9 Marzo 2026 / / Blogger Ospiti

Cos’è il controsoffitto e perché sceglierlo 

Nel settore dell’edilizia il controsoffitto rappresenta un elemento tecnico rilevante, che incide positivamente sulla qualità della vita in casa.

L’insieme di un telaio e lastre in cartongesso viene fissato sotto il solaio, lasciando liberi i centimetri desiderati nella parte sottostante al soffitto. Questo plenum può alloggiare impianti e canalizzazioni per la climatizzazione. 

Il controsoffitto può essere utilizzato per migliorare le prestazioni energetiche della casa. È una soluzione che aiuta ad attutire i rumori e a ridurre l’eco, ottimizzando il comfort acustico. Il risultato è una superficie decorativa da personalizzare con le forme, i colori e le finiture che preferisci.L’installazione di controsoffitti in gesso e modulari è semplice da realizzare. Negli interventi di ristrutturazione è un modo efficace per correggere le irregolarità strutturali o riproporzionare i volumi senza ricorrere a opere invasive.

Le caratteristiche del controsoffitto continuo in gesso rivestito

I controsoffitti continui in cartongesso sono composti da una struttura metallica che sostiene lastre in gesso. Una volta stuccati i giunti, la superficie diventa continua ed esteticamente impeccabile.

Se desideri contrastare le dispersioni termiche e ovattare i rumori potrai alloggiare nel plenum dei pannelli in lana minerale. Il controsoffitto è resistente al fuoco e offre un’alta protezione dall’umidità. È il sistema con cui realizzare progetti a misura d’ambiente, per adeguarsi a rientranze strutturali oppure ai diversi gusti in fatto di design.

Saint-Gobain progetta, produce e distribuisce materiali di alta qualità per l’edilizia sostenibile. Propone Gyproc 4Pro®, una lastra in gesso rivestito standard tipo A (EN520). È formata da un nucleo in gesso rivestito con materiale cellulosico, un dettaglio che assicura resistenza. I quattro bordi della lastra sono assottigliati per garantire una migliore resa estetica. Integrando dei pannelli in lana di roccia si ottengono le migliori performance termiche e acustiche in qualsiasi ambiente residenziale o lavorativo. È infinita la libertà progettuale e la possibilità di integrare percorsi luminosi d’effetto.

I controsoffitti modulari sono ispezionabili

I controsoffitti modulari hanno i pannelli rimovibili. Questo aspetto è fondamentale dove è necessario poter accedere per effettuare lavori di manutenzione o riparazione degli impianti sottostanti. 

  • Tra le soluzioni d’eccellenza di Saint-Gobain c’è il controsoffitto Eurocoustic Tonga® A 22 in lana minerale. È efficace nel ridurre i rumori e in classe A1 per quanto riguarda la resistenza al fuoco. Sono disponibili diversi formati e colori.
  • Eurocoustic Tonga® A 40 ha ottime proprietà di assorbimento acustico ed è ideale nei luoghi dove questa esigenza è indispensabile. 
  • Eurocoustic Tonga® Therm A migliora in modo significativo l’isolamento termico e le performance acustiche nei contesti particolarmente ampi. 

I controsoffitti modulari in gesso rivestito di Saint-Gobain uniscono alte performance e design.

  • Gyproc GyQuadro A1 è un pannello in classe A1 per quanto riguarda la reazione al fuoco e in classe ISO 4 come pulizia dell’aria. La finitura bianca riflette al meglio la luce. 

Gyproc GyQuadro Activ’Air® è un pannello modulare in gesso rivestito con bordo A per struttura a vista. La finitura è bianca. Integra l’esclusiva tecnologia Activ’Air®, che elimina fino al 70% della formaldeide presente nell’ambiente.

Isolamento acustico e qualità dell’aria: il connubio perfetto

Il controsoffitto con lastre fonoassorbenti è la scelta giusta per luoghi caratterizzati da un’elevata presenza di persone. Garantisce il controllo dell’acustica dove serve concentrazione e qualità della comunicazione. 

I controsoffitti acustici Giproc Gyptone® di Saint-Gobain sono tecnologicamente avanzati. Si caratterizzano per la notevole resa estetica: la vernice acrilica bianca ha un’elevata capacità riflettente. 

Parliamo di lastre in gesso rivestito che assorbono i rumori e rendono più pulita l’aria che respiriamo negli ambienti interni. Sono dotate della tecnologia Activ’Air®, un sistema brevettato capace di ridurre il livello di formaldeide presente in casa oppure nei luoghi pubblici del 70%. 

È una risposta evoluta alle esigenze dell’edilizia contemporanea, dove il benessere delle persone è sempre più centrale.

3 Marzo 2026 / / Blogger Ospiti

Caratteristiche e proprietà dell’intonaco acustico

L’intonaco acustico è una delle soluzioni più innovative per ridurre il rumore che proviene dai locali accanto o dall’esterno. È un rivestimento capace di agire sulla fisica del suono, evitando la propagazione senza alterare l’estetica. 

È un materiale dalla struttura porosa che garantisce un’elevata traspirabilità. L’applicazione può essere eseguita tramite spazzolatura o spruzzatura. Il risultato è una superficie continua e bella da vedere. È la scelta ideale per uffici open space, sale conferenze, teatri e ristoranti. Migliora la chiarezza del parlato e l’ascolto della musica. Saint-Gobain risponde alle necessità dei suoi clienti con intonaci acustici dedicati a spazi esigenti. Assorbono il suono per migliorare il benessere nei contesti dove questo aspetto è fondamentale, senza interventi invasivi.

I tanti vantaggi dell’intonaco acustico

Scegliere intonaci isolanti acustici offre una serie di ulteriori vantaggi oltre a quelli già citati. Consentono di trattare soffitti e pareti ottenendo superfici eleganti, lisce e prive di giunture, con colori personalizzabili. L’intonaco acustico è versatile: può essere applicato su calcestruzzo, cartongesso e muratura. Dura a lungo nel tempo mantenendo le proprietà originali. La sua natura lo rende resistente al fuoco, quindi è adatto a soddisfare le norme antincendio.

Innovazione applicativa: cos’è l’intonaco acustico a spruzzo

L’intonaco acustico a spruzzo è la frontiera più avanzata in termini di performance fonoassorbenti ed estetica. È particolarmente apprezzato nei progetti di interior design più lussuosi e sofisticati. Si possono rivestire con estrema precisione geometrie complesse e interni di pregio senza rinunciare al comfort sonoro. Tra il ventaglio di soluzioni che Saint-Gobain mette in campo per l’efficientamento degli edifici e il benessere indoor troviamo Ecophon Fade™ ONE Smooth. Si tratta di un intonaco isolante acustico brevettato che rappresenta l’eccellenza sul mercato. Viene applicato con la modalità a spruzzo. Veste le pareti e i soffitti con una texture che richiama morbidezza visiva, in bianco oppure nella tinta che preferisci. Le prestazioni di assorbimento acustico sono di elevatissimo livello, raggiungendo la classe A. L’installazione è semplice e riduce sensibilmente i tempi di cantiere.

2 Marzo 2026 / / Blogger Ospiti

Quali sono le principali fonti di contaminazione negli ambienti domestici

Nella società moderna si è sempre più inclini a passare gran parte della giornata in spazi chiusi. Questo succede ancora di più quando viviamo in una grande città e le occasioni per stare all’aria aperta si riducono a poche ore nel fine settimana. 

L’aria che proviene dall’ambiente esterno è spesso contaminata da polveri sottili e smog, sostanze che si disperdono creando un vero inquinamento dentro casa. A questa problematica si aggiungono i materiali e le vernici utilizzati per gli arredi, che possono rilasciare una sostanza nociva per la salute: la formaldeide.

Anche le pareti e i pavimenti in parquet in alcuni casi emettono piccole quantità di sostanze non certo salutari. A tutto ciò si aggiungono le sostanze chimiche sprigionate dai prodotti per la pulizia. Se i muri presentano tracce di umidità saranno soggetti alla formazione di muffe, potenzialmente pericolose per la salute di persone di ogni età. È proprio per l’insieme di tutti questi fattori che dovremmo fermarci a riflettere, e trovare delle risposte efficaci per migliorare la qualità dell’aria interna. Le soluzioni per vivere meglio gli spazi abitativi oggi ci sono, e rispettano la nostra salute creando un indoor più sano.

Le strategie da seguire per migliorare la qualità dell’aria in casa

Per mantenere un’aria interna più salubre e limitare l’accumulo di sostanze tossiche è fondamentale adottare delle buone abitudini. 

  • Apri tutte le finestre con regolarità, creando corrente tra locali opposti quando possibile. Aerare adeguatamente la cucina e il bagno dopo aver fatto la doccia  aiuta ad abbassare il tasso di umidità. 
  • Riduci l’uso di prodotti industriali aggressivi per le pulizie e spray profumati. Mentre pulisci tieni le finestre aperte per disperdere le sostanze irritanti e inalarne il meno possibile.
  • Togli almeno due volte alla settimana la polvere che si accumula sui mobili, soprammobili e pavimenti. Aspira i divani in tessuto e il tappeto con un aspirapolvere dotato di filtro ad alta efficienza. Questi accorgimenti sono utili per chi soffre di problemi respiratori ed evitano il peggioramento dei sintomi nei soggetti allergici.
  • Se possiedi il condizionatore pulisci e sostituisci i filtri secondo le indicazioni del produttore prima di metterlo in funzione. 

Saint-Gobain è il protagonista globale dell’edilizia sostenibile. Progetta soluzioni che assicurano il massimo comfort abitativo e migliorano il benessere dentro casa. Il noto brand è pronto ad accettare le sfide di oggi e di domani per avere in futuro delle abitazioni sane e belle da vivere.

Le soluzioni concrete per vivere meglio la casa

Saint-Gobain è un leader del mercato sempre più attento alla qualità dell’aria che respiriamo in casa. Quello dell’azienda è un costante lavoro di ricerca e sviluppo che si esprime al meglio nella tecnologia Gyproc Activ’Air®. Si tratta di un sistema brevettato a livello internazionale, che risponde in modo concreto alle necessità abitative. È una soluzione integrata in lastre in cartongesso, controsoffitti e intonaci, che intercetta la formaldeide presente nell’aria neutralizzando l’80% del suo valore. Queste speciali lastre possono essere utilizzate per realizzare contropareti, tramezzi e controsoffitti. I benefici sono stati validati da  test condotti da due laboratori di spicco nel campo ambientale e il risultato è stato giudicato affidabile e performante. 

La lastra in gesso rivestito Gyproc Habito Activ’Air® è naturalmente bianca e si può dipingere con un’idropittura specifica: webpaint gypsum. È una pittura certificata e sicura per gli ambienti interni, che rispetta gli standard più severi in materia di emissioni di sostanze nocive per la salute. È studiata per il cartongesso, non interferisce diminuendo le performance della tecnologia Activ’Air® e l’applicazione non necessita di un fissativo.

Saint-Gobain, insieme al suo marchio Weber, ha messo a punto un’idropittura antimuffa purificante: weberdeko pure. Questa formulazione a base d’acqua è in grado di abbattere un’alta percentuale di formaldeide presente nei locali con un’efficacia che perdura a lungo nel tempo, oltre 8 anni.

Se desideri una soluzione innovativa e decorativa c’è lo specchio ecologico Mineralite® Revolution di Saint-Gobain Glass. È un complemento d’arredo senza piombo né rame che concorre alla riduzione di emissioni di composti organici volatili (VOC) e arreda con un tocco di design. 

2 Marzo 2026 / / Blogger Ospiti

L’impatto del rumore sulla salute dei lavoratori 

Nei contesti lavorativi contemporanei la progettazione degli uffici predilige spazi aperti e flessibili. Se da un lato questo layout facilita il lavoro di squadra, dall’altro crea una problematica rilevante: la convivenza di più persone che svolgono attività diverse nello stesso ambiente.
Si incrociano telefonate, le ormai onnipresenti call e gli scambi di opinioni, trascurando di fatto l’esigenza primaria di ogni lavoratore: mantenere la giusta concentrazione. L’insieme di questi fattori a lungo andare genera calo dell’attenzione e irritabilità, quindi una minore produttività. Inoltre, in un ambiente non performante a livello acustico i dipendenti tendono istintivamente ad alzare il volume della voce per farsi sentire, innescando un effetto che moltiplica esponenzialmente il caos complessivo.
Da tutto ciò ne deriva che il rumore in ufficio non deve essere considerato un problema trascurabile. È un vero e proprio inquinamento ambientale che incide direttamente sul benessere dei lavoratori e a lungo andare diventa causa di stress.
Migliorare l’acustica negli uffici restituisce ad ogni dipendente una sensazione di controllo sul proprio operato e migliora in generale il comfort nella quotidianità. È un investimento necessario, soprattutto se pensiamo che trascorriamo lavorando molte più ore rispetto a quelle che viviamo tra le mura domestiche. restituisce ad ogni dipendente una sensazione di controllo sul proprio operato e migliora in generale il comfort nella quotidianità. È un investimento necessario, soprattutto se pensiamo che trascorriamo lavorando molte più ore rispetto a quelle che viviamo tra le mura domestiche.
L’obiettivo del datore di lavoro lungimirante si traduce quindi nel rispetto di livelli accettabili di rumorosità, realizzando uno spazio che non renda difficile la comprensione del parlato, migliori la qualità del lavoro individuale e tuteli la salute psico-fisica di ogni collaboratore.

Strategie di intervento e tecnologie per migliorare l’acustica in ufficio

Per bonificare acusticamente gli uffici è possibile intervenire in modi diversi. Il primo passo per migliorare la qualità sonora è individuare le aree più affollate e rumorose, e capire quali sono le zone che richiedono un livello acustico che supporti al meglio la concentrazione. In questo modo si potrà effettuare una progettazione corretta e migliorare la comunicazione dove serve davvero. 

Per quanto riguarda i mobili, il mercato offre arredi per ufficio di alta qualità, progettati con superfici capaci di limitare la propagazione dei rumori. Ci sono anche pannelli autoportanti realizzati con materiali che minimizzano la dispersione del suono. Posizionati tra le scrivanie creano delle micro-zone dove le conversazioni rimangono confinate e non disturbano i colleghi più vicini.

L’intervento più efficace in questo senso prevede l’installazione di pannelli fonoassorbenti ad alte prestazioni. I controsoffitti acustici per uffici e i pannelli sospesi assicurano un ambiente più silenzioso senza sacrificare il design. Si può agire anche sulle superfici verticali con un sistema a parete che riduce l’eco e migliora l’intelligibilità della parola.

Le soluzioni Saint-Gobain per migliorare l’inquinamento acustico

Saint-Gobain è un’azienda leader nel panorama delle soluzioni all’avanguardia per migliorare l’acustica negli uffici. Propone prodotti performanti che si adattano ad ogni esigenza architettonica e sono utili a gestire il comfort acustico nei contesti lavorativi open space.

  • Ecophon Focus™ è una soluzione completa e versatile, pensata per chi cerca un equilibrio perfetto tra controllo del rumore e resa estetica. L’insieme dei pannelli in classe di assorbimento A per controsoffitto crea una superficie otticamente opaca grazie alla finitura speciale Akutex™ FT.
  • Nelle sale riunioni o negli uffici direzionali che richiedono standard di silenzio elevati entra in gioco Ecophon Master™. È un pannello in classe A di fonoassorbimento, con finitura Akutex™ FT e l’aggiunta di uno strato di vetro nella parte non visibile.
  • Ecophon Akusto™ è un pannello progettato per essere installato sulle superfici verticali, risolvendo il problema dei suoni che rimbalzano tra pareti parallele. È ampia la possibilità di personalizzazione con finiture diverse che ne valorizzano l’estetica. 
  • Ecophon Solo™ è la scelta ideale quando non si vuole coprire l’intera superficie del soffitto. È un pannello sospeso con elevate performance acustiche. Possono essere utilizzati più elementi disposti ad hoc per creare delle piccole isole di comfort che riducono la percezione dei rumori, con un look di grande impatto nell’insieme.

La sinergia tra comfort acustico e qualità dell’aria in ufficio

Il benessere lavorativo si ottiene quando al controllo del rumore si aggiunge la qualità dell’aria che si respira negli uffici. Esiste un legame profondo tra questi due aspetti fondamentali, che si possono sommare per progettare ambienti sempre più attenti alla salute dei lavoratori e piacevoli da vivere. Infatti, un contesto silenzioso ma saturo di sostanze inquinanti rimane un luogo insalubre. 

I sistemi Saint-Gobain Ecophon trasformano il controsoffitto in un elemento attivo che si occupa della filtrazione e del ricircolo dell’aria nell’ufficio. Infatti, all’interno del plenum, può essere installato un impianto di ventilazione silenzioso che diffonde una brezza leggera e omogenea nel locale attraverso appositi punti di emissione dell’aria. Poiché l’aria scende verso il basso a una velocità estremamente ridotta si riduce il sollevamento di polveri e allergeni e scompare quella fastidiosa sensazione di freddo addosso.

È un plus che cambia radicalmente la qualità della vita di chi abita lo spazio ogni giorno. Consente all’architettura dell’ufficio di esprimersi con la massima pulizia visiva e offre un comfort ambientale di alto livello.


Ormai gli infissi in PVC sono diventati lo standard nel settore edile. Il motivo è che costano (relativamente) poco e garantiscono ottime prestazioni isolanti.

Ma anche tra gli infissi in PVC ne puoi trovare di molto costosi…perché spendere tanto per un infisso in PVC quando puoi averne uno apparentemente uguale ad un terzo?

La risposta è che gli infissi in PVC non sono uguali. La differenza di valore tra due infissi in PVC sta tutta in alcune determinate caratteristiche (oltre che nella posa in opera…ma è un altro discorso).

In questo articolo ti voglio far vedere quali sono le principali caratteristiche che devi valutare quando stai per acquistare i tuoi nuovi infissi in PVC (anche se in realtà vedrai che alcune valgono per tutte le tipologie di infissi).

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Il PVC è un materiale che ha avuto una fortuna relativamente recente nel settore dei serramenti: infatti sono decenni che è in uso ma, essendo un materiale sostanzialmente molto malleabile, per molti anni è stato relegato a compiti “secondari”. Non certo per realizzare infissi robusti e durevoli.

Ma da alcuni anni la tecnologia è migliorata in modo importante e gli infissi in PVC sono diventati una scelta valida oltre che economica, tanto che ormai hanno monopolizzato il mercato del settore, con quote che superano il 40%.

E naturalmente, come per ogni cosa, esiste la versione di qualità e la versione economica degli infissi in PVC (con tutte le tonalità di grigio in mezzo).

Il fatto è che spesso vengono spacciati come di qualità infissi in PVC che non valgono nulla. Ma quasi nessuno sa quali parametri andare a vedere per capire se gli stanno proponendo qualcosa di buono per chiudere la stalla o il soggiorno di casa. E anche tra i tecnici c’è molta confusione (purtroppo non siamo tuttologhi del settore…). Così i venditori hanno gioco facile a decantare le lodi di prodotti a volte scadenti senza trovare nessun contraddittorio valido.

Nei prossimi paragrafi passeremo in rassegna quali sono questi parametri che devi valutare nella scelta dei tuoi nuovi infissi in PVC.

Dimensione del telaio e camere d’aria

infissi in pvc: le camere d'aria

I profili che formano i telai degli infissi in pvc non sono blocchi pieni di PVC, ma sono cavi e all’interno sono divisi in camere d’aria.

L’aria all’interno di queste camere è ciò che dà al PVC il suo elevato potere isolante. Però se ci fosse un’unica camera d’aria tale potere isolante sarebbe minore rispetto a quello che si ottiene con più camere d’aria.

L’aria isola meglio quando è in quiete rispetto a quando è in movimento, e con “spessori” d’aria superiori ai pochi centimetri si formano delle sorte di correnti d’aria. Si tratta dello stesso principio per cui i muri “a cassetta” con cui sono stati costruiti i tamponamenti esterni della maggior parte degli edifici fino agli anni ’80, non isolano per niente.

Così compartimentarla in più camere consente di avere aria in “quiete” e quindi di isolare meglio.

Ma il maggior isolamento dato dalla divisione in camere d’aria è solo una conseguenza e non il principale scopo della loro presenza. Infatti la motivazione della loro introduzione è principalmente per rafforzare il profilo dell’infisso.

Il PVC, come abbiamo già accennato, è un materiale non particolarmente resistente e soprattutto molto sensibile agli sbalzi termici. Pertanto era necessario rinforzarlo e il primo sistema è stato mettere questi rinforzi verticali internamente (tra poco vedremo che da soli non bastano quindi è stato aggiunto anche un altro elemento).

Un primo parametro per valutare la qualità del tuo nuovo infisso in PVC è il numero di camere d’aria: il numero minimo che puoi trovare è 5 (in realtà sarebbe 3, ma ormai quasi nessun infisso ne ha così poche) e il massimo è 7.

Però non farti ingannare: a livello di isolamento non c’è molta differenza tra un infisso a 5 o a 7 camere. Infatti si tratta di pochi millimetri di differenza tra le varie camere d’aria che hanno influenza nulla sull’incremento delle prestazioni.

C’è un secondo parametro che però è significativo e che deve essere letto in parallelo al numero delle camere d’aria: la profondità (spessore) del telaio.

Un telaio più profondo vuol dire una maggiore massa d’aria e quindi un maggiore isolamento. Però se in un profilo molto spesso ci sono poche camere d’aria le prestazioni isolanti scendono (anche quelle statiche…).

Quindi, per riassumere, la profondità di un telaio in PVC può variare da circa 70mm a circa 85mm. Il numero di camere d’aria da 5 a 7.

Un profilo da 70mm dovrebbe avere almeno 5 camere d’aria, e se ne ha di più non garantisce un maggiore isolamento.

Un profilo da 85mm dovrebbe avere 7 camere d’aria, sia per garantire un maggiore isolamento, sia per garantire più stabilità.

Classe del telaio

Questo è un aspetto che in pochissimi conoscono (anche tra i tecnici) eppure è importantissimo per determinare la qualità dell’infisso.

La classe del telaio viene determinata dalla norma UNI EN 12608 e ne esistono solo tre: A, B e C.

Ma in cosa variano tra di loro? Semplicemente nello spessore delle pareti che delimitano il telaio esternamente ed internamente.

L’immagine qui sotto con le relative tabelle penso siano abbastanza chiare a tal proposito:

infissi in PVC: la classe dell'infisso
Immagine tratta da PVC forum

Come puoi vedere le varie “pareti” che delimitano un profilo in PVC hanno spessori differenti: quelle esterne sono più spesse e quelle interne sono più sottili.

Sul mercato ormai si trovano quasi solo infissi di classe A e classe B e, sebbene la differenza tra gli spessori possa sembrare minimale, ha notevole influenza sulla resistenza meccanica dell’infisso. E di conseguenza sulla sua durata e stabilità: considera che uno dei requisiti fondamentali per le prestazioni di un infisso è la perfetta tenuta all’aria e all’acqua, delle deformazioni locali potrebbero far venire meno queste caratteristiche. E ancora peggio se tali deformazioni avvengono nelle zone dei cardini, compromettendo tutto l’infisso.

Il consiglio naturalmente è optare sempre per infissi di classe A.

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Classe della mescola

Questa è una seconda classificazione data dalla norma UNI EN 12608, che per la mescola con cui sono realizzati gli infissi in PVC prevede due categorie differenti: M e S. Dove M sta per “clima moderato” e S per “clima severo”.

In questo caso bisogna fare attenzione a cosa si intende per clima moderato e per clima severo: infatti il parametro di riferimento sono la radiazione solare e la temperatura, ma vanno visti al contrario rispetto a quello che potresti pensare.

Cioè un clima severo è dove la radiazione solare e la media della temperatura massima giornaliera del mese più caldo è più elevata.

In un clima severo il primo parametro deve essere ≥ a 5 GJ/mq (GigaJoule su metro quadrato) mentre il secondo parametro deve essere ≥ a 22°.

Per farla breve l’Italia è tutta in clima severo, quindi l’infisso deve avere un profilo di tipo S.

Questa classificazione è importante perché il PVC, nella sua formulazione “pura”, è molto sensibile agli sbalzi termici…in sostanza quando fa tanto caldo si deforma (in fondo è pur sempre plastica….prova a mettere un qualsiasi giocattolo di plastica sotto il sole per quattro o cinque ore e vedrai che si deforma facilmente).

Il PVC infatti a 80° perde le sue proprietà meccaniche (significa che cominciano a deteriorarsi molto prima di raggiungere questa temperatura).

Le principali problematiche di tipo meccanico che si possono presentare sono:

  • Infragilimento
  • Riduzione di resistenza meccanica, elasticità e durezza
  • Formazione di stress crack

Però anche dal punto di vista estetico si possono presentare dei problemi:

  • Ingiallimento
  • Scolorimento 
  • Sbiancamento della superficie con formazione di stress crack

Per prevenire tutta questa serie di problemi vengono inseriti nella mescola del PVC degli additivi anti UV o degli stabilizzanti UV che possono essere di vario tipo a seconda del beneficio che si vuole ottenere.

Spesso, più in passato che ora ad essere onesti, in Italia venivano venduti infissi di classe M. Si tratta di un parametro da controllare attentamente.

Rinforzi del telaio

infissi in pvc: anima in acciaio

Abbiamo già detto che il PVC è un materiale non particolarmente stabile. In particolare teme il calore, che lo fa deformare facilmente, ma anche gli urti e le sollecitazioni dovute al vento.

Ciò porta la necessità di rinforzare in qualche modo gli infissi in PVC.

La normativa chiede che vengano rispettati determinati valori di flessione massima e di resistenza agli urti che devono essere calcolati per ogni infisso.

Tralasciando calcoli complessi, abbiamo già visto che un primo modo di rinforzare i telai in PVC è quello di inserire, in senso longitudinale, dei profili di rinforzo che creano le famose camere d’aria.

Però spesso non è sufficiente, e si ricorre a sistemi di rinforzo maggiormente prestazionali: l’acciaio.

Quello che viene fatto è inserire un’anima interna al telaio fatta da profili di acciaio per garantire il raggiungimento delle prestazioni desiderate.

Questa anima è importante non solo per la stabilità del telaio in sé, ma anche per fornire un sostegno solido ai cardini delle ante: essendo ormai obbligatorio installare vetrocamere di sicurezza (ne parleremo a breve), i carichi delle ante sono molto più alti rispetto al passato. Se i cardini fossero ancorati al PVC, i telai si deformerebbero compromettendo prestazioni e durata dell’infisso.

Soluzione alternativa al rinforzo in acciaio, che sappiamo essere un materiale non isolante, è il rinforzo in fibra di vetro (o vetroresina), soluzione che garantisce migliori prestazioni termiche e buone prestazioni meccaniche.

Però per questa seconda soluzione c’è un però: cioè la differenza di prestazioni termiche è minima, mentre a livello dei cardini le prestazioni meccaniche non sono elevate e potrebbero esserci gli stessi problemi di un infisso senza nessun rinforzo.

Quindi, per riassumere, quando valuti un infisso in PVC:

  • Senza rinforzo: evitare
  • Con rinforzo in vetroresina: per infissi di piccole dimensioni
  • Con rinforzo in acciaio: ok

La saldatura

Infissi in pvc: saldatura perfetta

Un aspetto importante riguarda la saldatura dei profili in PVC. L’unione dei quattro profili che vanno a formare il telaio di un infisso in PVC avviene tramite saldatura, scaldandoli ad una temperatura di circa 350°.

La saldatura è un passaggio importante per garantire la stabilità e durata nel tempo degli infissi e anche per la qualità estetica degli stessi.

Dal punto di vista estetico, in una saldatura fatta a regola d’arte gli angoli sono perfetti, mentre in una eseguita male ci sono delle imperfezioni.

una saldatura da correggere

Dal punto di vista meccanico purtroppo è più difficile valutare la qualità della saldatura e l’unico strumento a disposizione è la marchiatura CE che tutti gli infissi devono avere obbligatoriamente. I test per verificare la qualità meccanica della saldatura simulano una rottura di una porzione angolare di telaio: se la rottura segue la diagonale della saldatura allora è stata fatta male (cioè è poco resistente).

Per la saldatura dei profilati si usano speciali saldatrici a una o più teste e del tipo semiautomatico o automatico. I procedimenti classici di saldatura sono tre:

  1. con macchinari che causano la formazione di un cordolo di saldatura (cioè del materiale in eccesso) che deve essere successivamente asportato;
  2. con macchinari che riescono a ridurre al minimo il cordolo di saldatura, che deve essere asportato con un procedimento abbastanza rapido (“unghiatura”);
  3. con macchinari che garantiscono la totale assenza di cordolo di saldatura, e quindi senza necessità di lavorazioni successive.

Il terzo procedimento in passato garantiva saldature esteticamente perfette ma poco resistenti, quindi le più diffuse erano quelle del secondo procedimento.

Attualmente però sono stati messi a punto macchinari in grado di garantire assenza di cordoli e elevate prestazioni meccaniche.

Da qualche anno stanno anche cominciando a diffondersi tecnologie costruttive che non richiedono saldatura.

La ferramenta

La ferramenta per gli infissi in PVC

Finora abbiamo visto quattro caratteristiche tipiche degli infissi in PVC.

Potremmo anche fermarci qui, ma visto che l’infisso va valutato nella sua globalità, nei prossimi paragrafi parleremo di altre tre caratteristiche che devi verificare, ma che valgono per tutte le tipologie di infissi.

Partiamo dalla ferramenta. Non ti voglio parlare del fatto che sia a scomparsa o meno, che ti permetta movimenti particolari come il vasistas o meno, che sia prodotta dal fornitore dell’infisso (cosa molta rara) o che sia dimensionata correttamente (ci sono delle formule ad esempio che dicono, in base al peso, quanti cardini siano necessari).

Mi voglio concentrare su un parametro che ritengo fondamentali per la durata dell’infisso: la resistenza alla corrosione.

Ormai la ferramenta per gli infissi è abbastanza standardizzata in quanto vi sono pochi produttori che forniscono la ferramenta per tutte le tipologie di infissi. Alcuni produttori di infissi hanno ferramenta appositamente studiata per i propri sistemi (p.e. Finstral, Inernorm, Schueco) che però sono sempre studiate e prodotte dagli stessi che producono tutta l’altra ferramenta (una delle più famose è la tedesca Winkhaus).

Il materiale con cui viene realizzata la ferramenta è principalmente acciaio abbinato a materiali plastici tipo poliammide. Per massimizzarne la durata nei climi più aggressivi sono stati studiati dei trattamenti specifici che vanno dalla classica zincatura all’utilizzo di verniciature organiche o trattamenti tricoat. Ai fini della valutazione della resistenza alla corrosione della ferramenta si fa riferimento alla norma EN 1670 che individua sei classi di resistenza in base a test in nebbia salina:

  • Grado 0 nessuna resistenza alla corrosione definita, no test
  • Grado 1 leggera resistenza: 24 h in nebbia salina
  • Grado 2 moderata resistenza: 48 h in nebbia salina
  • Grado 3 alta resistenza: 96 h in nebbia salina
  • Grado 4 altissima resistenza: 240 h in nebbia salina
  • Grado 5 eccezionale resistenza: 480 h in nebbia salina

Al termine della prova i componenti devono presentarsi esenti da visibile corrosione del substrato metallico di base.

Penso sia banale dire che un infisso economico avrà un basso grado di resistenza alla corrosione, uno di qualità avrà un alto grado di resistenza.

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Le guarnizioni

Sulle guarnizioni si potrebbe scrivere un articolo intero: sono degli elementi elastici che hanno il compito di garantire la tenuta all’aria e all’acqua della finestra. Ed inoltre sono fondamentali per le prestazioni acustiche. Essendo elastiche consentono di compensare le tolleranze costruttive tra i profili del telaio e tra gli stessi e il vetrocamera.

I principali materiali di cui sono realizzate sono: PVC plasticizzato, gomme o Epm ed Epdm.

Per capire quanto siano importanti le guarnizioni di un infisso basti dire che la classificazione dei profili con cui si realizzano gli infissi deriva dalla posizione della guarnizione al loro interno. Abbiamo due casi:

  • la guarnizione è posizionata nelle alette di battuta dell’infisso;
  • la guarnizione si trova in posizione centrale (profilo a giunto aperto).
infissi in PVC con due guarnizioni
Profili con due guarnizioni

I profili della prima tipologia sono i più diffusi e la tenuta all’aria e all’acqua è garantita dalla pressione tra telaio e battuta (fondamentali telai perfettamente planari!) e dall’elasticità della guarnizione stessa.

I profili a “giunto aperto” invece prevedono nella sostanza una guarnizione in più, in posizione centrale rispetto al telaio.

Lo scopo di tale soluzione è essere maggiormente efficace nei confronti dell’isolamento all’acqua. Infatti la battuta esterna non funziona per pressione e consente all’acqua di entrare in una camera di raccolta per poi essere fatta defluire attraverso delle apposite condotte.

infissi in pvc a giunto aperto
Profili a giunto aperto

Il motivo dell’efficacia di tale soluzione è che previene gli effetti della pressione del vento, che in casi particolari potrebbe far muovere l’anta e quindi far entrare l’acqua (movimenti minimi eh! Ma sufficienti…): nella camera di raccolta infatti (dove c’è la guarnizione centrale) la pressione è uguale a quella esterna, e l’acqua defluisce facilmente non creando pressioni sulla guarnizione.

Se da un lato è chiaro che gli infissi a giunto aperto (quindi con tre guarnizioni) sono più efficaci, dall’altro va valutato se sia o meno il caso di prevederli (in quanto costano di più naturalmente….): hanno senso dove ci sono venti e/o piogge molto forti (cosa purtroppo ormai sempre più frequente un po’ dappertutto).

Il vetrocamera

Dedichiamo due parole anche al vetrocamera, sebbene ne abbiamo parlato in modo approfondito in varie occasioni (vedi ad esempio questo articolo).

Il vetrocamera, come tutto l’infisso del resto, deve rispondere a precisi valori di isolamento termo-acustico. Per farlo sono composti da due o tre lastre di vetro e da una o due camere d’aria riempite di gas nobili (solitamente argon).

La differenza tra un vetrocamera a due o tre vetri è legata sia all’isolamento termico che acustico: i secondi garantiscono prestazioni nettamente superiori.

I vetrocamera devono inoltre rispondere a normative sulla sicurezza: cioè i vetri se si rompono non devono cadere e/o devono frantumarsi in piccoli pezzi non pericolosi.

Per ottenere tale risultato esistono due tipologie di vetri:

  • vetri stratificati, cioè formati da due vetri incollati tramite una sottile pellicola in PVB. Questi vetri rappresentano il più alto grado di sicurezza e sono obbligatoriamente utilizzati su almeno uno dei due vetri della finestra (nelle porte-finestre è preferibile usarli su entrambi i vetri). Si riconoscono perché sono descritti con due numeri uguali, un punto e un altro numero (33.1 che sta per due lastre da 3mm con interposto un foglio di PVB da o,38mm).

Questi vetri se si rompono non cadono a terra ma rimangono in posizione.

  • vetri temprati, in cui le lastre sono scaldate a circa 600° e poi raffreddate velocemente (tempratura). Questo processo modifica i legami chimici e rende il vetro più resistente. Inoltre se si rompe si frantuma in pezzetti molto piccoli e poco pericolosi.

Vengono usate sul lato interno delle finestre.

Trattamenti dei vetri

I vetri possono essere sottoposti a dei trattamenti che ne migliorano le prestazioni di isolamento termico, cioè il trattamento bassoemissivo e quello selettivo.

Il trattamento bassoemissivo aiuta a migliorare le prestazioni di isolamento invernale e consiste nel rivestire uno dei lati della lastra con una pellicola agli ossidi di metallo. Questa pellicola riflette parte del calore prodotto all’interno della casa, diminuendo così le dispersioni. Solitamente il trattamento bassoemissivo è previsto su una sola lastra posizionata all’interno della camera d’aria.

Il trattamento selettivo invece consiste nel depositare degli ioni di argento sulla lastra: tali ioni riescono ad agire selettivamente sulle radiazioni solari da cui sono colpiti, facendo passare la luce e riflettendo verso l’esterno il calore. Ciò contribuisce, nei mesi estivi, a fare in modo che entri meno calore in casa. Anche in questo caso il trattamento è previsto su una sola lastra posizionata all’interno della camera d’aria.

La scelta tra i due trattamenti dipende dal clima in cui si trova la casa: nei climi freddi conviene quello bassoemissivo, in quelli caldi quello selettivo. Attenzione a non sbagliare la scelta: il selettivo limita non solo l’ingresso del calore estivo ma anche quello invernale, che invece è un contributo importante al riscaldamento che andrebbe ricercato nei climi freddi.

Da qualche tempo vengono prodotti anche vetrocamera denominati quattro stagioni, in cui cioè è presente una lastra con trattamento bassoemissivo e una con trattamento selettivo.

La canalina di giunzione

Altro aspetto importante di un vetrocamera è la canalina che tiene insieme e distanzia le lastre.

Per molti anni è stata realizzata in alluminio, un materiale metallico che creava un sorta di “ponte termico” in quanto non in grado di isolare. Oltre che dal punto di vista termico questa soluzione creava le condizioni per la formazione di condensa dentro il vetrocamera.

Attualmente si usano canaline di tipo plastico che risolvono tutti questi problemi. Queste canaline sono denominate “warm edge” (we).

La nomenclatura dei vetrocamera

Per leggere correttamente le caratteristiche di un vetrocamera è necessario sapere quale sia la nomenclatura utilizzata.

Quella di base si presenta così: VETRO / CAMERA / VETRO.

Per le soluzioni a tre lastre si aggiungono gli elementi necessari.

Ogni elemento è rappresentato da un numero che indica lo spessore in millimetri.

Per quanto riguarda la simbologia utilizzata per descrivere i vetri stratificati si utilizza: 3+3, 4+4, 5+5, … ad indicare lo spessore delle due lastre accoppiate. In realtà il simbolo “+” viene eliminato facendo diventare tali vetri stratificati 33, 44, 55. Nella nomenclatura viene individuato anche il tipo di pellicola in PVB adottata per unirli con il simbolo .1 (per lo spessore di 0,38), .2, etc. all’aumentare degli spessori

Ecco che la nomenclatura completa di un vetro stratificato diventa 33.1, 33.2, 44.1, ….

C’è una seconda nomenclatura con cui alcuni produttori descrivono i vetri stratificati: 6/7, 8/9, etc. Il primo numero è la somma degli spessori delle due lastre di vetro accoppiate e il secondo numero (quello dopo il simbolo / per intenderci) come lo spessore complessivo dato dalla pellicola PVB inserita. Così un vetro 6/7 è un vetro 3mm + PVB 0,38mm + 3mm (NB: se la pellicola fosse stata di 0,76mm la dicitura del vetro sarebbe stata 6/7 PVB0,76).

I vetri temprati invece solitamente vengono indicati con una “T” dopo il valore dello spessore.

I trattamenti invece vengono così rappresentati:

  • Bassoemissivo = BE
  • Selettivo = S
  • Bassemissivo + selettivo = 4S (quattro stagioni. Non viene sempre indicato così)

Conclusione: le caratteristiche degli infissi in PVC di alta qualità

Arrivati in fondo a questo articolo possiamo fare un riassunto di quali siano le caratteristiche che delineano un infisso in PVC di elevata qualità:

  • Telaio di almeno 70mm di profondità (preferibile dagli 80mm a salire)
  • Minimo 7 camere d’aria (con profondità dagli 80 mm in su devono essere 7)
  • Classe del telaio “A”
  • Classe della mescola “S”
  • Presenza di un’anima metallica (in acciaio)
  • Saldature fatte a regola d’arte (verifica estetica e meccanica)
  • Ferramenta di grado 5 di resistenza alla corrosione
  • Tre guarnizioni (telaio a “giunto aperto”)
  • Vetrocamera con vetri di sicurezza, camera d’aria riempita di gas argon e canalina warm edge
  • Trattamento bassoemissivo (nord Italia) o selettivo (sud Italia) o quattro stagioni (sud Italia)

Chiaramente oltre a tutte queste caratteristiche vanno visti anche due parametri fondamentali:

  • La trasmittanza
  • L’isolamento acustico

Per approfondire ti rimando a questo articolo in cui abbiamo speso qualche parola in più.

Qui ti basti sapere che la trasmittanza minima di un infisso varia a seconda delle zone climatiche. In Italia sono sei: dalla A – clima molto caldo –  alla F – clima molto freddo. Per intenderci la pianura padana è in classe E.

L’isolamento acustico di un infisso di buona qualità invece parte dai 35dB a salire (difficilmente si superano in 40 dB).

Con questo abbiamo concluso la nostra panoramica sugli aspetti tecnici da valutare in un infisso in PVC (ci sarebbero molte altre cose da vedere…ma sono assolutamente inutili).

A queste devi aggiungerci i parametri estetici che sono assolutamente ed esclusivamente legati ai tuoi gusti. Mi vengono in mente le finiture (a tinta unita o effetto legno), il mono o bi-colore, la ferramenta a scomparsa o meno, la finitura delle maniglie, eventuali vetri oscurati/a specchio/etc.

Prima di arrivare a scegliere un nuovo infisso quindi sono tante le valutazioni che devi fare, devi farti fare più preventivi e devi verificare che tutti riportino le informazioni minime necessarie per fare un paragone sensato.

Con questo articolo spero di averti aiutato a fare luce su quali siano le caratteristiche tecniche che devi cercare in un infisso in PVC e, soprattutto in un periodo come quello attuale in cui ci sono troppi venditori di fuffa (spacciata per oro), di averti dato dei parametri utili per valutare correttamente quello che ti stanno proponendo.

E tu che esperienza hai avuto con gli infissi in PVC? Raccontamelo nei commenti.

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L’articolo L’infisso in PVC che stai per comprare è di qualità o è una fregatura? Scopri quali sono i parametri da tenere sotto controllo sembra essere il primo su RistrutturazionePratica.


Lo so già che con questo articolo mi attirerò le ire di colleghi architetti/interior desginer/geometri al suono di i committenti non sono in grado di progettare”, già fanno di testa loro e tu gli dici queste cose!” (e peggio), e che potrei dover affrontare critiche non solo sulle intenzioni dell’articolo ma anche sui contenuti.

Però me ne frego (e tra poco ti spiego il perché) e nei prossimi paragrafi vedremo alcuni dei principi da seguire per progettare la divisione interna degli ambienti quando ristrutturi casa, quali accorgimenti devi prendere e quali stanze non devi mai dimenticarti.

mailling list per ristrutturare casa

Quindi in questo articolo voglio mostrarti come puoi ottenere una distribuzione perfetta degli ambienti, senza commettere errori di cui rischi di pentirti e riuscendo a ricavare tutti gli spazi di cui hai realmente bisogno (anche di quelli a cui probabilmente non pensi).

Prima di avventurarci in questo campo minato però consentimi di fare alcune premesse, così magari evitiamo qualche commento superfluo e fuori luogo.

Prima premessa: io sto parlando a te che sei un committente, ti darò alcune indicazioni di progettazione, ma questo non ti trasforma in alcun modo in un progettista. Il mio scopo è darti una guida che ti aiuti a capire le potenzialità di una casa e come adattarla alle tue esigenze, sia che si tratti della casa in cui abiti da anni, sia che si tratti di quella ereditata dalla nonna, sia che si tratti di una nuova casa di cui stai valutando l’acquisto. Ma ricordati che ad un certo punto (il prima possibile) ci vorrà un vero progettista che faccia un vero progetto, perché la materia è complessa, ci sono pacchi di norme da considerare e sono necessarie tonnellate di esperienza per risolvere problemi all’apparenza inestricabili.

Seconda premessa: quello che stai per leggere non è legge scolpita nella pietra. Parliamo di principi di buona progettazione, ma ogni casa è una storia a sé e tutto va sempre contestualizzato. Alcune delle cose che diremo sono prescrizioni di legge (nel vero senso della parola), altre sono soluzioni di buon senso che dovresti implementare, e altre ancora consigli che puoi o meno mettere in pratica ma non ti cambia la vita farlo.

L’articolo che stai per leggere è un breve estratto di uno dei bonus del mio manuale Ristruttura la tua casa in 7 passi, cioè la guida “Come si progetta una casa?”. Se ti interessa trovi tutte le informazioni sul manuale (e sui 13 bonus che ti regalo) qui:

COME PROGETTARE LA DIVISIONE INTERNA DI UNA CASA

Nei prossimi paragrafi vedremo quali sono le posizioni corrette in cui dovrebbero trovarsi la cucina, il soggiorno, i bagni, la camera da letto; vedremo quali sono gli errori da evitare assolutamente e imparerai anche a riconoscere i limiti e le potenzialità di casa tua o di quella che stai per acquistare.

Però deve esserti chiaro da subito che la divisione interna di una casa non si studia girando per la casa e dicendo “qui ci potrebbe stare il secondo bagno” e “lì potrei allargare la camera dei bambini”.

La divisione interna si progetta sempre e solo in pianta: si parte da una planimetria quotata (che devi essere in grado di leggere) dello stato di fatto. Quindi ti serve un rilievo, che puoi anche decidere di abbozzare tu con carta, matita e un metro (e qualcuno che ti aiuta…). A te basta un rilievo basilare, quelli completi puoi lasciarli tranquillamente al tecnico che svilupperà il progetto.

Non vale la planimetria catastale come rilievo: purtroppo quasi sempre ci sono delle imperfezioni e se sono corrette riportano sempre proporzioni sbagliate (oltre a non essere quotate), soprattutto se realizzate oltre venti anni fa (come la maggior parte delle planimetrie catastali). Per facilitarti il rilievo però puoi partire da una stampa della planimetria catastale, inserire le misure man mano che le prendi e ridisegnare tutto nelle giuste proporzioni su un altro foglio, magari di carta millimetrata se ti fa più comodo.

Detto del metodo manuale, se hai voglia di “sbatterti” un po’ di più, ci sono varie applicazioni, anche gratuite, che ti consentono di disegnarti la casa addirittura direttamente in 3d senza troppa fatica.

A te la scelta…l’importante è che parti da un rilievo.

Ma che informazioni devono esserci in questo rilievo?

Oltre alla posizione e alla dimensione di muri, porte e finestre, ti servono altre informazioni:

  • Posizione e dimensione di pilastri e muri portanti;
  • Posizione delle fecali;
  • Posizione dei contatori;
  • Altezza dei locali.

Una volta che hai una rappresentazione (abbastanza) corretta dell’attuale divisione interna e queste informazioni, puoi finalmente cominciare a ragionare sulla nuova divisione interna delle stanze. Vediamo alcuni principi.

Principio#1: Zona giorno e zona notte…sempre separate

Forse questo primo principio potrebbe sembrarti banale…ma da quello che vedo in giro non lo è affatto.

La prima cosa a cui pensare non è la posizione della cucina o della camera da letto, ma ottenere una buona separazione tra la zona giorno e notte.

A rischio di essere scontato:

  • La zona giorno è formata dagli ambienti in cui vengono svolte le principali attività durante l’arco della giornata: stiamo parlando essenzialmente di cucina, soggiorno e salotto.
  • La zona notte invece è formata dai luoghi dell’intimità e del riposo, quindi principalmente camere da letto e bagni.

(N.B.: i bagni, solitamente messi nella zona notte, sono degli ambienti di utilizzo continuativo, sia durante le attività diurne che notturne, però solitamente ha più senso metterli nella zona notte…tra poco ti spiego il perché)

Ci sono poi altri ambienti di servizio che possono stare indifferentemente in una o nell’altra zona e che spesso vengono incastrati nei “rimasugli” di spazio che si formano dalla divisione degli ambienti principali: ripostigli, lavanderie, depositi. Faremo alcune riflessioni anche su di loro.

La divisione tra le due zone principali è importante per motivi di privacy, di praticità e di benessere.

Pensa di avere la camera da letto che affaccia direttamente nel soggiorno e per andare in bagno devi passarci attraverso: se per ipotesi una sera tuo figlio/moglie/marito invita a casa gli amici e tu devi alzarti dal letto per andare in bagno…ti sentiresti tranquillo a farlo? Magari in pigiama? 

Questo è un esempio pratico, ma la divisione tra zona giorno e zona notte è importante anche per questioni di benessere psico-fisico.

Se la zona giorno è fatta da ambienti ampi, che favoriscono la convivialità, la zona notte al contrario deve favorire l’intimità e il riposo. Quando la sera, dopo una lunga giornata, si entra nella zona notte la sensazione dovrebbe essere di lasciarsi alle spalle i problemi e il caos della giornata per rilassarsi e prepararsi al riposo.

Nella maggior parte dei casi la divisione tra queste due zone è fisica, generalmente con una porta. Questo accade specialmente negli appartamenti moderni che sono abbastanza compatti: attraverso una porta si passa dagli ampi spazi della zona giorno ad un piccolo disimpegno che distribuisce nelle stanze più raccolte della zona notte. Ma può anche non essere così e il passaggio da una zona all’altra può avvenire semplicemente attraverso un corridoio, oppure nelle case a più piani si può dedicare ogni piano ad una funzione diversa.

Dove collocare le zone della casa?

La risposta a questa domanda per certi versi è banale: la zona giorno tendenzialmente dovrebbe stare nei pressi dell’ingresso dell’abitazione e possibilmente in prossimità di terrazzi e balconi. La zona notte, luogo più intimo e riservato, dovrebbe invece essere posizionata in un’area più appartata, lontano dal caos della vita quotidiana.

Potremmo dire che la zona notte deve stare in fondo alla casa, nel punto più lontano rispetto all’ingresso. Infatti anche psicologicamente il fatto di dover percorrere più strada per raggiungere la propria camera da letto, di doversi allontanare dall’ingresso, dalla zona più attiva della casa, produce un effetto di progressiva calma e intimità molto piacevole.

Le caratteristiche della zona giorno

Abbiamo già detto che la zona giorno dovrebbe essere posizionata, per quanto possibile, vicino all’ingresso e avere accesso diretto ai terrazzi. Ci sono però altri accorgimenti utili da osservare.

Dovrebbe essere orientata a sud/sud-ovest. Questo perché durante i mesi invernali possa usufruire del calore del sole per la maggior parte delle ore possibili. Questo orientamento ha anche dei risvolti psicologici: infatti la luce naturale del sole mette di buon umore e invoglia a non rimanere seduti a non fare nulla. Soprattutto nella stagione invernale, in cui le ore di luce sono poche, sfruttarle al massimo è un fattore fondamentale.

L’obiezione però può essere che, in estate, un soggiorno orientato a sud diventa un forno. Questo è vero, però ci sono modi di limitare l’ingresso del sole: tenendo le tapparelle e i balconi semi-chiusi, oppure, nel caso in cui la stanza si affacci su un terrazzo, mettendo una tenda parasole esterna. C’è da considerare anche la differente posizione del sole durante l’anno: in inverno è sempre molto basso durante tutta la giornata, quindi i raggi solari riescono ad entrare in profondità nella casa riscaldandola maggiormente, in estate invece è alto, abbassandosi solo verso sera, diminuendo così la quantità di sole che entra.

Per qualche anno ho vissuto in una casa orientata a sud, senza nessun ostacolo di fronte: in inverno il sole entrava completamente dentro le stanze, in estate di solo poche decine di centimetri.

Altezza del sole all'orizzonte
Immagine tratta da mygreenbuilding.com

Oltre all’orientamento è importante fare una riflessione su come devono susseguirsi gli spazi della zona giorno.

Ormai l’utilizzo di un ingresso vero e proprio, adibito solo a quella funzione, non è più molto diffuso, soprattutto se pensiamo alle dimensioni ridotte degli appartamenti moderni. Quindi spesso, entrando in un appartamento, ci troveremo già all’interno di un ambiente ampio che comprende salotto, sala da pranzo e cucina: i classici open-space.

A prescindere da quale sia la possibile soluzione, un errore da evitare assolutamente è entrare direttamente in cucina. Anzi, anche in caso di open-space, quindi con cucina a vista, è importante che questa non sia visibile dall’ingresso. Deve essere possibilmente lontana dalla porta di ingresso e possibilmente schermata. Il motivo? Hai veramente voglia di tenere sempre la cucina in perfetto ordine?

(NB: personalmente ti consiglio, se hai spazio a sufficienza, di lasciare la cucina separata da tutto il resto…)

In ogni caso quando si entra in una casa il primo ambiente in vista dovrebbe essere il salotto o il soggiorno.

Lo so che non è sempre possibile rispettare tutte queste regole…ma ti ricordo che qui stiamo cercando di delineare dei principi di base, a cui è possibile trasgredire (senza esagerare).

Le caratteristiche della zona notte

Passiamo ora alla zona notte. L’orientamento ottimale è est o nord-est e Il motivo è presto detto: la mattina il sole sorge ad est. Questo ti permetterà di usufruire del primo calore che al mattino comincia a scaldare la casa, e quindi a limitare nei mesi invernali l’accensione del riscaldamento, ma anche a beneficiare degli effetti sull’umore della luce del sole.

È vero che la sera gli ambienti della casa orientati ad est sono tendenzialmente più freddi di quelli orientati ad ovest, ma dobbiamo considerare che al momento di andare a letto veniamo dalla zona giorno, più calda, quindi siamo già noi stessi un po’ più caldi, poi ci accingiamo a coricarci sotto le coperte, quindi in un posto caldo: non è necessario tenere calda la casa fino a tardi. Al mattino invece passiamo da un posto caldo, cioè il letto, ad uno a temperatura minore, l’ambiente della camera da letto, dove probabilmente ci muoveremo lentamente ancora assonnati e dove dovremo vestirci e prepararci per la giornata. Quindi è preferibile sfruttare il calore del mattino piuttosto che quello della sera. Inoltre nei mesi invernali il sole cala presto, quindi i benefici generati dal calore del sole spesso all’ora di andare a letto sono già svaniti da un pezzo.

Detto dell’orientamento ottimale della zona notte parliamo della successione delle stanze. Vicino al suo ingresso dovrebbe esserci un bagno: in questa posizione è utile soprattutto se non vi sono servizi igienici nella zona giorno: pensa di avere degli ospiti e dovergli far attraversare tutta la casa per andare al bagno…

Altra regola che solitamente applico alla progettazione della zona notte è posizionare la camera da letto principale, quella dei padroni di casa per intenderci, nel punto più lontano e riservato della casa. Questo sia per un fatto di privacy, sia per una questione gerarchica. Essere i padroni di casa, i “capofamiglia”, è un po’ come stare al vertice di un’azienda. Occupare la camera più appartata, magari alla fine di un corridoio, significa stare più tranquilli. Nessuno può disturbarti semplicemente passando davanti alla tua porta, bisogna per forza arrivarci di proposito. Dici che è una visione un po’ vecchia dei ruoli famigliari?

La posizione degli spazi di servizio

Quando parliamo di spazi di servizio ci riferiamo sostanzialmente alle lavanderie e ai ripostigli.

Uno degli ambienti che non deve mai mancare in una casa è il ripostiglio. Non importa quanto piccola sia la casa, ma un ripostiglio è sempre essenziale.

Questa è una lezione che ho imparato nell’ormai lontano 2008, quando ho ristrutturato la prima casa dopo essermi trasferito a Salerno. All’epoca non avevo grande esperienza e il progetto non l’ho sviluppato io…ero un semplice collaboratore…ma decisamente distratto.

Infatti il progetto che abbiamo fatto era molto bello…ma ci siamo scordati il ripostiglio!

E ce ne siamo accorti solo a lavori ultimati…anzi se ne sono accorti i proprietari di casa: “architetto…bella la casa eh…ma non sappiamo dove mettere le cose!”

Per rimediare abbiamo dovuto inventarci un complicatissimo mobile curvo con porta scorrevole da inserire in un microscopico bagno…ma la lezione mi è servita, da allora non ho mai più commesso un errore del genere!

Anche la lavanderia è altrettanto importante…spesso viene messa nel bagno di servizio, soluzione corretta quando lo spazio è poco. Ma se è possibile dovrebbe avere almeno una piccola nicchia dedicata: basta uno spazio largo meno di 1,5m e profondo 70cm. Quello da evitare è metterla nel bagno principale, il bagno di rappresentanza dove vanno gli ospiti.

Ma dove dovrebbero trovarsi gli spazi di servizio in una casa? Abbiamo già detto che solitamente si incastrano dove c’è posto, soprattutto nei piccoli appartamenti moderni. Però, nel caso in cui la casa sia di una dimensione tale da permetterti di scegliere la posizione di questi ambienti, dovresti metterli orientati a nord, il lato più scuro e freddo, dove non batte mai il sole. È perfetto per gli ambienti di servizio, utilizzati con scarsa frequenza nell’arco della giornata, e che non necessitano di riscaldamento.

(NB: il nord è anche un orientamento ottimale per gli studi degli artisti perché garantiscono una luce neutra e uniforme durante tutta la giornata)

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I PROBLEMI DA NON SOTTOVALUTARE QUANDO PROGETTI LA DIVISIONE INTERNA

Finora abbiamo dato delle regole che potrebbero far sembrare semplice progettare la distribuzione interna di una casa.

Ma progettare seguendo queste regole è un’arma a doppio taglio: da un lato semplifica la vita dando una direzione sicura da seguire, dall’altro potrebbe rendere la progettazione un incubo perché non si riesce a rispettarle in alcun modo. Solitamente i problemi che si incontrano sono tre:

  1. La forma della casa non consente di ottimizzare la distribuzione;
  2. Le fecali sono a vattelapesca;
  3. Non hai gli spazi sufficienti per tutte le funzioni che vorresti infilarci dentro.

Vediamoli brevemente e capiamo cosa si può fare in questi casi.

Impossibilità di ottimizzare la distribuzione

Mi è capitato spesso di ritrovarmi di fronte ad appartamenti per i quali non era proprio possibile realizzare una divisione interna che rispettasse i principi di cui abbiamo appena parlato. E più le case sono recenti più questo problema è diffuso.

Soprattutto a partire dagli anni settanta nei condomini (ma non solo) si è assistito ad un progressivo abbandono delle buone regole del progettare, che prevede di realizzare case con forme regolari e ben distribuite, in favore della più becera speculazione edilizia da parte dei costruttori, che pur di vendere ogni millimetro di spazio, hanno creato appartamenti con forme e distribuzioni assurde e spesso invivibili.

A questo magari si sono aggiunti accorpamenti e frazionamenti di porzioni di appartamenti ed ecco che la situazione si è complicata ancora di più.

Però queste case vanno comunque ristrutturate e non ti nego che in questi casi mi diverto tantissimo a trovare la soluzione perfetta. Ma per farlo bisogna sempre trasgredire una o più delle regole che abbiamo visto.

Così alle volte può essere necessario mettere la zona giorno lontano dall’ingresso e la zona notte subito dietro il portoncino. Oppure mettere il bagno nella zona giorno, oppure rinunciare alla lavanderia a parte. Nell’ultima parte dell’articolo ti mostrerò un esempio simile.

Come abbiamo già detto non siamo di fronte a regole incise nella pietra, quindi si possono infrangere a patto di arrivare a qualche compromesso e non violare le disposizioni di legge (ne facciamo accenno tra poco). L’unica regola che ti consiglio di non trasgredire mai è rinunciare al ripostiglio.

La fecale dove sta?

Questo è un altro grande problema, soprattutto negli appartamenti datati. Infatti non è raro trovare appartamenti, anche di dimensioni generose, con un’unica fecale posizionata nell’angolo più remoto della casa.

Il problema è che tutti gli scarichi di lavandini/docce/vasche/bidet/wc/lavatrice/etc. devono orbitare nei pressi della fecale, perché le acque reflue viaggiano per gravità, cioè dall’alto verso il basso, e le tubazioni devono quindi essere sempre in pendenza per consentire un corretto deflusso…anche le tubazioni che passano sotto i pavimenti.

Se a questo aggiungi che i massetti che trovi sopra i solai, all’interno di cui dovrebbero passare i tubi di scarico, spesso non superano i 4-5 cm di spessore (quando lo scarico di un wc ha diametro minimo di 8cm per intenderci), capisci che la frittata è bella che fatta: già ti immaginavi il bagno in camera e devi rinunciarci.

Per questo individuare la fecale di una casa è essenziale (ti ricordi che lo abbiamo scritto come elemento basilare del rilievo?): spesso il progetto di una ristrutturazione si basa su elemento tecnico quale la posizione della fecale. Sembra assurdo ma è così.

Fortunatamente ci sono alcune possibili soluzioni che ti regalano un po’ di libertà in più.

Come prima cosa è possibile creare, principalmente all’interno dei bagni, delle zone rialzate (cioè inserendo un gradino) per far passare le tubazioni. Così magari si riesce a ricavare un secondo bagno dove prima non c’era e si riesce a farlo anche lontano dalla fecale.

Gradino nel bagno

In questo bagno ad esempio ho inserito un gradino proprio per consentire l’allaccio degli scarichi alla fecale (eravamo in un palazzo storico senza nessun massetto a terra…)

Quando si fa questa operazione però bisogna stare attenti a un aspetto: il gradino si troverà lungo tutto il percorso del tubo, quindi se ci sono porte o porte-finestre nel mezzo è un problema (a meno di rialzare tutto…).

Solitamente il gradino si fa solo nei bagni o al massimo per tratti limitati al di fuori. Anche perché rialzare ampie porzioni di casa per far passare i tubi significa aggiungere un carico significativo di massetti ai solai…la cui resistenza andrebbe verificata da uno strutturista.

Seconda soluzione sono le elettropompe (la più famosa è il Sanitrit), cioè dei sistemi che triturano e spingono all’interno dei tubi i rifiuti delle acque reflue. In questo modo i tubi possono essere di diametri inferiori, quanto quelli di un normale rubinetto (4 cm), e possono correre in orizzontale, senza pendenza. Addirittura possono essere mandati a controsoffitto.

C’è la controindicazione che queste elettropompe sono elettriche: se manca la corrente non puoi usare il bagno. È vero che sospensioni di corrente sono rare, però il loro utilizzo andrebbe fatto con parsimonia, magari per bagni secondari e non per l’unico bagno della casa.

Lo spazio non basta mai…

L’ultimo problema è legato a una richiesta comune di chi ristruttura: aggiungere una stanza o ampliare quelle esistenti. Il problema è che per farlo bisogna comprimere gli spazi esistenti, e questa cosa non si può sempre fare.

A parte i problemi tecnici di cui abbiamo parlato qui sopra, ci sono da considerare anche problemi normativi: ogni casa deve rispettare le norme igienico sanitarie che prescrivono delle dimensioni minime per ogni ambiente, dei precisi rapporti tra superfici illuminanti (le finestre per intenderci) e superfici delle stanze, delle altezze minime inderogabili, delle regole sulla posizione dei bagni, etc…

Non voglio dilungarmi eccessivamente su questo aspetto perché ho parlato approfondito delle normative igienico sanitarie in un altro articolo che trovi qui.

QUALCHE ESEMPIO

In questo articolo abbiamo visto alcune regole per progettare la distribuzione interna di una casa e gli ostacoli più comuni che si possono incontrare. In questo ultimo paragrafo voglio farti vedere qualche progetto di nuove distribuzioni interne che ho studiato per la ristrutturazione di alcuni appartamenti.

Vorrei fartele vedere non tanto perché sono progetti che reputo particolarmente belli ma perché ci sono esempi di come si possono risolvere problemi dovuti a condizioni particolari tenendo fede ai principi di cui abbiamo parlato in questo articolo.

Si tratta di ristrutturazioni non realizzate, infatti sono alcune case che ho visitato quando mi dovevo trasferire, e per le quali ho provato ad immaginarmi possibili soluzioni di ristrutturazione coi relativi costi. Quindi i progetti non sono sviluppati ma solo abbozzati. Comunque si tratta di spunti che spero potranno esserti utili.

Le mie esigenze erano semplici: soggiorno, cucina, due camere da letto, un bagno e un ripostiglio (oltre al requisito più importante: la vista mare…). La superficie per tutto ciò doveva variare tra i 65mq e gli 80mq. Vediamo le case.

Appartamento 1: zona giorno lontana o un gradino nel corridoio?

Questo è stato il primo appartamento che ho visto, e a livello di spazi rispondeva a tutti i requisiti che cercavo. Inoltre da una finestra c’era una bellissima vista diretta sul golfo di Salerno e sia gli impianti che i bagni erano appena stati rifatti.

Ma a parte i pregi c’erano alcuni difetti: la maggior parte delle finestre affacciavano in una vanella striminzita, la zona giorno si trovava tra le due camere da letto e un disimpegno era stato rialzato di 15 cm per far passare le tubazioni del secondo bagno che era stato ricavato al posto del ripostiglio (doppio errore!), presentando così un gradino in mezzo alla casa.

Ecco come si presentava quando l’ho vista:

Appartamento 1: distribuzione interna stato di fatto

A me questa distribuzione non piaceva proprio, così ho provato ad immaginarmi alcune soluzioni alternative trovandone due interessanti.

Appartamento 1: distribuzione interna primo progetto

In questa prima ipotesi avrei aperto completamente l’area all’ingresso facendola diventare il soggiorno, e avrei invertito la cucina e una camera da letto. A livello impiantistico lo scarico della cucina si sarebbe potuto far passare lungo la parete perimetrale, con in giusti accorgimenti per superare i pilastri senza toccarli, non costituendo così un problema.

Ho anche fatto un render per capire meglio gli spazi e le finiture (e sognare un po’ in prima persona).

Appartamento 1: un render dell'interno

Sarebbe rimasto il problema del gradino di 15cm nel disimpegno della zona notte. Ma lo avrei anche accettato se non ci fossero stati altri problemi: la camera singola sarebbe stata veramente piccola…quasi un corridoio (comunque a norma)…e non ci sarebbe stato ripostiglio.

Anche se questo secondo problema sarebbe stato facilmente risolvibile (lo spazio della zona giorno è abbondante), l’idea di avere un soggiorno vista vanella non mi stuzzicava. Così ho studiato una seconda soluzione.

Distribuzione interna appartamento 1: seconda soluzione

In questa distribuzione ho trasgredito una delle regole di cui abbiamo parlato: la zona giorno si trova in fondo alla casa, con un lungo corridoio per arrivarci. Invece la zona notte si trova vicino all’ingresso ma, nonostante la posizione, risulta essere comunque abbastanza riservata, con due camere da letto di dimensioni generose e una sorta di mini-suite per la camera principale, composta da un corridoio-guardaroba di accesso e un bagno privato.

Manca ancora il ripostiglio, ma la lunga armadiatura lungo il corridoio di ingresso, che avevo immaginato in parte a giorno e in parte chiusa, avrebbe sopperito a questo problema. E soprattutto non ci sarebbe stato nessun gradino in casa (forse nel bagno di servizio).

Appartamento 2: le potenzialità di una forma regolare

Ammetto che in questo secondo appartamento ci ho lasciato il cuore: piano alto con una vista mare spettacolare. E una forma regolare che avrebbe consentito una divisione interna efficace. Ecco come si presentava.

Appartamento 2: la divisione interna dello stato di fatto.

Tutte le stanze erano balconate, con il soggiorno e la camera rivolti a sud-est, con vista mare, e gli spazi di servizio e la seconda camera rivolti a nord-ovest, con affaccio su un cortile interno.

La casa era completamente da ristrutturare e aveva una distribuzione abbastanza classica e tutto sommato corretta, che non aveva bisogno di molte modifiche: serviva giusto un po’ di apertura in più, un secondo bagno e una zona-lavanderia. Ecco come l’avrei ristrutturata.

La divisione interna del progetto del secondo appartamento

L’ingresso accorpato al soggiorno, la cucina, vicino all’ingresso, in un ambiente autonomo ma senza porta, giusto un varco a tutta altezza a dividerla dal soggiorno. Il secondo bagno in camera avrebbe previsto un sistema di scarico ad elettropompa per evitare gradini (la fecale stava nel bagno principale). L’unica soluzione da approfondire sarebbe stata per la lavanderia, che come vedi ho messo nel corridoio: avevo qualche dubbio di riuscire ad arrivare alla fecale senza problemi…ma purtroppo ho dovuto rinunciare a questa casa e non ho avuto modo di studiarla ulteriormente.

Anche di questa ho fatto dei render.

Appartamento 3: quando i dettagli fanno la differenza (anche nella distribuzione interna)

L’ultimo appartamento che ti faccio vedere è casa mia. Quella nuova.

Quando mi ci sono trasferito era già stata ristrutturata completamente (dal precedente proprietario), e mi sono limitato a fare alcune modifiche alle finiture che non mi piacevano: ho coperto con la resina un orribile pavimento in grès effetto legno, ho rivestito alcune pareti con listelli di legno (vero) e ho cambiato il verde brillante che era stato buttato un po’ dappertutto con un grigio antracite.

Ma non è dell’aspetto estetico che ti voglio parlare. Infatti chi ha ristrutturato la casa ha anche rivisto completamente la distribuzione interna, e la soluzione adottata è sostanzialmente corretta. Eccola.

La divisione interna del terzo appartamento

Come vedi c’è un disimpegno di ingresso che distribuisce la zona giorno, a destra, e la zona notte, a sinistra, che sono correttamente separate.

Ci sono due camere da letto di cui la principale strutturata come una mini-suite, cioè con bagno in camera e cabina armadio, e poi c’è il bagno principale che è cieco (ma non è un problema).

Se questa distribuzione l’avesse pensata un mio cliente gli avrei fatto i complimenti. Però a mio avviso ci sono alcuni difetti (attenzione: non sto dando la colpa al tecnico…non so quanto il committente si sia infilato in mezzo alle decisioni progettuali).

1: non c’è un vero e proprio ripostiglio. Ce n’è uno piccolo a sinistra dell’ingresso, che in realtà credo fosse stato pensato come guardaroba (perfetto sia come dimensione che posizione). Io l’ho girato a ripostiglio proprio perché mi serviva…ma oggettivamente è minuscolo.

Ad onor del vero il tecnico credo si è accorto di questo problema, e infatti sopra il disimpegno della zona notte c’è un ripostiglio soppalcato. Ma è scomodo per le cose che possono servire tutti i giorni…

2: la posizione della televisione nel soggiorno non va bene. Si trova lungo la parete che confina con il vano scale (in basso a destra nel disegno). Il problema naturalmente non è la parete su cui è installata, ma la posizione in sé: dovrebbe essere centrata rispetto al divano, invece chi è seduto deve vedere la televisione di traverso…

Inoltre è stata creata una parete attrezzata in cartongesso che costringe ad avere la televisione molto in alto…una posizione che va bene quando il divano è ben distanziato dalla tv, in questo caso sta a circa 1 metro e 1/2…quindi doppio torcicollo!

Io non ci passo molto tempo davanti alla TV, ma di sicuro si poteva fare meglio.

Posizione della televisione

3: non c’è uno spazio-lavanderia autonomo e la lavatrice si trova nel bagno principale. Ti ho già scritto cosa ne penso in proposito e non vorrei ripeterlo nuovamente. Credo che sarebbe stato semplice trovare lo spazio per una nicchia dedicata (con un lavatoio che manca).

4: Perché il muro tra camera e bagno è storto e il disimpegno della zona notte non rispetta nessun allineamento?

Sono due cose disturbanti. Quando si progetta una pianta bisogna cercare allineamenti e regole compositive… se mancano si finisce per fare muri storti, incastrare le cose e avere rientranze a caso.

Quindi alla fine distribuzione corretta ma migliorabile.

UNA GUIDA COMPLETA PER PROGETTARE LA TUA RISTRUTTURAZIONE

Siamo arrivati alla fine di questo articolo, spero ti averti dato alcune indicazioni utili con cui potrai cominciare a progettare veramente la tua ristrutturazione. A costo di essere ripetitivo ti ribadisco anche che non devi essere tu il progettista della tua ristrutturazione: hai bisogno di un tecnico.

Ma nessuno può e deve impedirti di immaginare come potrebbe diventare la tua casa…e il mio scopo è stato aiutarti in questo. Perché se non conosci le basi della progettazione finisci per immaginare cose irrealizzabili. E poi magari scopri che il secondo bagno non puoi metterlo dove pensavi, oppure che allargare una camera perché sta per arrivare un nuovo figlio non si può proprio fare.

Se poi stai acquistando una casa da ristrutturare è ancora più importante essere realisti per non buttare centinaia di migliaia di euro nel ce**o.

Le indicazioni che hai letto in questo articolo sono solo una piccola parte di quello che è necessario conoscere per fare una ristrutturazione efficace e a norma di legge. Un’altra parte più consistente la puoi trovare nella guida “Come si progetta una casa?” che regalo a chi acquista il manuale “Ristruttura la tua casa in 7 passi”.

Si tratta dell’unica guida completa che puoi trovare in Italia che ti accompagna attraverso tutte le tappe che devi obbligatoriamente passare quando ristrutturi una casa: ti dice quello che va fatto, quando va fatto e come va fatto.

«E’ un manuale che non può mancare ad un committente che non ha conoscenze nel campo dell’edilizia/ristrutturazioni e vuole parlare con cognizione di causa con il tecnico, le imprese di costruzione ed i fornitori, soprattutto per poter anticipare e trovare una soluzione ai problemi che sicuramente arriveranno nel corso della ristrutturazione.»

Gianni Benvenuto

Torino

E con il manuale ho preparato tredici bonus che affrontano tutti quegli aspetti che sono perenne fonte di pensieri per i committenti perché non riescono mai a trovare risposte certe: se e quale pratica edilizia fare, come sfruttare le detrazioni fiscali, qual è l’iva da applicare, come fare un quadro economico completo, come stimare in pochi minuti il costo di una ristrutturazione, cosa scrivere nei contratti con tecnici e imprese, e tanti altri aspetti essenziali…

Se vuoi approfondire trovi tutte le informazioni a questa pagina:

Altrimenti ci leggiamo ancora sul blog.

Alla tua ristrutturazione!  

mailling list per ristrutturare casa

L’articolo Progetta la nuova divisione interna della tua ristrutturazione sembra essere il primo su RistrutturazionePratica.


Uno dei problemi più comuni di chi ristruttura casa è l’aumento incontrollato dei costi durante i lavori.

Spesso la colpa viene data ai tecnici che hanno sbagliato i conti (o il progetto…), alle imprese furbe che fanno uscire lavori di cui non avevano parlato, o a imprevisti imprevedibili.

In realtà la causa dell’aumento dei costi è quasi sempre una sbagliata tenuta dei conti (o una mancata tenuta dei conti…), che porta a non considerare alcune spese facilmente prevedibili (e obbligatorie…) ma di cui le persone non sono consapevoli.

Lo strumento principe per avere sempre sott’occhio quanto ti sta costando la ristrutturazione è il quadro economico.

Ma il quadro economico di una ristrutturazione è un documento complesso, che deve essere capito e scritto nel modo giusto. Ed è un documento di cui il primo a preoccuparsi dovrebbe essere il committente dei lavori.

In questo articolo ti farò vedere come si prepara un quadro economico nel modo corretto e potrai scaricarne uno da utilizzare per la tua ristrutturazione.

mailling list per ristrutturare casa

In passato ho affrontato spesso sul blog il tema del budget, relativamente alla ristrutturazione di una casa. Ma non ho mai parlato in modo diretto e completo del documento principale con cui puoi stimare e tenere traccia nel modo corretto delle spese della tua ristrutturazione: il quadro economico.

Con questo articolo vorrei porre rimedio a questa mancanza.

A rischio di dire cose banali vorrei precisare cosa sia il quadro economico: stiamo parlando di un documento di sintesi in cui sono riportati tutti i principali capitoli di spesa della ristrutturazione. In realtà hai a che fare con quadri economici più o meno ogni volta che chiedi il preventivo per qualcosa: l’auto, il cellulare, le vacanze…perché quindi dedicare un intero articolo al quadro economico per la tua ristrutturazione? In fondo non basta prendere il preventivo dell’impresa?

La risposta è no: il quadro economico in campo edilizio è un documento abbastanza complesso perché le modalità con cui vengono realizzati i lavori, il modo con cui vengono contabilizzati e la quantità di figure che vengono coinvolte nel processo è enorme (anche in una piccola ristrutturazione). E c’è bisogno di uno strumento che sia in grado di tenere tutti i costi sotto controllo. Ed è indispensabile farlo dal principio della ristrutturazione, pena il rischio di sforare il budget a tua disposizione e non sapere come pagare imprese, tecnici e fornitori. Immagino tu nella tua casa ci voglia vivere e non vuoi scappare in qualche stato sudamericano per sfuggire ai creditori.

Per capire la complessità di questo documento proviamo a riassumere tutti i soggetti che in qualche modo interverranno nella tua ristrutturazione e a cui dovrai dare dei soldi:

  • L’impresa che fa i lavori (con i subappaltatori come gli impiantisti)
  • I fornitori di pavimenti e rivestimenti
  • I fornitori di sanitari e rubinetterie (spesso coincidono con i precedenti)
  • I fornitori di infissi esterni ed interni
  • I mobilieri
  • I tecnici

E sicuramente me ne sono scordato qualcuno…

Queste sono tutte voci di spesa che dovrai inserire nel tuo quadro economico. Però c’è un però: i preventivi che ti vengono fatti da (quasi) tutti sono netti, cioè non contemplano l’iva che va aggiunta a parte ma che dovrai pagare tu. Ma non basta moltiplicare tutti gli importi per l’aliquota iva generica: infatti in Italia, nel settore edile, esiste l’iva differenziata a seconda di beni e servizi. Il tema fortunatamente non ha subito variazioni da un po’ di anni, ma è comunque complicato, quindi devi prestare attenzione mentre aggiungi questa imposta. Se vuoi approfondire il tema ho scritto questo articolo un po’ di tempo fa.

Per non andare troppo per le lunghe, nella tua ristrutturazione puoi applicare due regimi iva separati. Proviamo a riassumere anche questo:

  • Sulle opere edili ed impiantistiche l’iva va al 10%;
  • Sulle forniture l’iva va al 22%;
  • Sulle forniture di beni significativi (se non sai cosa sono lo trovi nell’articolo che ti ho appena linkato) l’iva va al 10% fino al concorrere dell’importo necessario per installarli, sul resto va al 22%;
  • Sulle prestazioni tecniche (progettazione e direzione lavori) l’iva va al 22% a meno che il tecnico non aderisca al regime forfettario (senza iva)

Capisci che calcolarla correttamente non è banale…

Ma non è finita qui: non esistono mica solo le spese per i lavori/progettazioni e l’iva! Ci sono anche altre spese che dovrai sostenere e che entrano a tutto diritto nel quadro economico della tua ristrutturazione. A titolo di esempio:

  • Il contributo previdenziale per i tecnici (imposto per legge)
  • Le spese di segreteria per pratiche edilizie e catastali varie
  • Eventuali oneri di occupazione di suolo pubblico

Ecco: sommando tutte queste voci hai un quadro economico complessivo della tua ristrutturazione.

E già qui sarebbe abbastanza articolata come cosa….se non fosse che devi tenere conto anche delle detrazioni fiscali. Non ti devo certo spiegare in questo articolo cosa sono e come funzionano, ne ho scritto in abbondanza in passato e trovi un articolo qui.

Siccome le detrazioni fiscali ti aiutano a ridurre in modo significativo il costo della ristrutturazione (almeno sul lungo termine), penso sia fondamentale inserirle nel quadro economico. Ma per calcolare correttamente quanto puoi detrarre devi sapere quali detrazioni fiscali ci sono, quali sono i limiti di spesa e quali opere rientrano in quale detrazione. Anche qui le cose non sono affatto banali.

Attualmente sono presenti queste detrazioni fiscali che puoi sfruttare per la tua ristrutturazione:

  • Bonus casa
  • Ecobonus
  • Bonus arredo
  • Bonus verde
  • Superbonus (con mille limitazioni….)

Ce ne sarebbero anche altre ma solitamente non sono sfruttabili in una ristrutturazione media.

In ogni caso, come vedi, costruire correttamente il budget della tua ristrutturazione è un processo complesso. Ma non è una cosa impossibile né per la quale ci vuole una laurea in astrofisica.

Però si tratta di una cosa che devi cominciare a fare subito nella tua ristrutturazione, a partire da quando fai le prime ipotesi: sarà il tuo strumento di controllo principe.

Immagino che tu non abbia mai visto il quadro economico di una ristrutturazione, quindi potresti ritrovarti in difficoltà nell’affrontare la realizzazione del tuo.

Per questo nei prossimi paragrafi approfondiremo quanto detto fino a qui, troverai il link per scaricare un quadro economico completo di esempio e ti indicherò un paio di strumenti utili.

mailling list per ristrutturare casa

IL QUADRO ECONOMICO PER UNA RISTRUTTURAZIONE

In rete puoi trovare un sacco di quadri economici: si tratta di uno strumento standardizzato nell’edilizia e che viene utilizzato sia nel settore pubblico che in quello privato da decenni.

Tutti però hanno un problema: non sono costruiti sulle specifiche esigenze di una ristrutturazione. Infatti si tratta sì di documenti di sintesi dei costi, ma da un lato di eccessiva sintesi e dall’altro con informazioni superflue.

Il quadro economico-tipo di un’opera pubblica infatti è composto da due parti:

  • Importo lavori
  • Somme a disposizione

Nell’importo lavori viene semplicemente riportato il totale del costo dell’opera, desunto dal computo metrico estimativo (abbiamo parlato di questo documento in questo articolo), e l’unica distinzione che viene fatta è quella tra le somme per realizzare i lavori e quelle per la sicurezza (semplificando: i costi per l’installazione del cantiere, la formazione del personale e i dispositivi di protezione).

Ma a te questa distinzione non serve…invece ti serve un maggiore dettaglio del costo di realizzazione dei lavori, perché probabilmente affiderai le opere edili ed impiantistiche ad un’impresa ma le mattonelle del bagno te le vai a comprare per i fatti tuoi, così come gli infissi, etc.

Nelle somme a disposizione invece è messo il calderone di tutte le altre spese che concorrono a formare il costo reale dei lavori: da quelle per i tecnici, agli oneri burocratici, all’iva, a una miriade di altri costi che hanno senso solo in un appalto pubblico (spese per pubblicità, commissioni, assistenza alla d.l., incentivi, etc.).

Fermo restando che un quadro economico costruito in questo modo fornisce il costo finale e reale dei lavori in modo corretto…non lo fa secondo le tue esigenze.

Il quadro economico per una ristrutturazione può essere fatto in vari modi, ma dal mio punto di vista deve essere composto da quattro sezioni:

  • Sezione 1: costo di lavori, forniture, arredi e imprevisti
  • Sezione 2: costo delle spese tecniche
  • Sezione 3: costi burocratici e assimilabili
  • Sezione 4: detrazioni fiscali

Ma non basta, ogni sezione dovrebbe avere un ulteriore grado di dettaglio. Vediamolo.

Sezione 1: i lavori veri e propri

Quadro economico ristrutturazione, sezione lavori

Nella sezione 1 trovi il costo di tutti i lavori che devono essere realizzati che possono essere suddivisi in quattro macro-categorie: i lavori edili e impiantistici, le forniture, gli arredi e gli imprevisti.

Il costo dei lavori dovrebbe essere a sua volta suddiviso nelle categorie principali:

  • Opere edili
  • Impianto elettrico
  • Impianto idrico
  • Impianto di riscaldamento

(ce ne possono essere anche altre ma queste sono quelle essenziali)

La stessa cosa per le altre voci di costo di questa sezione. Ad esempio le forniture dovrebbero essere divise per:

  • Pavimenti e rivestimenti (anche separati eventualmente)
  • Sanitari e rubinetterie (come sopra)
  • Infissi interni (le porte)
  • Infissi esterni (finestre e sistemi oscuranti)

Volendo essere ancora più sofisticati anche gli arredi potrebbero essere suddivisi in più voci, magari legati agli ambienti.

Gli imprevisti poi sono una voce di spesa fondamentale, che devi tenere per te, ma che non puoi non considerare: sono le somme che ti salvano. Se ti va bene te le ritrovi da parte…in caso contrario riesci a finire i lavori! Solitamente si stimano intorno al 10% dell’importo dei lavori, ma non è una regola fissa.

Infine per ognuna delle voci che abbiamo elencato qui sopra, dovrebbe essere indicato il regime iva applicabile e il relativo importo.

Sezione 2: le spese tecniche

Quadro economico ristrutturazione, sezione tecnici

Anche per la sezione relativa al tecnico dovrebbe essere fatta una necessaria suddivisione. Ne propongo una un po’ articolata, ma che può essere semplificata.

Partiamo da una suddivisione di base:

  • Progettazione e direzione lavori
  • Progettazione impiantistica ed energetica
  • Variazione catastale
  • Attestato di prestazione energetica
  • Coordinamento della sicurezza
  • Progettazione di arredi su misura

Le prime due voci potrebbero essere ulteriormente dettagliate. La prima potrebbe infatti essere suddivisa (sulla base della mia esperienza) in questo modo:

  • Rilievo e verifica di conformità
  • Progettazione architettonica completa e impiantistica di base
  • Preparazione e presentazione delle pratiche edilizie
  • Direzione lavori e contabilità
  • Fine lavori e agibilità

Invece per quanto riguarda la progettazione impiantistica ed energetica:

  • Progetto impianto elettrico e domotico evoluto
  • Progetto impianto di riscaldamento/raffrescamento evoluto
  • Relazione di contenimento dei consumi energetici

Ho scritto un articolo abbastanza esaustivo su quali sono le prestazioni che deve svolgere un tecnico (o più tecnici) durante la ristrutturazione. Lo trovi qui e ti rimando a quello per capire meglio perché ho fatto questa distinzione sulla parte impiantistica (che a onor del vero non è sempre necessaria).

Anche in questa sezione va calcolata l’iva, che però non è sempre dovuta (per i tecnici ci sono dei regimi particolari che non la prevedono) mentre il contributo previdenziale è sempre dovuto e cambia a seconda della tipologia di tecnico (architetti e ingegneri 4%, geometri 5%).

Sezione 3: le spese burocratiche

Quadro economico ristrutturazione, sezione spese burocratiche

Questa è forse la sezione più semplice anche se una di quelle spesso sottovalutate e che può regalare brutte sorprese.

Generalmente le spese burocratiche in una ristrutturazione non sono elevate: sono i diritti di segreteria di poche centinaia di euro per la presentazione delle pratiche edilizie.

Però ci sono dei casi in cui è necessario pagare tasse come il contributo di costruzione (nel caso di ampliamenti o cambi di destinazione d’uso) e l’occupazione di suolo pubblico, che possono essere salate.

Quindi le voci di questa sezione indicativamente sono:

  • Diritti di segreteria per pratica edilizia
  • Diritti di segreteria per agibilità
  • Occupazione di suolo pubblico
  • Contributo di costruzione

Naturalmente non sono tutte somme che dovrai pagare obbligatoriamente (alle volte non lo sono nemmeno i diritti di segreteria per la pratica edilizia) e potrebbero essercene anche altri. Per una ristrutturazione media considera solo i diritti di segreteria per la pratica edilizia e per l’agibilità.

Qui non c’è iva da pagare (e queste somme possono rientrare nelle detrazioni fiscali).

Sezione 4: le detrazioni fiscali

Quadro economico ristrutturazione, sezione detrazioni fiscali

Con le prime tre sezioni potremmo chiudere il nostro quadro economico: infatti si arriva ad avere un quadro economico completo di tutte le spese da sostenere. Per molti anni i miei quadri economici non sono andati oltre questo punto e non è sbagliato fermarsi qui.

Però non dobbiamo nasconderci dietro un dito: sappiamo tutti che le detrazioni fiscali ormai hanno un ruolo fondamentale nelle ristrutturazioni: spesso ormai senza di loro non si parte nemmeno a ristrutturare. Quindi la quarta sezione serve proprio a mettere nero su bianco a quanto ammontano le detrazioni fiscali, e quindi le somme che possono essere risparmiate.

Il tema è complesso, ed è diventato ancora più complesso da quando sono stati introdotti lo sconto in fattura e la cessione del credito, con nuovi e più stringenti strumenti di stima e controllo.

Io mi occupo (anche) di detrazioni fiscali e quasi sempre non ho la certezza delle somme fino a quando non ho il progetto esecutivo in mano. Però puoi comunque arrivare fin da subito a fare una prima stima delle detrazioni fiscali che ti spettano. A patto di imputare le giuste somme alle giuste lavorazioni.

So che non è semplice e forse avrai bisogno di un aiuto per compilare correttamente questa parte del quadro economico.

In questa sezione il quadro economico dovrebbe essere diviso per le tipologie di detrazioni fiscali che puoi sfruttare (e che abbiamo visto poco fa):

  • Bonus casa
  • Ecobonus
  • Bonus arredo
  • Bonus verde
  • Superbonus

Se hai letto l’articolo sulle detrazioni fiscali sai che l’ecobonus è composto da più sotto-misure, e lo stesso vale per il superbonus. Quindi è utile un’ulteriore suddivisione.

Per l’ecobonus:

  • Riqualificazione globale
  • Sostituzione degli infissi esterni
  • Isolamento dell’involucro
  • Sostituzione dell’impianto di riscaldamento
  • Building automation (per l’impianto di riscaldamento)

NB: la riqualificazione globale si considera solo per edifici interi e non appartamenti in condominio. Se viene sfruttata questa misura si escludono le altre.

(In realtà nell’ecobonus ci sono altre misure oltre a queste, ma le ritengo di scarso interesse)

Passando al superbonus:

  • Cappotto termico
  • Sostituzione infissi
  • Sostituzione impianto di riscaldamento
  • Installazione di pannelli fotovoltaici
  • Installazione di sistemi di accumulo dell’energia
  • Installazione di colonnina elettrica

Come sai ogni misura ha una percentuale di detrazione, un massimale di spesa e delle opere che vi possono rientrare. E non possono essere fatte a caso. Ti rimando all’articolo sulle detrazioni fiscali che ti ho già linkato per approfondire e a quello sul superbonus (che trovi qui), anche se ormai è una misura che sta andando a scemare. Ma, soprattutto in fase avanzata, l’aiuto di un tecnico con un minimo di esperienza sarà indispensabile.

UN QUADRO ECONOMICO-TIPO

quadro economico ristrutturazione

Spero che le indicazioni che ti ho dato finora siano state utili, ma lo so che all’atto pratico sei ancora lontano dal costruirti il tuo quadro economico.

Se vuoi puoi metterti con foglio e penna, oppure se hai un po’ di dimestichezza impostare qualche operazione con excel, e costruirti il tuo quadro economico personale.

Per facilitarti le cose ho voluto metterti a disposizione un quadro economico completo in pdf che, puoi scaricare, stampare e compilare autonomamente. Questo è uno screenshot:

Se vuoi puoi scaricarlo gratuitamente cliccando il pulsante qui sotto:

Si tratta dello stesso quadro economico che fa parte dei bonus in regalo con il mio manuale “Ristruttura la tua casa in 7 passi”.

Con una piccola differenza: chi possiede il manuale ha la versione in excel totalmente editabile del quadro economico. Può inserire i valori e modificarli a suo piacimento, ci sono dei calcoli automatici che vengono eseguiti (che eventualmente possono essere bypassati), ed aggiornarlo è estremamente semplice.

In questo video puoi vedere come ho compilato questo quadro economico in pochi minuti e come ho ottenuto automaticamente il calcolo delle prestazioni professionali e delle detrazioni fiscali:

Si tratta di uno strumento fondamentale per la tenuta dei conti della ristrutturazione.

Inoltre ti ricordo che tra i bonus del manuale c’è anche il budget simulator: uno strumento che con pochissime informazioni di base simula un quadro economico completo per una ristrutturazione. Basta inserire indirizzo, superficie e tipologia di ristrutturazione che si vuole realizzare ed in automatico il budget simulator fornisce un costo di massima della ristrutturazione, completo di importi delle detrazioni fiscali.

Chiunque ha acquistato il manuale “Ristruttura la tua casa in 7 passi” lo ha considerato uno strumento fondamentale per pianificare e gestire correttamente la propria ristrutturazione.

Se tutto questo ti interessa lo trovi qui:

L’articolo Come tenere i conti della tua ristrutturazione: impara a fare il quadro economico in modo scientifico sembra essere il primo su RistrutturazionePratica.


Il contratto di appalto dei lavori, quello che stipuli con l’impresa, è uno dei documenti più importanti per la corretta gestione del cantiere, per i pagamenti, per la contabilizzazione, per le garanzie…Insomma è qualcosa con cui non si scherza. Invece spesso viene sottovalutato, in particolare da committenti che si fidano dei contratti standard proposti dalle imprese, in cui sono sempre presenti le tutele per queste ultime ma mai per chi ci mette i soldi.

In questo articolo vedremo alcune regole per fare in modo che il contratto contenga queste tutele minime per te che stai per spendere una fortuna per ristrutturare.

mailling list per ristrutturare casa

Sia chiaro: il contratto deve essere un documento equilibrato. Non deve favorire né il committente né l’impresa. Al suo interno devono essere presenti tutti gli elementi che descrivono i lavori, i soggetti in gioco, gli obblighi, l’importo dei lavori, le modalità di pagamento e di contabilizzazione delle opere, i tempi di esecuzione e, dulcis in fundo, cosa fare quando qualcosa non va per il verso giusto.

Nei prossimi paragrafi faremo una panoramica su quattro articoli che ritengo debbano essere sempre presenti in un contratto di appalto e che devono essere scritti nel modo corretto. Però deve esserti chiara una cosa: stiamo parlando di un accordo tra privati, che tra l’altro non sarebbe nemmeno obbligatorio ai sensi di legge (potresti affidare i lavori senza contratto giusto per capirci), e quindi anche in assenza delle tutele di base non è illegale…

Certo ci sono quelle imposte dal codice civile (che comunque valgono in presenza di un regolare contratto), ma riguardano soprattutto le garanzie sui lavori. Invece quello che interessa realmente a te, come l’importo dei lavori, le modalità di esecuzione, i tempi, etc. sono frutto di accordi tra privati…ed è lì che devi stare attento.

Le somme in gioco in una ristrutturazione sono elevate e quasi sempre un committente si ritrova a mettere in mano ad imprese che non conosce un sacco di soldi. La fiducia è essenziale, ma ci vogliono anche le garanzie.

Senza scordarsi che dall’altro lato c’è un’impresa che anticipa lavoro e materiali senza avere di fatto in mano tutti i soldi necessari per pagarli, con il rischio che il committente si rifiuti di pagare o contesti cose a caso per cercare di risparmiare qualche lira.

Quindi un contratto fatto bene, anche se l’impresa è dell’amico con cui esci il sabato sera a ubriacarti, è fondamentale.

GLI ARTICOLI ESSENZIALI DI UN CONTRATTO DI APPALTO

Un contratto di appalto dei lavori scritto bene può contenere oltre venti articoli. Ma allo stesso modo un contratto di appalto scritto altrettanto bene può contenerne solo cinque o sei.

Nella mia esperienza ho sempre preferito scrivere contratti molto dettagliati, così da avere un’interpretazione chiara per qualsiasi aspetto della ristrutturazione (almeno per quelli prevedibili). D’altro canto un contratto snello può essere sufficiente, soprattutto se i lavori non sono particolarmente onerosi.

Ad ogni modo ritengo che ci siano alcuni articoli che devono essere sempre presenti:

  • Oggetto dell’appalto
  • Forma dell’appalto
  • Personale e oneri previdenziali e assicurativi
  • Corrispettivo e modalità di pagamento
  • Durata dei lavori

Approfondiamoli uno per uno.

Oggetto dell’appalto

Può sembrare banale ma deve essere definito in modo chiaro su cosa viene fatto il contratto: quindi va individuato precisamente l’immobile, con indirizzo e dati catastali, quali sono i diritti sull’immobile del committente (proprietario, locatario, etc.), e sinteticamente in cosa consistono i lavori da realizzare.

Una versione stringata di questo articolo potrebbe essere:

Il Committente affida all’Appaltatore l’esecuzione dei lavori di . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .  come meglio descritti nella documentazione tecnico-amministrativa allegata al presente contratto, di cui costituisce parte integrante e sostanziale.

Il Committente dichiara, in quanto. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . ., di avere la piena disponibilità (giuridica o di fatto) dell’immobile sito in . . . . . . . . . . . . . . . . . .   individuato all’Agenzia del Territorio di  . . . . . . . . . . . . . . . . . . Foglio  . . . . . . . . . . . . . . . . . . particella  . . . . . . . . . . . . . . . . . . sub  . . . . . . . . . . . . . . . . . . , e di            avere chiesto/ottenuto (barrare) tutte le autorizzazioni, istanze, pareri nulla osta, titoli abilitativi comunque denominati necessari, secondo le vigenti disposizioni di legge, per eseguire i lavori di cui al presente contratto

(oppureche prima di iniziare i lavori verrà presentata CILA/SCIA/Permesso di Costruire (barrare) per i lavori da eseguirsi nell’immobile in oggetto”)

Forma dell’appalto

Gli appalti possono essere stipulati in due forme: a “corpo” o a “misura”.

Nel caso di contratti a corpo l’importo dei lavori da realizzare è fisso, cioè l’impresa si impegna a realizzarli senza chiederti ulteriori somme aggiuntive. Ad esempio se il progetto prevede di realizzare 10mq di muro e poi all’atto pratico sono 12 i mq realizzati, l’importo che pagherai non varia. Questo vale anche per le quantità in detrazione.

Nel caso di contratti a misura invece l’importo dei lavori è determinato dalle quantità di lavorazioni effettivamente eseguite. Quindi se il progetto prevede 10mq di muro e ne vengono realizzati 12, devi pagare all’impresa questa quantità.

All’apparenza il contratto a corpo è conveniente. L’idea infatti è che “poi durante i lavori escono cose nuove da fare e i costi aumentano sempre…col contratto a corpo non ho di questi problemi”.

In realtà non è proprio così: infatti è vero che una quantità maggiore o minore di una lavorazione prevista nel progetto non comporta variazioni di costo per te, ma questo vale per differenze di quantità limitate. Nel caso in cui le differenze siano tante l’impresa ti chiederà di essere pagata (e ti assicuro che se ti rifiuti di farlo da qualche altra parte questi soldi sbucheranno). Inoltre l’importo a corpo non comprende le lavorazioni aggiuntive, le varianti, gli imprevisti, etc., che paghi in toto.

Sicuramente partendo da un progetto dettagliato e fatto bene, con un contratto a corpo hai maggiori garanzie sui costi e sicuramente la contabilità è più semplice. Ma non è certo un modo furbo per ottenere più lavori pagando di meno. Anzi: in caso di lavori in detrazione spesso non vengono detratti dal costo pattuito…

Inoltre trovare imprese che accettano contratti a corpo non è semplice perché il rischio di dover realizzare molti più lavori di quanto rappresentato nel progetto e non vederseli riconosciuti è reale. Anche perché spesso i progetti presentati dai tecnici dei committenti sono approssimativi.

Quando gli importi in gioco sono piccoli (qualche migliaia di euro) si tratta di una soluzione attuabile, quando gli importi sono grandi è più difficile spuntare un contratto a corpo.

In questo (unico) caso spezzo una lancia a favore delle imprese “chiavi in mano”: eseguendo loro il progetto, ed avendo quindi tutto sotto controllo dall’inizio, sono più propense ad accettare un contratto a corpo (ma queste imprese hanno tutta un’altra serie di problemi di cui abbiamo già parlato in questo articolo, che dal mio punto di vista dovrebbe farti desistere da affidarti a loro).

Inoltre uno scotto da pagare in caso di contratti a corpo è partire da prezzi sensibilmente superiori proprio perché l’impresa deve cautelarsi da possibili imprevisti.

I contratti a misura invece sono probabilmente il modo migliore per pagare quanto effettivamente realizzato. Si tratta di un modo corretto di calcolare e contabilizzare i costi e che consente anche di fare più efficacemente economie durante i lavori: se ci si accorge di stare sforando il budget a disposizione è sempre possibile tagliare lavori non essenziali. Ed essendo questi pagati a misura basta scomputarli.

Inoltre con un contratto a misura è oggettivamente più semplice contrattare importi inferiori e le imprese si sentono maggiormente tutelate.

Di certo c’è più lavoro per il tecnico, che deve mantenere correttamente la contabilità (ma in una ristrutturazione solitamente non è particolarmente complesso), però i pochi soldi che chiederà per questa mansione spesso valgono la candela.

Una cosa però è essenziale sia per i contratti a corpo che per quelli a misura: un computo metrico fatto bene. Ti ho già parlato del computo metrico in questo articolo quindi non approfondiamo ulteriormente. Ad ogni modo è un documento che deve sempre essere allegato ai contratti di appalto dei lavori.

Ecco come potrebbe essere scritto un articolo relativamente alla forma dell’appalto:

L’appalto si intende affidato e accettato a corpo/a misura (cancellare l’opzione non utilizzata)

Sono compresi nel costo globale le forniture di materiali specificati nell’offerta dell’appaltatore allegata al presente contratto, le lavorazioni, i trasporti, i noleggi e quant’altro necessario per eseguire compiutamente i lavori.

L’appaltatore non risponde dei vizi dei materiali forniti dal Committente stesso; qualora taluni materiali o impianti di determinate marche previsti nella descrizione delle opere allegata al presente contratto non siano reperibili sul mercato per cessazione della produzione o difficoltà di consegna, l’impresa appaltatrice è autorizzata alla sostituzione per equivalente, previa comunicazione scritta al Committente e da questi sottoscritta per accettazione. Ove il Committente non effettui alcuna comunicazione entro 7 giorni dalla data in cui l’Impresa ha provveduto alla proposta di sostituzione per equivalente, la proposta si intenderà accettata.

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Personale e oneri previdenziali e assicurativi

Presta particolarmente attenzione a questo paragrafo. Fino a poco tempo fa non avrei riportato questo articolo tra quelli essenziali di un contratto di appalto, ma recentemente la norma ha introdotto un nuovo obbligo che ha cambiato le carte in tavola…soprattutto se vuoi sfruttare le detrazioni fiscali.

La legge di bilancio per l’anno 2022 (Legge 30 dicembre 2021 n.234) nel comma 43-bis ha introdotto l’obbligo di indicare nei contratti di affidamento dei lavori (quindi i contratti di appalto) “i contratti collettivi del settore edile, nazionale e territoriali, stipulati dalle associazioni datoriali e sindacali comparativamente più rappresentative sul piano nazionale ai sensi dell’articolo 51 del decreto legislativo 15 giugno 2015, n. 81”.

Cioè all’interno del contratto di appalto deve essere indicato quale contratto applica l’impresa nei confronti dei suoi operai. Inoltre tale contratto deve essere riportato anche in tutte le fatture.

In realtà l’indicazione del contratto applicato non è sempre obbligatoria. Devono verificarsi entrambe le seguenti eventualità:

  • Il committente (cioè tu) vuole usufruire delle detrazioni fiscali
  • L’importo dei lavori supera i 70.000€

In tutti gli altri casi questa indicazione non è obbligatoria (comunque è molto consigliata).

Ti riporto un estratto di come potrebbe essere scritto questo articolo:

L’Appaltatore dichiara di avere le seguenti posizioni previdenziali e assicurative:

INPS . . . . . . . . . . . . . . . . . .

INAIL . . . . . . . . . . . . . . . . . .       

CASSA EDILE . . . . . . . . . . . . . . . . . .

di applicare integralmente il Contratto collettivo nazionale e territoriale dell’edilizia;

di avere sottoscritto contratto di assicurazione per la RC “all risk” – C.A.R. polizza n.  . . . . . . . . . . . . . . . . . col massimale di euro . . . . . . . . . . . . . . . . . . Compagnia . . . . . . . . . . . . . . . . . . scadenza . . . . . . . . . . . . . . . . .

(facoltativo) di impegnarsi a consegnare successivamente all’ultimazione dei lavori polizza assicurativa decennale a garanzia di  . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Ti ho riportato un estratto con qualche informazione in più…

Corrispettivo e modalità di pagamento

Veniamo ad un passaggio fondamentale del contratto di appalto. Che non è tanto quanto pagherai i lavori, ma come li pagherai.

Il corrispettivo è la somma che esce dall’offerta dell’impresa, basata sul computo metrico redatto dal tuo tecnico, ed è semplice da inserire nel contratto. Ricordati solo che è sempre oltre iva.

Invece le modalità di pagamento sono più articolate, ma niente di così difficile.

Chiaramente l’impresa non ti anticiperà tutto il lavoro senza vedere una lira (al netto degli sconti totali paventati dal superbonus, che ormai sembrano essere una chimera), ma chiederà un acconto prima di iniziare i lavori, necessario per pagare parte dei materiali necessari.

Poi, al raggiungimento di determinate quantità di lavoro eseguite, dovrai versare altri acconti (chiamati S.A.L., cioè stati di avanzamento lavori).

Infine c’è il saldo, da corrispondere dopo la conclusione (e accettazione) dei lavori, pari all’importo complessivo dei lavori eseguiti detratti da tutti gli acconti pagati.

L’importo del primo acconto, concordato tra committente e impresa, di solito non supera mai il 30% dei lavori (più è alto l’importo dei lavori minore è l’acconto). Come riferimento nel settore pubblico gli acconti vanno dal 10% al 20% dell’importo dei lavori (post covid aumentati al 30%). In una ristrutturazione completa di un appartamento medio si può stare intorno al 20%.

Il numero e gli importi degli acconti successivi possono variare. Da quando c’è il superbonus è diventata una prassi dare acconti al raggiungimento del 30% e del 60% dei lavori. In realtà possono anche essere di più (o di meno) a seconda dell’importo totale dei lavori. Sconsiglio di esagerare col numero degli acconti altrimenti ci si potrebbe ritrovare a fare pagamenti di continuo.

C’è un punto importante da chiarire: come si recupera il primo acconto.

Infatti questa prima somma che verserai viene data senza che l’impresa abbia eseguito nessun lavoro, mentre le altre (saldo compreso) le verserai quando i lavori sono stati eseguiti (in parte o totalmente). Quindi si presenta il problema di quando e come recuperare l’acconto.

Il modo più semplice è detrarlo da uno dei S.A.L. o dal saldo. Ma il modo corretto è detrarlo come quota parte da ogni acconto e dal saldo.

In sostanza si detrae una percentuale pari alla percentuale dell’acconto versato da ogni rata successiva.

Complicato? Vediamo un esempio:

Lavori per importo di 100.000€

acconto pari al 20%, cioè 20.000€

Tre stati di avanzamento lavori al 25% (25.000€), 50% (20.000€), 75% (25.000€)

Saldo alla conclusione dei lavori pari al restante 25% dei lavori (25.000€)

Se pagassi in questo modo avresti dato: acconto 20.000€ + S.A.L. 25.000€*3 + saldo 25.000€ = 120.000€.

Vediamo come scontarli correttamente:

  • Acconto 20% = 20.000€
  • S.A.L. n.1 al 25% = 25.000€ – (20%*25.000€) = 20.000€
  • S.A.L. n.2 al 50% = 25.000€ – (20%*25.000€) = 20.000€
  • S.A.L. n.3 al 75% = 25.000€ – (20%*25.000€) = 20.000€
  • Saldo al 100% = 25.000€ – (20%*25.000€) = 20.000€

Totale pagato: acconto 20.000€ + S.A.L. 20.000€*3 + saldo 20.000€ = 100.000€

Abbiamo semplificato molto, ma è chiaro il concetto?

Ti riporto un esempio di come potrebbe essere scritto questo articolo:

L’importo complessivo dell’appalto ammonta a € ……………………… (euro ………………………………………. / ………………………….), IVA esclusa.

Il pagamento del corrispettivo avverrà nelle seguenti modalità:

Acconto pari a euro ……………….. oltre IVA pari al ………% dell’importo complessivo dell’appalto, da corrispondere all’inizio dei lavori contestualmente alla sottoscrizione del “verbale di inizio lavori”, previa presentazione di fattura;

N° ….. Stati di Avanzamento Lavori successivi pari a euro ………………. oltre IVA da pagarsi ogni qual volta si realizzano lavori per importi di € ……………………. (…………………………………../00), trattenendo …………………….. dell’acconto, in seguito ad emissione di certificato di pagamento ogni volta che i lavori eseguiti e contabilizzati raggiungano l’importo di cui sopra;

Rata finale (importo presunto pari a euro ……………………………………. oltre IVA) a saldo di tutti i lavori derivanti dalla contabilità finale redatta dalla D.L.

Durata dei lavori

Veniamo all’ultimo articolo che ritengo fondamentale: cioè la durata dei lavori.

In realtà questo articolo non è importante tanto per quanto dureranno i lavori, che viene stabilito come sempre tra le parti, quanto per le penali per eventuali ritardi (e su come e quando vanno calcolate).

Facciamo prima a vedere come può essere scritto questo articolo:

I lavori avranno inizio il  . . . . . . . . . . . . . . . . . .  e dureranno. . . . . . . . . . . . . . . . . . . giorni naturali e consecutivi

La consegna del cantiere, l’inizio e l’ultimazione dei lavori saranno documentati con specifici verbali controfirmati dall’Appaltatore e dal Committente (o Direttore dei Lavori).

Per ogni giorno di ritardo sul termine di ultimazione dei lavori di cui al primo comma, l’Appaltatore, sempreché il ritardo sia a lui imputabile, è tenuto a corrispondere una penale giornaliera del ….‰ pari a € . . . . . . . . . . . . . . . . . . (euro . . . . . . . . . . . . . . . . . .)

Resta ferma la facoltà per il Committente, nel caso di ritardi superiori a  . . . . . . . . . . . . . . . . . . , imputabili all’Appaltatore, di richiedere la risoluzione del contratto a mezzo lettera raccomandata A.R e il risarcimento dei danni effettivamente subiti a causa dell’inadempimento.

Se il termine di cui al primo comma non viene rispettato per fatto riconducibile al Committente, l’Appaltatore ha diritto ad un termine suppletivo pari al ritardo, ovvero pari al diverso termine concordato tra le parti. In tal caso sarà ridefinito un nuovo termine sia per la ripresa dei lavori che per l’ultimazione.

Qualsiasi variazione aggiuntiva ai lavori del presente contratto comporterà sempre la concessione di un termine suppletivo per l’ultimazione dei lavori stessi, da convenirsi tra le parti o proporzionalmente all’entità dei lavori aggiunti e al termine inizialmente stabilito per l’esecuzione dei lavori commissionati.

In realtà l’articolo è molto chiaro e come vedi tutela sia te che l’appaltatore (come è giusto che sia).

Alcuni punti che è magari è utile approfondire:

  • i giorni si indicano “naturali e consecutivi” e non “lavorativi”. Significa che si comprendono anche le domeniche e i giorni festivi nel calcolo
  • la penale solitamente è pari al 3‰ per ogni giorno di ritardo
  • all’aumentare dell’importo dei lavori (per varianti o problematiche varie) bisogna dare termini supplettivi all’impresa

Esiste un modo “scientifico” per calcolare il numero di giorni necessari per eseguire un cantiere, dato dall’incidenza della manodopera e dal numero di operai previsti. Si usa per appalti pubblici o per lavori privati di dimensioni importanti (raramente per le ristrutturazioni). Se vuoi essere pignolo puoi chiedere che venga calcolato in questo modo ma in una ristrutturazione spesso è inutile.

Un’altra cosa che ti sconsiglio di fare è essere pignolo sulla data di consegna dei lavori: se l’impresa tarda di qualche giorno è inutile far scattare le penali, ci vuole un po’ di elasticità. (Chiaramente a meno che i termini non siano perentori per tue problematiche e l’impresa ne sia stata informata preventivamente).

UN CONTRATTO DI APPALTO COMPLETO

Quelli che abbiamo visto qui sono alcuni degli articoli che devono essere presenti in un contratto di appalto dei lavori di ristrutturazione completo.

Sono sicuramente i più importanti e non devono mai mancare. Però, come ti dicevo, i contratti che preparo normalmente per i miei clienti sono molto più articolati, composti da 22 articoli di visi in 7 capitoli. Più gli allegati.

Oltre agli articoli che abbiamo visto ci sono articoli relativi a come devono essere svolti i lavori, a come approvare e calcolare eventuali varianti, a come verificare i lavori, agli obblighi sia del committente che dell’appaltatore, al subappalto, etc.

Ogni impresa e ogni tecnico ha i suoi contratti di appalto-tipo. Però, siccome chi ci mette i soldi sei tu, è essenziale che tu sappia individuare se sono presenti tutte le tutele necessarie.

Nel manuale “Ristruttura la tua casa in 7 passi” ho dedicato un capitolo dettagliato al contratto di appalto e tra i bonus è presente un fac-simile di contratto, in formato editabile, che utilizzo normalmente per i miei lavori.

Scrivere un contratto corretto è solo un passaggio della ristrutturazione, anche se è uno dei più importanti. In fondo è il documento che sancisce come spenderai i tuoi soldi. Se ti interessa capire come tutelarti fino in fondo trovi più informazioni sul manuale “Ristruttura la tua casa in 7 passi” a questo link.

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L’articolo Contratto di appalto dei lavori di ristrutturazione: come farlo nel modo corretto. sembra essere il primo su RistrutturazionePratica.


La burocrazia è qualcosa che ti accompagnerà durante tutta la tua ristrutturazione, e di certo non ti molla una volta che i lavori sono finiti. Infatti è sempre necessario affrontare degli adempimenti burocratici alla fine dei lavori…che forse sono anche più importanti di quelli che hai fatto all’inizio.

In questo articolo ti voglio svelare tutto quello che devi fare una volta conclusa la ristrutturazione, per essere sicuro di “avere tutte le carte a posto” e di sfruttare le detrazioni fiscali senza preoccupazioni.

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Abbiamo parlato in modo esaustivo di quale sia la pratica edilizia per ristrutturare, di come deve essere fatta e di tutti gli allegati che deve contenere nella Guida alle pratiche edilizie per ristrutturare. Ma un altro momento fondamentale di una ristrutturazione è senza dubbio la chiusura dei lavori. Infatti la pratica edilizia che hai aperto deve essere conclusa.

Ma non basta chiudere la pratica edilizia, ci sono altri adempimenti che devi fare, e devi farli nel momento giusto. In sostanza non puoi fare e cose a casaccio. E oltre a tutto ciò, se vuoi sfruttare le detrazioni fiscali, probabilmente dovrai anche fare degli adempimenti specifici e conservare determinati documenti.

Nei prossimi paragrafi vedremo tutti gli aspetti burocratici che devi affrontare alla fine della ristrutturazione. Quindi l’articolo sarà diviso in due parti:

  • Prima parte: le pratiche per la corretta chiusura dei lavori
  • Seconda parte: le comunicazioni e i documenti per le detrazioni fiscali

Questo, insieme all’articolo che ti ho linkato poco fa, costituisce una guida completa alle pratiche edilizie per ristrutturare casa, che ti faranno diventare più esperto del tuo tecnico! (Si chiaro che scherzo…sennò i tecnici che mi leggono, e già mi odiano abbastanza, si inca***no ancora di più)

LE PRATICHE PER LA CORRETTA CHIUSURA DI UNA RISTRUTTURAZIONE

Burocrazia alla fine lavori: la comunicazione di fine lavori

I principali adempimenti che tu e i tuoi tecnici dovrete fare alla chiusura dei lavori sono questi:

  • Variazione catastale
  • Attestato di prestazione energetica
  • Dichiarazione di fine lavori
  • Segnalazione certificata di agibilità

Però capiamoci: questi sono gli adempimenti più comuni, ma non è sempre necessario farli tutti. Questi che abbiamo appena elencato riguardano una ristrutturazione che è stata realizzata presentando una CILA, prevede lo spostamento (demolizione e/o costruzione) di pareti interne, il rifacimento di impianti e in particolare intervenire sull’impianto di riscaldamento e/o sugli infissi e/o sull’isolamento.

Se la tua ristrutturazione presenta tutte queste caratteristiche gli adempimenti sono quelli dell’elenco qui sopra. In caso contrario potresti evitartene qualcuno.

L’ordine in cui li ho scritti rispecchia anche l’ordine in cui dovrebbero essere fatti, più che altro per una sequenza logica delle cose che per reali obblighi di farli in questa sequenza. Vediamoli rapidamente.

Variazione catastale

La variazione catastale non è altro che la modifica della planimetria catastale per farla corrispondere alla nuova divisione interna degli ambienti.

Quindi se non sposti muri non è necessario farla. (NB: anche se decidi di spostare la posizione delle porte interne non è necessario fare la variazione catastale…).

Insieme alla variazione della planimetria verrà fatta la variazione della visura catastale, per riportare i nuovi dati: in sostanza il nuovo numero di vani e la nuova rendita catastale (che potrebbero anche essere identiche alle precedenti).

Anzi in realtà la modifica della planimetria catastale ha proprio lo scopo di calcolare la nuova rendita perché, è utile ricordarlo, la planimetria catastale di per sé non ha nessun valore: se fai lavori senza pratica edilizia e correggi la planimetria catastale i tuoi lavori sono comunque abusivi.

Chiuso questo inciso, solitamente si occupa di questa variazione un geometra ed ha un costo burocratico di 50,00€ (oltre ai costi del geometra, che naturalmente sono maggiori).

Presentazione APE

APE è l’acronimo di Attestato di Prestazione Energetica, e va predisposto solo se cambiano le prestazioni energetiche dell’immobile.

Quindi se viene modificato l’impianto di riscaldamento (sostituendo la sola caldaia oppure tutto l’impianto), oppure se vengono sostituiti gli infissi, oppure se si decide di isolare le pareti e/o i solai…si deve fare una (nuova) APE.

Se non prevedi questi interventi non è un adempimento necessario.

Attenzione ad una cosa però: tutti gli edifici devono avere l’APE, quindi se il tuo prima non ce l’aveva devi farlo, anche perché è un documento indispensabile per la nuova agibilità di cui parleremo a breve.

L’APE viene predisposto da un tecnico (che dovrebbe essere estraneo alla progettazione perché ne certifica i risultati dal punto di vista energetico), e come sai riporta la classe energetica del tuo immobile. Inoltre per essere valido deve essere caricato su un portale regionale.

Comunicazione di Fine Lavori (CFL)

Questo è sicuramente il documento principale per chiudere la pratica edilizia. Si tratta di una dichiarazione da rendere su un modello nazionale unificato, che deve presentare il titolare della pratica edilizia (cioè tu).

A questa comunicazione devono essere allegati dei documenti, alcuni obbligatori a livello nazionale ed altri normati a livello regionale.

Il documento principale che devi allegare, e richiesto in tutta Italia, è una planimetria della casa per come è stata effettivamente ristrutturata.

Se non hai fatto variazioni in corso d’opera rispetto a quella riportata nella pratica edilizia è esattamente la stessa, se invece hai cambiato qualcosa durante i lavori, questo è il momento per renderlo visibile.

Lasciami fare un inciso: nella guida alle pratiche edilizie per ristrutturare, abbiamo detto che la CILA è la pratica con cui quasi sicuramente ristrutturerai casa. Questo procedimento ha una particolarità: non prevede le varianti in corso d’opera.

Solitamente quando si costruisce un edificio, e si decide di fare delle modifiche in corso d’opera, è necessario presentare una pratica di variante durante l’esecuzione dei lavori.

Nel caso di lavori eseguiti con una CILA, trattandosi di opere minori, questa variante non è prevista ma si comunica a fine lavori le varianti che vi sono state (alcuni Comuni consentono di fare delle integrazioni, ma non è un procedimento previsto dalla normativa).

Detto ciò, non sono richiesti altri documenti per chiudere i lavori. Almeno a livello nazionale.

Come abbiamo detto infatti ci possono essere delle prescrizioni regionali (e ci sono spesso). Quello che ho visto essere richiesta più spesso sono tutti i documenti di discarica, prodotti in fase di demolizione: si tratta delle bolle di trasporto e conferimento a discarica oltre che delle prove sui materiali demoliti (si tratta di prove volte a verificare se vi sono materiali inquinanti o pericolosi).

Così con la variazione catastale fatta, l’APE presentata e la Comunicazione di Fine Lavori protocollata la ristrutturazione è finita. Ma la burocrazia non ancora…

L’agibilità

L’ultima incombenza per considerare realmente conclusa una ristrutturazione, almeno per quanto riguarda i rapporti con l’amministrazione comunale, è la presentazione della nuova agibilità.

Chiariamo un aspetto: l’agibilità non deve essere presentata ogni volta che si fa una ristrutturazione, dipende da quali lavori si fanno.

Per capirlo vediamo la definizione di agibilità che ci da il Testo Unico dell’Edilizia (d.pr. 380/2001, art. 24):

1. La sussistenza delle condizioni di sicurezza, igiene, salubrità, risparmio energetico degli edifici e degli impianti negli stessi installati e, ove previsto, di rispetto degli obblighi di infrastrutturazione digitale, valutate secondo quanto dispone la normativa vigente, nonché la conformità dell’opera al progetto presentato e la sua agibilità sono attestati mediante segnalazione certificata.

Quindi l’agibilità certifica le condizioni di sicurezza, igiene, salubrità e risparmio energetico.

Le condizioni di sicurezza riguardano le strutture e gli impianti.

Le condizioni di igiene e salubrità riguardano le caratteristiche igienico-sanitarie dei locali (quindi anche le dimensioni, l’illuminazione, l’aerazione, etc. – a tal proposito leggi l’articolo che ho scritto in merito).

Il risparmio energetico riguarda gli impianti e l’involucro.

Questo vuol dire che ogni volta che una ristrutturazione va ad incidere in modo significativo su questi parametri bisogna aggiornare l’agibilità della casa.

Pertanto, rimanendo negli interventi più frequenti durante una ristrutturazione, se: modifichi la distribuzione interna (cioè abbatti e/o costruisci pareti), se rifai gli impianti (in particolare quello di riscaldamento), se sostituisci gli infissi o fai l’isolamento della casa, se fai opere strutturali…devi presentare una nuova agibilità.

Da qualche anno l’agibilità non è più un certificato che rilascia il Comune in seguito ad una richiesta, ma una Segnalazione che fa il proprietario della casa (abbreviata in SCA). Ti ho spiegato in modo approfondito come funziona l’agibilità in questo articolo.

Quello che vorrei richiamare qui sono solo alcuni aspetti:

  • L’agibilità la presenti a nome tuo, su una modulistica nazionale, e deve essere asseverata da un tecnico abilitato;
  • Ci sono alcuni allegati obbligatori ad un’agibilità;
  • Nel caso in cui l’agibilità sia presentata dopo un intervento edilizio (come una ristrutturazione), può valere anche da fine lavori al posto della dichiarazione di cui abbiamo parlato nel paragrafo precedente.

Vediamo quali sono gli allegati minimi dell’agibilità:

  • Documenti di identità del proprietario e del tecnico
  • Ricevuta del versamento dei diritti di segreteria
  • Pianta della casa
  • Dichiarazioni di conformità di tutti gli impianti
  • Dichiarazione di rispondenza per gli impianti realizzati quando la dichiarazione di conformità non era obbligatoria
  • Certificato di collaudo in caso di interventi strutturali o in caso di prima agibilità su edificio
  • Attestato di Prestazione Energetica
  • Planimetria e visura catastale (non sempre richiesti)

E naturalmente, se l’agibilità vale anche come fine lavori, tutta la documentazione richiesta per la fine lavori.

E con questo hai veramente chiuso tutto con il Comune. Però abbiamo detto che, se vuoi sfruttare le detrazioni fiscali, ci sono altri adempimenti da fare.

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LE COMUNICAZIONI E I DOCUMENTI PER LE DETRAZIONI FISCALI

Le detrazioni fiscali sono diventate una questione molto complessa negli ultimi anni, soprattutto per quanto riguarda la quantità e correttezza dei documenti che devono essere presentati e conservati.

E le opzioni di sconto in fattura e cessione del credito hanno incasinato ancora di più le cose.

In realtà il vero casino è per i tuoi tecnici, che hanno le maggiori responsabilità in merito alla correttezza del tutto. Tu devi “solo” fare attenzione che tutte le carte siano a posto.

In questo paragrafo proviamo a fare un po’ di chiarezza sulla documentazione che va presentata e su quella che devi conservare alla fine dei lavori. Non ho la pretesa di essere esaustivo né nello spiegare le detrazioni fiscali né nell’elencarti tutta la documentazione necessaria: per farlo ci vorrebbe un trattato e ne ho scritto in modo abbastanza approfondito nella Guida alle Detrazioni Fiscali che trovi in regalo insieme al manuale “Ristruttura la tua casa in 7 passi”.

Partiamo dal chiarire che ci sono due tipi di documenti che fanno parte delle detrazioni fiscali:

  • Quelli che devono essere protocollati
  • Quelli che devi conservare

Quando parliamo di documenti da protocollare ci stiamo riferendo alla pratica che deve essere obbligatoriamente presentata all’ENEA per poter fruire delle detrazioni relativamente all’efficientamento energetico. L’ENEA infatti è l’Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile, quindi come puoi intuire si occupa di efficienza energetica.

Invece i documenti che devi conservare sono quelli che dovrai esibire nel caso venga effettuata una verifica da parte dell’Agenzia delle Entrate, e per ogni detrazione ci sono dei documenti da conservare.

Tanto per incasinare un po’ le cose, tutti questi documenti variano a seconda della detrazione fiscale che decidi di sfruttare.

Statisticamente le detrazioni fiscali più utilizzate per le ristrutturazioni sono il Bonus casa (con l’associato Bonus Arredi) e l’Ecobonus. C’è poi il Superbonus che però, nonostante tutte le chiacchiere che ci sono in giro, è utilizzato in un numero veramente esiguo di casi e soprattutto da grossi condomini (quindi con opere condominiali “trainanti”).

Affrontiamo separatamente i documenti a seconda della detrazione interessata.

I documenti del Bonus Casa

Il Bonus Casa, o detrazione del 50%, ti consente di portare in detrazione tutti i lavori di manutenzione straordinaria che fai in casa. Si tratta senza dubbio di quello più sfruttato nell’ambito delle ristrutturazioni e se vuoi saperne di più puoi andarti a leggere questo articolo che, sebbene abbia qualche anno sulle spalle, è aggiornato in quanto la normativa è cambiata veramente poco (tranne per un aspetto di cui parleremo a breve).

Vediamo sinteticamente la documentazione da presentare e quella da conservare.

I documenti da caricare

Se tra gli interventi che porti in detrazione (o sconto in fattura o cessione del credito) con il bonus casa non fai interventi di efficientamento energetico non devi aprire nessuna pratica all’ENEA. Quindi nessun documento da protocollare.

Se invece tra gli interventi che devi realizzare ve ne sono alcuni di efficientamento energetico (e che non vuoi detrarre con l’Ecobonus mi sento di dire…), allora devi fare una comunicazione all’ENEA. Comunicazione che è obbligatoria ma che, come è stato chiarito più volte, se non viene fatta non fa perdere le detrazioni fiscali (vedi la risoluzione n. 46/E/2019 dell’Agenzia delle Entrate, e ribadito in più risposte ad interpelli).

Questa comunicazione deve essere fatta tramite un portale dedicato (ogni anno ne viene fatto uno nuovo per l’anno corrente) e può farla un tecnico abilitato.

In sostanza si tratta di compilare e caricare alcuni documenti in cui sono riportati dati inerenti i risparmi ottenuti. Il portale rilascia una sorta di ricevuta che è tra i documenti da conservare.

I documenti da conservare

Per quanto riguarda i documenti da conservare è sufficiente fare riferimento alla guida ufficiale dell’Agenzia delle Entrate e sono relativamente semplici:

  • La pratica edilizia completa (e corretta) con cui è stato realizzato l’intervento. Quindi devono esserci una CILA (o una SCIA) con tutti i documenti obbligatori di contorno
    NB: in realtà non tutte le opere che possono essere detratte richiedono la presentazione di una pratica edilizia, come ad esempio la sostituzione degli scaldaacqua. In questi casi è necessaria un’autocertificazione da parte del contribuente;
  • In particolare deve essere presente la Notifica Preliminare se necessaria;
  • La variazione catastale se necessaria;
  • Le ricevute di pagamento dell’IMU se dovuta;
  • Dichiarazione di consenso da parte del proprietario dell’immobile (nel caso in cui tu faccia i lavori da inquilino);
  • Copia delle bolle di consegna dei materiali (utili in caso di verifica per dimostrare che i prodotti sono stati consegnati nel tuo cantiere);
  • Copia di tutti i bonifici parlanti con cui sono stati pagati i lavori e delle rispettive fatture emesse da imprese e fornitori;
  • Copia ricevuta ENEA (in caso di interventi di efficientamento energetico).

Vi sono poi altri documenti che sono stati introdotti a partire dal 2022:

  • Asseverazione di congruità delle spese a firma di un tecnico abilitato (esclusi i lavori entro i 10.000€ e quelli rientranti nella categoria della manutenzione ordinaria);
  • Visto di conformità (documento in cui viene verificata la correttezza della documentazione) a firma di un professionista abilitato del settore economico (commercialista ad esempio, ma non solo) nei casi di sconto in fattura e cessione del credito.

Anche questi documenti sono da acquisire e conservare in caso di controlli.

I documenti dell’Ecobonus

L’ecobonus è la detrazione fiscale dedicata alle sole opere di efficientamento energetico degli edifici. Si tratta di opere che possono essere eseguite anche col Bonus Casa (di cui abbiamo appena parlato), ma qui trovano una detrazione autonoma con massimali autonomi che quindi consentono, nell’ambito di una ristrutturazione, di massimizzare le detrazioni fiscali. Ne abbiamo parlato approfonditamente nell’articolo che ti ho linkato poco fa (e ancora più approfonditamente nella guida allegata al manuale).

L’Ecobonus è un insieme di varie misure di detrazione suddivise per tipologia di opere: isolamento e sostituzione di infissi, sostituzione di impianto di riscaldamento, installazione di sistemi solari termici, installazione di sistemi oscuranti, etc.

La detrazione varia a seconda della misura tra il 50% e il 65%.

In questo caso la documentazione da presentare e quella da conservare sono un po’ più complesse.

I documenti da presentare

Nel caso di Ecobonus è sempre obbligatorio presentare una pratica all’ENEA, e deve esserne presentata una per ogni misura a cui si accede.

Questa presentazione avviene tramite l’apertura di una pratica nel portale dedicato dell’ENEA (ogni anno ne viene predisposto uno nuovo) su cui compilare dei modelli e caricare dei documenti con i dati di risparmio ottenuti (è un po’ più complesso di così ma facciamo ad intenderci). Anche in questo caso lo può fare un tecnico abilitato. E anche in questo caso viene rilasciata una ricevuta da parte dell’ENEA con un numero di protocollo, che deve essere conservata tra i documenti da esibire in caso di controllo.

I documenti da conservare

I documenti da conservare rispetto al bonus casa hanno alcune aggiunte, vediamoli:

  • La pratica edilizia completa (e corretta) con cui è stato realizzato l’intervento se necessaria, in caso contrario il contribuente deve produrre un’autocertificazione;
  • In particolare deve essere presente la Notifica Preliminare se necessaria;
  • La variazione catastale se necessaria;
  • Le ricevute di pagamento dell’IMU se dovuta;
  • Dichiarazione di consenso da parte del proprietario dell’immobile (nel caso in cui tu faccia i lavori da inquilino);
  • Copia di tutti i bonifici parlanti con cui sono stati pagati i lavori e delle rispettive fatture emesse da imprese e fornitori;
  • Copia delle bolle di consegna dei materiali (utili in caso di verifica per dimostrare che i prodotti sono stati consegnati nel tuo cantiere);
  • Copia ricevuta ENEA (in caso di interventi di efficientamento energetico);
  • Attestato di Prestazione Energetica (APE);
  • Asseverazioni (tecniche) da parte di un tecnico abilitato.

Attenzione: queste asseverazioni sono diverse da quelle sulla congruità dei prezzi (ne abbiamo fatto accenno nel paragrafo sul bonus casa e tra poco le ripeteremo). Si tratta di asseverazione sui requisiti tecnici degli interventi effettuati (per dirlo in soldoni: quanto consumi in meno) e sono anche quelle che vanno caricate sul portale ENEA.

Ogni misura dell’ecobonus prevede delle asseverazioni differenti e specifiche, non ne facciamo una panoramica qui perché sarebbe troppo lungo e comunque sono questioni di cui dovrebbe occuparsene il tuo tecnico.

Vi sono poi, anche in questo caso, i nuovi adempimenti introdotti nel 2022:

  • Asseverazione di congruità delle spese a firma di un tecnico abilitato (esclusi i lavori entro i 10.000€ e quelli rientranti nella categoria della manutenzione ordinaria);
  • Visto di conformità (documento in cui viene verificata la correttezza della documentazione) a firma di un professionista abilitato del settore economico (commercialista ad esempio, ma non solo) nei casi di sconto in fattura e cessione del credito.

I documenti del Superbonus

Abbiamo detto poco fa che il superbonus è difficilmente sfruttabile quando si sta ristrutturando la propria casa. I casi in cui puoi farlo sono sostanzialmente due:

  • Hai una casa singola o assimilabile e allora puoi sfruttarlo appieno;
  • Hai un appartamento in un condominio e riesci ad agganciare alcuni interventi “trainati” al superbonus che sta facendo il condominio.

Se non sai di cosa stiamo parlando vai a leggerti l’articolo che ho scritto sul superbonus, anche se è un po’ datato tutte le cose di base sono corrette. Lo trovi qui.

Tornando a noi i documenti che fanno parte del superbonus non sono molto differenti da quelli che abbiamo visto in precedenza.

I documenti da presentare

Se realizzi il superbonus per efficientare energeticamente il tuo immobile dovrai presentare una pratica all’ENEA. Anche in questo caso esiste un sito apposito in cui il tuo tecnico dovrà caricare dei documenti e dovrà compilare dei modelli.

A differenza delle altre detrazioni la comunicazione all’ENEA non si fa a solo a fine intervento ma può essere fatta anche precedentemente, cioè al pagamento dei SAL del 30% e del 60% dei lavori.

In questo caso al SAL successivo (o alla fine lavori) viene aggiornata la pratica già aperta.

Il modello che il tuo tecnico compilerà direttamente sul portale è quello di asseverazione tecnica e di congruità dei costi.

I documenti che caricherà sono:

  • Computo metrico estimativo
  • APE pre-intervento
  • APE post-intervento

In più dovrà indicare la polizza assicurativa a copertura di eventuali errori.

Come per le altre detrazioni l’ENEA fornirà un codice da comunicare al commercialista per il visto di conformità

I documenti da conservare

Per quanto riguarda i documenti da conservare devi considerare che il superbonus è essenzialmente l’estensione del bonus casa (per quanto riguarda la parte super-sismabonus – nb: se questa affermazione ti sembra strana leggi l’articolo sulle detrazioni fiscali e capirai…) e dell’ecobonus. Quindi i documenti sono sostanzialmente gli stessi:

  • La pratica edilizia completa (e corretta) con cui è stato realizzato l’intervento se necessaria, in caso contrario il contribuente deve produrre un’autocertificazione;
  • In particolare deve essere presente la Notifica Preliminare se necessaria;
  • La variazione catastale se necessaria;
  • Le ricevute di pagamento dell’IMU se dovuta;
  • Dichiarazione di consenso da parte del proprietario dell’immobile (nel caso in cui tu faccia i lavori da inquilino);
  • Copia di tutti i bonifici parlanti con cui sono stati pagati i lavori e delle rispettive fatture emesse da imprese e fornitori (se non hai usufruito dello sconto totale in fattura naturalmente);
  • Copia delle bolle di consegna dei materiali (utili in caso di verifica per dimostrare che i prodotti sono stati consegnati nel tuo cantiere);
  • Copia ricevuta ENEA (in caso di interventi di efficientamento energetico);
  • Attestato di Prestazione Energetica (APE);
  • Asseverazioni (tecniche) da parte di un tecnico abilitato.
  • Asseverazione di congruità delle spese a firma di un tecnico abilitato (che coincide con l’asseverazione inoltrata nel portale ENEA);
  • Asseverazioni di congruità delle spese e tecniche specifiche per il supersismabonus (nel caso tu lo abbia sfruttato)
  • Visto di conformità a firma di un professionista abilitato del settore economico (commercialista ad esempio, ma non solo).

E con questo abbiamo finito.

CHIUDERE CORRETTAMENTE LA PRATICA EDILIZIA E’ SOLO UN PASSAGGIO DEL PROCESSO DI RISTRUTTURAZIONE

processo di ristrutturazione

In questo articolo abbiamo affrontato un aspetto fondamentale e a cui purtroppo spesso ancora non viene data la necessaria importanza, anche da parte dei tecnici.

Proprio mentre scrivo queste righe mi è arrivata una richiesta di aiuto via email da parte di una persona che, in un immobile appena acquistato, ha trovato che è stata aperta una CILA e non è stata presentata la fine lavori.

Cosa significa questa cosa? Banalmente dal punto di vista formale la casa di questa persona è ancora un cantiere, perché la CILA è un procedimento edilizio senza scadenza (non ascoltare chi dice che dura 3 anni come gli altri procedimenti edilizi).

Più grave sarebbe se chi ha aperto la CILA ha sfruttato anche le detrazioni fiscali: in caso di controlli un procedimento edilizio non completo potrebbe essere causa di contestazione da parte dell’Agenzia delle Entrate.

Non ti voglio spaventare, le cose sono molto più semplici di quelle che possono apparire. Ma tu come committente non puoi pretendere di avere sotto controllo tutti gli aspetti della tua ristrutturazione: dovresti diventare progettista, imprenditore, muratore, idraulico, elettricista, etc.

Ti pare possibile?

Quello che devi fare è pianificare e gestire la tua ristrutturazione seguendo un percorso chiaro e corretto. E nel farlo devi saper delegare ai giusti professionisti le cose di cui non hai competenza e di cui è inutile che tu acquisisca competenza. A meno che non vuoi sorbirti almeno 7 anni di università per diventare Architetto (è il tempo medio in cui ci si laurea in questa facoltà) oppure andare per qualche anno in cantiere a fare l’apprendista muratore, idraulico, elettricista, pittore, cartongessista, etc., e ancora imparare a gestire le squadre di lavoro, le forniture dei materiali e gli innumerevoli problemi di un cantiere come fa un imprenditore edile.

Per aiutarti a pianificare e gestire correttamente la tua ristrutturazione, e a individuare ed affidarti ai giusti professionisti del settore, ho scritto un manuale completo che ti accompagnerà passo dopo passo. Il manuale ti spiegherà qual è l’unico modo corretto per ristrutturare, ed è affiancato da oltre dieci bonus che affrontano tutti i temi più importanti con cui ti dovrai confrontare durante il processo: dalle detrazioni fiscali, all’iva agevolata, dai contratti di appalto e di servizi, alla stima dei lavori e ai quadri economici.

Il manuale ha già aiutato centinaia di persone nella loro ristrutturazione e ha ricevuto solo recensioni positive (a parte una). Se vuoi saperne di più puoi approfondire qui: Ristruttura la tua casa in 7 passi.

mailling list per ristrutturare casa

L’articolo Hai finito i lavori di ristrutturazione…ma hai chiuso con la burocrazia? Guida a tutte le pratiche da fare alla fine dei lavori sembra essere il primo su RistrutturazionePratica.


Una delle domande più frequenti quando si ristruttura casa è: “ma se trasformo il mio impianto di riscaldamento in elettrico/se installo il piano ad induzione/se metto una colonnina di ricarica devo aumentare la potenza del contatore?”

Esistono una risposta semplice e una corretta a questa domanda. In questo articolo le daremo entrambe.

mailling list per ristrutturare casa

“Se metto il riscaldamento con pompa di calore devo aumentare la potenza del contatore?”

“Se installo un piano ad induzione rischio che salta la corrente?”

“E se tengo accesi i condizionatori, il forno, il ferro da stiro, …… tutti insieme mando l’impianto in corto circuito?”

“Ma con la colonnina di ricarica elettrica devo stare attento a quali apparecchi tengo accesi quando metto in ricarica la macchina?”

Senza dubbio negli ultimi anni c’è stata una grossa spinta verso la completa elettrificazione delle case, e quindi le domande qui sopra sono normali e lecite.

Capire se, in seguito ad una ristrutturazione, è necessario modificare anche la potenza del contatore non è particolarmente difficile, ma ogni casa ha una risposta diversa perché in ogni casa viene installato un mix di impianti/apparecchi elettrici, e a gas diversi (oltre ad avere le case stesse dimensioni diverse, cosa che incide non poco).

Se vuoi la risposta semplice alla domanda “devo aumentare il mio contratto di fornitura dell’energia elettrica” eccola: sì, fallo, tanto non sbagli.

Ma la vera questione è di quanto devi aumentarlo. E qui c’è la risposta corretta. Che sarà il tema di questo articolo.

Fino a pochi anni fa la fornitura standard di energia elettrica era di 3kw anche per immobili abbastanza grande. Senza dubbio questa fornitura va ancora bene per molti casi, ma è altrettanto vero che sempre più spesso è necessario passare a 4,5kw, 6kw se non di più proprio perché il numero di apparecchi elettrici è in costante aumento. In una ristrutturazione che ho seguito qualche anno fa siamo dovuti passare a 10kw. In quel caso si trattava di un appartamento molto grande…ma non si tratta di un caso così raro.

La prima cosa a cui si pensa quando si parla di aumentare la taglia della fornitura elettrica è bollette più care. In realtà non è così: la potenza del contatore deve coprire i picchi di energia che presumibilmente verranno richiesti, ma il consumo medio può comunque mantenersi contenuto. Inoltre bisogna tenere in considerazione che passando a soluzioni elettriche ci saranno meno (se non nulle) richieste di gas, con un sostanziale azzeramento di quella bolletta.

Pertanto l’aumento (o diminuzione) delle bollette va visto sempre in ottica globale, non solo della singola bolletta. Parleremo di come ottimizzare questi aspetti nell’ultima parte dell’articolo.

Per capire se e quanto aumentare la potenza di fornitura elettrica dobbiamo chiarire alcuni concetti.

POTENZA INSTALLATA, POTENZA DI PICCO E POTENZA MEDIA

Potenza del contatore elettrico: potenza di picco, potenza media, potenza installata

In casa devi distinguere tra la potenza reale installata, l’energia che presumibilmente costituirà il picco di richiesta e l’energia che mediamente verrà richiesta.

Qui ne parliamo in modo molto maccheronico per capire i concetti, quindi se sei un elettricista, un progettista di impianti elettrici o qualcos’altro con conoscenze tecniche nel settore tappati le orecchie e turati il naso.

La potenza installata è la somma delle singole potenze di tutti gli apparecchi (elettrici in questo caso) che ci sono in casa (o che potrebbero esserci).

Si va dai grandi elettrodomestici (frigoriferi, lavastoviglie, lavatrici, forno, etc.), agli apparecchi per il riscaldamento (pompe di calore, caldaie, ventilconvettori, condizionatori, etc.) ai piccoli elettrodomestici (phon, microonde, televisione, impianto stereo, computer, etc.), agli apparecchi di uso quotidiano (cellulari, tablet, sveglie, etc.), ad eventuali impianti di sicurezza (antifurto, videosorveglianza), senza scordarsi dell’illuminazione.

Conoscere questa potenza è fondamentale per progettare e sezionare correttamente un impianto elettrico (ne abbiamo parlato in questo articolo). Lì troverai alcune informazioni che ti daranno una prima idea sulla necessità o meno di aumentare la potenza del tuo contatore. Però il fatto è che basarsi su questo dato è fuorviante.

Abbiamo poi la potenza media utilizzata: cioè di questi apparecchi quali in un utilizzo standard verosimilmente funzioneranno in contemporanea?

Il calcolo della potenza media è utile per comprendere quali saranno i consumi sulla base di cui pagherai le bollette. E il suo calcolo dovrebbe essere fatto a livello stagionale. Infatti, al netto degli apparecchi che rimangono accesi continuativamente (ad esempio frigorifero e sistema produzione acqua calda), gran parte dell’energia consumata in una casa è dovuta a due consumi variabili legati alla stagionalità: riscaldamento/raffrescamento e illuminazione.

In estate ad esempio utilizzeremo i condizionatori/ventilconvettori per raffrescarci ed avremo meno bisogno di accendere le luci perché le giornate sono lunghe.

In inverno invece utilizzeremo i condizionatori/ventilconvettori/termosifoni/etc. per riscaldarci e terremo le luci accese per molte ore.

Durante le mezze stagioni probabilmente non consumeremo nulla di riscaldamento/raffrescamento e terremo le luci mediamente accese.

Conoscere mediamente quale sarà la potenza consumata in ogni stagione ti consente di tenere un corretto bilancio familiare, ma utilizzare questo dato per decidere la taglia del tuo contratto di fornitura dell’energia elettrica è sbagliato.

La potenza media impiegata inoltre è utile per fare un corretto dimensionamento degli impianti fotovoltaici. Infatti è inutile farlo sul massimo della potenza installata (quando mai tutti gli apparecchi verranno utilizzati in contemporanea?) e nemmeno sulla potenza di picco stimata (ne parliamo qui sotto). L’impianto fotovoltaico deve essere in grado di sopperire a una parte significativa dei consumi elettrici, non di farti staccare completamente dalla rete elettrica (sì, puoi anche perseguire questo scopo…ma devi fare una valutazione costi/benefici che non è oggetto di questo articolo).

La potenza di picco è quella da utilizzare per determinare la taglia del contratto di fornitura. Che poi parliamo di una potenza di picco stimata.

Questa è infatti la potenza massima che presumibilmente potrebbe essere richiesta in condizioni particolari che sappiamo si verificheranno durante l’anno (anche se non sappiamo con precisione quando).

Ad esempio in periodi di freddo intenso sarà necessario accendere alla massima potenza tutti i condizionatori/ventilconvettori/termosifoni/etc., inoltre potresti mettere in funzione contemporaneamente i grandi elettrodomestici e qualche piccolo elettrodomestico (lavastoviglie, forno, lavatrice e un phon) a cui aggiungere gli apparecchi sempre accesi e qualche altro (televisione, caricabatterie, etc.).

Si tratta di casi rari, che possono durare poco tempo (anche poche ore) ma che devono essere considerati tra i vari scenari possibili: la taglia del contratto elettrico va basata su questi possibili picchi di richiesta (che bada bene sono inferiori alla potenza complessiva installata in casa). Lo scopo è non ritrovarti senza energia all’improvviso perché è saltato il contatore.

mailling list per ristrutturare casa

CALCOLARE LA POTENZA DI PICCO

Calcolare la potenza necessaria in casa non è molto difficile: hai bisogno solo di alcuni dati e di capire alcuni concetti.

Prima cosa: finora stiamo parlando di potenza, ma cos’è?

La potenza è la quantità di energia (in fisica chiamato lavoro) che viene fornita in un dato momento (unità di tempo).

L’energia può essere di varia natura: meccanica (pensa alla potenza di un’automobile), termica (pensa alla potenza di riscaldamento di una caldaia a gas), elettrica (pensa a quanta energia è in grado di fornire una lampadina). L’unità di misura per tutte le potenze è il Watt.

Quindi, tornando alla potenza elettrica, ogni apparecchio elettrico ha una potenza massima espressa in Watt (W). Questo dato lo trovi nelle targhette che ogni apparecchio elettrico deve avere.

La potenza massima richiesta in una casa è la somma di tutte le potenze di tutti quanti gli apparecchi presenti se venissero accesi in contemporanea. In una casa moderna potremmo trovare:

  • Pompe di calore per il riscaldamento
  • Terminali riscaldamento (ventilconvettori/split/etc.)
  • Boiler o Pompa di calore per l’acqua calda sanitaria (possono coincidere con le prime)
  • Apparecchi illuminanti
  • Grandi elettrodomestici (frigo, forno, lavastoviglie, lavatrice, piano ad induzione)
  • Piccoli elettrodomestici (televisori, apparecchi cucina, computer, aspirapolveri, etc.)
  • Colonnina di ricarica elettrica
  • etc.

Questi chiaramente sono solo i principali, ma ce ne possono essere molti altri.

Calcolare la potenza installata significa prendere per ogni apparecchio la potenza massima assorbita (indicata nelle targhette in watt) e sommarle. Un’operazione semplice in fondo. Come abbiamo già accennato da questa somma vengono dei valori molto alti. In un appartamento medio puoi arrivare tranquillamente a 10 kW di potenza installata (diecimila Watt).

Ma come abbiamo detto non è questa la potenza su cui dimensionare il contratto di fornitura di energia elettrica. Devi prendere la potenza di picco ipotizzata.

Si tratta di un conto che di solito fa un progettista di impianti (alle volte anche gli installatori), figura che dovrebbe essere presente quando si pensa di rifare gli impianti e passare tutto all’elettrico. Ad ogni modo due conti della serva li puoi fare anche tu per capire se devi aumentare la taglia del contatore: simula degli scenari realistici e somma la potenza elettrica richiesta da parte di ognuno degli apparecchi installati.

COME SCEGLIERE LE OFFERTE LUCE (E GAS) DOPO UNA RISTRUTTURAZIONE

A questo punto, determinata la potenza che ti serve, puoi valutare se è necessario aumentare la fornitura e contemporaneamente se mantenere o cambiare il fornitore di energia.

Come sai ultimamente il costo dell’energia è salito notevolmente, ci sono stati aumenti delle bollette di oltre il 50%. E questo vale sia per l’energia elettrica che per il gas.

La realtà è che il costo dell’energia è aumentato di molto più del 50%. Infatti la cosiddetta componente energia è solo una quota parte dell’importo di una bolletta.

L’Autorità per l’energia elettrica, il gas ed il sistema idrico (AEEGSI) tiene delle statistiche in merito. Eccole:

  • Spesa per la materia energia (47,65%)
  • Spesa per il trasporto e la gestione del contatore (20,18%)
  • Spesa per oneri di sistema (18,96%)
  • Imposte (13,21%)

Quindi la componente energia incide per meno della metà sull’importo della bolletta. Pertanto ad un ipotetico raddoppio del costo dell’energia non corrisponde un raddoppio della bolletta ma un aumento di circa il 50% (che comunque è una somma importante).

Ho voluto verificare questi dati, così ho preso la bolletta di casa mia e me la sono guardata per confrontarla con questi dati. Eccola (nb: vivo in un mini appartamento, mi riscaldo con un sistema elettrico e sono spesso fuori per lavoro):

Su una bolletta di 46,71€ abbiamo:

  • Spesa per la materia energia = 19,98€ (47,05%)
  • Spesa per il trasporto e la gestione del contatore = 8,91€ (20,98%)
  • Spesa per oneri di Sistema (attività commerciali + dispacciamento) = 8,73€ (20,56%)
  • Imposte = 4,84€ (11,41%)

Direi che bene o male ci siamo con i dati di AEEGSI.

Quindi, detto che il costo dell’energia è aumentato e che probabilmente dopo una ristrutturazione bisognerà rivedere la propria fornitura di energia elettrica, è importante seguire dei criteri per scegliere il nuovo contratto o fornitore.

A tal proposito ecco alcuni consigli del sito prontobolletta che mi ha aiutato a scrivere questo articolo.

Punto 1: costi di variazione del contratto di fornitura

Se decidi di mantenere il tuo vecchio fornitore dovrai contattarlo per chiedergli l’aumento (o la diminuzione). Se invece decidi di cambiarlo dovrai comunicare contestualmente anche la potenza che desideri ti venga fornita.

Dato il contratto di 3kw come base (con i relativi costi di prima attivazione o voltura), ci saranno dei costi fissi da sostenere, che ci vengono dati da ARERA (autorità dell’energia). Fino a tutto il 2023 ci sono delle agevolazioni.

  • 55,66€ per ogni Kw aggiuntivo per i clienti domestici fino a 6kw (da gennaio 2024 saranno 70,41€)
  • 23,00€ per oneri di gestione
  • Da gennaio 2024 ci saranno anche 25,81€ di oneri amministrativi

Così puoi già farti una prima idea dei costi che affronterai. Naturalmente si tratta di costi Una-tantum.

Ma dati questi costi fissi sono altri gli elementi su cui dovrà basarsi la tua scelta tra un fornitore e l’altro.

Punto 2: costo della componente energia

La prima cosa da verificare è chiaramente il costo della componente energia. In Italia vige il libero mercato, quindi ogni fornitore può dare una propria quotazione all’energia che vende.

Ti voglio evidenziare che oltre al libero mercato esiste anche il mercato tutelato (servizio di maggior tutela), in cui il costo della componente energia è stabilito trimestralmente dall’Autorità dell’Energia (ARERA) sulla base dell’andamento dei prezzi delle materie prime.

Oltre ad avere un prezzo “calmierato”, chi aderisce al servizio maggior tutela non trova in bolletta le perdite di rete (sempre da Arera).

Però non è detto che il servizio maggior tutela sia più conveniente rispetto al libero mercato, anzi solitamente alla fine si spende di più. La cosa positiva è che è più stabile.

Purtroppo questa opzione dal 2023 non sarà più possibile, in quanto il servizio di maggior tutela verrà dismesso (è stato prorogato di un anno perché doveva cessare nel 2022).

Punto 3: offerte complete

Una volta valutato il costo della componente energia  è utile fare delle considerazioni in merito a quali fonti energetiche ci servono: solo elettricità o anche gas?

Se serve una doppia fornitura sarebbe importante, ai fini del risparmio, valutare offerte tutto compreso: cioè che con un unico fornitore contemplano offerte luce e gas. Chiaramente se sei passato ad una casa totalmente elettrica non è un problema, ma se hai ancora un consumo misto potrebbe essere utile valutare un fornitore che garantisca sia la fornitura elettrica che quella del gas.

Ma le offerte tutto compreso possono riguardare non solo luce e gas. Altro aspetto da tenere in considerazione sono i servizi extra: un accesso a internet è ormai obbligatorio in tutte le case e se vai da un fornitore specializzato le tariffe possono essere alte. Ci sono molti fornitori di energia elettrica e gas che garantiscono anche l’accesso alla fibra o ad internet veloce. Cosa utile se hai realizzato un impianto domotico, che ti consente di monitorare in remoto la casa.

Punto 4: fonti sostenibili

Infine, visto che è un tema ormai molto attuale, verifica se il tuo fornitore di energia utilizza fonti sostenibili per produrre questa energia. Non ha senso investire in alternative ecologiche e optare per un fornitore che non persegua gli stessi obiettivi.

TRANSIZIONE ENERGETICA E AUMENTO DEI COSTI DELL’ENERGIA NON DEVONO SPAVENTARE

Non c’è dubbio che negli ultimi anni le richieste di energia elettrica ai fini domestici siano cresciute in modo importante.

I motivi sono vari: partendo dal numero sempre crescente di apparecchiature che abbiamo in casa, per continuare con la conversione di impianti di riscaldamento a gas (caldaia + termosifoni) in elettrici (pompa di calore + termosifoni/radiante/ventilconvettori/etc.).

Tutto ciò promosso da una campagna mediatica che racconta di un’energia elettrica “green e che fa bene alla terra”.

Su questo aspetto è necessario fare una riflessione: l’energia elettrica non è ancora una fonte energetica pulita, ma lo è potenzialmente.

Lo è sicuramente perché consuma meno risorse naturali (gas, carbone, legno, pellet, etc.) e gli apparecchi che la usano sono sempre più efficienti. Non lo è ancora perché buona parte dell’energia elettrica è ancora prodotta utilizzando risorse naturali (ci sono molti impianti in cui si brucia gas e carbone per realizzare energia elettrica).

Siamo in un periodo di transizione: cioè stiamo convertendo gli apparecchi che consumano risorse naturali in apparecchi elettrici e stiamo convertendo i sistemi di produzione dell’energia elettrica in sistemi che non prevedono l’utilizzo di risorse naturali (quindi dal gas e carbone al fotovoltaico, eolico, idroelettrico, etc.). Quindi la transizione elettrica ha una sua logica.

Questo pare essere un concetto che non capiscono (o fingono di non capire) le persone che sono contro l’elettrico. Affermano che è vero che le apparecchiature che utilizziamo inquinano poco ma che per produrre l’energia elettrica si inquina molto. Hanno ragione, per ora è così e lo sarà ancora per molto. Ma si chiama appunto transizione per qualche motivo.

Le macchine costruite durante la prima rivoluzione industriale (non mi riferisco alle automobili ma ai macchinari delle fabbriche) erano realizzate utilizzando i vecchi metodi (lavoro umano + lavoro animale). Questo fino a quando non sono state costruiti macchinari in grado di costruire altri macchinari. Col tempo avverrà la stessa cosa per la produzione di energia elettrica.

Chiusa questa riflessione, abbiamo evidenziato come ci sia un generico aumento del costo dell’energia (elettrica, metano e qualsiasi altra energia) dovuto a tante cause, tra cui anche la pandemia da cui stiamo uscendo.

Fino a poco tempo fa chi vendeva impianti di riscaldamento elettrici diceva che le bollette sarebbero diminuite. Ora forse non è altrettanto semplice fare questa affermazione, ma il dato di fatto è che in questo periodo in particolare è importante adottare uno stile di vita rispettoso dell’ambiente, razionalizzare i consumi (per diminuirli) e valutare in modo consapevole tra i vari fornitori di energia elettrica.

Chiudo questo articolo riportandoti una mia esperienza su questo ultimo aspetto: qualche mese prima dell’aumento dei costi dell’energia avvenuto a fine 2021 ho cambiato fornitore di energia elettrica perché pagavo bollette che mi sembravano esagerate per dimensioni della casa e utilizzo che ne facevo.

Con il passaggio al nuovo fornitore le mie bollette sono scese di circa il 40%.

Forse ne vale la pena.

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