi componenti devono possedere obbligatoriamente il marchio CE, quindi non possono essere acquistati dal cinese sotto casa.

Quindi, al fine di ottenere un impianto almeno di livello 1, cioè certificabile (ti ricordo che la certificazione è obbligatoria per legge negli impianti nuovi o rifatti), è essenziale utilizzare componenti elettrici di qualità (per avere un’idea di quanto è vasta l’offerta puoi vedere il sito di RS Compnents nella sezione “i nostri marchi”).

Ho ritenuto importante fare questa premessa in quanto, quando parla di livelli degli impianti, la norma CEI 64-8 non fa minimamente riferimento a queste caratteristiche tecniche, che sono oggetto di trattazione all’interno di altri capitoli della medesima norma e all’interno di altre norme specifiche.

Naturalmente non sta a te essere preparato su tali aspetti, che sono molto tecnici, ma queste informazioni ti serviranno per drizzare le antenne di fronte a elettricisti che ti fanno prezzi stracciati: potrebbero usare componenti non certificati e quindi pericolosi.

Fatta questa premessa, torniamo a parlare dei livelli dell’impianto elettrico. Per determinare se un impianto sarà di uno o un altro livello, la norma definisce le caratteristiche che devono avere le seguenti parti dello stesso:

  • Quadro elettrico e circuiti (numero dei circuiti, numero degli interruttori differenziali, protezione dalle sovratensioni);
  • Numero di lampade di emergenza;
  • Numero di prese e punti illuminazione (divise per tipologia di ambiente e dimensione dello stesso);
  • Numero di prese telefoniche e/o dati;
  • Tipologia di apparecchi ausiliari installati (citofono/videocitofono, allarme, controllo carichi, etc.).

Inoltre, siccome un appartamento di 50mq ha esigenze impiantistiche molto diverse da uno di 150mq, per ogni livello dell’impianto elettrico vengono indicate le dotazioni minime a seconda della superficie della casa.

Ad esempio una caratteristica che sta a monte di quelle che ti ho elencato qui sopra, e che è comune a tutti i livelli di impianto, è proprio legata alla superficie dell’immobile:

sto parlando della potenza per cui deve essere dimensionato l’impianto.

La potenza dell’impianto

In sostanza stiamo parlando di quali carichi elettrici deve poter sopportare senza problemi il tuo nuovo impianto elettrico.

Sicuramente sai benissimo che, quando stipuli un contratto di fornitura elettrica, puoi scegliere tra quelle che sono definite “taglie” di potenza. Quelle classiche sono: 3kW, 4,5kw, 6kW, anche se in realtà ormai si può scegliere la taglia che si vuole con scatti di 0,5kW.

Questa è la potenza fornita e l’impianto deve essere in grado di supportare apparecchi che complessivamente richiedono tale potenza. Ecco cosa dice la norma:

  • Appartamenti fino a 75mq → impianto dimensionato almeno per potenze di 3kW;
  • Appartamenti oltre i 75mq → impianto dimensionato almeno per potenze di 6kW.

Questi sono valori minimi. C’è da evidenziare però che la presenza di apparecchi elettrici all’interno delle case sta diventando sempre più importante.

Sicuramente l’efficienza di tali apparecchi è molto superiore rispetto a solo pochi anni fa (e quindi i consumi sono minori), però le potenze richieste stanno comunque aumentando.

Ad esempio, molte funzioni prima demandate ad altri impianti vengono ora spesso affidate all’impianto elettrico: pensa alle piastre ad induzione che vengono installate al posto dei fornelli a gas (una piastra ad induzione può assorbire da sola fino a 3kW); oppure ai sistemi di riscaldamento/raffrescamento totalmente elettrici (pompe di calore).

Quindi, anche in immobili di piccole dimensioni, è probabilmente conveniente prevedere un dimensionamento maggiore.

Pensa che in un grosso appartamento che ho ristrutturato, è stato necessario dimensionare l’impianto per ben 15 kW.

Se la potenza minima su cui dimensionare l’impianto abbiamo detto essere una caratteristica trasversale e comune a tutti i livelli di impianto, tutte le altre caratteristiche che abbiamo elencato prima variano al variare del livello. La norma CEI 64-8 le racchiude tutte nella tabella A.

Vediamo sinteticamente quali sono le prestazioni che devono garantire i singoli livelli per ognuno dei punti che ti ho elencato.

LIVELLO 1: BASE

livelli impianto elettrico: livello 1 - base

Abbiamo detto che il livello 1 è l’unico obbligatorio per avere un impianto a norma. Quelle che vedremo nelle prossime righe quindi sono le prestazioni minime di legge che deve avere il tuo nuovo impianto elettrico.

Quadro elettrico e circuiti

Nel quadro elettrico convergono tutti gli interruttori che comandano le varie linee in cui è diviso l’impianto elettrico, quindi le caratteristiche relative al quadro elettrico descrivono tutto l’impianto.

Il numero di linee in cui dividere l’impianto è correlato alla dimensione della casa.

Prima di vederle nel dettaglio però elenchiamo altre caratteristiche che deve rispettare il quadro elettrico e che sono indipendenti dalla superficie della casa:

  • Presenza di un interruttore generale (interruttore magnetotermico);
  • Presenza di due interruttori differenziali su cui suddividere le linee;
  • Presenza di una protezione contro le sovratensioni (se necessario).

Giusto per tua conoscenza, gli interruttori magnetotermici servono per proteggere l’impianto dalle sovracorrenti e dai cortocircuiti, mentre gli interruttori differenziali servono per proteggere l’utilizzatore dai contatti diretti (il caso più banale è tu che tocchi un cavo scoperto in cui passa corrente).

Veniamo ora alla divisione in circuiti:

Le linee elettriche di un impianto di livello 1

La divisione in circuiti avviene tramite interruttori magnetotermici, che nel quadro elettrico sono collegati direttamente agli interruttori differenziali (ogni differenziale è collegato a più magnetotermici).

Abbiamo detto che gli impianti devono essere divisi in un determinato numero di linee a seconda della superficie della casa.

C’è da fare una precisazione che vale per tutti i livelli di impianto: nel contare le linee minime, non bisogna tener conto di quelle dedicate a scaldacqua, condizionatori, caldaie, box auto, cantine (che devono stare a parte).

Quindi, in sostanza, si tratta di linee che comandano prese (o forniture di energia in genere) e luci:

  • Casa fino a 50mq → 2 linee (solitamente luce e prese);
  • Casa tra 50mq e 75mq → 3 linee;
  • Casa tra 75mq e 125mq → 4 linee;
  • Casa oltre 125mq → 5 linee.

Con questo abbiamo definito le dotazioni di base del quadro elettrico di un impianto di livello 1. Vediamo le altre caratteristiche.

Illuminazione di emergenza

Naturalmente stiamo parlando delle lampade di emergenza. La legge fa una distinzione in base alla superficie della casa:

  • Fino 100mq → basta 1 lampada di emergenza;
  • Oltre i 100mq → sono necessarie 2 lampade di emergenza.

Dotazione di prese e di illuminazione per singolo ambiente

Qui la situazione si fa più complicata. Infatti tale dotazione minima viene indicata per ogni singola stanza che compone la casa, in relazione alla superficie e alla funzione.

La norma affronta tutti gli ambienti possibili, noi vediamo i principali, cioè quelli che sono sempre presenti in tutte le case. E lo facciamo partendo da quelli la cui dotazione è indipendente dalla superficie:

  • Ingresso → 1 presa e 1 punto luce;
  • Cucina → 5 prese (di cui 2 sul piano di lavoro), 1 punto luce e 1 punto TV;
  • Bagno con lavatrice → 2 prese, 2 punti luce.

Vediamo ora gli ambienti per cui sono indicate dotazioni diverse a seconda della superficie, cominciando dalle:

Camere da letto

  • Superficie tra 8mq e 12mq → 3 prese, 1 punto luce e 1 punto TV;
  • Superficie tra 12mq e 20mq → 4 prese, 1 punto luce e 1 punto TV;
  • Superficie oltre i 20mq → 5 prese, 2 punti luce e 1 punto TV.

Altri ambienti

Per altri ambienti si intendono tutti quelli non presenti nell’elenco che abbiamo fatto finora, quindi in sostanza soggiorni, sale da pranzo, salotti, studioli, etc.

  • Superficie tra 8mq e 12mq → 4 prese, 1 punto luce e 1 punto TV;
  • Superficie tra 12mq e 20mq → 5 prese, 1 punto luce e 1 punto TV;
  • Superficie oltre i 20mq → 6 prese, 2 punti luce e 1 punto TV.

Oltre a prese e luci ci sono una serie di altri servizi che sono indispensabili all’interno delle abitazioni e che concorrono a determinare il livello dell’impianto elettrico.

Prese telefono e/o dati

Queste vengono normate in relazione alla superficie della casa:

  • Casa fino a 50mq → 1 presa;
  • Casa tra 50mq e 100mq → 2 prese;
  • Casa oltre 100mq → 3 prese.

Apparecchi ausiliari

Gli apparecchi ausiliari sono varie dotazioni che non sono indispensabili per dare un impianto elettrico funzionante. Quindi sono sostanzialmente degli optional.

Infatti la norma, per il livello 1, ne prevede obbligatoriamente solo due: campanello e citofono.

A partire dal prossimo paragrafo vedrai come, nei livelli successivi, diventano obbligatori molti più apparecchi ausiliari.

LIVELLO 2: STANDARD

livelli impianto elettrico: livello 2 - standard

Non devi farti ingannare dal fatto che questo livello sia classificato come “standard”: nessuno dei vecchi impianti elettrici raggiunge le prestazioni di tale livello e anche i nuovi impianti raramente lo fanno.

Rispetto al livello base si tratta semplicemente di aumentare le dotazioni. Vediamo come, riproponendo gli stessi punti del paragrafo precedente.

Quadro elettrico

Il quadro elettrico di un impianto di livello 2 rispecchia la maggiore completezza e sofisticazione dell’intero impianto: anche visivamente è differente in quanto il maggior numero di interruttori installati comporta la necessità di un centralino di dimensioni maggiori.

Queste sono le caratteristiche di un quadro elettrico di livello 2 indipendenti dalla superficie:

  • Presenza di un interruttore generale (interruttore magnetotermico);
  • Presenza di due interruttori differenziali su cui suddividere le linee;
  • Presenza di una protezione contro le sovratensioni se necessario.

Se vai a confrontare con il quadro elettrico di livello 1 vedrai che sono esattamente uguali. La differenza di un impianto standard dal precedente infatti è relativa alla divisione dei circuiti:

Le linee elettriche di un impianto di livello 2

Anche in questo caso il numero di linee minime da prevedere non deve tener conto di quelle dedicate a scaldacqua, condizionatori, caldaie, box auto, cantine a cui devono essere dedicate linee separate.

Quindi, divise per superficie, abbiamo:

  • Casa fino a 50mq → 3 linee;
  • Casa tra 50mq e 75mq → 3 linee;
  • Casa tra 75mq e 125mq → 5 linee;
  • Casa oltre 125mq → 6 linee.

Solo per le case tra 50 e 75 mq non cambia la dotazione rispetto al livello 1, per gli altri tagli di superficie è prevista una linea in più.

Illuminazione di emergenza

Per quanto riguarda le lampade di emergenza:

  • Fino 100mq → 2 lampade di emergenza;
  • Oltre i 100mq → 3 lampade di emergenza.

Anche qui aumentiamo di uno rispetto ad un impianto di livello base.

Dotazione di prese e di illuminazione per singolo ambiente

Vediamo, come per abbiamo fatto per gli impianti di livello 1, cosa prevede la norma partendo dagli ambienti per cui la dotazione è indipendente dalla superficie:

  • Ingresso → 1 presa e 1 punto luce;
  • Cucina → 6 prese (di cui 2 sul piano di lavoro), 2 punto luce e 1 punto TV;
  • Bagno con lavatrice: 2 prese, 2 punti luce.

Ci sono poche differenze con gli impianti di livello 1.

Vediamo invece cosa viene previsto per gli ambienti le cui dotazioni sono legate alla superficie.

Camere da letto

  • Superficie tra 8mq e 12mq → 4 prese, 2 punto luce e 1 punto TV;
  • Superficie tra 12mq e 20mq → 6 prese, 2 punto luce e 1 punto TV;
  • Superficie oltre i 20mq → 7 prese, 4 punti luce e 1 punto TV.

Altri ambienti

Ti ricordo che per altri ambienti si intendono tutti quelli non presenti nell’elenco che abbiamo fatto qui sopra, quindi in sostanza soggiorni, sale da pranzo, salotti, studioli, etc.

  • Superficie tra 8mq e 12mq → 5 prese, 2 punto luce e 1 punto TV;
  • Superficie tra 12mq e 20mq → 7 prese, 2 punto luce e 1 punto TV;
  • Superficie oltre i 20mq → 8 prese, 3 punti luce e 1 punto TV.

Tra camere e altri ambienti le dotazioni sono decisamente più importanti rispetto ad un impianto di livello 1.

Prese telefono e/o dati

In questo caso non cambia nulla rispetto ad un impianto di livello 1:

  • Casa fino a 50mq → 1 presa;
  • Casa tra 50mq e 100mq → 2 prese;
  • Casa oltre 100mq → 3 prese.

Apparecchi ausiliari

Abbiamo visto che nel livello 1 gli unici apparecchi ausiliari necessari sono il campanello e il citofono.

Nel livello 2 questi apparecchi sono più numerosi:

  • Campanello;
  • Citofono;
  • Videocitofono;
  • Controllo dei carichi;
  • Allarme Antintrusione.

In merito ai videocitofoni c’è da fare una precisazione: siccome la sua installazione dipende dal circuito dedicato presente nell’immobile in cui si trova casa tua, se abiti in condominio e non c’è la predisposizione per il videocitofono non sei obbligato ad installarlo per avere un impianto classificato di livello 2.

Per quanto riguarda il controllo dei carichi, si tratta di un piccolo elemento con display che viene inserito all’interno del quadro elettrico che ha, in sostanza, lo scopo di monitorare quanto consumi. Ma non fa solo questo: ti segnala con un suono quando sei in sovraccarico ed effettua il distacco dei carichi (cioè delle linee) non necessari per evitare danni.

Come hai potuto leggere gli impianti elettrici di livello 2 sono molto più completi e prevedono un grado di sicurezza decisamente maggiore rispetto a quello base.

Per ottenere l’ultimo step verso un impianto al top delle performances manca solo un passo: la domotica.

Questa è prerogativa degli impianti di livello 3, che però non prevedono solo l’integrazione della domotica ma anche alcune caratteristiche diverse (migliorative) rispetto a quanto abbiamo visto negli due livelli precedenti.

LIVELLO 3: DOMOTICO

livello impianto elettrico: livello 3 - domotico

Come abbiamo detto, negli impianti di livello 3 non si tratta semplicemente di integrare la domotica, ma anche di aumentare ulteriormente le dotazioni impiantistiche standard con lo scopo non tanto di avere più prese o luci, ma quanto di aumentare ulteriormente la sicurezza dell’impianto.

Vediamo come.

Quadro elettrico

Nel quadro elettrico aumentano le linee, dipendenti dalla superficie, ma anche un’altra caratteristica, indipendente dalla superficie:

  • Presenza di un interruttore generale (interruttore magnetotermico);
  • Presenza di due interruttori differenziali su cui suddividere le linee;
  • Presenza di una protezione contro le sovratensioni (se necessario);
  • Presenza di una protezione contro le sovratensioni per gli apparecchi.

In sostanza vi è una protezione aggiuntiva contro le sovratensioni che evita alle apparecchiature di rovinarsi in caso di picchi di tensione imprevisti.

Infatti se la prima protezione serve per evitare che tu ti folgori (in sostanza funziona come il parafulmini…), questa seconda protezione fa in modo che le apparecchiature (soprattutto elettroniche) non subiscano sbalzi di tensione e si rovinino irrimediabilmente.

La logica è che sia indispensabile proteggere le vite umane (quindi la prima protezione dalle sovratensioni è prevista fin dagli impianti di livello base), e che, come prestazione aggiuntiva (del livello 3), si vada a proteggere anche le apparecchiature (cioè si ha una protezione dal danno economico).

Vediamo invece, a livello di linee, cosa prevede la norma per gli impianti di livello 3.

Le linee elettriche di un impianto di livello 3

Come già detto, anche in questo caso il numero di linee minime da prevedere non deve tener conto di quelle dedicate a scaldacqua, condizionatori, caldaie, box auto, cantine a cui devono essere dedicate linee separate.

Quindi, divise per superficie, abbiamo:

  • Casa fino a 50mq → 3 linee;
  • Casa tra 50mq e 75mq → 4 linee;
  • Casa tra 75mq e 125mq → 5 linee;
  • Casa oltre 125mq → 7 linee.

Rispetto al livello 2 aumentano le linee per gli immobili tra 50 e 75 mq (da 3 a 4) e per quelli oltre i 125 mq (da 6 a 7).

Illuminazione di emergenza

Per quanto riguarda le lampade di emergenza non cambia nulla rispetto al livello 2:

  • Fino 100mq → 2 lampade di emergenza;
  • Oltre i 100mq → 3 lampade di emergenza.

Dotazione di prese e di illuminazione per singolo ambiente

Partiamo, come prima, dagli ambienti per cui la dotazione è indipendente dalla superficie:

  • Ingresso → 1 presa e 1 punto luce;
  • Cucina → 7 prese (di cui 2 sul piano di lavoro), 2 punto luce e 1 punto TV;
  • Bagno con lavatrice: 2 prese, 2 punti luce.

Ci sono poche differenze con gli impianti di livello 2, solo la cucina prevede una presa in più.

Attenzione, nell’elenco che puoi leggere qui sopra non ti ho inserito tutti gli ambienti previsti dalla legge, la quale fornisce indicazioni per le dotazioni minime anche di: anglo cottura, lavanderia, vano wc, corridoio, balcone, ripostiglio, cantina/mansarda, box, giardino (alla fine dell’articolo trovi un documento in cui ti riporto tutto).

Vediamo invece, sempre relativamente al livello 3, cosa prevede la norma per gli ambienti le cui dotazioni sono legate alla superficie.

Camere da letto

  • Superficie tra 8mq e 12mq → 4 prese, 3 punto luce e 1 punto TV;
  • Superficie tra 12mq e 20mq → 7 prese, 3 punto luce e 1 punto TV;
  • Superficie oltre i 20mq → 9 prese, 4 punti luce e 1 punto TV.

Altri ambienti

  • Superficie tra 8mq e 12mq → 5 prese, 2 punto luce e 1 punto TV;
  • Superficie tra 12mq e 20mq → 8 prese, 3 punto luce e 1 punto TV;
  • Superficie oltre i 20mq → 10 prese, 4 punti luce e 1 punto TV.

Come puoi leggere, rispetto ai livelli precedenti, c’è un ulteriore incremento di dotazioni.

Prese telefono e/o dati

In questo caso aumentano le dotazioni rispetto ad un impianto di livello 2:

  • Casa fino a 50mq → 1 presa;
  • Casa tra 50mq e 100mq → 3 prese;
  • Casa oltre 100mq → 4 prese.

Apparecchi ausiliari

Nel livello 3, rispetto al precedente, c’è solo una novità:

  • Campanello;
  • Citofono;
  • Videocitofono;
  • Controllo dei carichi (anche integrato nel domotico);
  • Allarme Antintrusione (anche integrato nel domotico);
  • Impianto domotico.

Qualche parola relativamente alla domotica.

Come prima cosa ti rimando all’articolo che ho pubblicato proprio dedicato alla domotica, lo trovi qui: Guida agli impianti domotici per committenti non esperti.

Le principali funzioni domotiche che possono essere presenti in casa sono:

  • Gestione degli scenari (tapparelle, luci, ecc.);
  • Gestione automatica della temperatura (caldo, freddo);
  • Gestione dei carichi elettrici;
  • Allarme antintrusione;
  • Sistema di diffusione sonora;
  • Rilevazione incendio;
  • Sistema rilevazione gas;
  • Controllo da remoto.

Affinché il tuo impianto sia considerato di livello 3 non è necessario integrare tutte le funzioni che ti ho elencato qui sopra, ma la norma dice che l’impianto domotico deve gestirne almeno quattro.

ristrutturazione pratica: i 7 errori

LA NECESSITÀ DI UNA SCELTA CONSAPEVOLE

Nei paragrafi precedenti ti ho nesso nero su bianco tutte le caratteristiche dei tre livelli di impianti previsti dalla norma CEI 64-8.

Quando sono stati introdotti e ne sono state fissate le caratteristiche nel 2012, è stato compiuto un importante sforzo di semplificazione e chiarimento soprattutto a beneficio dell’utenza finale.

Infatti, con queste indicazioni, anche chi non è un esperto può facilmente comprendere quali sono le caratteristiche di un impianto base, sotto le quali non si può scendere, e quali sono le caratteristiche dell’impianto che il proprio installatore sta proponendo.

Ma la norma CEI 64-8 ha contemporaneamente introdotto anche l’obbligo di informare e coinvolgere l’utente finale (cioè tu) nella scelta del livello dell’impianto, e anche di indicare nel certificato di conformità quale sia il livello installato.

Quello che è mancato, e che manca tuttora, è una diffusione di tali informazioni proprio verso le persone a cui sono destinate, cioè gli utenti finali.

Infatti si tratta di nozioni che sono ben chiare a tutti gli installatori, ma che già tra i miei colleghi progettisti sono poco conosciute. Ammetto che io stesso, fino a poco tempo fa, ero ignorante in materia.

Con questo articolo abbiamo concluso un percorso di informazione sugli impianti elettrici, destinato agli utenti finali. Nei paragrafi precedenti ti ho messo i link agli altri articoli che creano il quadro di insieme che abbiamo delineato su questo argomento.

Ma, prima di chiudere questo articolo, ho un regalo per te: se clicchi sul pulsante qui sotto puoi scaricare gratuitamente un file pdf in cui trovi tutte le nozioni racchiuse nella tabella A allegata alla norma CEI 64-8, che riporta tutte le caratteristiche dei tre livelli degli impianti elettrici di cui abbiamo parlato.

ristrutturazione pratica: i 7 errori

L'articolo I livelli dell’impianto elettrico: un aspetto sconosciuto a tutti i committenti di cui dovresti preoccuparti nel rifacimento del tuo sembra essere il primo su RistrutturazionePratica | Il sistema scientifico per ristrutturare.

21 Novembre 2019 / / Ristrutturazione Pratica

Tu sai cosa è realmente la domotica? Devo ammettere di averlo capito anche io solo da poco.

Se vogliamo dare una definizione di domotica classica (una tra le tante) possiamo dire che sia l’automazione della gestione della casa per ottenere risparmio energetico, sicurezza e aumentare le funzioni a disposizione.

In questo articolo parleremo di domotica, ma voglio affrontare l’argomento in modo un po’ diverso da quello che puoi trovare in rete.

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Il mio scopo è dare risposta alle domande che mi sono posto io, prima quando non capivo la domotica, e poi quando ho cominciato ad approfondirla.

Per anni non ho capito realmente cosa fosse la domotica. Quello che mi ha fregato è sempre stata la parola “scenari”, che mi è stata ripetuta come un mantra da chi ha provato a spiegarmela in passato.

“Se usi questi apparecchi puoi creare xxx scenari di illuminazione”

“Se implementi questa tecnologia puoi aggiungere altri scenari”

“Con questo aggeggio puoi creare i famosi scenari”

Famosi scenari? E cosa sono questi scenari?

Io li ho sempre associati esclusivamente a combinazioni di luci accese in vario modo e con vari colori: un modo per creare delle vere e proprie scene in casa, quasi fosse un teatro.

Così mi immaginavo ad impazzire davanti ad un tablet alla ricerca della giusta combinazione di luci per una cena con amici, dovendo cercare tra gli scenari “film romantico”, “serata di sesso”, “salotto letterario” e altre decine di combinazioni preimpostate.

Ho sempre percepito questa cosa come abbastanza inutile, o almeno non tale da farne valere la pena. Il ché mi ha portato ad avere un po’ di diffidenza verso la domotica, perché non la capivo e perché mi venivano sempre prospettati costi di realizzazione altissimi rispetto ad un impianto normale, costi che raramente un cliente vuole affrontare.

Poi, grazie ad un progetto di qualche tempo fa, in cui con i clienti abbiamo implementato la domotica nella loro ristrutturazione, ho capito che gli scenari della domotica sono qualcosa di molto diverso e rappresentano il cuore della automazioni che rende possibile.

L’articolo che stai leggendo è per tutti quei committenti che non sono esperti di domotica, che non vogliono diventarlo (che tanto è inutile), ma che vogliono capire come funziona questa cosa e in cosa è differente da un impianto elettrico normale.

E in più ti dirò quali sono i problemi che hanno afflitto gli impianti domotici fino a poco tempo fa e che potresti trovarti ad affrontare anche tu se non fai le tue scelte con attenzione.

Ecco di cosa parleremo:

  • Cosa può realizzare con la domotica? Le tre aree principali di intervento: risparmio energetico, sicurezza e maggiori funzionalità;
  • Quali sono i soli tre elementi che servono per realizzare un impianto domotico completo?
  • Qual’è dal punto di vista pratico la differenza realizzativa tra un impianto domotico e di uno normale?
  • Quali sono i principali problemi che hanno afflitto finora gli impianti domotici e che gli hanno impedito di diffondersi?
  • Quali sono le novità della nuova domotica che stanno aprendo il mercato in modo rapido e irresistibile?

Direi che si tratta di un bel po’ di carne al fuoco, quindi non perdiamo tempo.

LE AUTOMAZIONI DELLA DOMOTICA E GLI AMBITI IN CUI INTERVENGONO

Domotica e automazioni

Abbiamo detto che domotica in sostanza è automazione della casa (contiene la parola domos – casa).

Vista più in generale però è automazione delle funzioni all’interno di un edificio, e in tal senso la sua nascita può essere fatta risalire addirittura all’800 con l’invenzione dei primi “regolatori di temperatura”. I termostati in pratica (Tra l’altro da parte dell’azienda che poi si trasformerà in Siemens).

Un impianto di riscaldamento che si accende e si spegne da solo è un’automazione, ed è quindi domotica.

È stato proprio quello della regolazione della climatizzazione la prima branca di sviluppo della domotica che, come automazione in genere, si è affermata in modo importante in ambito terziario (uffici), e che nel domestico è entrata trionfalmente solo da pochi anni (sebbene vi siano applicazioni varie da decenni).

L’automazione domestica riguarda essenzialmente tre aspetti:

  • Il risparmio energetico;
  • La sicurezza;
  • Maggiori funzionalità.

Ma quali sono le automazioni che in ognuno di questi campi può realizzare la domotica, e soprattutto quali sono le automazioni realmente utili?

Mi (e ti) faccio questa domanda perché ho sempre avuto l’impressione che negli anni la domotica sia stata venduta come un sistema in grado di fare cose spesso inutili.

Quella che mi ha sempre fatto ridere è “con la domotica puoi far partire la lavatrice anche quando non sei a casa”.

Ma veramente ti serve far partire la lavatrice mentre sei in viaggio? Serve a questo la domotica?

Personalmente non penso. Questo è ciò che è stato spacciato per anni al solo scopo di vendere ai tech addicted la domotica. In un periodo in cui, in ambito residenziale, si trattava di una novità assoluta, c’era la necessità di suscitare l’attenzione di chi vuole essere sempre il primo dal punto di vista tecnologico. E quindi quale modo migliore che vendere le funzioni più scenografiche? In fondo da questo punto di vista la domotica è come la macchina e gli optional: non la compri per quelli, ma sono loro che spesso ti danno la spinta decisiva a farlo.

La domotica in realtà è decisamente un’altra cosa, ed è molto più utile.

La domotica per il risparmio energetico

Risparmio energetico con la domotica

Se pensi che la possibilità di accendere e spegnere l’impianto di riscaldamento quando non sei a casa sia la domotica applicata al risparmio energetico se fuori strada.

La domotica per il risparmio energetico ha come scopo quello di farti risparmiare soldi in bolletta e tale risultato lo ottieni semplicemente consumando di meno.

Tale obiettivo si ottiene agendo sia sugli impianti di riscaldamento/raffrescamento, che sui carichi energetici.

Climatizzazione e domotica

Per climatizzazione naturalmente intendiamo sia il riscaldamento che il raffrescamento.

Dando per scontato che tu nella tua ristrutturazione abbia optato per impianti ad alta efficienza energetica, la domotica interviene dandoti la possibilità di regolare in modo automatico le temperature di ogni singolo ambiente di casa, sulla base di quanto hai pre-impostato tu.

Questo ti consente di avere ambienti inutilmente riscaldati in momenti in cui non ti servono, oppure di dover chiedere una sovra-prestazione alla caldaia per scaldare rapidamente un ambiente freddo quando invece ti serve.

E naturalmente la possibilità di controllare o di attivare un impianto quando non sei in casa.

Naturalmente la domotica in questo settore entra anche nell’integrazione e controllo continuo tra gli impianti di riscaldamento e raffrescamento, e i sistemi di generazione da fonti rinnovabili (fotovoltaico, pannelli solari, geotermico, etc.).

Controllo dei carichi elettrici

Un sistema di controllo dei carichi elettrici non fa altro che quello che dice: controllare quanta corrente viene richiesta dalle prese dell’impianto domotico (e di conseguenza dagli apparecchi collegati).

La sua utilità ai fini del risparmio energetico è prima di tutto un utilizzo più consapevole degli apparecchi che hai in casa, ed eventualmente togliere la corrente ad alcune prese quando non serve.

Ad esempio: puoi programmare che di notte venga tolta corrente a tutte le prese dove sono collegate apparecchiature elettroniche, così anche la famosa spia della televisione che rimane sempre accesa non lo farà più.

Accensione e spegnimento automatici delle luci

L’accensione e spegnimento automatici delle luci può avvenire in due modi: o con sensori di movimento, o con sensori crepuscolari.

I primi si attivano se rilevano movimento all’interno delle aree che controllano (più o meno come fa un sensore di antifurto volumetrico), mentre i secondi si attivano a seconda di quanta luce è presente.

Questi ultimi sono molto utilizzati esternamente, anche nell’illuminazione stradale.

I risparmi, più che nella funzione di accensione automatica, sono dati dalle funzioni di spegnimento automatico, che consente di non tenere accese luci inutilmente in ambienti dove non c’è presenza di persone.

All’interno delle case sono molto utili in ambienti di passaggio o in cui ci si muove (i bagni ad esempio), meno nelle aree in cui ci si rilassa (divani, tavoli da pranzo, letti.

La domotica per la sicurezza

domotica e sicurezza

La sicurezza di una casa si divide tra passiva ed attiva.

La sicurezza passiva, di cui abbiamo già parlato in questo articolo, è composta da tutti quelli elementi fisici che puoi frapporre tra te e dei malintenzionati.

La sicurezza attiva invece riguarda tutti gli apparecchi che in qualche modo controllano e sorvegliano una casa.

I sistemi di sicurezza esistenti attivi sono vari, ma si possono riassumere sostanzialmente in due tipi: impianti antintrusione e impianti di videosorveglianza.

Come interviene la domotica nella loro gestione?

Sostanzialmente nel creare vari scenari.

Per un impianto antintrusione consente di realizzare, ad esempio, varie impostazioni di attivazione dei vari sensori sparsi per la casa.

La funzione più utile probabilmente è poter controllare la casa da remoto, cosa resa possibile in modo efficace solo con la diffusione degli smartphone. Ed effettivamente, essendo il problema dei furti maggiormente presente quando non ci sono persone nelle case, poter verificare lo stato dei sensori, se hanno rilevato accessi, e anche visualizzare gli ambienti tramite videocamere, sono tutte funzioni molto utili legate alla sicurezza.

Altre funzioni utili da remoto potrebbe essere quella di disattivare temporaneamente solo alcuni sensori, così se qualcuno deve accedere a casa durante la tua assenza può farlo tranquillamente senza dover disinserire completamente l’allarme o farlo partire inavvertitamente.

Le maggiori funzionalità: gli scenari che può creare la domotica

gestire gli scenari con la domotica

Quando parliamo di scenari il campo di applicazione è veramente vasto, chiaramente non limitato all’accensione delle luci secondo un determinato schema.

Anche l’automazione dell’impianto di riscaldamento, di cui abbiamo parlato solo pochi paragrafi fa, è uno scenario.

In sostanza possiamo dire che ogni automazione crea uno scenario, che può essere più o meno complesso.

Quando parliamo di scenari ad esempio possiamo anche fare riferimento all’automazione dell’apertura e chiusura delle tapparelle da un unico punto.

Un’applicazione molto interessante degli scenari è la combinazione di azioni su sistemi impiantistici diversi.

Ad esempio potresti impostare uno scenario che chiami “arrivo a casa”, in cui si accendono automaticamente determinate luci e si alzano alcune tapparelle.

E naturalmente questa cosa può essere totalmente automatizzata sulla base di un gesto, come potrebbe essere aprire la porta di casa, oppure far aprire il cancello del cortile con il telecomando.

Le possibilità sono infinite, e all’interno degli scenari rientrano anche le automazioni delle operazioni più “vendute”, come far partire la lavatrice, il forno o la lavastoviglie.

Direi che solo con quello che abbiamo detto negli ultimi paragrafi dovresti esserti fatto un’idea abbastanza chiara delle possibilità che ti da la domotica e se sono cose che ti possono essere utili.

Considera che tutti gli apparecchi e gli elettrodomestici a breve implementeranno funzioni domotiche, quindi nella tua ristrutturazione devi valutare attentamente la sua introduzione.

Per evitare di perderti tra le mille possibilità della domotica, la prima cosa che devi fare è capire quali sono le funzioni realmente utili da far implementare. Per questo un bravo installatore o progettista non ti proporrà mai un sistema prima di averti interrogato proprio su questi argomenti.

Ma ti sei mai chiesto quali sono gli apparecchi elettrici ed elettronici che consentono di realizzare tutto questo? Come è fatto un impianto domotico?

Quando l’ho scoperto, devo essere sincero, mi sono stupito: perchè ho capito che la complessità degli scenari realizzabili con la domotica si ottiene in realtà con solo tre cose.

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I TRE ELEMENTI DI CUI E’ COMPOSTO UN IMPIANTO DOMOTICO

Un impianto domotico è composto da solo tre elementi:

  • Il bus di comunicazione
  • I sensori
  • Gli attuatori

Tutto ciò che va a realizzare le automazioni di un impianto domotico è racchiuso qui. E, come vedremo, in parte coincidono con elementi che negli impianti normali vengono semplicemente chiamati con altro nome.

Per realizzare un impianto elettrico di tipo domotico completo, a questi che abbiamo appena elencato bisogna aggiungere i cavi di corrente (come in un impianto normale), il quadro elettrico con le varie linee (come in un impianto normale), alcuni alimentatori specifici per la linea domotica e naturalmente i terminali da comandare (condizionatori, elettrodomestici, lampadari, etc.), che sono anche essi elementi normali di qualsiasi impianto elettrico.

Vediamo rapidamente in cosa consistono i tre elementi specifici dell’impianto domotico.

Il bus di comunicazione

il bus di comunicazione della domotica

Se la domotica ha come obiettivo l’automazione della casa, deve fare in modo che tutti gli apparecchi siano messi in comunicazione tra di loro: necessariamente ci sono delle informazioni che devono essere trasmesse.

Queste informazioni vengono trasmesse attraverso i bus. Considera il sistema bus come una strada che passa attraverso tutti gli apparecchi che fanno parte dell’impianto elettrico domotico (sensori e attuatori).

Tale strada può essere unica, oppure può essere ramificata in più parti, dipende dalla dimensione della casa e dal numero di apparecchi da comandare (un singolo impianto domotico può avere al suo interno oltre 60.000 apparecchi…direi sufficienti per casa tua).

Il sistema bus classico e maggiormente diffuso è un semplice cavo di tipo telefonico, attraverso cui passano i dati ed è alimentato con una tensione di 29 volt (dagli alimentatori di cui parlavamo prima).

Se pensi che sui cavi telefonici passa tuttora l’adsl a banda larga, capisci come possano essere più che sufficienti per un impianto domotico, che trasporta molti meno dati.

I sensori

I sensori nella domotica

Abbiamo detto che la domotica è automazione delle funzioni della casa, e per ottenere tale risultato l’impianto è programmato per reagire al variare di alcune condizioni.

Per monitorare le condizioni vengono utilizzati i cosiddetti sensori.

Quando pensi a questi dispositivi devi pensare che siano come i cinque sensi di una persona: vista, udito, tatto, olfatto, gusto.

In fondo i sensori lavorano allo stesso modo.

Ci sono i sensori di vista, che possono essere sensori di movimento, utilizzati nei sistemi di allarme ma anche per accensione e spegnimento delle luci a seconda della presenza o meno di persone; oppure possono essere sensori di luce (rilevano quanta luce c’è in un ambiente), che ad esempio possono accendere o spegnere le luci in base alla quantità di luce naturale presente (vengono usati negli impianti di pubblica illuminazione, sono detti sensori crepuscolari).

Chiaramente ci sono i sensori di temperatura il cui funzionamento probabilmente conosci molto bene perchè è quello di un termostato normale, anche se nel caso della domotica solitamente vengono posizionati in più punti tra cui anche l’esterno.

Ci sono i sensori che simulano l’olfatto, come ad esempio quelli che verificano la presenza di gas all’interno degli ambienti.

I sensori di tatto non sono altro che gli interruttori, o anche i display touchscreen, che semplicemente rispondono al tocco: l’interruttore per accendere la luce, in un sistema domotico, non è altro che un sensore di tatto.

La domanda che potresti farti a questo punto è: ma se i sensori non sono altro che normali interruttori/termostati/etc….che differenza c’è con un impianto elettrico normale visto che le stesse funzioni possono già essere svolte da quello?

Ecco che entra in gioco il terzo elemento di un impianto domotico, quello che crea la magia.

Gli attuatori

Gli attuatori nella domotica

Non vorrei essere ripetitivo, ma lo scopo della domotica è l’automazione, da quelle più semplice come può essere alzare tutte le tapparelle da un unico pulsante, a quelle più complesse come può essere la gestione completa dell’impianto di riscaldamento garantendo sempre la temperatura desiderata.

Abbiamo detto che i sensori raccolgono le informazioni necessarie, però per poter realizzare l’automazione tali informazioni devono essere interpretate e a tale interpretazione deve corrispondere un’azione automatica preimpostata.

Tale compito è demandato agli attuatori, che hanno al loro interno un microprocessore programmabile.

L’attuatore quindi non fa altro che mettere in pratica gli “scenari” che sono stati preimpostati, quindi in sostanza attiva i carichi energetici.

Attivare i carichi significa accendere una lampadina (viene chiuso un circuito e di conseguenza le viene data corrente), oppure far partire la caldaia.

Ma tutto ciò lo fa anche un impianto normale dirai.

Hai ragione: quello che in più fa la domotica è, ad esempio, accendere più lampadine in contemporanea dandoti la possibilità di farlo con combinazioni diverse da un unico pulsante o da un tablet.

Oppure accendere la lampadina, alzare una tapparella e far partire la caldaia in automatico, sempre cliccando un unico pulsante o meglio ancora in modo automatico a seconda delle condizioni climatiche e di illuminazione esterne.

Per fare tutto ciò i dati raccolti dal sensore viaggiano sul bus di comunicazione e vengono recepiti dall’attuatore che li interpreta e attiva o disattiva i circuiti relativi.

Naturalmente affinché sensori e attuatori si comprendano, devono parlare la stessa lingua.

Infatti se il sensore parlasse cinese e l’attuatore inglese, non riusciresti nemmeno ad accendere una lampadina in un impianto.

Chiaramente stiamo parlando di linguaggio digitale ma il concetto è proprio quello: tutti gli elementi di un impianto domotico devono scambiarsi dati usando un linguaggio unico. Ecco quindi che introduciamo un quarto elemento tipico degli impianti domotici:

Il protocollo di comunicazione

I protocolli della domotica

Non si tratta di un elemento fisico, questo penso sia chiaro, però se non c’è un protocollo comune tra tutti gli elementi dell’impianto domotico, questo non sarà mai in grado di funzionare.

Negli anni sono stati sviluppati tanti protocolli di comunicazione, ogni produttore in sostanza ha il proprio.

Tra il 2003 e il 2006 è stato approvato come standard prima europeo e poi mondiale, il protocollo KNX, a cui stanno aderendo tutti i produttori elettrici e elettronici.

Molti produttori hanno a catalogo sia soluzioni con protocolli proprietari, sia soluzioni con protocollo KNX. La scelta di uno o dell’altro dipende sempre dalle esigenze che devi andare a soddisfare con il tuo impianto domotico.

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DIFFERENZA TRA UN IMPIANTO ELETTRICO CLASSICO E UN IMPIANTO ELETTRICO DOMOTICO

In questo paragrafo cerchiamo di capire, a livello realizzativo, quali sono le differenze tra un impianto elettrico di tipo classico e un impianto elettrico di tipo domotico.

La cosa che potrebbe stupire di un impianto domotico è che in fondo non risulta essere più complesso di un impianto classico, anzi alle volte è più semplice.

L’impianto classico

cablaggio di un impianto elettrico tradizionale

Infatti un impianto elettrico classico prevede che tutti gli elementi che lo compongono abbiano un collegamento diretto per realizzare l’azione che gli chiediamo.

Così, ad esempio, un interruttore che deve accendere una lampadina deve realizzare un circuito elettrico che, a grandi linee, funzionerà così:

  1. Dalla linea elettrica principale dell’appartamento, che arriva dal quadro elettrico, all’interno di una cassetta di derivazione, c’è uno stacco verso l’interruttore, cioè parte un cavo che porta corrente.
  2. Dall’interruttore parte un altro cavo che va fino alla posizione della lampadina (solitamente il centro della stanza).

L’interruttore non fa altro che dare o togliere elettricità alla lampadina aprendo o chiudendo il circuito.

Questo finora è una situazione abbastanza semplice: una luce in una stanza non è certo materia di domotica.

Vediamo complicando un po’ la situazione come deve essere realizzato un impianto classico.

Se voglio accendere un’altra lampadina dentro la stessa stanza, in modo indipendente dalla precedente, dalla medesima cassetta di derivazione di prima dovrò fare un secondo stacco che va ad un secondo interruttore che è collegato ad una seconda lampadina.

Quindi abbiamo già raddoppiato il tutto.

Se ho una terza lampadina da accendere dovrò fare un terzo stacco, e così via per quante lampadine ho all’interno dell’ambiente.

E se voglio la possibilità di accendere due o più lampadine contemporaneamente? Posso farlo, però devo rinunciare alla possibilità di accenderle singolarmente. E non potrò mai ottenere combinazioni personalizzate di lampadine accese e spente, a meno di non crearmele manualmente ogni volta cliccando un interruttore per ogni lampadina che voglio accendere.

Tanti cavi, tanti interruttori, nessuna combinazione preimpostata.

L’impianto domotico

Cablaggio di un impianto domotico

In un impianto domotico sappiamo di avere un cavo in più, quello del bus di comunicazione, ma è possibile gestire tutte le funzioni con meno interruttori e meno cavi elettrici rispetto ad un impianto normale.

Devi considerare l’interruttore come un sensore che, poiché non deve gestire direttamente un carico elettrico ma solo un’informazione (cioè non ha il compito di accendere la lampadina ma solo di trasmettere all’attuatore l’informazione che deve accendere la lampadina), è semplicemente collegato al bus di comunicazione e non alla linea di tensione in cui passa la corrente.

Ciò è sufficiente perché comunque nel cavo del bus si ha una tensione minima, 29 volt, sufficiente per far passare l’informazione.

Il bus, come abbiamo già detto, è un cavo unico che collega tutti gli interruttori e gli attuatori, quindi non c’è bisogno di realizzare uno stacco per ogni interruttore dalla cassetta di derivazione.

Come abbiamo appena detto il segnale dato dal sensore viene mandato all’attuatore che deve interpretare il comando e dare o togliere corrente alla lampadina, e quindi è l’unico elemento che ha bisogno della tensione elettrica.

L’attuatore può stare o nel quadro elettrico generale, o in una cassetta di derivazione all’interno della stanza.

Con questo semplice sistema quindi si può:

  • Con un unico pulsante accendere più lampadine o combinazioni di lampadine (un unico interruttore domotico solitamente consente di gestire più scenari);
  • Con più pulsanti accendere più lampadine o combinazioni di lampadine utilizzando un unico cavo di alimentazione all’attuatore;
  • Programmare un’unità esterna (touchscreen o smartphone) per gestire le accensioni.

In sostanza diminuiscono i cavi e aumentano le possibilità.

Chiaramente l’esempio delle luci, che a me non piace ma è il più semplice da spiegare, è solo la punta dell’iceberg di un impianto domotico. Tutte queste possibilità, e molte di più, vanno estese a tutte le tipologie di utenze presenti in una casa: prese, condizionatori, caldaia, videosorveglianza, etc.

Però, nonostante tutte queste possibilità che possono avere un grande impatto sulla vita quotidiana, gli impianti domotici hanno fatto molta fatica a diffondersi.

Infatti hanno avuto più diffusione singole funzioni, che possono essere fatte rientrare nella domotica, come controllo da remoto di videocamere o apertura/chiusura centralizzata di tapparelle, che sistemi completi integrati di domotica.

Questo è dovuto ad alcune problematiche degli impianti domotici che hanno fatto come da barriera alla loro diffusione.

IL PROBLEMA DELLA VECCHIA DOMOTICA CHE DEVI ASSOLUTAMENTE EVITARE

vecchio impianto domotico

L’abbiamo già detto più volte: la domotica negli ultimi anni è stata oggetto di numerose innovazioni stimolati dagli sviluppi tecnologici, il sempre maggiore interesse di produttori di grandi e piccoli elettrodomestici per questo settore e la richiesta di sempre maggiore interconnessione tra gli apparecchi.

Tutto ciò ha portato ad evidenziare alcune limitazioni dei vecchi sistemi domotici proposti dai maggiori produttori e che erano un ostacolo al diffondersi delle automazioni in ambito domestico.

Il maggiore problema dei vecchi sistemi domotici, che in parte sono ancora presenti, è l’utilizzo di protocolli di comunicazione chiusi.

Cioè, sebbene siano disponibili protocolli comuni e aperti tipo il KNX di cui abbiamo parlato, i vari produttori hanno sviluppato protocolli proprietari che non danno la possibilità di comunicazione con altri sistemi, ma solo tra componenti dello stesso produttore.

In Italia in particolare, i principali produttori di materiale elettrico sul mercato (che sono tre) hanno sviluppato i loro protocolli e li hanno in pratica imposti.

Così ad esempio non è raro trovare impianti domotici in cui tutto il sistema elettrico non comunica con l’impianto di allarme e videosorveglianza. Ciò porta, banalmente, a dover avere più quadri di comando, oppure più applicazioni sul cellulare per gestirli, oppure a non poter gestire degli scenari che prevedano operazioni automatiche contemporanee su tutti gli impianti (alzare le tapparelle, accendere le luci e spegnere l’allarme ad esempio).

La stessa cosa può dirsi per gli impianti di riscaldamento, che anche in impianti domotici erano gestiti da un termostato a parte.

Tutto sempre perchè i produttori hanno sviluppato protocolli di comunicazione proprietari e non condivisi.

Fortunatamente negli ultimi anni la situazione sta mutando in modo importante, grazie ad alcune tendenze in atto che ormai non possono più essere fermate.

DOVE STA ANDANDO ADESSO LA DOMOTICA?

Le nuove vie della domotica

Ci sono alcune tendenze molto chiare nel settore della domotica, che sicuramente in parte avrai intuito leggendo il paragrafo precedente:

  • La domotica si sta estendendo a tutti gli elettrodomestici e ai loro produttori;
  • Si cerca l’integrazione tra tutti quanti gli elementi del sistema domotico;
  • Sono entrati in campo grossi player totalmente esterni al settore come Google (google home), Apple (homekit) e Amazon (alexa);
  • Si stanno diffondendo sempre di più tecnologie wireless.

Tutto ciò sta dando un impulso molto forte alla diffusione della domotica, aiutato anche dai costi che si stanno rapidamente abbassando.

Però, se da un lato questo comporta una maggiore accessibilità ai sistemi domotici, e quindi una loro maggiore diffusione, dall’altro un mercato con una scelta così ampia comporta delle nuove problematiche con cui devono confrontarsi i committenti.

A partire dalla tecnologia wireless, che è stata implementata per evitare le costose opere murarie che un nuovo impianto domotico cablato comporta, ma che si porta dietro alcune pecche.

E’ proprio il mezzo con cui vengono trasmesse le informazioni il primo problema: l’aria. Sebbene i sistemi wireless stiano diventando molto performanti, utilizzano un mezzo di comunicazione che non garantisce precisione nella trasmissione del comando.

Ti faccio un esempio banale che ho vissuto per anni in prima persona: in casa avevo le tapparelle elettrificate e, oltre ai singoli comandi vicino alle finestre, avevo anche un telecomando centrale per gestirne l’apertura e chiusura da un unico punto.

Non era raro che alcune tapparelle non rispondessero al comando centrale, così più di una volta mi sono ritrovato ad uscire di casa lasciandone qualcuna aperta.

Altro problema legato ai sistemi wireless riguarda l’ampiezza della banda, cioè quanti dati possono trasportare.

E’ vero che abbiamo detto che le informazioni per gestire una rete domotica non sono molte, però non sono molte per passare attraverso un doppino telefonico, non attraverso un sistema wireless.

Ad esempio se all’interno di una rete domotica ci sono delle smart tv, oppure dei piccoli server potresti riscontrare dei problemi.

Io stesso in casa ha un archivio digitale dentro cui ho un sacco di film e fotografie, a cui mi collego tramite wifi perchè non ho una rete cablata in casa.

Quando trasmetto un film in alta definizione sulla televisione, spesso il video si blocca perchè i dati non sono arrivati per tempo. Problemi del wifi.

Che puoi ritrovarti pari pari se hai un collegamento a qualche servizio tipo Netflix, Amazon prime video, etc.

Quindi, se è giusto che tu ti faccia facilmente entusiasmare dalla domotica, devi attenerti a dei principi per non fare la scelta sbagliata.

COME SCEGLIERE IL GIUSTO IMPIANTO DOMOTICO

Per scegliere il giusto impianto domotico per casa tua hai una sola scelta: affidarti ad un installatore competente. Che non è l’elettricista che installa impianti comuni.

Sebbene sia in atto un’apparente semplificazione degli impianti domotici, nella realtà stanno raggiungendo un tale livello di sofisticazione che l’intervento di tecnici specializzati solo in tale settore è obbligatorio.

Cosa che tra l’altro è lo standard all’estero.

Solo un tecnico specializzato potrà aiutarti ad individuare le tue esigenze e a consigliarti di conseguenza i sistemi corretti da utilizzare.

Detto ciò, nella scelta del tuo nuovo impianto domotico devi basarsi su alcuni principi:

  1. Evita sistemi chiusi, ma protocolli aperti e facilmente espandibili;
  2. Prediligi sistemi cablati per garantirti stabilità e ampiezza di segnale;
  3. Rivolgiti ad installatori professionali di impianti domotici;
  4. Pretendi che tutta la gestione domotica sia eseguibile da un unico punto con un’unica interfaccia.

Con questo ultimo punto non intendo che la domotica deve essere gestita solo da un touchscreen in casa o solo dallo smartphone.

Ma invece che tu abbia un unico touchscreen per tutta la domotica e non più di uno a seconda della parte di impianto da controllare (uno per le tapparelle, uno per la climatizzazione, uno per le luci, uno per l’allarme, etc.).

E che tu possa allo stesso tempo gestire tutta la domotica dallo smartphone…ma usando una sola applicazione e non una per ogni parte di impianto.

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11 Novembre 2019 / / Blog

Da alcuni anni si sta assistendo, nel design di interni, ad un utilizzo sempre più frequente delle vetrate per interni.

Sono una soluzione che a me piace molto, soprattutto nella ristrutturazione di appartamenti: consente di ampliare visivamente gli spazi, garantendo comunque una divisione tra gli stessi, e di rendere luminose stanze che altrimenti potrebbero essere buie. Però non è tutto rose e fiori: per installare una vetrata per interni ci sono molti problemi da affrontare e risolvere di cui devi essere consapevole.

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Ho recentemente fatto montare una vetrata interna della lunghezza di circa 6 metri e ho avuto modo di capire ed affrontare molti problemi legati alla sua installazione.

Dopo questa esperienza (per me la prima con queste dimensioni) posso affermare con una certa sicurezza che:

  • se vuoi una vetrata per interni in casa tua devi scendere a molti compromessi;
  • i sistemi di fissaggio hanno costi importanti che devi considerare nel budget messo a disposizione;
  • raramente tali sistemi di fissaggio vengono progettati nel modo corretto…

In questo articolo ti svelerò molte cose sulle vetrate per interni che gli articoli che puoi trovare in rete non ti dicono: infatti sono tutti realizzati da produttori e rivenditori di vetrate, che ti devono far vedere quanto sono belli i loro prodotti. E i pochi non gestiti da loro, hanno il solo scopo di mostrati qualche bel progetto con le vetrate.

Ma in nessuno viene affrontata la questione dal punto di vista tecnico. Tu non devi diventare un esperto, ma conoscere alcuni aspetti tecnici è indispensabile per farti prendere decisioni consapevoli e valutare compiutamente i costi di installazione.

DOVE SI UTILIZZANO LE VETRATE PER INTERNI?

vetrate per interni: come usarle?

Capisco che, dal titolo, questo paragrafo possa sembrare all’apparenza inutile ai fini di quanto vogliamo dire in questo articolo, però si tratta di un passaggio fondamentale.

Infatti capendo quali sono i principali utilizzi delle vetrate per interni, possiamo anche capire quali sono i problemi correlati e quindi individuare le azioni necessarie per risolverli.

Quest’ultima è la cosa che deve interessarti di più: risolvere i problemi legati alle vetrate per interni. Partiamo dall’inizio.

Quando parliamo di vetrate per interni possiamo distinguere tra porte vetrate e pareti vetrate.

Le prime dividono due ambienti come una normale porta ma permettono il passaggio di più luce.

Le seconde si sostituiscono alle pareti, si tratta solitamente di più lastre di grandi dimensioni, spesso con integrati sistemi di apertura a battente o scorrevoli.

Gli aspetti positivi delle pareti vetrate per interni li abbiamo già accennati: permettono di mantenere fisicamente separati gli ambienti, dando però la sensazione di un unico grande spazio. Questa cosa è molto utile negli appartamenti, in particolare nelle zone giorno tra soggiorno e cucina, in cui uno spazio piccolo si moltiplica e allo stesso tempo si riesce a mantenere confinato il caos e gli odori che spesso regnano nelle cucine.

Personalmente sono sempre stato un sostenitore dei cosiddetti open-space, in cui tutte le funzioni della zona giorno sono concentrate in un unico grande spazio. Però questa predisposizione si è sempre scontrata con alcune considerazioni di tipo pratico legate alla cucina: una cucina dentro il soggiorno costringe a una costante pulizia e la mancanza di separazione fa passare gli odori, che non sempre sono piacevoli.

Installare una vetrata per interni che divide il soggiorno dalla cucina è una valida risposta a queste problematiche perché consente grande versatilità degli spazi, dando la possibilità di confinare la cucina all’occorrenza.

Nell’ultima parte dell’articolo ti farò vedere un mio progetto in cui ho fatto installare la parete vetrata di cui ti ho già fatto accenno nell’introduzione: 6 metri di lunghezza e 2,7 metri di altezza per un totale di 6 ante di cui 4 scorrevoli. Una bella bestia.

Se le porte vetrate non presentano particolari problematiche (anche se non è sempre vero…), le pareti vetrate interne hanno dei problemi che devono essere considerati in modo attento in fase di progetto. Infatti sono composte di lastre di grandi dimensioni, che possono avere problemi di rigidezza e che pesano molto.

Quindi vanno fatte riflessioni in merito al tipo di lastra scelto in funzione del tipo di parete vetrata che verrà installata, e riflessioni riguardo al sistema che dovrà sostenere la parete vetrata.

Se in merito alla tipologia di vetro i produttori industriali di grandi dimensioni (come Saint-Gobain, il leader mondiale) e le aziende specializzate nella lavorazione del vetro (come Vetromarca ad esempio), hanno un controllo preciso e puntuale per quanto riguarda la tipologia e sicurezza delle lastre, lo stesso potrebbe non dirsi per i piccoli artigiani con in quali ho personalmente più volte dovuto scontrarmi.

In merito ai sistemi di supporto, invece, in molti casi si tratta di studiare delle soluzioni apposite che possano supportare i carichi dei vetri e degli eventuali telai in cui sono inseriti. E questo è un aspetto che deve essere considerato e previsto attentamente dal tuo progettista prima di installare la vetrata. In pratica, come per gli infissi viene prima installato un controtelaio nascosto nella muratura, anche per le pareti vetrate per interni deve essere fatta una cosa simile…solo che potrebbe essere molto più impegnativo di quello che credi.

Per chiarirti le idee su questi due aspetti nei prossimi due paragrafi approfondiremo i seguenti argomenti:

  • Le tipologie di vetro adatte per legge per le vetrate da interni e le finiture possibili
  • I sistemi di sostegno ed ancoraggio delle vetrate

IL VETRO: L’ELEMENTO PRINCIPALE DELLE VETRATE PER INTERNI

vetrate per interni: il vetro

Naturalmente il vetro è l’elemento principale di questo sistema. Le lastre possono essere inserite all’interno di telai, solitamente di alluminio, oppure totalmente libere, cioè vedi solo vetro. In questo secondo caso chiamate “a filo lucido”.

Il filo lucido è una lavorazione che viene fatta dopo il taglio delle lastre per fare in modo che il bordo della lastra sia appunto lucido. Infatti l’operazione di taglio lascia un bordo tagliente, irregolare e scuro. Siccome nelle le vetrate senza telai puoi entrare in contatto anche con il bordo del vetro, allora, tramite delle mole, questi vengono resi regolari, non taglienti e lucidati, così da prendere lo stesso colore della lastra.

Sia che tu acquisti una vetrata con telaio che a filo lucido, il vetro deve rispondere a delle precise caratteristiche normate. La norma di riferimento è la UNI 7697 (l’ultima versione in vigore è quella del 2015) che prescrive delle caratteristiche a cui devono rispondere anche le vetrate interne che dividono due ambienti.

I vetri che è possibile commercializzare e installare nel settore dell’edilizia, sia da esterni che da interni, ormai possono essere solo di due tipologie: stratificati o temprati. Ne abbiamo già parlato in modo abbastanza approfondito nel terzo articolo dedicato alla sostituzione degli infissi.

Vediamo cosa sono queste due tipologie di vetri con un estratto da quell’articolo. Per approfondimenti vai al link che ti ho messo qui sopra.

I vetri stratificati sono composti da due lastre accoppiate tra loro.  Per fare in modo che i vetri rimangano uniti vi viene interposta una sottile pellicola di PVB (polivinilbutirrale) assolutamente trasparente. Tale pellicola viene prodotta in vari spessori ma quelli più diffusi in ambito residenziale sono due: 0,38mm e 0,76mm.

Questa pellicola svolge anche un altro ruolo importante: rende i vetri stratificati “di sicurezza”. Infatti, grazie alle sue notevoli proprietà adesive, fa in modo che un vetro che si rompe a causa di un urto non cada a terra in mille pezzi ma rimanga “appiccicato” nella posizione originaria. Questa è una caratteristica richiesta dalle leggi sia per l’interno che per l’esterno: per l’interno al fine di evitare che gli utenti vengano colpiti da schegge di vetro, per l’esterno al fine di evitare che il vetro cada costituendo pericolo per le persone.

Tratto da https://www.ristrutturazionepratica.it/sostituzione-degli-infissi-parte-3/

Riconosci che si sta parlando di un vetro stratificato quando è descritto in questo modo: 33.1, 33.2, 44.1, etc.; in cui il primo numero caratterizza lo spessore delle due lastre di vetro (ad esempio 3mm + 3mm) e il numero dopo il punto lo spessore della pellicola (1 sta per pellicola di 0,38mm).

I vetri temprati invece sono costituiti da lastre che hanno subito un particolare trattamento che ne ha aumentato in modo significativo la resistenza agli urti e soprattutto che, nel caso in cui si rompano, si frantumano in pezzi molto piccoli che non sono pericolosi per le persone che vi ci si trovano vicine.

Il processo di tempratura consiste nello scaldare ad una temperatura di circa 700° una lastra di vetro e poi raffreddarla rapidamente per fare in modo che, grazie alla contrazione dovuta a questa variazione di temperatura, si formino all’interno della lastra delle tensioni che la rendono più rigida.

I vetri temprati non possono essere usati verso l’esterno perché, a differenza degli stratificati, non rispondono alle esigenze di anticaduta, invece possono essere usati all’interno in quanto considerati di sicurezza.

Tratto da https://www.ristrutturazionepratica.it/sostituzione-degli-infissi-parte-3/

Le lastre normali, dette di tipo float, non possono essere utilizzate per installazioni né interne né esterne.

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Però c’è da fare un ulteriore passo: infatti sia i vetri stratificati che i vetri temprati hanno una classificazione in merito alla sicurezza che devono garantire. Anche questa è normata dalla UNI 7697, che ci dice anche quale sia la sicurezza minima per l’installazione in vetrate per interni.

Le vetrate per interni senza pericolo di caduta nel vuoto (quelle classiche che dividono due stanze), possono essere:

  • 2B2 per vetri stratificati;
  • 1C3 per vetri temprati.

Se c’è pericolo di caduta nel vuoto (pensa ad una vetrata che delimita una scala) il vetro può essere solo stratificato e deve essere di tipo 1B1.

Ma cosa significano questi codici?

Dobbiamo fare riferimento alla norma UNI EN 12600, il cui titolo è “Vetro per edilizia – Prova del pendolo – Metodo della prova di impatto e classificazione per il vetro piano “. In sostanza definisce le prove da fare sulle vetrate, come farle e la conseguente classificazione.

La prova consiste nel far cadere un impattatore di 50kg sulla lastra da diverse altezze. In base alla risposta della lastra si fa la classificazione.

  • 1B1 (stratificato) la lastra deve resistere presentando fessurazioni con frammenti uniti in seguito alla caduta dell’impattatore da un’altezza di 1,2m;
  • 2B2 (stratificato) la lastra deve resistere presentando fessurazioni con frammenti uniti in seguito alla caduta dell’impattatore da un’altezza di 45cm;
  • 1C3 (temprato) la lastra si disintegra in piccole particelle in seguito alla caduta dell’impattatore da un’altezza di 19cm.

Spero di averti dato informazioni utili in merito alla tipologia di lastra che verrà utilizzata nella tua vetrata interna. Solitamente i produttori di vetrate per interni grandi e medi rispettano senza problemi queste caratteristiche. Sono invece i piccoli artigiani che possono essere meno attenti a questi aspetti.

Vediamo l’altro elemento fondamentale nella realizzazione di una vetrata da interni: il sistema di ancoraggio.

I SISTEMI DI SOSTEGNO ED ANCORAGGIO DELLE VETRATE

vetrate per interni: i binari

Questo è un aspetto importante da affrontare e che troppo spesso non viene valutato correttamente.

Le vetrate di grandi dimensioni sono elementi pesanti e sottili che, a differenza delle pareti in laterizio e mattoni, non possono contare sulla gravità (cioè sul loro peso) per garantirne la stabilità, ma devono obbligatoriamente avere un sistema di aggancio superiore efficace, che si faccia carico di buona parte dei pesi e che impedisca il ribaltamento. E tali sistemi di aggancio devono ancorarsi alle strutture del tuo immobile, che nella parte superiore sono travi e solai.

Le pareti vetrate per interni da industria (cioè quelle che puoi trovare ad esempio nei negozi di arredamento o di infissi) sono sempre composte, oltre che dal vetro, da telai o binari che consentono il necessario ancoraggio alle strutture della casa.

Su quello puoi stare tranquillo, il vero problema è che capita spesso che non sia possibile agganciare i telai della parete vetrata alle strutture portanti dell’immobile, e quindi diventa necessario prevedere delle strutture aggiuntive per garantire l’ancoraggio in sicurezza delle vetrate.

Provo a spiegarmi meglio perché capisco che non sia un concetto immediato da comprendere se non sei del settore.

Nel caso di una vetrata a tutta altezza, quindi che va dal pavimento al soffitto, i sistemi di aggancio forniti dai produttori sono sufficienti: infatti, per garantire la stabilità, basta fissare i profili che ti vengono forniti al solaio superiore e il gioco è fatto.

Però nella realtà dei fatti sono molto frequenti situazioni in cui tale soluzione non è possibile. Ad esempio:

  • La vetrata non è a tutta altezza;
  • La vetrata si trova in un ambiente controsoffittato;

In questi casi è necessario prevedere una seconda struttura, realizzata appositamente e collegata con le strutture portanti dell’edificio, a cui agganciare la parete vetrata per interni.

Queste strutture aggiuntive solitamente vengono realizzate con delle travi di acciaio o di legno (dipende dai carichi in gioco) che vengono semplicemente appese al solaio superiore.

Personalmente ritengo che sia sempre il metodo migliore per risolvere il problema: infatti questa soluzione potrebbe creare non pochi problemi strutturali proprio al solaio superiore a cui è agganciata la parete vetrata interna.

Se il carico che devono reggere è quello una vetrata fissa o di una vetrata con classiche porte a battente (anche se di vetro) che appoggiano a terra, e che quindi scaricano una buona parte del loro peso proprio a terra, allora possono essere soluzioni valide. Ma se si tratta di vetrate scorrevoli, che sono completamente appese e che quindi gravano solo sul solaio superiore, tale soluzione potrebbe generare carichi eccessivi, dando origine a possibili problemi strutturali.

Considera infatti che una lastra di vetro larga 1m e alta 2,5m pesa circa 70kg. A questo peso devi aggiungere quello della struttura che hai fatto realizzare per reggerla e anche tutto il carico che l’inquilino del piano superiore ha messo (e che tu non conosci). È proprio il tuo carico che potrebbe essere di troppo.

Non dico che il solaio ti cadrà in testa, però nel tempo potrebbe curvarsi portando a:

  • Problemi alla vetrata che viene “schiacciata” verso il pavimento;
  • Problemi agli intonaci superiori che potrebbero cominciare a staccarsi;
  • Problemi al pavimento del piano di sopra che potrebbe cominciare a sollevarsi;
  • In casi estremi il solaio potrebbe cedere.

Come fare per installare comunque una vetrata scorrevole ed evitare tutti questi problemi? Creando una struttura che distribuisce il peso dei carichi sia sul solaio superiore che sul solaio su cui poggi i piedi (il pavimento di casa tua per intenderci).

Per farti capire meglio il concetto ti faccio vedere la soluzione che abbiamo studiato insieme al mio ingegnere strutturista per la vetrata di 6m di larghezza, di cui ti sto parlando dall’inizio dell’articolo.

UNA PARETE VETRATA DI 6 METRI TOTALMENTE APPESA

vetrate per interni: una parete lunga 6 metri

In una ristrutturazione, con i proprietari abbiamo deciso di realizzare una cucina totalmente aperta sul salone. Però c’era anche la necessità di poter dividere, all’occorrenza, la cucina dal salone . Abbiamo già parlato all’inizio dell’articolo del motivo per cui questa cosa è importante.

In questo caso il fronte tra cucina e salone era di 6 metri e la soluzione per raggiungere il nostro obiettivo è stata proprio installare una parete vetrata da interni a tutta altezza.

L’altezza netta della casa era di 3 metri però, per motivi tecnici, è stato necessario controsoffittare tutta la cucina, portandola ad un’altezza netta di 2,7m. Quindi la vetrata non avrebbe potuto essere agganciata direttamente al solaio superiore.

Vista la notevole larghezza ho optato per 6 lastre larghe 1m l’una, di cui due fisse ai lati e quattro scorrevoli che, da aperte, si andavano ad impacchettare sulle fisse.

La situazione critica a cui rispondere era che, quando totalmente aperta, ai due lati sarebbero state presenti 3 lastre di notevoli dimensioni appese al binario superiore del sistema scorrevole: circa 250kg di solo vetro tutti concentrati in 1 m. Un carico decisamente importante e che, sebbene accettabile per la struttura in oggetto, non mi lasciava tranquillo.

Mi è stato subito chiaro che, vista la situazione specifica, fosse necessaria una struttura per sostenere la vetrata e che tale struttura non potesse essere solo agganciata al solaio superiore ma dovesse anche scaricare i pesi a terra. Inoltre tale struttura doveva essere sufficientemente rigida e leggera.

La soluzione è stata quella che vedi qui sotto: creare un portale in acciaio composta da due montanti laterali collegati al solaio inferiormente e superiormente, una trave sempre in acciaio saldata ai montanti e con tre agganci centrali al solaio superiore. Questi tre agganci hanno svolto un duplice ruolo: prendere parte dei carichi della parete vetrata per trasferirli al solaio superiore e impedire la flessione della trave di acciaio a causa del peso e movimento del vetro.

vetrate per interni la struttura di sostegno

Il risultato di questa soluzione è stato scaricare gran parte dei carichi sul solaio. Tra l’altro la posizione dei montanti è stata individuata vicino a dei pilastri in calcestruzzo esistenti e sopra delle travi, per trovare dei punti maggiormente resistenti.

Qui sotto puoi vedere il risultato della vetrata installata:

La vetrata ha avuto un costo notevole, ma anche il portale che ho fatto installare non è costato poco (naturalmente molto meno della vetrata…).

Tutto è stato studiato al centimetro per ottenere un effetto scenico che lascia stupite tutte le persone che entrano in quella casa. Però è stato necessario progettare e predisporre tutto prima di installare la vetrata. E se non fosse stato fatto sarebbero stati dolori.

Se vuoi una vetrata per interni in casa tua, metti in conto tutto quello che hai potuto leggere in questo articolo e tieni conto anche dei costi aggiuntivi che dovrai sostenere oltre a quello della vetrata in sé.

Se invece ti piace la casa che hai visto in questa foto il mio contatto lo trovi nel sito che stai leggendo.

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Le statistiche ci dicono che la tipologia di edificio residenziale più diffusa in Italia è di gran lunga il condominio. E tutti i condomini realizzati dal dopoguerra fino agli anni ottanta del secolo scorso soffrono inevitabilmente di due problemi patologici che li rende dei malati da curare:

  1. Non rispettano le attuali normative antisismiche;
  2. Lo scorrere del tempo ha intaccato le parti strutturali ed edilizie.
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Sebbene possano sembrare problematiche strettamente correlate, si tratta in realtà di aspetti molto diversi tra di loro, soprattutto dal punto di vista degli interventi necessari per risolverli (o per attenuarli).

In questo articolo non ti parlo di problematiche legate alla ristrutturazione della tua casa, ma allarghiamo un po’ lo sguardo e parliamo di problematiche, molto comuni e gravi, che con ogni probabilità affliggono anche l’edificio in cui si trova il tuo appartamento.

Ne parliamo perchè, se non si interviene per tempo, possono portare a conseguenze tragiche, come il crollo. Ma anche in casi meno gravi possono portare a problematiche importanti dentro casa tua.

Mi ricordo di un appartamento su cui sono intervenuto qualche anno fa in cui erano presenti evidenti macchie di umidità su alcune pareti. A differenza di quello che accade di solito, cioè che l’umidità è causata da perdite dell’impianto idraulico dell’inquilino del piano di sopra o di una mancata ventilazione in ambienti particolarmente umidi, in questo caso l’umidità aveva un’origine condominiale.

Infatti l’intonaco esterno si era lesionato in più parti e l’acqua piovana nel tempo aveva trovato la sua strada dentro le pareti fino a manifestarsi dentro l’appartamento.

Fatta presente la questione all’amministratore, l’assemblea condominiale si è rifiutata di porre rimedio al problema (rifacendo l’intonaco), così il mio cliente si è visto costretto a fare causa al condominio e io ho dovuto prevedere una soluzione tampone per poter proseguire i lavori e garantire la salubrità degli ambienti interni.

Quindi nei prossimi paragrafi vedremo quali sono le cause delle due patologie che abbiamo elencato poco sopra e come è possibile intervenire per risolverle.

RENDERE SICURI EDIFICI NON ANTISISMICI

sicurezza antisismica

Dire che un edificio non è antisismico non significa affermare che crollerà sicuramente in caso di terremoto. Allo stesso modo dire che un edificio è antisismico non significa avere la certezza che rimarrà in piedi in seguito a un sisma. Però tra i due io preferirei vivere in uno progettato e realizzato con criteri antisismici…

Detto ciò, negli ultimi decenni in Italia ci sono stati molti terremoti che hanno creato enormi danni, ma che hanno anche permesso di raccogliere una mole di informazioni vastissima in merito al comportamento delle strutture edilizie durante questi eventi.

Tutto ciò, insieme alle parallele ricerche fatte in tutto il modo sul tema, hanno permesso di mettere a punto delle pratiche costruttive che hanno reso i nuovi edifici nettamente più sicuri dal punto di vista sismico.

Però c’è da evidenziare che le prime normative tecniche relative alla progettazione delle strutture antisismiche risalgono alla metà degli anni 70 (a partire dalla legge 64/1974). Negli anni la normativa tecnica si è evoluta, soprattutto in seguito ai terremoti del Friuli del ’76 e dell’Irpinia dell’80, ma una normativa realmente aggiornata e completa ce l’abbiamo solo dal 2008, quando sono entrate in vigore le norme tecniche per le costruzioni (recentemente aggiornata nel 2018).

A ciò dobbiamo aggiungere che la prima classificazione sismica del territorio basata su criteri scientifici risale all’inizio degli anni ottanta del secolo scorso: ma riguardava circa il 45% del territorio italiano su cui risiedeva solo il 40% della popolazione. Tutto il resto del territorio non era classificato sismicamente e pertanto non c’era l’obbligo di applicare alcun criterio antisismico nella progettazione degli edifici.

La classificazione sismica completa del territorio italiano risale solo al 2003, quando abbiamo scoperto che tutto il territorio italiano, tranne piccolissime porzioni, è totalmente sismico (anche se con gradi di sismicità differenti).

Quindi in sostanza solo da allora abbiamo la certezza che un nuovo edificio dovrà sempre essere progettato rispettando i criteri antisismici. Ma quelli esistenti?

Queste informazioni dovrebbero farti comprendere come le probabilità che il condominio in cui vivi sia antisismico non sono poi così alte.

Per capire meglio quante sono le reali probabilità che casa nostra si trovi all’interno di un edificio costruito secondo criteri antisismici, è utile vedere i dati statistici sulle costruzioni italiane. Ci vengono in aiuti quelli contenuti nel censimento del 2011:

PERIODO DI COSTRUZIONE NUMERO DI IMMOBILI COSTRUITI
Prima del 1919 3.893.567
Dal 1919 al 1945 2.704.969
Dal 1946 al 1961 4.333.882
Dal 1962 al 1971 5.707.383
Dal 1972 al 1981 5.142.940
Dal 1982 al 1991 3.324.794
Dopo il 1991 2.161.345

Come puoi leggere la maggior parte degli edifici sono stati realizzati in periodi in cui non c’era una normativa tecnica antisismica in vigore e quasi tutti sono stati costruiti quando non c’era una classificazione completa del territorio.

Puoi trarre da solo le tue conclusioni…

Chiaramente non rispettare le attuali normative antisismiche non significa che gli edifici sono instabili e non sicuri in situazioni normali, lo diventano però durante un terremoto. E il fatto che un edificio non progettato con criteri antisismici abbia resistito ad un terremoto importante, non significa automaticamente che lo farà nuovamente.

Cosa dovremmo fare allora? Abbattere tutti gli edifici non antisismici e ricostruirli da capo?

Sebbene la qualità architettonica italiana del dopoguerra sia mediamente molto scarsa, la sostituzione degli edifici residenziali non è quasi mai attuabile, in compenso è possibile intervenire su quelli esistenti per migliorare la situazione.

Rendere un edificio esistente totalmente rispondente alle norme antisismiche è impossibile, però sono state sviluppate tecnologie in grado di migliorare notevolmente le prestazioni da questo punto di vista con degli interventi mirati sulle strutture esistenti.

Quindi la risposta alla prima patologia dei condomini italiani, cioè il loro non rispondere a criteri antisismici pur trovandosi in un territorio altamente sismico, è duplice:

  • Demolizione e ricostruzione dell’edificio;
  • Interventi strutturali che migliorino la sicurezza antisismica.

Chiaramente la prima soluzione sarebbe quella preferibile, però in caso di condomini abitati da decine di famiglie risulta quasi inattuabile (e infatti non viene mai fatto in Italia). La seconda invece è più facilmente perseguibile e, grazie alle detrazioni date dal sismabonus di cui abbiamo già parlato in un altro articolo, si sta provando a farla diventare anche economicamente appetibile.

Certo, nonostante le detrazioni l’investimento economico continua ad essere molto oneroso e pertanto continua a non essere particolarmente diffuso. Per farlo è necessaria una certa lungimiranza e sicuramente una disponibilità economica che non è sempre presente, per cui molti condomini desistono.

Comunque al momento quella è la via per rispondere alla prima patologia dei condomini.

La seconda patologia invece, cioè i danni strutturali ed edilizi dati dal passare del tempo, ha natura e soluzioni molto diverse. E la sua risoluzione è più facilmente attuabile, oltre che quasi sempre molto più urgente del miglioramento sismico. Infatti anche in condizioni di normalità potrebbe rendere estremamente pericolosi gli edifici per gli inquilini e anche per la pubblica incolumità delle persone che ci passano nei pressi.

RIPARARE AI DANNI DEL TEMPO SUI CONDOMINI

Danni in facciata

Se quando passeggi per strada provi ad alzare un po’ il naso, ti accorgerai di quanti siano gli edifici che portano pesantemente i segni del tempo: facciate totalmente rovinate, intonaci staccati, strutture di calcestruzzo armato in vista e evidentemente danneggiate.

Mai sentito di persone che sono state colpite da pezzi di intonaco o mattoni che si sono distaccati da pareti e terrazzi? Ogni poche settimane se ne legge notizia.

Un cornicione che si stacca, oltre ad essere mortale, non è altro che il segno del tempo che si fa sentire sugli edifici. I quali spesso sono stati costruiti in periodi in cui venivano sperimentati nuovi materiali le cui conoscenze tecnologiche non erano approfondite e paragonabili a quelle attuali. E in cui venivano utilizzati anche volutamente materiali economici e scadenti.

Gli inquilini sono i primi che dovrebbero preoccuparsi dello stato di salute dell’edificio in cui vivono, ma troppo spesso sono interessati solo a ristrutturare la propria casa per fare in modo che sia bellissima, per poi accettare che si trovi all’interno di un edificio che sembra uscito da una zona di guerra.

La manutenzione ordinaria necessaria non viene mai fatta sui condomini e, anche quando si evidenziano i primi segnali di problemi, vengono ignorati fino ad arrivare a situazioni di degrado estetico, funzionale e strutturale gravi.

I danni dovuti al passare del tempo in assenza di manutenzione interessano tutti i componenti di un edificio:

  • Le strutture
  • Gli elementi edilizi
  • Le finiture
  • Gli impianti

Abbiamo detto che tali danni sono dovuti a mancanza di manutenzione nel momento in cui cominciano a manifestarsi. Ma quali sono le cause che portano alla loro comparsa?

Sostanzialmente possono essere individuate tre cause:

  1. Interventi impropri eseguiti nel tempo;
  2. Perdite impiantistiche (idriche);
  3. Danni climatici.
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I danni da interventi impropri

In merito agli interventi impropri eseguiti nel tempo mi viene sempre in mente un edificio della città in cui vivo, Salerno, che proprio a causa loro ha rischiato e rischia tutt’ora di crollare.

Questo edificio è in muratura portante: cioè non ci sono colonne e pilastri come gli edifici in calcestruzzo armato, ma le strutture verticali sono composte da robusti muri che percorrono l’edificio per tutta l’altezza.

Mi hanno raccontato che nel corso degli anni gli inquilini dei vari appartamenti, per modificare la distribuzione interna in seguito a ristrutturazioni, hanno aperto talmente tante porte più o meno grandi e in posizioni differenti, su questi muri portanti che l’hanno trasformato in un groviera, rendendolo instabile e pericoloso.

Abito a Salerno da poco più di 10 anni: ho sempre visto quell’edificio circondato da impalcature, con l’androne interno puntellato per evitare che i solai crollino: in tutti questi anni non si è fatto nulla e le persone continuano ad abitarci come nulla fosse.

I danni da perdite idriche

patologie edifici: tubazione rotta

Altri danni che capitano frequentemente causati dal passare del tempo sono quelli dovuti al deterioramento delle tubazioni idriche, che ad un certo punto possono causare perdite d’acqua.

L’acqua è una brutta bestia: quando trova una strada tra muri e solai può fare danni gravissimi, e gli impianti vecchi sono naturalmente soggetti a rotture dei tubi o degli snodi tecnici (per esempio gli attacchi tra sanitari e impianto). Il problema è che spesso non te ne accorgi perché gli impianti sono nascosti e le perdite avvengono dentro i massetti, sotto il pavimento, e nelle murature.

L’acqua continua ad uscire e scorrere imperterrita portando a “marcire” strutture, mattoni, intonaci (marcire non è la parola tecnicamente più appropriata ma rende il concetto).

Cosa comporta questo? Ad esempio che porzioni di intonaco del soffitto si possono staccare all’improvviso. Alle volte portandosi dietro pezzi di laterizio o di cemento delle strutture.

Recentemente in un cantiere mi è capitata una situazione del genere: poco dopo l’inizio dei lavori l’inquilino del piano di sotto ci ha chiamati dicendo che l’intonaco nel soffitto della sua cucina si era crepato. Vado a controllare con degli operai ed effettivamente si stava staccando…era possibile farlo a mani nude!

Andando più in profondità abbiamo visto che non solo l’intonaco si stava staccando, ma anche parte del laterizio e del cemento del solaio, addirittura una trave portante era stata intaccata. Se non fossimo intervenuti sarebbe potuta succedere una tragedia.

Parlando con il proprietario dell’appartamento in ristrutturazione mi ha detto che circa trent’anni prima c’era stata una perdita dal bagno di casa sua, che però era stata riparata.

Solo che il bagno si trovava a 10 metri di distanza da dove abbiamo trovato il danno: le conseguenze di una perdita riparata anni prima hanno presentato il conto trent’anni dopo e in un posto del tutto imprevedibile…capisci quanto può essere grave il problema della perdita d’acqua?

Questi danni naturalmente si possono presentare dentro gli appartamenti tanto quanto lungo le facciate degli edifici, andando a sgretolare il calcestruzzo e ossidare i ferri di armatura, diventando quindi pericolosi per tutti gli inquilini del condominio oltre che per la pubblica incolumità.

C’è infine la terza tipologia di danni, quella dovuta agli eventi climatici, che naturalmente non puoi controllare.

I danni climatici agli edifici: quali sono e come intervenire

Danni alle facciate dal tempo

Una casa è fatta anche per proteggerci dalle intemperie, quindi deve subirle al posto nostro.

Per quanto un edificio possa essere realizzato “a regola d’arte” (cioè seguendo tutte le migliori pratiche), nel tempo subirà inevitabilmente dei danni dovuti alle intemperie.

Acqua (la principale causa), cicli di gelo e disgelo, vento, sono tutti elementi che battono costantemente sugli edifici e portano i materiali di cui sono composti a deteriorarsi.

Se pensi che l’acqua e il vento hanno scolpito valli e montagne scavando la roccia, puoi capire la forza e la pazienza che hanno.

L’acqua è la principale causa di tutti i danni. Quella che piove non è mai pura, ma contiene sostanze che, a contatto con i materiali di cui è composto l’edificio, danno origine a reazioni chimiche che ne modificano le caratteristiche e nel tempo li portano a perdere le loro prestazioni originarie e a deteriorarsi. Si tratta principalmente di sali, anidride carbonica, acido solforico, etc.

Tutte queste sostanze iniziano col tempo ad intaccare le superfici di finitura: intonaci, rivestimenti, guaine di copertura, e una volta trovata una strada l’acqua arriva ad intaccare le strutture portanti, facendo sgretolare i calcestruzzi e ossidare le armature (esattamente come succede per le perdite idriche di cui abbiamo parlato nel paragrafo precedente).

Però l’acqua non è da sola in questa opera. Gli edifici infatti sono sottoposti anche a cicli di gelo e disgelo, che portano i materiali ad espandersi e contrarsi generando notevoli forze interne. La conseguenza è il crearsi di fessurazioni attraverso cui può insinuarsi l’acqua;

Allo stesso modo il vento che sferza continuamente porta ad una lenta erosione delle superfici.

A ciò aggiungi che gli edifici, sebbene stabili e sicuri, subiscono sempre piccoli movimenti di assestamento o, nei casi estremi, grossi movimenti dovuti a terremoti, che possono portare al formarsi di crepe in cui può infilarsi l’acqua.

Il risultato di tutte queste forze è quello che puoi vedere nella foto qui sotto:

Patologie degli edifici: l'effetto del tempo e della mancata manutenzione

Questa situazione è stata causata principalmente dall’acqua ed è il risultato di una mancata manutenzione all’edificio. Ed è la situazione in cui si trovano tantissimi condomini realizzati tra gli anni cinquanta e ottanta del secolo scorso.

In questi casi intervenire urgentemente è indispensabile perché:

  1. L’edificio diventa pericoloso per la pubblica incolumità: c’è il rischio di distacco di elementi edilizi, con conseguenza caduta a terra, su strade e marciapiedi aperti al pubblico;
  2. L’edificio diventa pericoloso per l’incolumità degli inquilini: le strutture perdono parte delle loro prestazioni e potrebbero non continuare a reggere ai carichi cui sono sottoposti (anche il peso proprio potrebbe diventare un problema…);
  3. Le strutture accelerano il processo di decadimento: infatti elementi strutturali che prima erano protetti (per esempio dall’intonaco) adesso si trovano a diretto contatto con l’atmosfera esterna. Ne sono un esempio i ferri di armatura che all’aria aperta si ossidano molto più rapidamente finendo per sbriciolarsi.

Quando si arriva a questa condizione estrema bisogna intervenire con urgenza e ci sono degli interventi da eseguire in un ordine preciso e utilizzando degli specifici mezzi.

Gli interventi necessari per rimediare ai danni di mancata manutenzione

1. Rimuovere la causa di pericolo pubblico

spicconare vigili del fuoco

La prima cosa da fare è garantire che, chi si trova a passare nei pressi dell’edificio, non rischi di beccarsi in testa un pezzo di mattone o qualsiasi altra cosa che si possa staccare dall’edificio.

Quindi vanno eliminate tutte le parti molto ammalorate che rischiano di staccarsi da un momento all’altro.

Siccome stiamo parlando di pubblica incolumità in questa fase solitamente intervengono i vigili del fuoco, che tra l’altro intervengono in tempi rapidissimi. Possono essere chiamati dall’amministratore del condominio, da un inquilino ma anche da un passante che ha notato il pericolo.

Una volta constata la pericolosità della situazione intervengono in prima persona, coi loro mezzi, a rimuovere tutte le parti in cattive condizioni.

Naturalmente i costi di tale intervento vengono addebitati al condominio.

2. Bloccare il degrado degli elementi

ripristino delle facciate

Diventa poi fondamentale fare in modo che il degrado di tutti gli elementi edilizi e strutturali venga bloccato.

Non è possibile pensare di ripristinare subito la situazione iniziale perché, sebbene esista una serie di interventi standard da fare per risolvere le problematiche di cui stiamo parlando, è necessario fare un’analisi preventiva e successivamente una progettazione puntuale. Inoltre, trattandosi di lavori che interessano un condominio popolato da molte persone bisogna mettere d’accordo tutti: è necessario preparare dei preventivi di spesa, deliberare i lavori, trovare un’impresa che li esegua….nei condomini si tratta un processo molto lungo e in cui l’amministratore non può muoversi autonomamente.

Però se non si interviene subito il degrado continua a propagarsi.

Quello che un amministratore può fare con autonomia di spesa sono le operazioni necessarie a garantire la non pericolosità dell’edificio per i suoi abitanti. E in questo caso si tratta proprio di questo.

L’intervento da fare è solitamente fermare il processo di ossidazione delle armature del calcestruzzo. Se ciò non fosse fatto tempestivamente i ferri continuerebbero nel loro processo che consiste prima in un aumento di volume con forze tali che riescono a rompere anche il calcestruzzo, e poi si sbriciolano a loro volta. In sostanza, non intervenendo, quello che una volta era struttura portante, col tempo perde qualsiasi funzione di questo tipo, causando in ultima istanza il crollo.

Bisogna intervenire rapidamente.

In questi casi si opera con delle piattaforme aeree semoventi, provviste di cestello (vengono dette “ragno” per la particolare forma che le fa sembrare dei ragni giganti): questi sono gli unici mezzi che riescono a raggiungere le notevoli altezze richieste da alcuni condomini e che al contempo garantiscono efficacia e sicurezza dell’intervento. Il tutto senza dover installare costose impalcature.

piattaforma aerea

Si opta per questi sistemi in quanto consentono di intervenire in tempi rapidissimi e di risparmiare molti soldi rispetto all’installazione di un ponteggio.

Considera che una piattaforma aerea per interventi di questo tipo costa circa 600€/giorno e in pochi giorni consente di mettere in sicurezza un intero edificio.

Un ponteggio completo costa svariate migliaia di euro di installazione, un noleggio giornaliero e tempi molto lunghi di installazione.

Soprattutto in questa fase in cui è necessario solo fermare i processi degenerativi le piattaforme aeree sono la soluzione ottimale…probabilmente l’unica percorribile.

L’intervento da fare infatti si riduce a completare la rimozione dei materiali che si stanno staccando e mettere, tramite pennello, un prodotto detto “passivante”, che ha proprio lo scopo di bloccare l’ossidazione del ferro.

Lo avrai visto sicuramente: si riconosce per il classico colore azzurro.

3. Ripristinare le strutture e le finiture dell’edificio

ristrutturazione della facciata

Questo è l’ultimo passaggio da compiere, come abbiamo detto solo in seguito ad una progettazione approfondita.

Si tratta della fase di ristrutturazione vera e propria dell’edificio.

L’intervento-base in questi casi è rimettere in sesto pilastri, travi e solai, e rifare le finiture: facendo questi interventi l’edificio sembrerà come nuovo.

Ma la realtà è che limitarsi ad eseguire queste opere spesso è sprecare una grande occasione.

Ci sono infatti interventi più utili che devono essere valutati in questi casi:

  • Migliorare l’efficienza sismica dell’edificio (quello di cui abbiamo già parlato nella prima parte dell’articolo);
  • Migliorare l’efficienza energetica dell’edificio;

Si tratta di interventi che, sebbene siano oggetto di detrazioni fiscali importanti, vengono quasi sempre ignorati, portando i condomini a spendere molti soldi per non ottenere miglioramenti significativi ad edifici ormai vecchi e non rispondenti alle moderne normative ed esigenze.

Tra l’altro spesso sarebbe opportuno valutare anche un restyling dell’edificio: spesso le zone di sviluppo edilizio al di fuori della città storica sono state realizzate con logiche speculative e si tratta quindi di edilizia brutta e senza nessun valore architettonico. Ripensarne l’estetica spesso sarebbe un intervento auspicabile per la qualità di vita delle persone che popolano questi condomini, anche se è sempre un ragionamento osteggiato proprio dai condomini stessi.

PERCHÉ QUESTO ARTICOLO

Te l’ho detto all’inizio dell’articolo: quello che hai appena letto è un testo molto diverso dai soliti che pubblico.

Non perché abbiamo affrontato argomenti non legati alla ristrutturazione, ma perché abbiamo visto qualcosa di diverso: ti ho parlato delle parti comuni degli edifici condominiali, facciate, finiture e strutture, di quali sono le patologie più diffuse di cui soffrono e di come si debba intervenire.

Chiaramente non pretendo di aver esaurito l’argomento, ci sono decine di libri che trattano di patologie edilizie e in questi paragrafi abbiamo solo scalfito l’argomento. Ma il mio scopo non era creare una guida.

Il mio scopo è stato quello di aprire una breccia su un tema poco compreso e che mi sta a cuore: il problema degli edifici non sicuri, in pessime condizioni di manutenzione e pericolosi, è ormai diffuso e molto grave in Italia. E i primi a doversi muovere per migliorare le cose sono proprio gli inquilini.

Sono consapevole che la mia voce è flebile, ma far capire anche ad una sola persona l’importanza di preservare non solo la propria casa, ma anche l’intero edificio in cui si trova, sarà comunque una piccola vittoria.

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L'articolo I due problemi patologici dei condomini e come vanno affrontati sembra essere il primo su RistrutturazionePratica | Il sistema scientifico per ristrutturare.

24 Ottobre 2019 / / diotti.com

La bioedilizia non è certo una novità degli ultimi anni: esiste ormai da alcuni decenni, io ne ho sentito parlare per la prima volta all’università oltre 20 anni fa. Quello che rappresenta una novità recente è la ristrutturazione bioedile, cioè l’applicazione dei principi della bioedilizia al settore delle ristrutturazioni.

Per molti anni infatti il pensiero di ristrutturare vecchie case e appartamenti applicando materiali e tecniche della bioedilizia è stata una chimera. Oggi non è più così.

In questo articolo come puoi ottenere una casa più salubre e con costi di gestione ridotti nella tua ristrutturazione applicando i principi della bioedilizia.

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Uno degli obiettivi principali che di una ristrutturazione è elevare il livello di benessere interno. Deve essere anche uno degli scopi della tua ristrutturazione.

Ma qual è la strada maestra per raggiungere il reale benessere in casa attraverso la ristrutturazione?

Questa è la classica domanda da un milione di euro: avere la risposta in mano per te significherebbe aver risolto l’80% dei tuoi problemi.

Ma se ti dicessi che esiste una sola risposta ti starei mentendo. Le risposte ci sono ma sono tante, tantissime.

E non è possibile raccoglierle in un unico articolo: non solo non sarebbe materialmente possibile (ci vorrebbe un manuale di centinaia di pagine solo per scalfire l’argomento) ma non ho nemmeno la presunzione di essere onniscente ed essere in grado di mostrartele tutte.

In questo articolo voglio parlarti di un singolo e sempre più diffuso approccio per dare risposta alle esigenze di benessere in casa: la bioedilizia.

I problemi di case e appartamenti: scarso benessere e ambienti non salubri

inquinamento degli edifici residenziali

La bioedilizia, o architettura sostenibile, ha le sue radici negli anni ’70 del secolo scorso come riposta alle moderne (allora) tecniche costruttive che si erano diffuse nel secondo dopoguerra.

Quelle tecniche, ancora ampiamente diffuse, erano basate sulla convinzione che ci fosse energia gratis illimitata: cioè che le fonti di energia fossile (petrolio e carbone) fosse inesauribile e che non producesse i problemi di inquinamento che si sono rivelati negli anni.

Come ogni movimento (non è veramente un movimento ma concedimi il termine) è nata come un approccio innovativo per affrontare la costruzione di nuovi edifici, consapevole delle conseguenze ambientali di un determinato modo di costruire e che cercava una via più ecologica.

La bioedilizia ha fondato le sue radici nei movimenti ecologisti ma ha avuto una evoluzione autonoma, non radicale ed attualmente rappresenta un modo di costruire tecnologicamente avanzato e che consente il raggiungimento di livelli di benessere elevati con un basso impatto ambientale.

Riuscire ad estendere il sapere accumulato in tanti anni di costruzioni bioedili ad un settore apparentemente impermeabile a tale approccio, quale è la ristrutturazione, rappresenta una novità relativamente recente.

Mi riferisco in particolare agli interventi su appartamenti situati all’interno di condomini costruiti nel secondo dopoguerra, anni in cui la bioedilizia non solo non era un problema ma non era nemmeno un’idea presente nel settore edile.

Parliamo della maggior parte del patrimonio edilizio italiano, costruito dagli anni ’40 fino a tutti gli anni ’80. Milioni di immobili, ville, villette, case, bifamiliari, palazzine, condomini, realizzati con materiali all’epoca nuovi, facili e veloci da posare (calcestruzzi armati, laterizi, intonaci di cemento, materie plastiche, etc.).

Immobili costruiti in un periodo in cui, come abbiamo già detto, nella convinzione di tutti l’energia a disposizione era infinita e a basso costo.

Modi di operare che hanno prodotto immobili energivori, con pochissimo o (più spesso) nessun isolamento, con impianti esageratamente potenti e sovradimensionati oltre che inefficienti. Immobili spesso non salubri a causa dell’utilizzo di materiali per lo più sintetici, in particolare pitture e rivestimenti plastici. Materiali che alle volte sono addirittura pericolosi per la salute: pensa all’amianto e a quanto sia ancora diffuso nelle case costruite in quell’epoca, spesso senza che le persone siano consapevoli di avercelo in casa.

Probabilmente anche tu stai vivendo in un immobile di questo tipo.

Realizzare una ristrutturazione secondo i principi della bioedilizia significa proprio affrontare questi problemi e risolverli con un approccio diverso: a partire dai materiali utilizzati, per continuare con le soluzioni tecnologiche adottate e per finire con gli impianti installati.

E la grossa novità è che è possibile farlo anche in un appartamento che si trova in un condominio vecchio, anche se è circondato da altri appartamenti che sono esattamente come erano stati realizzati 50 anni fa.

Ok, lo ammetto, finora hai letto solo una predica abbastanza lunga su benessere interno e i problemi dell’edilizia in cui vivi. Ma a te servono informazioni pratiche, quindi nel proseguo di questo articolo parleremo di:

  • Quali sono i principi base della bioedilizia
  • Quali principi possono essere trasportati nella ristrutturazione
  • Quali sono i principali materiali della bioedilizia
  • Quali sono gli impianti della bioedilizia

Sia chiaro: lo scopo di questo articolo non è fare un saggio sulla bioedilizia. Puoi trovare decine di siti in rete, all’interno dei quali puoi trovare tutte le informazioni che desideri e che sono gestiti da persone molto più competenti di me in materia.

Questo articolo ha due scopi. Da un lato aiutarti a capire come, con accorgimenti e scelte progettuali legate alla bioedilizia, tu possa raggiungere un benessere interno superiore alla media delle ristrutturazioni che ci sono in giro. Dall’altro dimostrarti come sia possibile applicare tali principi anche all’interno di appartamenti che si trovano in edifici costruiti con tecnologie lontane dalla bioedilizia e apparentemente incompatibili.

Con questo articolo aggiungiamo un altro piccolo tassello a corollario del corretto e imprescindibile processo che devi conoscere ed applicare alla tua ristrutturazione e che trovi nel manuale “Ristruttura la tua casa in 7 passi” (che, se ci tieni solo un po’alla tua ristrutturazione, dovresti affrettarti ad acquistare se non l’hai ancora fatto).

I PRINCIPI DELLA BIOEDILIZIA

principi bioedilizia

Il termine bioedilizia richiama direttamente il termine biologico.

Quando pensiamo a qualcosa di biologico pensiamo a qualcosa di naturale. E per la bioedilizia è esattamente così.

Però cerchiamo di inquadrare meglio la questione, perché in una visione riduttiva si potrebbe pensare che per realizzare una ristrutturazione seguendo i principi della bioedilizia sia sufficiente concentrarsi solo sulla scelta di materiali naturali.

In realtà la bioedilizia è molto di più: si tratta di un approccio integrato in cui tutti gli elementi che compongono un edificio concorrono a creare un ambiente confortevole e rispettoso dell’ambiente.

Lo so, in sostanza non ho detto nulla…vediamo quindi di approfondire meglio la cosa.

La bioedilizia ha lo scopo di diminuire l’impronta che lasciamo sulla terra. Per impronta si intende principalmente l’inquinamento che però deve essere visto in tutte le fasi di vita di un immobile: dalla sua realizzazione, durante l’esercizio, fino alla sua demolizione.

Pertanto la bioedilizia prevede:

  • Una progettazione attenta alle caratteristiche del sito in cui si trova l’edificio con lo scopo di minimizzare l’utilizzo di fonti di energia esterne durante il ciclo di vita (gli impianti);
  • La realizzazione di un involucro molto performante (isolamento di pareti e solai) con il medesimo scopo di minimizzare l’utilizzo di fonti di energia esterne;
  • L’utilizzo di materiali naturali, realizzati possibilmente nei pressi del luogo in cui si trova l’immobile, per minimizzare l’inquinamento per il trasporto (oltre che per la produzione);
  • L’utilizzo di impianti a basso consumo energetico, integrati e dimensionati perfettamente con l’immobile, e che utilizzano le cosiddette fonti di energia rinnovabili (il sole è una fonte di energia rinnovabile, il petrolio no);
  • Una pianificazione del ciclo di vita dell’intero immobile compresa la fase di demolizione e smaltimento dello stesso.

Questi sono i cinque principi fondamentali della bioedilizia.

Grazie all’applicazione di questi principi è possibile non solo ottenere una minore impronta ecologica dell’edificio, ma anche garantire condizioni di benessere maggiori per chi vive in quegli ambienti.

Però tutti questi principi non possono essere applicati integralmente alle ristrutturazioni di case e appartamenti. Ad esempio i materiali con cui è realizzata la struttura del tuo condominio non puoi modificarlo, così come l’orientamento del tuo appartamento.

Quindi vediamo quali sono i principi che puoi trasferire per realizzare la tua ristrutturazione bioedile.

BIOEDILIZIA APPLICATA ALLE RISTRUTTURAZIONI

ristrutturazione bioedile

È possibile applicare i principi della bioedilizia alla ristrutturazione del tuo appartamento costruito negli anni sessanta del secolo scorso?

Sì, è possibile. A patto di accettare alcuni compromessi.

Questi sono i principi che puoi applicare:

  • Ottimizzazione della distribuzione interna
  • Installazione di un isolamento efficiente ed abbondante
  • Utilizzo di materiali di origine naturale
  • Installazione di impianti che utilizzano fonti rinnovabili
  • Programmazione di una manutenzione costante

Spendiamo qualche parola per ognuna di esse.

Distribuzione interna

Uno dei principi della bioedilizia è quello di sfruttare l’orientamento dell’immobile per cercare di ottenere ambienti freschi d’estate e caldi di inverno con poco utilizzo di energia.

Solitamente questo risultato si ottiene orientando verso sud gli ambienti in cui si vive durante il giorno (indicativamente soggiorno e cucina) e installando sistemi di schermatura che appuntano schermano i raggi del sole durante l’estate e li fanno entrare durante l’inverno. Questi sistemi non sono le tapparelle come potresti pensare ma i cosiddetti aggetti. Per capirci un esempio di aggetto potrebbe essere il terrazzo del piano di sopra.

Tu chiaramente in casa tua, che si trova all’interno di un condominio, non puoi girarlo in base alle tue esigenze e non puoi nemmeno inventarti aggetti inesistenti.

Se l’orientamento è più o meno quello che ti ho brevemente descritto sopra bene, altrimenti devi arrangiarti.

Il modo per “arrangiarti” è ripensare la distribuzione interna della casa cercando di orientare a sud gli ambienti che vivi maggiormente e lasciare verso nord gli altri (solitamente gli ambienti di servizio tra cui, a mio avviso, dovresti inserire anche la cucina).

Isolamento

Ti ho già parlato di isolamento in questo articolo.

L’isolamento è importante per la bioedilizia perchè una casa molto isolata significa avere bisogno di meno energia per riscaldarla o raffrescarla.

C’è la diffusa credenza che in condominio isolare solo il proprio appartamento sia impossibile e che sia necessario pregare che l’assemblea condominiale deliberi la realizzazione di un cappotto esterno. [Cosa che purtroppo per alcuni condomini non avverrà mai.]

Ma è la verità?

Assolutamente no! Infatti le tecnologie costruttive adottate in Italia fino agli anni ottanta, sebbene non abbiano niente a che fare con la bioedilizia, spesso ti danno l’opportunità di realizzare ottimi isolamenti dall’interno del tuo appartamento con una minima perdita di spazio (2-3 cm) o addirittura senza alcuna perdita di spazio.

Ti rimando ancora all’articolo sull’isolamento per capire come sia possibile.

Altro elemento che fa pienamente parte dell’isolamento è costituito dagli infissi: per potersi garantire il massimo dell’isolamento è necessario sostituire i vecchi infissi-colabrodo con dei nuovi infissi isolanti ad alte prestazioni. Ho scritto una guida completa di cinque articoli sugli infissi: qui puoi leggere il primo.

Però, perchè il tuo nuovo isolamento rispetti i principi della bioedilizia devi porre attenzione ad un aspetto fondamentale: i materiali che sceglierai.

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Materiali

La bioedilizia richiede l’uso di materiali naturali: significa utilizzare materiali che hanno il ciclo di trasformazione più breve possibile (al contrario di come possono essere quelli derivati dal petrolio come la plastica), che lasciano una bassa impronta ecologica e che sono facilmente smaltibili.

In una ristrutturazione è assolutamente possibile usare materiali naturali e tra poco vedremo i principali. Prima però facciamo un accenno agli impianti.

Impianti

Come abbiamo detto la bioedilizia privilegia gli impianti che sfruttano fonti di energia rinnovabili:

  • Il sole (fotovoltaico e solare termico)
  • La terra (geotermia)
  • Il vento (mini eolico)

Ma la realtà per te che vivi in condominio è che difficilmente potrai sfruttare queste fonti di energia.

Però puoi utilizzare impianti che utilizzano fonti di energia considerate “pulite” o che utilizzano fonti di energia non rinnovabili (tipo il metano) in modo efficiente.

Ad esempio l’energia elettrica è una fonte di energia pulita e rinnovabile. Pulita perché gli impianti che funzionano ad elettricità non rilasciano fumi in atmosfera, e rinnovabile perché può essere prodotta a partire dalle tre fonti che abbiamo elencato sopra.

Attenzione però: al momento molta energia elettrica nel mondo viene ancora prodotta utilizzando fonti di energia non rinnovabili (centrali a carbone ad esempio) ma è l’unica fonte energetica che attualmente potrebbe diventare realmente e totalmente pulita.

Le caldaie a condensazione sono esempi di impianti, adatti per appartamenti, che utilizzano in maniera efficienti fonti di energia non rinnovabili (di tipo fossile, cioè il gas metano).

Approfondiremo anche questi punti nei prossimi paragrafi.

Manutenzione e smaltimento

Sulla manutenzione e smaltimento dei materiali utilizzati in edilizia siamo oggettivamente indietro.

La manutenzione annuale è obbligatoria solo per alcuni tipi di impianti (p.e. caldaie a condensazione) ma è spesso un obbligo disatteso.

Detto ciò una corretta e regolare manutenzione consente di mantenere in efficienza gli impianti, programmare gli interventi di sostituzione e minimizzare le rotture: in sostanza ti permette di risparmiare soldi, sia di manutenzione stessa che di bolletta (un impianto non in perfetta efficienza consuma naturalmente di più).

Sullo smaltimento la situazione è più complessa: nel caso della bioedilizia si tratta di smaltimento finalizzato al riciclo dei materiali da costruzione.

Perché ciò avvenga dovrebbe esserci una convergenza di interessi che parte dalle istituzioni e dagli operatori del settore (imprese e professionisti): gli uni a definire precise pratiche per gestire la fine vita di un edificio e dei materiali di cui è composto (p.e. il fascicolo del fabbricato) e dall’altro l’adozione di comportamenti virtuosi.

I MATERIALI DELLA BIOEDILIZIA

materiali per ristrutturazione bioedile: bamboo

I materiali in bioedilizia devono essere naturali! O almeno il più possibile…

Ci sono alcuni materiali che non possono essere totalmente naturali ma devono necessariamente essere derivati. Il motivo è dovuto ad un’analisi necessaria da fare sui costi di produzione, sulla durata dei materiali e sulla possibilità che possano essere riciclati.

Un esempio è l’alluminio: totalmente riciclabile, economico, praticamente eterno e largamente utilizzato negli infissi. Ma di sicuro non naturale. Eppure è accettato nella bioedilizia grazie a tutte le caratteristiche positive che ha.

Vediamo quindi rapidamente quali possono essere alcuni materiali a base naturale per la bioedilizia.

Isolanti

Gli isolanti naturali possono essere divisi in organici e minerali.

Gli isolanti organici più diffusi sono le varie fibre vegetali (sughero, cocco, legno in generale) e le fibre di cellulosa (ottime per l’isolamento in intercapedine).

L’isolante minerale più diffuso è sicuramente la lana di roccia.

Murature

Le pareti interne-tipo della bioedilizia sono realizzate con un telaio in legno e delle lastre in gesso-fibra (materiale tipo cartongesso ma composte da gesso e fibra di cellulosa) con interposto (nel telaio in legno) lastre isolanti in lana di roccia.

Un altro materiale che si sta diffondendo in modo importante è la canapa, con cui vengono realizzati i mattoni (biomattone). Questi devono essere montati usando malte apposite a base di calce.

Un errore da evitare è quello di considerare i tradizionali laterizi come materiali assolutamente non rientranti nella bioedilizia: si tratta a tutti gli effetti di materiali naturali (in sostanza è argilla cotta).

Intonaci e pitture

In questo ambito la fa da padrone un materiale che deriva dalla tradizione: la calce.

Si tratta di un materiale totalmente naturale da cui si ottiene il grassello di calce con cui è possibile realizzare un ciclo completo sulla parete: dall’intonaco (a base di calce) fino alla pittura (a base di calce).

Realizzare questa tipologia di finitura non solo garantisce ambienti molto salubri (il muro è realmente traspirante, cioè assorbe e rilascia l’umidità dell’aria senza accumularla all’interno) ma è una finitura duratura: la pittura a calce posata su intonaco a calce crea una reazione che li lega indissolubilmente. Non viene creata una patina di pittura sulla parete, ma la pittura diventa parte integrante della parete.

Infissi

Gli infissi sono un elemento essenziale nell’efficienza energetica di un immobile e, se vuoi realizzare una ristrutturazione bioedile, devi valutare attentamente quali prendere: che materiali scegliere?

Ho scritto una lunga guida sugli infissi (ecco il link al secondo dei cinque articoli). Ma quali sono i materiali con cui sono realizzati gli infissi e adatti alla bioedilizia?

Per rispondere ricordiamoci due dei principi della bioedilizia relativamente ai materiali: naturali, riciclabili.

Quindi gli infissi in legno, che sono naturali e riciclabili, rientrano in questa fattispecie.

Ma probabilmente gli infissi in alluminio ci rientrano anche meglio.

Abbiamo visto prima le caratteristiche che rendono l’alluminio un materiale adatto alla bioedilizia (è eterno e totalmente riciclabile), inoltre gli infissi in alluminio, grazie al taglio termico (ti invito ancora a legere l’articolo di prima) offrono prestazioni termiche elevatissime.

Per quanto riguarda le parti trasparenti degli infissi naturalmente il vetro è un materiale naturale (è a base di silicati, cioè roccia) ed è totalmente riciclabile.

GLI IMPIANTI IN BIOEDILIZIA

gli impianti nella ristrutturazione bioedile

La bioedilizia non approfondisce espressamente temi legati all’impiantistica ma, come abbiamo già detto, non siamo di fronte ad un approccio talebano al costruire (nel nostro caso allo ristrutturare), anzi.

Gli impianti fanno parte del nostro vivere quotidiano e sarebbe miope non ammetterlo e cercare di eliminarli.

Quello che si può fare è utilizzare impianti che rispettino i principi base della bioedilizia: cioè che abbiano una bassa impronta ecologica. (Cosa che si traduce sempre in un significativo risparmio in bolletta.)

Quando realizzi una ristrutturazione bioedile devi prestare ancora più attenzione del normale agli impianti: sono necessari una progettazione e un dimensionamento coordinati (quindi non potrai rinunciare ad architetti e ingegneri). E questo deve essere fatto da un progettista specializzato e non dal termotecnico dell’impresa (o peggio dall’idraulico…).

Chiaramente mi riferisco principalmente agli impianti che servono per riscaldare/raffrescare la casa e per produrre acqua calda sanitaria.

Infatti l’impianto elettrico è in linea di massima più semplice da realizzare: sono già in vigore da anni leggi che prescrivono l’utilizzo di materiali e tecnologie che riducono notevolmente gli sprechi di energia (chiaramente devono essere rispettate…). In sostanza per l’impianto elettrico devi preoccuparti principalmente di installare lampade led e usare apparecchi in tripla classe A. Anche se bisogna dire un buon impianto domotico aiuta in modo determinante a ridurre i consumi soprattutto perchè consente una corretta gestione degli altri sistemi.

Venendo agli impianti idro/termo/sanitari, nelle ristrutturazioni bioedili all’interno di vecchi condomini, ci si sta orientando sempre più verso l’installazione di impianti totalmente elettrici basati su pompe di calore.

Probabilmente sai benissimo cos’è la pompa di calore : è banalmente il sistema unità esterna-split del condizionatore. Ma naturalmente per sistemi che servano un intero appartamento si tratta di impianti maggiormente evoluti (se hai voglia di approfondire cerca informazioni sui sistemi VRF).

Per capire a che punto si trova l’evoluzione dei sistemi impiantistici su pompa di calore ti basti sapere che tali sistemi funzionano egregiamente con sistemi di riscaldamento a pavimento (classicamente alimentati da caldaie a gas).

[Invece per i classici termosifoni al momento la tecnologia non è ancora al massimo dell’efficienza: la temperatura dell’acqua richiesta dai radiatori (circa 70°) è difficilmente raggiungibile da una pompa di calore (che arriva agevolmente a 50°) e li rende antieconomici: in questo caso la soluzione migliore è ancora la classica caldaia a condensazione. Ma se stai ristrutturando tutta la casa probabilmente puoi rinunciarci…]

Sono invece sistemi che non rientrano assolutamente nella bioedilizia quelli basati su stufe a legna o a pellet. Nonostante te li vendano per super ecologici e naturali.

Infatti, se è vero che si tratta di utilizzare materiali naturali per riscaldare, vengono usati in modo non ecocompatibile (il legno bruciato non è riutilizzabile) e producono quantità di polveri sottili (quindi di inquinamento pericoloso per la salute umana) decisamente elevate.

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BIOEDILIZIA: MA QUANTO MI COSTI?

Veniamo alle note dolenti: realizzare una ristrutturazione bioedile costa di più di una ristrutturazione tradizionale?

Io ti rispondo con un’altra domanda: tu vuoi realizzare una ristrutturazione di qualità o una ristrutturazione economica?

La bioedilizia non fa altro che utilizzare materiali di elevata qualità che hanno origine principalmente naturale o con basso impatto ecologico. Quindi il costo di una ristrutturazione realizzata coi principi della bioedilizia è quello di una ristrutturazione di qualità elevata.

È chiaro che se vuoi risparmiare difficilmente riuscirai a ristrutturare seguendo le regole della bioedilizia. Ti ritroverai a scegliere intonaci a base di cemento, pitture a base di resine sintetiche, isolanti chimici (sempre che tu decida di isolare), infissi in PVC, impianti tradizionali (termosifoni + split), etc.: semplicemente perchè costano meno.

Sia chiaro: potresti comunque ottenere una buona ristrutturazione ma con consumi in bolletta maggiori, con un ambiente interno meno salubre, con un minor benessere in generale e una maggiore impronta ecologica.

Nessuno ti obbliga a optare per la bioedilizia, sono solo scelte personali.

Tornando a noi una ristrutturazione di qualità elevata, come è quella in bioedilizia, costa da 1.000€/mq (oltre iva) a salire.

Per spendere di meno dovrai rinunciare ad alcuni dei principi che abbiamo visto in questo articolo (oppure l’impresa che te l’ha promessa in qualche modo ti sta fregando…).

RISTRUTTURAZIONE BIOEDILE: ANCHE (E SOPRATTUTTO) UNA QUESTIONE DI PROGETTAZIONE…

la progettazione della ristrutturazione bioedile

Ora la ristrutturazione bioedile non ha più segreti per te?

No, di segreti ce ne sono ancora tanti. Come ti ho scritto all’inizio dell’articolo non è possibile riassumere in pochi paragrafi un settore così vasto.

Se la tua intenzione è realizzare una ristrutturazione seguendo i principi della bioediliza dovrai ancora studiare ed approfondire. Ma dovrai assolutamente fare anche un’altra cosa: affidarti ad un architetto capace e disposto ad osare.

Nella bioedilizia la progettazione è un elemento imprescindibile più che nelle ristrutturazioni tradizionali: deve essere realizzata una progettazione integrata che abbraccia la parte architettonica, impiantistica e tecnologica (di materiali).

E la ristrutturazione in bioedilizia si inserisce perfettamente nel processo di ristrutturazione che ti spiego nel manale “Ristruttura la tua casa in 7 passi”. L’unico manuale in cui viene messo nero su bianco il giusto processo per ristrutturare che tutti i professionisti del settore vogliono tenerti nascosto per poterti sfilare una montagna di soldi in più.

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L'articolo Bioedilizia applicata alle ristrutturazioni di interni: è realmente possibile? sembra essere il primo su RistrutturazionePratica | Il sistema scientifico per ristrutturare.

17 Ottobre 2019 / / Blog

Ti sei mai fermato a riflettere su come la tua nuova ristrutturata garantirà la necessaria sicurezza a te, la tua famiglia e tutto ciò che contiene? Si tratta di un aspetto fondamentale da affrontare in una ristrutturazione che parte dal capire quali sono le tue esigenze, quali sono i reali pericoli che corri e da dove arrivano. Solo dopo potrai decidere se optare per sistemi di sicurezza passiva, sistemi di sicurezza attiva e quali.

Nell’articolo di oggi vedremo come mettere a fuoco correttamente la questione sicurezza nella tua ristrutturazione, per poter fare le scelte giuste ed evitare spese inutili. Gli argomenti di cui parleremo sono:

  • Distinzione tra sicurezza passiva e attiva
  • Come valutare correttamente i maggiori pericoli per la tua casa e le soluzioni da adottare
  • Focus sui principali sistemi di sicurezza passiva
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SISTEMI DI SICUREZZA PASSIVA E ATTIVA: COSA SONO E PERCHÉ DEVI CONOSCERLI

Ho deciso di partire da questo punto perché troppo spesso viene frainteso come ottenere reale sicurezza in casa propria.

Infatti nella maggior parte dei casi la risposta è semplicemente installare un sistema antifurto.

Non ritengo che questa sia la migliore risposta possibile.

Sia chiaro, niente contro agli antifurto: sono un mezzo essenziale per la sicurezza, ma vanno visti in un contesto più generale che parte da capire la differenza tra sistemi di sicurezza attiva e passiva.

L’antifurto è un classico esempio di sistema di sicurezza attiva. Cioè è uno strumento sempre all’erta che entra in funzione in determinate circostanze (la più comune: un ladro entra in casa).

Giusto per capire meglio di cosa stiamo parlando: un servizio di vigilanza (quelli che una volta venivano chiamati metronotte per intenderci) è un sistema di sicurezza attiva; un portiere h24 è un sistema di sicurezza attiva; i cani da guardia sono un sistema di sicurezza attiva; tu che durante la notte ti aggiri per casa nella penombra con una mazza da baseball in mano sei un sistema di sicurezza attiva.

Un sistema di sicurezza attiva in sostanza prevede qualcuno o qualcosa che compia un’azione.

A questi si contrappongono, o meglio si affiancano, i sistemi di sicurezza passiva: si tratta sostanzialmente di tutti gli ostacoli fisici che potresti mettere tra un malintenzionato e ciò che vuoi proteggere.

Un fossato è un sistema di protezione passiva; dei bastioni alti 10 metri intorno al giardino sono un sistema di protezione passiva.

A parte gli scherzi i più semplici e basilari sistemi di protezione passiva sono i muri di casa, gli infissi, la porta blindata. Tutti elementi sempre presenti che costituiscono il primo e imprescindibile scudo contro chi vuole entrare in casa tua.

Lo so che la protezione passiva è data per scontata e vieni naturalmente portato a concentrarti sulla protezione attiva per rispondere efficacemente alla paura di intrusioni.

Però, prima di prendere qualsiasi decisione devi fare una cosa che quasi nessun committente fa. E che se vai da un venditore (sia di sistemi attivi che passivi) non viene mai fatto da un punto di vista oggettivo ma sempre di parte (e per forza…devono venderti il loro sistema!).

Devi fare l’analisi dei possibili rischi.

DA DOVE POSSONO ENTRARE I LADRI IN CASA? UN’ANALISI CHE DEVI FARE PRIMA DI PRENDERE QUALSIASI DECISIONE

sistemi di sicurezza passiva: da dove entrano i ladri?

Io non devo venderti sistemi di sicurezza, quindi non ti voglio spingere da una parte o dall’altra.

Al contrario voglio che tu ti focalizzi su questo aspetto. Infatti non è raro che i committenti di una ristrutturazione si facciano prendere da un’immotivata “paura del ladro” e infarciscano la casa di inutili e costosissimi sistemi antifurto che non utilizzeranno mai in vita loro.

Devo essere sincero, all’inizio del mio lavoro da architetto ero anche io di questa parrocchia: pensavo che fosse meglio un sistema di sicurezza in più che uno in meno.

Ma una volta un cliente mi ha detto: “Alessandro è inutile che mettiamo tutti questi sistemi antifurto sparsi per casa…tanto qui un ladro può entrare solo dalla porta di ingresso…”.

E aveva ragione: il suo appartamento si trovava in una posizione tale per cui i ladri sarebbero potuti entrare solo dalla porta di casa. Anche le finestre erano improbabili come punto di accesso.

Quindi, pensando alla sicurezza di casa tua, la prima domanda che devi farti è: da dove può realmente entrare un ladro?

Le risposte sono diverse a seconda del tipo di immobile che possiedi e del contesto in cui abiti. E di conseguenza sarà necessario pensare a soluzioni studiate apposta per ogni casa.

Però si possono individuare alcune situazioni-tipo maggiormente diffuse.

È necessario prima di tutto fare una distinzione tra appartamenti in condominio e case isolate o semi-isolate (case a schiera, bifamiliari, ville, etc.).

Per quanto riguarda gli appartamenti poi bisogna fare un’ulteriore distinzione tra piani bassi e piani alti.

E infine dovrebbe essere fatta una distinzione legata a dove si trova la casa: cioè tra zone più o meno pericolose.

Su quest’ultimo aspetto però non possiamo soffermarci perchè è molto legato al territorio ed inoltre è in continua evoluzione in quanto la criminalità si sposta in continuazione.

Però le considerazioni che possiamo fare sulle caratteristiche degli immobili sono più che sufficienti per darti una panoramica dettagliata. Nella sostanza si possono individuare tre macro casistiche:

  1. Casa isolata o semi-isolata
  2. Appartamento in condominio ai piani bassi (1-2 ed eventualmente 3)
  3. Appartamento in condominio ai piani alti (dal 4 in su)
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Possibili fonti di pericolo e sistemi di sicurezza per prevenirli

Per le tre macro-casistiche che abbiamo individuato qui sopra possiamo definire i gradi di pericolosità e i tipi di protezione da adottare.

Casa isolata o semi-isolata

Pericolosità: MEDIO-ALTA

Punti di ingresso: Giardino, porta di casa, portone garage, finestre e balconi (principalmente del piano terra)

Sistemi di protezione passiva: recinzione giardino, porta blindata, portone blindato, finestre o tapparelle blindate al piano terra

Sistemi di protezione attiva: sensori di movimento in giardino, sistema di allarme perimetrale, sistema di allarme volumetrico, videosorveglianza

Appartamento in condominio ai piani bassi

Pericolosità: MEDIA

Punti di ingresso: Porta di casa, finestre e balconi

Sistemi di protezione passiva: porta blindata, finestre o tapparelle blindate

Sistemi di protezione attiva: sistema di allarme perimetrale

Appartamento in condominio ai piani alti

Pericolosità: BASSA

Punti in di ingresso: Porta di casa

Sistemi di protezione passiva: porta blindata

Sistemi di protezione attiva: sensore apertura sopra porta ed eventualmente sistema perimetrale.

Per concludere questo paragrafo un paio di annotazioni a quanto abbiamo detto:

  • Si tratta di situazioni realmente ampie e generalizzate, quindi studia attentamente il tuo caso prima di prendere qualsiasi decisione;
  • Attenzione agli appartamenti agli ultimi piani: in caso di terrazzo condominiale facilmente raggiungibile le finestre diventano un punto di accesso facile.

Ora che abbiamo delineato gli aspetti basilari della questione sicurezza legata alla ristrutturazione concentriamoci sul nostro focus: i sistemi di sicurezza passiva.

I SISTEMI DI SICUREZZA PASSIVA

i sistemi di sicurezza passiva: bastioni e cannoni

Tra i sistemi di sicurezza passiva ci sono quelli legati all’edificio e quelli legati ad un eventuale giardino (mi viene in mente la recinzione). Lasciamo perdere questi ultimi e concentriamoci sui primi.

In un edificio i punti di ingresso possono essere essenzialmente due:

  • Porte e portoni (anche dei garage)
  • Finestre e balconi

Prima di fare qualsiasi ragionamento è importante che, ai fini di valutare l’efficacia dei sistemi di protezione passiva che installerai in casa, tu conosca le classi antieffrazione.

Le classi antieffrazione

L’effrazione è chiaramente l’ingresso indesiderato in casa da parte di qualcuno (solitamente un ladro). Quindi la classe antieffrazione indica la capacità del sistema di protezione passivo di resistere all’effrazione.

Le classi antieffrazione sono normate a livello europeo e sono state recepite dalla normativa tecnica dei vari stati membri. In Italia la norma in vigore in tal senso è la UNI EN 1627:2011.

Tale norma individua 6 classi antieffrazione, da RC1 a RC6 (che sono nell’uso comune indicate con classe da 1 a 6), in cui la classe 1 è quella che offre meno protezione e la classe 6 quella che offre la protezione massima.

La classificazione avviene sulla base di tre tipologie di test:

  1. Test di carico statico: tale test si effettua applicando un martinetto idraulico che crea pressione in tutti i punti di chiusura. Ad ogni classe corrisponde un carico per cui l’infisso non deve deformarsi significativamente (in sostanza deve continuare ad impedire l’accesso); 
  2. Test di carico dinamico: viene lanciato un peso contro l’infisso (per le finestre contro la parte vetrata) e questo non dovrebbe perdere pezzi o creare aperture più grandi di una determinata dimensione. A seconda dell’altezza da cui viene lanciato il peso si determina la relativa classe;
  3. Test di attacco manuale: in sostanza si simula un ladro che prova a scassinare l’infisso. Ad ogni classe corrisponde un tempo maggiore e una maggiore disponibilità di attrezzi.

A questo punto vediamo cosa prevedono queste 6 classi antieffrazione.

Classe antieffrazione RC1

Test statico e dinamico: nessuno

Test manuale: scassinatore occasionale che prova ad entrare con l’uso di violenza fisica (cioè con atti di vandalismo). L’infisso di tale classe non ha dei limiti minimi di tempo in cui deve resistere all’effrazione.

Se vuoi proteggerti dai pericoli esterni non devi acquistare infissi o portoncini in questa classe.

Classe antieffrazione RC2

Test statico: deve resistere a carichi statici variabili tra 150kg e 300kg.

Test dinamico: deve resistere anche a impatti dinamici con pesi che cadono da 9 metri di altezza del peso di 4,11kg per tre volte

Test manuale: scassinatore occasionale o poco esperto: utilizza qualche attrezzo per provare ad entrare: usa attrezzi semplici per provare a scassinare come cacciaviti, pinze, cunei. L’infisso di tale tipo deve resistere almeno 3 minuti ai tentativi del ladro.

Rientrano in questa classe la maggior parte degli infissi da industria comunemente in commercio.

Classe antieffrazione RC3

Test statico: deve resistere a carichi statici variabili tra 300kg e 600kg.

Test dinamico: deve resistere anche a impatti dinamici con pesi che cadono da 9 metri di altezza del peso di 4,11kg per nove volte.

Test manuale: scassinatore esperto che utilizza attrezzi tipo piede di porco, un cacciavite lungo con un martello. L’infisso di tale tipo deve resistere almeno 5 minuti ai tentativi del ladro.

Questa è la classe maggiormente diffusa per porte e infissi di case e appartamenti.

Classe antieffrazione RC4

Test statico: deve resistere a carichi statici variabili tra 600kg e 1000kg.

Test dinamico: deve resistere anche a impatti dinamici del tipo colpi d’ascia nel numero minimo di 30.

Test manuale: lo scassinatore naturalmente è esperto ed impiega, oltre a tutto quello che abbiamo visto nelle precedenti classi, anche sega e utensili a percussione (trapano a batteria). L’infisso di tale tipo deve resistere almeno 10 minuti ai tentativi del ladro.

Gli infissi e le porte di questa classe sono ancora utilizzati nel settore residenziale quando è richiesto un grado di protezione maggiore (ville isolate, piani bassi molto pericolosi).

Classe antieffrazione RC5

Test statico: deve resistere a carichi statici variabili tra 1000kg e 1500kg.

Test dinamico: deve resistere a impatti dinamici del tipo colpi d’ascia nel numero minimo di 50.

Test manuale: in questo caso si tratta di uno scassinatore molto esperto che impiega attrezzi di tipo elettrico (non a batteria), quindi più potenti. L’infisso di classe 5 deve resistere almeno 15 minuti ai tentativi del ladro.

Classe antieffrazione RC6

Test statico: deve resistere a carichi statici variabili tra 1500kg e 2000kg.

Test dinamico: deve resistere anche a impatti dinamici del tipo colpi d’ascia nel numero minimo di 70.

Test manuale: lo scassinatore è molto esperto ed impiega attrezzi di tipo elettrico (non a batteria) di grande dimensione, tipo seghe a sciabola o mole. L’infisso di tale tipo deve resistere almeno 20 minuti ai tentativi del ladro.

Le ultime due classi, 5 e 6, sono generalmente previste per attività commerciali e per locali dove sono conservati oggetti preziosi (per esempio banche).

Grazie a queste informazioni sulle classi antieffrazione adesso hai tutti gli strumenti necessari per scegliere consapevolmente quale classe di sicurezza richiedere al tuo infisso o porta.

Negli ultimi due paragrafi però andremo oltre: vedremo quali sono le caratteristiche su cui devi concentrarti quando scegli i tuoi sistemi di protezione passiva.

Infatti, a prescindere dalla classe antieffrazione che hai scelto, tutti i sistemi di protezione sono composti da vari elementi e devi capire come interpretare le varie informazioni che ti verranno date dal venditore (o come chiedere le informazioni giuste).

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Grate, tapparelle, finestre blindate

Dove c’è una finestra c’è sempre un foro nel muro. E in questo foro, oltre alla finestra blindata, ci possono essere altri elementi che fungono da sistemi di sicurezza passivi:

  1. Inferriate in ferro
  2. Tapparelle blindate
  3. Infissi blindati

Ferme restando le classi di sicurezza, che determinano la reale efficacia dei sistemi passivi, ognuno di questi ha i suoi pro e contro. Vediamoli

Inferriate

sicurezza passiva: inferriate

Le inferriate, che possono essere fisse o apribili, hanno senso di essere installate solo se l’immobile si trova ad un piano facilmente raggiungibile dall’esterno (i piani terra principalmente), magari su strada, e in cui c’è l’abitudine di lasciare le finestre aperte o socchiuse per lungo tempo anche non in presenza di occupanti (che non devono essere per forza fuori casa ma semplicemente in un’altra stanza).

Sono sicuramente un sistema di protezione molto valido, soprattutto quelle fisse, in quanto scardinarle richiede molto tempo, richiede di fare molto rumore e, vista la posizione (sui muri esterni) porta al rischio di essere visti (per i ladri naturalmente…).

Hanno però un contro non indifferente: rendono la casa simile ad una prigione.

Quindi sicuramente da promuovere dal punto di vista della sicurezza, anche perché possono essere installate in un secondo momento rispetto agli infissi, ma sicuramente da bocciare dal punto di vista estetico e della qualatà di vita.

Ecco alcune caratteristiche che dovresti valutare, oltre alla classe antieffrazione:

  1. la distanza tra le sbarre non dovrebbe superare gli 8cm, il motivo è che distanze maggiori consentono più facilmente di inserire un piede di porco per allargarle
  2. il sistema di ancoraggio non deve lasciare spazi con la muratura, il motivo è lo stesso che abbiamo visto per la distanza tra le sbarre, cioè l’impossibilità di inserire un piede di porco
  3. la serratura, se la tua inferriata è apribile, dovrebbe prevedere una serratura di tipo europeo…i motivi te li spiego nel paragrafo sulle porte blindate

Le classi antieffrazione per cui sono garantite le inferiate sono 3 e 4, anche se in mercato ci sono anche grate in classe 5.

Tapparelle blindate

sicurezza passiva: tapparelle blindate

Come sono fatte generalmente le tapparelle te l’ho spiegato nella quarta parte della mia guida alla sostituzione degli infissi: si tratta di lamelle di alluminio riempite di schiuma poliuretanica isolante. O al più di lamelle in pvc.

Entrambe queste tipologie entrano al massimo in classe antieffrazione 2, quindi non sono considerate blindate.

Il primo modo per blindare le tapparelle è quello di realizzare le lamelle in acciaio, materiale molto più resistente ai colpi (quindi test dinamico) rispetto agli altri utilizzati solitamente.

Chiaramente ci sono anche gli altri aspetti da considerare, in particolare il test statico, cioè il sollevamento della tapparella con un martinetto.

Per rispondere a tali problemi i sistemi di blindaggio delle tapparelle prevedono sia particolari sistemi di aggancio delle lamelle tra di loro, sia sistemi che impediscono alle tapparelle di essere forzate a scorrere verso l’alto.

Ogni produttore ha le sue tecnologie brevettate in tal senso.

Invece un’obiezione che spesso viene fatta alle tapparelle blindate è che, per essere efficaci, devono essere completamente abbassate, rendendo quindi buie le camere anche di giorno.

Infatti la richiesta di chi installa sistemi di protezione non è quello di essere protetto solo quando si è assenti o si sta riposando, ma anche quando si vive la casa, durante il giorno.

Da alcuni anni sono in produzione varie soluzioni di tapparelle blindate che consentono di far passare la luce e allo stesso tempo garantiscono la necessaria sicurezza.

Alcuni sistemi intervallano lamelle cieche a lamelle microforate, che consentono quindi di regolare la luce che entra, altri invece prevedono addirittura lamelle orientabili, trasformando le tapparelle in veri e propri frangisole.

Quindi con questi sistemi è possibile essere sicuri in casa e continuare a viverla normalmente.

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Finestre blindate

Naturalmente parlando di finestre blindate parliamo anche di balconi (porte-finestre) blindate.

Fatta questa banale premessa vediamo quali sono le caratteristiche di una finestra blindata. Quello che stai leggendo non è un articolo tecnico quindi non entriamo nei dettagli (che ti possono essere forniti da un buon rivenditore di infissi).

Sono tre gli elementi su cui devi porre l’attenzione nella scelta della tua finestra blindata:

  • I telai (sia quello fisso che quello mobile)
  • La vetrata
  • La serratura

Per quanto riguarda i telai solitamente le finestre blindate prevedono dei rinforzi in acciaio che ne aumentano sia la resistenza ai carichi dinamici, sia la resistenza ai carichi statici.

Per quanto riguarda il vetro la normativa individua i vetri “antieffrazione” e “antiproiettile” (quest’ultimo è uno step successivo di sicurezza). Chiaramente nella parte vetrata il principale problema da risolvere è quello della risposta ai carichi dinamici.

Facciamo un approfondimento partendo da una premessa: i vetri normalmente installati nelle finestre sono “vetrocamera”, cioè sono composti da due lastre di vetro con interposta una camera d’aria riempita di gas isolante. Lo scopo di questa soluzione è principalmente abbattere le dispersioni di calore. Le lastre di vetro che vengono usate per realizzare i vetrocamera sono quasi sempre di tipo stratificato, cioè sono composte da due lastre di vetro unite da una pellicola di tipo plastico (polivinilbutirrale o PVB). Questa soluzione serve principalmente per dare maggiore resistenza al vetro e per evitare che, in caso di urto o caduta, si stacchino schegge di vetro pericolose. Se vuoi approfondire le caratteristiche dei vetrocamera vai alla terza parte della guida sugli infissi che ho scritto.

Tutta questa premessa per dirti che i vetri antieffrazione sono dei vetri stratificati e sono classificati nella norma UNI EN 356 con i codici che vanno da P1A a P8B.

Quello che rende antieffrazione tali vetrate è proprio la “pellicola” di plastica interposta tra le lastre che, se solitamente è spessa meno di mezzo millimetro, nel caso di vetri antisfondamento molto prestazionali può arrivare ad essere spessa molti millimetri.

Una vetrata in classe antieffrazione 2 (quindi scarsamente blindato) è di tipo P3A.

Una vetrata in classe antieffrazione 3 (la blindatura classica) è di tipo P5A.

Una vetrata in classe antieffrazione 6 (la classe massima) è di tipo P8B.

Ultimo elemento di cui devi preoccuparti è la serratura: le finestre blindate sono dotate di serratura con chiave. Chiaramente questo tipo di serratura deve garantire determinati livelli di sicurezza: anche in questo caso la serratura deve essere di tipo europea per resistere ai tentativi di scasso (ne parliamo a breve).

Porte e portoni blindati

sicurezza passiva: porta blindata

A differenza delle finestre sia le porte che i portoni sono chiusure di tipo “cieco”, cioè non trasparenti.

A differenza delle finestre, che sono spesso abbinate ad una tapparella, le porte sono lasciate sole a difendere la tua casa tua dall’esterno (o dal pianerottolo).

Quindi, sebbene la classificazione antieffrazione sia la stessa delle finestre, le porte blindate devono avere caratteristiche tecniche diverse.

Una porta è costituita da:

  • Controtelaio e telaio fisso
  • L’anta
  • Le cerniere
  • La serratura

In una porta blindata tutti questi elementi sono studiati apposta per garantire la classe antieffrazione per cui è stata testata.

Il materiale che la fa da padrona naturalmente è anche in questo caso l’acciaio.

Il controtelaio è in lamiera di acciaio piegata e viene ancorata alla muratura per mezzo di zanche. Su di esso viene installato il telaio vero e proprio, sempre in acciaio, su cui sono alloggiati i cardini. In alcuni modelli controtelaio e telaio coincidono.

L’anta è anch’essa in acciaio, solitamente una lamiera su cui sono saldati elementi di rinforzo. Chiaramente su questa struttura di acciaio possono essere installati tutti i rivestimenti più disparati.

Le cerniere sono anch’esse in acciaio. Un aspetto importante dei sistemi costruttivi delle porte blindate è che le cerniere vengono saldate all’anta della porta, rendendo molto più difficile lo scardinamento.

La serratura è un elemento fondamentale: attualmente la serratura più diffusa e sicura è quella denominata “europea”.

Dobbiamo distinguere tra la serratura, che è il meccanismo vero e proprio con tutti i pistoni che tengono materialmente chiusa la porta, e il cilindro europeo, che è un elemento a parte e lavora in combinazione con la serratura e comanda il movimento dei pistoni.

I vecchi tipi di serratura, chiamate a doppia mappa (quelli con le lunghe chiavi a doppia dentatura per intenderci), sono facilmente scassinabili: i ladri hanno attrezzi specifici con cui semplicemente replicano i denti della serratura e si creano una copia della chiave perfettamente funzionante. In pratica entrano in casa, rubano tutto e quando escono chiudono pure la porta.

Le serrature europee sono molto più sicure a partire dal fatto che è impossibile replicare la chiave se non si ha la scheda coi codici. Però anche questa non ti garantisce sicurezza al 100%.

Quando acquisti una porta blindata concentrati (anche) sulle caratteristiche del cilindro e verifica che siano presenti queste:

  • Sicurezza chiave (cioè il numero di combinazioni possibili della chiave) elevata. Va da 1 (100 combinazioni) a 6 (100.000 combinazioni). Naturalmente la sicurezza 6 è la migliore;
  • Certificazione anti-bumping. Con la tecnica del key bumping grazie ad appositi attrezzi i ladri riescono ad aprire la serratura senza rompere nulla. Bastano addirittura una chiave ed un martello…
  • Presenza di un defender anti-trapano. Serve per prevenire l’estrazione del cilindro
  • Presenza del sistema “trappola”, che in caso di estrazione del cilindro o di key bumping manda in blocco totale i meccanismi che non si apriranno più.

NESSUN SISTEMA DURA IN ETERNO

sistemi di sicurezza passiva: durano in eterno?

In questo articolo abbiamo fatto una panoramica dei principali sistemi di protezione passiva che ti consentono di aumentare drasticamente la sicurezza di casa tua. Però devi essere consapevole che non c’è niente che riesce a resistere in eterno ai tentativi di effrazione da parte dei ladri.

Come hai potuto leggere anche le classi antieffrazione prevedono solo dei tempi minimi di resistenza ai tentativi di scasso.

Un ladro molto esperto, se vuole entrare in casa tua e ha tutto il tempo necessario a disposizione, prima o poi riuscirà a farlo.

Per questo motivo ai sistemi passivi vengono quasi sempre abbinati sistemi di protezione attivi.

Come abbiamo detto ad inizio articolo quando ristrutturi e affronti l’argomento sicurezza la prima cosa che devi fare è valutare attentamente i reali pericoli a cui è sottoposta la tua casa e le tue reali esigenze di sicurezza.

Ad esempio negli appartamenti in condominio raramente ha senso installare infissi blindati, in quanto i ladri entreranno sempre dalla porta sul pianerottolo. E allo stesso modo non ha senso prevedere una classe antieffrazione eccessivamente alta (la 5 o la 6) per la porta sul pianerottolo: quasi sempre è sufficiente una classe antieffrazione 3.

La cosa importante a cui devi prestare attenzione è che le classi antieffrazione dichiarate siano realmente certificate. Infatti la norma prevede che la classe venga assegnata per ogni dimensione prevista.

Per capirci: se la tua porta di ingresso è larga 2 metri e alta 3 metri (esagero volutamente!) l’azienda che te la fornisce per garantirtela in classe antieffrazione 3 deve aver fatto una prova specifica su quella dimensione e deve fornirtene una copia.

Il problema si pone principalmente sugli infissi esterni che sono spesso di dimensioni particolari e non standard.

Questa cosa chiaramente non è possibile. Ma non fraintendermi ciò non significa che le finestre che ti vengono vendute non sono blindate. Quello su cui voglio farti posare l’attenzione è che, oltre alla classe antieffrazione raggiunta dalle finestre che hanno testato, dovresti preoccuparti di chiedere spiegazioni sulle caratteristiche tecniche che dovrebbero rendere la porta o la finestra blindate e confrontarle con quanto abbiamo visto in questo articolo (ad esempio il codice della vetrata di sicurezza, o la tipologia di serratura europea, etc.).

Ricordati sempre che la scelta degli infissi fa parte di un processo più grande che è quello della ristrutturazione della tua casa. Si tratta di un processo che devi conoscere e applicare per arrivare a fare le scelte giuste nel momento giusto, altrimenti ti ritroverai a concentrarti su cose inutili, che ti fanno sprecare tempo, soldi ed energie, e non ti occuperai mai delle cose realmente importanti.

Imparare il processo è la cosa più importante da fare nella tua ristrutturazione. Il processo per ristrutturare non è banale e non è nemmeno quello che stai seguendo. Dalla mia esperienza non c’è un solo committente che segue il giusto processo di ristrutturazione: quello che gli garantisce di non finire a spendere il doppio di quanto preventivato e a fare cause infinite con l’impresa.

Il processo giusto, scritto per te che sei un committente, lo puoi trovare solo nel manuale che ho scritto: “Ristruttura la tua casa in 7 passi”.

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