Negli ultimi anni mi sono resa conto che molte domande sull’abitare non riguardano direttamente l’arredo, ma il modo in cui ci sentiamo negli spazi che viviamo ogni giorno. Da qui nasce la mia curiosità per il design biofilico: un approccio che mette al centro il rapporto tra casa, ambiente, natura e benessere.
Non si tratta di qualcosa da acquistare o di uno stile da imitare, ma di come luce, materiali, ritmo e presenza naturale possano influenzare in modo concreto la qualità della nostra vita quotidiana. Non chiede di creare una giungla urbana, ma di progettare spazi che dialoghino con i sensi e con il modo in cui abitiamo il tempo.
Il design biofilico, in inglese biophilic design, affonda le sue radici nel concetto di biofilia, introdotto dal biologo Edward O. Wilson. La biofilia descrive l’attrazione innata dell’essere umano verso i sistemi naturali e le forme di vita. Non è una visione romantica, ma una base biologica: il nostro corpo riconosce e ricerca ambienti con cui può entrare in relazione.
A partire da questa intuizione, studiosi e progettisti, tra cui Stephen Kellert, hanno iniziato a interrogarsi su cosa accade quando viviamo quasi esclusivamente in ambienti artificiali, separati dalla luce naturale, dai cicli stagionali e dai materiali vivi. Il design biofilico nasce come risposta a questa distanza, reintegrando la natura negli spazi abitati non come ornamento, ma come presenza strutturale.
Non è uno stile riconoscibile a colpo d’occhio, ma un modo di pensare la casa come sistema vivo, capace di sostenere chi la abita in modo naturale.

Un cambio di sguardo sull’abitare
Il design biofilico non è una moda green né un’estetica da replicare: è una risposta progettuale a un disagio quotidiano, spesso normalizzato. Passiamo gran parte della nostra vita in ambienti chiusi come case, uffici, mezzi di trasporto progettati per essere efficienti, ma raramente pensati in relazione ai nostri ritmi naturali. La luce è spesso uniforme, le superfici neutre, le stagioni entrano poco. La casa è diventata un luogo multifunzione, sovraccarico di ruoli, che richiede adattamento continuo.
C’è una differenza sostanziale tra quella che potremmo definire una casa statica e una casa biofilica. Mentre la prima si affida a luci artificiali fisse e piatte che ignorano il passare delle ore, la casa biofilica cerca di assecondare il ritmo del sole, lasciando che la luce naturale guidi il nostro orologio interno. Se in una casa asettica dominano spesso la plastica e i materiali inerti, freddi al contatto, un approccio biofilico predilige materiali vivi come il legno, la pietra o il lino: superfici che rispondono al tatto e che il nostro sistema nervoso riconosce come sicure.
Al contrario di un arredamento pensato come un ordine estetico statico, il design biofilico si pone l’obiettivo di essere vissuto, puntando alla riduzione dello stress quotidiano.

Piccoli gesti per portare il design biofilico nella vita quotidiana
Il design biofilico non richiede interventi radicali né trasformazioni immediate, ma spesso inizia da scelte minime che riguardano il modo in cui occupiamo lo spazio e ascoltiamo i nostri sensi. Si tratta di smettere di gestire la casa e iniziare finalmente ad abitarla, lasciando che l’ambiente accompagni i nostri gesti invece di interferire con essi.
Ecco tre esempi pratici da cui iniziare per cambiare il modo di vivere tua casa:
1. Riconnettiti con il ritmo del tempo
La luce naturale è il nostro primo legame con il mondo esterno. Osserva come la luce entra nelle tue stanze durante la giornata: prova a liberare un davanzale o a togliere una tenda troppo pesante che scherma inutilmente il sole. Un gesto biofilico molto potente è quello di assecondare l’imbrunire: evita di accendere subito le luci accecanti al tramonto, lasciando che il corpo percepisca il naturale passaggio verso la sera.
2. Scegli materiali naturali
Il nostro cervello si rilassa quando tocca superfici che restituiscono sensazioni reali. Cerca di inserire in casa elementi che sappiano invecchiare invece di restare immutabili: un vassoio in legno grezzo, un cuscino in canapa, una superficie in ceramica artigianale. Questi materiali non sono solo decorativi, ma presenze che reagiscono al tatto e al tempo, creando un ambiente che il corpo riconosce come accogliente.
3. Crea zone di protezione e di apertura
In natura cerchiamo istintivamente due condizioni: il “rifugio” per riposare e la “prospettiva” per osservare. Prova a ripensare la funzione delle tue stanze in base a questo: crea un angolo lettura che ti faccia sentire protetta, magari con le spalle a una parete e una luce soffusa, e organizza la tua zona lavoro in modo che lo sguardo possa spaziare lontano, preferibilmente verso una finestra, per permettere alla mente di rigenerarsi durante le pause.

Conclusione
Il design biofilico non ci chiede di trasformare la casa in un manifesto verde, né di inseguire una perfezione da catalogo. Ci invita piuttosto a rallentare lo sguardo e a osservare come viviamo davvero gli spazi che abitiamo ogni giorno. A chiederci se la casa ci sostiene, se ci accompagna, se ci permette di vivere con più naturalezza.
Se leggendo queste parole hai sentito il desiderio di guardare i tuoi spazi con occhi nuovi, ma non sai da dove iniziare per trasformarli, possiamo farlo insieme. A volte basta un cambio di prospettiva o un piccolo intervento mirato per trasformare una casa che non senti allineata con te, in un ecosistema che ti rigenera. Se vuoi ritrovare questo equilibrio tra le tue pareti, puoi prenotare una consulenza: analizzeremo insieme la luce, i percorsi e i materiali del tuo abitare per rendere la tua casa il luogo che ti sostiene davvero.
Su A forma di casa continuo a raccontare modi di abitare più consapevoli, fatti di piccoli cambiamenti e scelte sensibili. Puoi tornare qui o esplorare gli altri articoli della sezione Abitare ogni volta che senti il bisogno di rimettere al centro il tuo modo di vivere la casa.
L’articolo Design biofilico: abitare in relazione con la natura proviene da A forma di casa.









