ArredaClick



Il tavolo da giardino è ciò che più mi fa pensare a un piacevolissimo paradosso: alla freschezza dell’estate. Certo, lo so, l’estate è calda, ma ci sono dei momenti preziosi in cui si riesce a godere di un’aria che non esiste per tutto il resto dell’anno: l’atmosfera fresca del crepuscolo appena sceso, l’aria pungente della sera e della notte, la tregua dell’ombra di un ombrellone, di un gazebo, di un pergolato.
E perchè ci sono cose che soltanto d’estate sono piacevolmente fresche: bevande dai mille colori, frutta dolce e gustosa, gelati. E ovviamente, sotto a ogni pergolato, dentro a ogni gazebo, accanto a ogni ombrellone c’è un tavolo con un cocktail, con un contenitore per il ghiaccio e una bibita, con centrotavola pieni di frutta.
Il messaggio implicito è che se desideriamo creare un angolo di relax fresco e riposante, se vogliamo creare un rifugio che d’estate risulti accattivante e invidiabile, l’outdoor avrà bisogno di un tavolo. Anche piccolo per le occasioni più intime, se lo spazio è poco, ma deve esserci. E ovviamente nulla eguaglia l’effetto di un tavolo grande, per tanti ospiti e per tante cose buone, da mangiare e da bere.
Dunque quadrati, rettangolari o rotondi, l’importante è che all’esterno i tavoli ci siano, con un’attenzione particolare ai materiali: fibre naturali o sintetiche, metallo o laminato ad esempio, sono ideali per resistere all’incuria del tempo e delle intemperie e per essere rimessi a nuovo con pochi gesti.
Il tavolo Estate in metallo verniciato esprime esattamente il mio concetto evocativo della bella stagione a partire dal nome. Disponibile in diverse misure e forme, è l’ideale per resistere ai temporali estivi.

Il tavolo Icaro in rattan e piano in vetro si adatta a tutte le occasioni: a quelle più raccolte nella sua dimensione più piccola, a quelle più festose una volta allungato nella sua massima estensione. Ideale per trasmettere un senso di freschezza naturale.
Il tavolo 234 in laminato è invece una soluzione easy, adattissima all’aperitivo del tramonto o a una colazione mattutina guardando il cielo appena diventato azzurro.

Il tavolo Cetra in legno teak con piano in lamiera d’acciaio, con il suo intelligente sistema di allungamento, è il tavolo perfetto per cene all’aperto con tanti ospiti.



La libreria infatti è un arredo pensato appositamente per contenere il più possibile e per tenere in ordine soprattutto i libri; ma l’effetto finale di una libreria, quello che poi dovrebbe entusiasmare tutti gli assidui lettori appassionati, non è proprio quello che ci si aspetterebbe da un arredo minimal: il solo fatto di riempirsi e di mostrare tanti oggetti in una sola volta, trasforma la libreria in un oggetto anti-minimale. Soltanto una libreria chiusa da ante potrebbe non sfiorare questo concetto, ma potrebbe anche non assomigliare più a una libreria.
Tuttavia, ci sono librerie che mostrano un’anima minimale, non tanto per l’effetto finale che avranno una volta riempite, ma nelle linee con cui sono state concepite. Minimali intrinsecamente, minimali perchè rispondenti a regole e dettami particolari.
Il minimalismo prevede l’essenzialità: soltanto ciò che è strettamente necessario, senza fronzoli, senza giri di parole. Linee pulite, regolari, dalla precisione geometrica; colori neutri, mai troppo accesi; materiali leggeri visivamente, come il vetro, o trattati in modo da risultare riflettenti e quindi da ampliare lo spazio visivo ancor di più.
Ricorre quest’anno il 50esimo anniversario dell’icona per eccellenza delle sedie di design, la celeberrima Panton Chair di Vitra, non solo disegnata, ma fortemente voluta da Verner Panton, di cui porta degnamente il nome.
La Panton Chair è il frutto sudato e (è proprio il caso di dirlo) partorito, di un cammino lento, difficile, straordinariamente lungo, partito da un’idea geniale e concluso dal progresso che all’inizio degli anni ‘60 non era ancora pronto ad accogliere pensieri così rivoluzionari. Si comprende quindi come la Panton Chair non sia soltanto una sedia, per quanto possa essere definita La Sedia dell’era moderna, ma ha la stessa valenza di un sogno che si realizza.
Verner Panton concepisce l’idea di questa affascinantissima sedia in un tempo ormai non più precisato, forse tra il 1959 e il 1960, perso in qualche non-luogo, nelle pieghe del limite tra fantasia e realtà, come nelle favole più antiche. Il progetto del designer era quello di produrre una seduta basculante in plastica, da realizzare con un unico stampo.
Io credo che Verner Panton avesse in mente, quando elaborò quest’idea, il processo di lavorazione delle sculture così come lo concepiva Michelangelo, secondo cui dentro ogni blocco di marmo o di pietra la statua era già presente: bastava soltanto liberarla dalla prigione di materia inanimata che la circondava.
Dal prototipo alla produzione di massa passarono 7 lunghi anni: anni di tentativi, di fatiche, di disillusioni. Ma dal 1967, da quando la Panton Chair cominciò a essere prodotta in serie con Vitra, fu da subito un enorme successo. Che ripagò tutti gli sforzi, tutte le delusioni.
I primi modelli furono realizzati in poliestere rinforzato con fibroresina; successivamente si passò alla versione in poliuretano espanso e poi a un’altra versione ancora in Luran S stampato ad iniezione. Si scoprì poi che quest’ultimo materiale col tempo tendeva a deteriorarsi. Così dall’inizio degli anni ‘80, la Panton Chair viene realizzata con il processo di stampa con schiuma poliuretanica; oggi la si realizza con il procedimento di stampa a iniezione con polipropilene completamente riciclabile, più ecologico, avanzato ed economico.
Sono ormai anni che recensisco e posto immagini di case da tutto il mondo, case eleganti, case di lusso, case da sogno, case comunque sempre bellissime. E la percentuale di quelle che non sfoggiano almeno una Panton Chair in sala da pranzo o come oggetto-scultura in qualche angolo, è veramente esigua.
La Panton Chair è un simbolo, perchè ha portato l’innovazione dei materiali nei processi produttivi e nelle case, ma anche perchè ha portata freschezza ed emozione, grazie ai suoi colori e alle sue forme sinuose, fluenti, adattabili perfettamente al corpo umano. Tanto che dal 2006 viene anche prodotta nella versione Kids per i più piccoli.
La sedia Remake si ispira proprio a lei, alla Panton Chair, celebrando degnamente quei 50 anni di storia del design che l’hanno resa, credo di poter dire, la sedia più desiderata e acquistata al mondo.
Ecco allora che laddove un vuoto riesce funzionale e piacevole agli occhi, c’è la necessità di un elemento che funga da pieno per controbilanciare tale vuoto. E’ la legge dell’armonia, della stabilità, che peraltro si può anche decidere di violare apertamente.
Gli sgabelli tuttavia sono perfetti come complementi d’arredo, soprattutto in un contesto stilistico fortemente ispirato al moderno, proprio perchè possono contribuire in modo molto efficace a controbilanciare alcuni vuoti, oppure a portare volutamente la stabilità in una situazione di leggero, appena percettibile, eppure destabilizzante disequilibrio. Tanto destabilizzante quanto affascinante.
Non troppo ingombrante, ma quasi imponente nel suo profilo per definizione allungato, lo sgabello infatti è ideale per mostrarsi, ma senza esagerare, per rimanere discreto, ma anche per distinguersi. Talvolta lo sgabello è in grado anche di rendersi protagonista di un angolo di visuale, di una porzione di spazio, di una zona, proprio in virtù del disequilibrio visivo che potrebbe creare, oppure grazie a forme, colori e materiali che lo possono connotare come elemento piacevolmente fuori dal coro.
Nello stile d’arredo contemporaneo, gli sgabelli possono arrivare ad esprimere estetiche davvero sorprendenti, piene di fascino propositivo, di freschezza. Materiali vecchi e nuovi insieme, come metallo, poliuretano, policarbonato, metacrilato, creano superfici lucide, invitanti, mentre le forme più strane danno vita a fantasiose armonizzazioni, dove l’oggetto sgabello, nella sua particolarità, diventa l’elemento scatenante di una diversità che ben si sposa con un arredamento lineare, composto, a tratti minimale.
Lo sgabello Freehand di Colico Design è un esempio di questa diversità “formale”, dell’essere protagonista a causa di un’originalità squisitamente moderna, fatta di sagome fuori dal comune, di sostanza e di decorazioni di grande gusto.

Lo sgabello Geo è un altro esempio di forma curiosa, accattivante, che insieme a colori accesi e vivi, è in grado di attirare fortemente l’occhio e l’interesse.
Lo sgabello Frog si mostra come una presenza discreta fortemente caratterizzante, grazie alla sua forma minimale, ma anche ai colori disponibili che non passano certo inosservati.
Anche lo sgabello Fly non passa inosservato: la sua geometria quasi irregolare, la lucentezza del metallo cromato, la vivacità dei suoi colori lo rendono il potenziale protagonista di un ambiente minimale.
La televisione ormai è un abitante della casa a tutti gli effetti; che se ne faccia un uso preponderante o un cosiddetto uso “ambientale”, cioè di sottofondo, essa è diventata volenti o nolenti parti integrante della vita quotidiana domestica, elemento immancabile come le sedie o il letto. Senza la tv una casa non si riesce più a chiamare tale.
E in barba ai naturalisti che vorrebbero tornare al passato delle caverne, nonchè ai critici della televisione d’oggi (che per carità potrebbe sicuramente migliorare i contenuti, ma che costituisce un mezzo di comunicazione senza pari e per questo sfruttabile in molteplici e utili maniere), io proclamo la positività della presenza indispensabile della tv in casa.
Perchè? Perchè la tv non solo fa compagnia a chi abita solo, non solo è un mezzo di contatto con la realtà, ma è anche il nostro principale cantastorie. Colori, suoni, immagini riempiono così i nostri salotti, le nostre cucine, le nostre camere. Folle di gente entrano in casa nostra, se noi vogliamo farle entrare.
La tv ci racconta delle storie, quelle che sono il motore della nostra esistenza: pensateci bene, senza storie, senza racconti, senza fatti più o meno reali da apprendere e discutere, da assaporare e rivivere, cosa ne sarebbe della nostra immaginazione? La nostra vita può essere piena e densa, ma sono le storie che apprendiamo con meraviglia che la rendono speciale.
Così la tv è uno dei motori della nostra immaginazione, indipendentemente dell’uso che se ne fa, che oggi può essere il più vario grazie alle nuove tecnologie. Per questo il televisore è diventato il fulcro della casa, il classico fuoco intorno a cui la famiglia si riunisce, proprio come una volta, ad ascoltare storie.
Quando gli spazi in casa sono ampi, aperti, quando le funzioni degli ambienti si compenetrano in un unico luogo, questo centro che è la tv potrebbe non trovare più la sua collocazione ideale: visibile magari solo dal divano, diventa inguardabile dalla cucina, che fa parte dello stesso ambiente, oppure diventa difficile da vedere dal tavolo da pranzo, sempre facente parte dello stesso living.
Ecco che ci vengono in aiuto in questi casi proprio loro, i porta tv girevoli: arredi polifunzionali, in qualche modo salvaspazio, regolabili secondo le esigenze e soprattutto discreti, non invadenti nell’effetto estetico globale.
Individuando i punti strategici di ambienti grandi come living e open space, i porta tv diventano i mezzi per potersi riunire intorno al fuoco ovunque ci si trovi. E per poter ascoltare tutte le storie che si desidera sentire e vedere, cucinando, oppure mangiando oppure ancora rilassandosi in poltrona.
Il porta tv girevole Panel 90°, con tutto il suo stile estetico, è in grado di ruotare il televisore fino a 90°, consentendone la visione da almeno due angolazioni diverse.
Il porta tv Vision oltre che girevole, è regolabile anche in altezza, in modo da essere visibile anche da posizioni differenti: seduti sul divano, seduti a tavola o in piedi al piano di lavoro della cucina.
Il porta tv Vision rotondo e girevole irrompe invece nell’arredamento di una zona giorno, diventandone protagonista e creando allo stesso tempo un’alcova privilegiata per la fonte principale delle nostre storie quotidiane.
Il concetto stesso di salotto nasce dal divano in pelle: forse non è proprio un’affermazione storicamente corretta, ma risulta vera e vivida nell’immaginario comune.
Soprattutto se pensiamo a quei luoghi, talvolta un po’ fumosi e un po’ sfocati, ma proprio per questo profondamente affascinanti, da cui il salotto ha preso il suo nome: i salotti erano luoghi eletti, posti in cui personaggi spesso poi diventati celebri si riunivano per parlare, per creare, per respirare arte. Quando ancora non sapevano di essere in procinto di divenire patrimonio culturale dell’umanità.
Era il Settecento, ma anche l’Ottocento. Dentro i salotti è stata scritta la Storia, ad esempio quella delle rivoluzioni, dall’eclatante e cruciale Rivoluzione Francese del 1789, a quelle meno conosciute ma ugualmente radicali, come quella napoletana del 1799.
Dentro i salotti sono stati inventati nuovi stili di vita: nei salotti si fumava, dettando un nuovo costume, si giocava e si decidevano le mode in fatto di abbigliamento.
Dentro i salotti sono state scritte poesie; dentro i salotti sono state composte e suonate, e ascoltate e assaporate le musiche tra le più belle mai scritte e udite. E chi stava lì, seduto su quei divani, forse di pelle, forse no, quelle musiche le ha sentite scaturire direttamente dalle mani del loro illustre artista. Sto parlando di Rossini, di Mozart, di Verdi.
Dentro i salotti si consumavano tutte quelle storie e quei retroscena, magari non ricordati da libri ed enciclopedie, ma che hanno sconvolto animi e vite intere: quante tresche, quanti incontri, quanti incroci e quante coincidenze. I salotti erano la vita mondana, i salotti erano tutto l’intrattenimento possibile, i salotti erano libertà.
Mi sembra di vederli, quei personaggi misteriosi che tramano, o quelli allegri che ridono e declamano poesie, dietro a una leggera cortina di fumo, seduti sul divano in pelle Dustin (che per l’occasione non mostrava certo piedini in acciaio cromato..), imponente, vissuto e quasi trascurato dalla vita che gli aleggava leggiadra intorno.

Mi sembra di sentire le note dei “Péscés de vieillesse” provenire dalle dita magistrali di un Rossini un po’ attempato, nella sua casa vicino a Parigi, mentre sto seduta su un divano in pelle come Chester.

Mi sembra di poterli immaginare, Eleonora Pimentel Fonseca e Francesco Caracciolo, mentre seduti sul divano in pelle Harrison scrivono il manifesto della fuggevole Repubblica Napoletana.
A voi non sembra di poter evocare tutto un altro mondo, tutta un’altra atmosfera proprio nel vostro “salotto”, respirando la stessa libertà, la stessa mondanità, la stessa storia di allora, con un divano in pelle come questi?



























