14 Gennaio 2026 / / Romina Sita

Se sei una home stylist (o aspirante tale) una progettista o una creator nel mondo dell’interior, e ultimamente ti stai chiedendo se l’AI (Intelligenza Artificiale) possa “soffiarti” il lavoro… fermati un attimo.

In questo articolo voglio condividere con te una riflessione profonda sull’AI, sulla creatività e sul valore umano nel nostro lavoro.
Non è un attacco alla tecnologia (anzi), ma uno sguardo lucido e consapevole su cosa può fare l’AI e cosa, invece, non potrà mai sostituire.

Ti racconterò anche una mia esperienza personale, perché questa trasformazione l’ho vissuta già una volta. E forse, proprio per questo, oggi guardo all’AI con meno paura e più consapevolezza.

E se l’AI rubasse il lavoro di noi home stylist?

Parliamoci chiaro: la paura è reale.

Nel nostro settore l’AI oggi può:

  • Generare immagini di interni in pochi secondi
  • Proporre palette, stili, mood
  • Creare infinite idee di ambienti “perfetti”

Ed è normale chiedersi:

“Ma allora a cosa servo io?”
“Un cliente potrà farsi il progetto da solo?”
“Ha ancora senso il mio lavoro?”

Il problema non è l’AI in sé.
Il problema è la sensazione di diventare improvvisamente sostituibili, di vedere anni di esperienza messi in discussione da un prompt.

Ed è qui che nasce il vero fastidio: non tanto la tecnologia, ma il timore di perdere valore, identità e unicità.

Un mondo pieno di immagini… tutte uguali

Ora prova a immaginare questo scenario.

  • Tutti usano l’AI.
  • Generano immagini bellissime, perfette, patinate.
  • E seguono gli stessi prompt, gli stessi trend, gli stessi stili.

All’inizio è wow.
Poi diventa tutto uguale.

Ed è esattamente quello che succede ogni volta che una tecnologia diventa accessibile a tutti: non distingue più, omologa.

In un futuro così, la vera differenza non sarà chi usa l’AI, ma chi riesce a non diventare una copia dell’AI.

Il déjà-vu del 3D (e perché mi ha insegnato tanto)

Questa sensazione io l’ho già vissuta.

Per 13 anni ho lavorato in un’azienda di fotografia, poi ho vissuto in prima persona l’arrivo del 3D nelle immagini di ambientazioni per brand ceramici.

All’inizio il 3D era incredibile:

  • Veloce
  • Flessibile
  • Niente noleggi di arredi
  • Grandi risparmi

Ma aveva un problema: sembrava finto.

Sempre.

Sai cosa facevamo?
Dopo aver renderizzato le immagini, le “sporcavamo” con Photoshop per renderle più reali.
In pratica: usavamo la nuova tecnologia… per farla assomigliare alla precedente.

E la fotografia?
Non è mai scomparsa.
Si è evoluta. È diventata più artistica, più concettuale, più emotiva.

Il metodo: ciò che l’AI non potrà mai copiare

Al Marketers World 2025 ho sentito una frase che mi è rimasta impressa più di tutte:

“La tecnologia batte la tecnica.
La tecnica passa, il metodo resta.”

All’inizio può sembrare astratta, ma in realtà spiega perfettamente quello che sta succedendo oggi con l’AI.
E per capirlo davvero, dobbiamo fare un piccolo passo indietro, con l’esempio dell’evoluzione delle tecniche creative.

La pittura nasce migliaia di anni fa come mezzo per rappresentare la realtà
pittura-antica

Era una tecnica.
Un’abilità manuale che permetteva all’essere umano di lasciare tracce, raccontare, immortalare ciò che vedeva.

Poi, all’inizio del XIX secolo, arriva la fotografia
fotografia_antica

Per la prima volta la realtà non viene più interpretata: viene catturata, così com’è.

Cosa succede?
La pittura, dal punto di vista tecnico, viene superata.
La fotografia è più veloce, più precisa, più “oggettiva”.

Ma la pittura non scompare.

Si trasforma.

I pittori smettono di cercare la copia fedele della realtà e iniziano a reinterpretarla:

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Picasso scompone e ricostruisce il mondo con il cubismo.

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Monet cattura luce e atmosfera con l’impressionismo.

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Van Gogh trasforma emozioni e percezioni in colore e movimento

Non rappresentano più la realtà.
La ri-immaginano.

Poi, negli anni ’90, arriva il 3D
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Render 3D – Romina Sita

Immagini sempre più simili al reale, con un enorme vantaggio: puoi creare tutto senza che esista davvero.
E qui noi stylist lo sappiamo bene: il 3D è (ed è stato) uno strumento potentissimo per far immaginare un progetto.

Dal punto di vista tecnico, anche il 3D “batte” la fotografia:

  • Più flessibile
  • Più controllabile
  • Meno costoso

Eppure… non ha mai sostituito davvero la fotografia.

Perché?

fotografia-emozionale

Perché anche la fotografia si è evoluta:
è diventata più concettuale, più artistica, più emotiva.

Il fotografo oggi non è solo un tecnico che scatta.
È un autore che comunica, racconta, crea connessioni.

E poi, nel 2022, arriva l’Intelligenza Artificiale nel quotidiano
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Interno generato con l’AI

Alla portata di tutti.
Con un prompt puoi fare quasi tutto: immagini, mood, ambienti, stili.

Pittura, fotografia, 3D, immagini AI sono tutte tecniche.

Quello che cambia è come realizzi qualcosa.

Quello che resta è perché lo fai e come lo pensi.

Ed è qui che entra in gioco il metodo.

Il metodo è quella cosa invisibile che fa tutta la differenza:

  • Osservare davvero
  • Capire un’esigenza
  • Interpretare un contesto
  • Trasformare bisogni (spesso non esplicitati) in un progetto coerente, armonioso e funzionale

Il metodo è ciò che guida le scelte:

  • Perché quella palette funziona per quella persona
  • Perché quel mood racconta quello spazio
  • Perché quel dettaglio ha senso lì e non altrove
  • Perché un ambiente “funziona” davvero, non solo in foto

L’AI può generare infinite immagini.
Ma non ha metodo.

Non pensa, non sente, non osserva.
E soprattutto non crea con intenzione, ma per combinazione.

Il metodo è la tua testa, la tua esperienza, il tuo occhio, la tua sensibilità, la tua personalità.
E questo, per fortuna, non si copia, non si genera e non si improvvisa.

Autenticità vs perfezione: perché il “finto” allontana

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Donna generata con l’AI

Ultimamente vedo sempre più creator usare avatar AI, video parlati generati artificialmente, immagini perfette.

Comodo? Sì.

Impressionante? Sì.

Ma poi mi torna sempre in mente una sensazione che ho provato già con il 3D e che oggi provo con l’AI:

“Bella! Ah ma aspetta… è fatta con l’AI!”

Quello stupore che si blocca subito come per dire:

“Wow, che bella… sì ma purtroppo non esiste davvero.”
“Che brava che è stata quella persona… sì ma per realizzarla ha preso una scorciatoia… sono capaci tutti!”

Ecco. Questo è quello che penso ogni volta che vedo un’immagine troppo perfetta, troppo artificiale. Anche se dietro c’è una persona reale, il contenuto sembra “scorciatoia” e la percezione cambia: non genera fiducia, non emoziona davvero.

Già l’online crea barriere enormi a livello di empatia.

Contenuti troppo perfetti le rafforzano ancora di più.

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Donna senza AI

Credo fermamente che ci sarà un ritorno al vero.

Anzi, vedremo l’accentuazione dell’imperfezione come segnale di autenticità: un capello volutamente lasciato fuori posto, un movimento improvvisato, un dettaglio imperfetto… diventeranno strumenti per comunicare che ciò che vediamo è reale, umano e affidabile.

Mi ha colpito molto il “test” di Rachele Rossi: stesso video, stesso script.
Uno truccata, uno struccata.

Quello struccato ha performato meglio.

Perché?
Perché le persone cercano autenticità, non perfezione.

Attenzione però:

  • Autenticità sì
  • Trasandatezza no

Le imperfezioni non devono essere estetiche per forza.
Possono essere:

  • Un gesto spontaneo
  • Una voce che tentenna
  • Il tuo modo unico di raccontare e progettare

Le persone hanno bisogno di autenticità, di persone reali e non perfette.

Reali e imperfette come le persone che consumano i contenuti online.

Per immedesimarsi, sentirsi ascoltate e capite (ed è così che attrarremo persone affini a noi e al nostro servizio di consulenza online, non solo per “vendere”, ma anche per generare la trasformazione che promettiamo e, che noi in primis, desideriamo che avvenga.

La vera sfida (e cosa fare ora)

L’AI non è il nemico.

È un acceleratore, un amplificatore.

La vera sfida non è competere con l’AI, ma non perdere te stessa.

Usala.
Sfruttala.
Alleggerisci il lavoro dove serve.

Ma non delegarle:

  • Il pensiero
  • L’interpretazione
  • La relazione
  • Il metodo

Per distinguerti e farti ricordare, il tuo lavoro non deve sembrare “perfetto”, ma vero.
Costruisci fiducia e mostra che dietro c’è una persona reale.

Se questo articolo ti ha fatto riflettere, scrivimi (in DM su Instagram o qui sotto nei commenti): mi piace confrontarmi su questi temi, perché il futuro del nostro lavoro si costruisce con consapevolezza, non con paura.

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L’articolo Perché l’AI non potrà mai rubare il lavoro alle home stylist sembra essere il primo su Romina Sita.

14 Gennaio 2026 / / La Gatta Sul Tetto

Artek festeggia i suoi 90 anni riproponendo una selezione delle icone firmate da Alvar Aalto, uno dei grandi maestri del design. Una prova che il grande design non passa mai di moda.

icone firmate da Alvar Aalto
Crediti: foto Joachim Wichmann, © Copyright Artek, per gentile concessione di VITRA INTERNATIONAL AG

Artek, l’azienda finlandese fondata nel 1935 da Alvar e Aino Aalto, Maire Gullichsen e Nils-Gustav Hahl, ha appena compiuto 90 anni.

Per l’occasione, il brand ha selezionato alcune icone del suo archivio storico per rilanciarle sul mercato. Usciti dalla produzione da molti anni, arredi e complementi ritrovano vita in una edizione limitata di grande prestigio.

La visione innovativa dell’azienda, nata con lo scopo di promuovere uno stile di vita moderno di impronta minimalista, ha dato vita ad oggetti che restano sempre attuali.

Le icone firmate da Alvar Aalto nelle case contemporanee

Basta dare un’occhiata a Screen 100, un oggetto nato come paravento nel 1936, che oggi trova posto come elemento per dividere con stile gli spazi. Artek lo ripronone in una versione versatile, grazie alle 4 altezze disponibili, da 100cm fino a 180. Perfetto per delimitare l’ingresso in assenza di disimpegno, o per separare aree specifiche negli open space.

La madia Cabinet 250, nata come “mobile da cocktail”, grazie alle linee essenziali ed all’estrema semplicità delle finiture, si può inserire in qualsiasi ambiente. Perfetta per arredare la zona pranzo, diventa un contenitore per stoviglie pratico e discreto.

Nato come evoluzione del celebre L-leg, lo sgabello Stool X602 sfoggia la mitica “gamba a ventaglio”, un vezzo decorativo che nasce da un problema tecnico. La giuntura tra gamba e seduta non poteva essere più poetica.

Lo sgabello è declinato in due modelli, uno con finitura color miele e uno con seduta miele e gambe in legno naturale.

Leggi altri articoli sulle icone del design

14 Gennaio 2026 / / Coffee Break

Ci sono spazi che comunicano qualcosa nel giro di pochi istanti, ancora prima
che si riesca a capire perché.
Succede in pochi secondi, spesso appena varcata una soglia.

È successo anche questo weekend. Dopo una lunga giornata passata all’aperto,
approfittando della prima neve, ci siamo rifugiati in una nuova
bar-pasticceria che, almeno sulla carta, prometteva bene. Tutto era al suo
posto: i colori “giusti” per questo tipo di locale – rosa cipria, verde,
boiserie –, i tavolini in marmo (beh effetto marmo), le gambe di tavoli e
sedie color bronzo. Un immaginario già visto, rassicurante, apparentemente
curato.

Eppure la sensazione che arrivava era di… tristezza, di occasione mancata.
Un ambiente che avrebbe dovuto essere accogliente risultava invece squallido,
incompiuto.
Non mancavano gli elementi, mancava una visione. Si percepiva l’assenza di un
progetto capace di governare colore e spazio come un sistema unico, non come
una semplice somma di scelte “giuste”.

Quella sensazione iniziale, così immediata, è il risultato di un equilibrio
percettivo che si costruisce – o si perde – attraverso scelte precise che
riguardano il modo in cui il colore dialoga con le superfici, le profondità e
la luce, trasformando uno spazio da “contenitore” a “luogo vissuto”.

Lo spazio non è neutro

C’è un equivoco piuttosto diffuso quando si parla di progettazione degli
interni: pensare che le dimensioni di uno spazio coincidano con la sua
percezione. In realtà, chi vive e attraversa un ambiente non ne legge i “metri
quadrati”, ma le proporzioni, le profondità, le relazioni tra superfici.

Ed è qui che entra in gioco uno degli strumenti più potenti – e spesso
sottovalutati – del progetto: il colore.

Agendo cromaticamente su pareti, soffitti e fondi prospettici, è possibile
alterare la percezione dello spazio senza modificarne la geometria.

Accorciare, allungare, ampliare: il colore come strumento spaziale

Un ambiente lungo e stretto, ad esempio, può risultare visivamente ancora più
penalizzante se trattato in modo uniforme. Al contrario, intervenire sulla
parete di fondo con un colore più scuro o saturo contribuisce a “portarla in
avanti”, riducendo la sensazione di profondità e rendendo lo spazio più
raccolto.

Allo stesso modo, colorare le pareti laterali e mantenere chiaro il fondo può
allungare visivamente un ambiente corto, accompagnando lo sguardo in
profondità. Non si tratta di illusioni ottiche fini a sé stesse, ma di
strategie percettive che un progettista utilizza per ristabilire
equilibrio.

Il soffitto: il grande dimenticato

Uno degli elementi più trascurati nella progettazione cromatica è il soffitto.
Eppure, basta poco per cambiarne radicalmente la percezione.

Un soffitto scuro tende ad abbassarsi visivamente, rendendo l’ambiente più
intimo e raccolto; uno chiaro, soprattutto se in continuità con le pareti,
amplifica l’altezza percepita. In spazi di passaggio, corridoi o ambienti
molto alti, il colore in quota diventa un vero e proprio strumento di
controllo spaziale.

Stringere o allargare: quando le pareti guidano lo sguardo

Intervenire cromaticamente sulle pareti laterali può “stringere” o “aprire”
uno spazio. Pareti scure ai lati e fondo chiaro enfatizzano l’asse centrale;
pareti chiare e fondo più marcato allargano il campo visivo.

Sono soluzioni particolarmente efficaci in ambienti complessi, dove la pianta
non aiuta e il progetto deve lavorare sulla percezione più che sulla forma.

Compattare e dare carattere

In alcuni casi l’obiettivo non è ampliare, ma compattare: rendere uno spazio
troppo dispersivo più coerente, più leggibile, più abitabile. Qui il colore
diventa collante, materia progettuale che unifica superfici e volumi.

Un ambiente trattato con una palette continua, magari profonda e materica,
perde la frammentazione e acquista identità. Non è una questione di gusto, ma
di intenzione progettuale.

Mettere a fuoco: il colore come strumento di gerarchia

Infine, il colore serve anche a far emergere. Una parete, una nicchia, un
fondale possono diventare elementi focali semplicemente grazie a un
trattamento cromatico differenziato. In questo caso il colore non modifica
tanto lo spazio, quanto la sua lettura: guida lo sguardo, costruisce una
gerarchia, racconta una funzione.

Oltre le regole: il colore come atto consapevole

Ripensando a quel bar pasticceria, la sensazione iniziale diventa più chiara.
Non era una questione di gusti o di mode sbagliate. Era una questione di
percezione, di proporzioni non governate, di colori utilizzati senza una
strategia spaziale, di superfici che non dialogavano tra loro, quando manca
una regia consapevole, anche gli ambienti più promettenti finiscono per
trasmettere un senso di occasione persa.

When Color Changes Space

There are spaces that communicate something within just a few moments, even
before we manage to understand why.
It happens in seconds, often the instant we cross a threshold.

It happened this weekend as well. After a long day spent outdoors, enjoying
the first snowfall, we took refuge in a new bar and pastry shop that, at least
on paper, seemed promising. Everything was in its place: the “right” colors
for this type of venue — powder pink, green, boiserie — marble tables (or
rather, marble-effect), bronze-colored table and chair legs. A familiar,
reassuring imagery, apparently well curated.

And yet the prevailing feeling was one of sadness, of a missed opportunity. A
space that should have felt welcoming instead came across as bleak,
unfinished.
Nothing was missing in terms of elements; what was missing was a vision. You
could sense the absence of a project capable of governing color and space as a
single system, rather than as a simple sum of “correct” choices.

That initial, immediate sensation is the result of a perceptual balance that
is built — or lost — through precise decisions. Decisions that concern the way
color interacts with surfaces, depths, and light, transforming a space from a
mere “container” into a “lived place.”

Space Is Not Neutral

There is a fairly common misconception in interior design: the idea that the
dimensions of a space coincide with its perception. In reality, those who
inhabit and move through an environment do not read its square meters, but its
proportions, its depths, and the relationships between surfaces.
And this is where one of the most powerful — and often underestimated — tools
of design comes into play: color.
By acting chromatically on walls, ceilings, and perspective backdrops, it is
possible to alter the perception of space without modifying its geometry.

Shortening, Lengthening, Expanding: Color as a Spatial Tool

A long, narrow space, for example, can feel even more penalizing if treated
uniformly. On the contrary, intervening on the back wall with a darker or more
saturated color helps to visually “pull it forward,” reducing the sense of
depth and making the space feel more contained.
Similarly, coloring the side walls while keeping the back wall light can
visually lengthen a short space, guiding the eye into depth. These are not
optical tricks for their own sake, but perceptual strategies that a designer
uses to restore balance.

The Ceiling: The Great Forgotten Element

One of the most neglected elements in chromatic design is the ceiling. And
yet, very little is needed to radically change its perception.
A dark ceiling tends to visually lower itself, making the environment more
intimate and enclosed; a light one, especially when continuous with the walls,
amplifies the perceived height. In transitional spaces, corridors, or very
tall rooms, color overhead becomes a true tool of spatial control.

Narrowing or Widening: When Walls Guide the Gaze

Chromatic interventions on the side walls can “narrow” or “open up” a space.
Dark walls on the sides with a light back wall emphasize the central axis;
light walls and a more pronounced back wall widen the field of vision.
These solutions are particularly effective in complex environments, where the
floor plan does not help and the project must work on perception rather than
form.

Compacting and Giving Character

In some cases, the goal is not to expand but to compact: to make an overly
dispersed space more coherent, more legible, more livable. Here, color becomes
a binding element, a design material that unifies surfaces and volumes.
An environment treated with a continuous palette, perhaps deep and material,
loses fragmentation and gains identity. This is not a matter of taste, but of
design intent.

Bringing into Focus: Color as a Tool of Hierarchy

Finally, color also serves to make elements stand out. A wall, a niche, a
backdrop can become focal points simply through differentiated chromatic
treatment. In this case, color does not so much modify the space as its
reading: it guides the gaze, builds a hierarchy, and tells a function.

Beyond Rules: Color as a Conscious Act

Thinking back to that bar and pastry shop, the initial sensation becomes
clearer. It was not a matter of taste or misguided trends. It was a matter of
perception: of unmanaged proportions, of colors used without a spatial
strategy, of surfaces that failed to dialogue with one another. When a
conscious direction is missing, even the most promising spaces end up
conveying a sense of a missed opportunity.