4 Settembre 2026 / / La Gatta Sul Tetto

Il passaggio dall’antichità classica al Medioevo rappresenta uno dei più vistosi “saliscendi epocali” nella storia dell’igiene e della cultura del bagno. Pregiudizi, superstizioni e carenza di manutenzione delle reti idriche pregiudicarono la cultura dell’igiene nel Medioevo.

igiene nel Medioevo
Giusto de Menabuoi, affreschi nel battistero del Duomo di Padova, particolare dalla Nascita di S. Giovanni Battista, 1376

Come abbiamo visto nell’articolo sul bagno nell’antichità classica, il bagno era indissolubilmente legato alla salute, alla socialità e allo stato sociale. I Greci si affidavano alla dea Igea per preservare la salute attraverso la cura del corpo. Per i romani recarsi regolarmente alle terme era un dovere sociale, e tutti potevano usufruire dei bagni pubblici.

La Caduta dell’Impero e la fine della civiltà del bagno

Con il crollo dell’Impero Romano d’Occidente, nel V sec. d.C. si assistette alla fine della “civiltà del bagno”. Le prime strutture ad andare in rovina furono proprio i sistemi idraulici, gli acquedotti e le fognature. Senza manutenzione e senza le conoscenze tecniche e ingegneristiche necessarie, le grandi terme smisero di funzionare e le condotte fognarie vennero progressivamente abbandonate, portando a un drastico peggioramento delle condizioni igienico-sanitarie.

Ma la mutata percezione del corpo, introdotta dal Cristianesimo, aveva già incominciato a incrinare il culto dell’igiene ancor prima della fine dell’Impero. Si era insinuato il pregiudizio verso il bagno, non tanto per un’ostilità verso la pulizia in sé, quanto per il timore del peccato e della promiscuità che caratterizzavano i bagni romani. 

Tuttavia, nell’alto Medioevo, la memoria degli usi e costumi antichi sopravviveva, come testimoniano le “raccomandazioni” di alcuni rappresentanti della Chiesa. San Benedetto (Norcia, 2 marzo 480 – Montecassino, 21 marzo 547) raccomandò ai suoi seguaci di fare il bagno “assai di rado”, specialmente ai giovani e a chi era in buona salute.

Papa Gregorio Magno (Roma, 540 circa – Roma, 12 marzo 604), concesse il bagno la domenica, ma senza indugiare nella durata. Nel 745, San Bonifacio proibì i bagni promiscui e poi quelli pubblici, definendoli “seminaria venenata” (focolai del vizio).

Un terzo fattore che contribuì a distruggere la cultura del bagno proveniva dalla paura dei contagi. Del resto, con la scarsa igiene generale i virus e i batteri che portavano ad esempio la peste e il colera, proliferavano senza ostacoli.  

Dopo l’anno Mille iniziò a diffondersi una teoria medica basata sulla credenza che l’acqua (specialmente quella calda) fosse nociva per la salute. Si pensava che il calore dilatasse i pori della pelle, permettendo all’aria infetta (“miasmi”) e alle malattie di penetrare nel corpo, rompendone l’equilibrio umorale.

Per questo motivo, si raccomandava di limitare la detersione con acqua solo a mani e viso, mentre per il resto del corpo si praticava la “toilette asciutta”,  ovvero si sfregava la pelle con un panno asciutto.

I monasteri e la trasmissione dell’eredità antica

Pare che le cose andassero diversamente nei monasteri e nelle abbazie, nonostante le raccomandazioni rivolte al popolo.

La maggior parte di questi complessi sorgeva sulle rovine di strutture romane, come terme, domus, villæ o fortificazioni. I monaci ripararono e sfruttarono cisterne per l’acqua, impianti idrici e latrine preesistenti.

Per esempio i monaci potevano usufruire del lavatorium“, un grande lavabo in pietra, per lavarsi le mani prima di ogni pasto. Il lavatorioum poteva essere addossato a un muro del chiostro o trovarsi all’interno di un piccolo edificio isolato, con un bacino circolare o ottagonale al centro. L’acqua scorreva attraverso condutture in piombo e, talvolta, erano presenti persino rubinetti in bronzo.

Anche la gestione delle necessità fisiologiche era facilitata dalla presenza delle opere ingegneristiche antiche. Gli edifici delle latrine erano solitamente posizionati alle spalle del dormitorio. All’interno, le sedute erano affiancate e separate da divisori in legno. Sotto i sedili scorreva un canale di scarico che convogliava i rifiuti in un corso d’acqua vicino, per garantire un flusso costante per allontanare i rifiuti.

Igiene nel Medioevo: la scomparsa della stanza da bagno

La rovina delle reti idriche e il cambiamento degli usi e costumi portò all’inevitabile scomparsa della stanza da bagno, a favore del bagno “itinerante”. 

Nelle dimore dei ricchi e nei castelli, ci si concedeva di tanto in tanto un bagno caldo, ma in assenza di tubature e di uno spazio dedicato, si allestivano grandi tinozze o catini di legno portatili, spesso foderati internamente con teli di tessuto per evitare che le schegge irritassero la pelle. L’acqua, debitamente riscaldata, veniva profumata con erbe aromatiche, rose e fiori.

La collocazione delle vasche variava in base alla stagione. In estate la vasca veniva posizionata all’esterno, in giardino, mentre in inverno veniva collocata all’interno, vicino a un camino acceso o direttamente nella camera da letto, circondata da tendaggi e panni sospesi per trattenere il calore e garantire la privacy.

Questa operazione richiedeva una grande quantità di legna per scaldare l’acqua e l’impiego di diversi servitori per trasportarla e riempire la vasca. Quando i signori viaggiavano, portavano con sé la vasca e un servitore dedicato esclusivamente alla preparazione dell’acqua calda.

I popolani, non potendosi permettere questi costi, usavano spesso una semplice botte tagliata a metà, rendendo il bagno completo un evento raro riservato a occasioni speciali.

Per la toilette asciutta invece, che si praticava quotidianamente, gli aristocratici iniziarono a utilizzare brocche e catini di terracotta oppure smaltati e decorati. L’attrezzatura per il bagno è dunque ridotta ai minimi termini.

Il (breve) ritorno dei bagni pubblici

Tra l’XI e il XIII secolo tutta l’Europa vide una vera e propria rinascita delle strutture balneari pubbliche, chiamate comunemente “stufe” o “balnea”. Forse questo revival fu una conseguenza delle Crociate, grazie alle quali gli europei scoprirono gli hammam in Medio Oriente.

Tuttavia, questi bagni pubblici non somigliavano lontanamente alle terme antiche o agli hammam. Si trattava di semplici stanze attrezzate con tinozze di legno e una stufa che aveva lo scopo di riscaldare e di generare il vapore per la sauna. 

Miniatura a illustrazione del manoscritto tratto dai Facta et dicta memorabilia di Valerius Maximus (I sec. D.C.) Fiandre, XV sec.

Chi si recava in questi bagni pubblici poteva lavarsi, mangiare, bere, condurre affari e assistere a spettacoli musicali. Purtroppo la rinascita del bagno pubblico ebbe vita breve, e già alla metà del Quattrocento erano solo un ricordo. L’arrivo della Peste Nera svuotò gli stabilimenti per la paura del contagio, e in seguito la Chiesa ne impose la chiusura per motivi morali. Infatti, molti di questi bagni pubblici avevano stanze appartate destinate a festini più o meno leciti.

Il problema delle latrine per la salute pubblica 

Nelle abitazioni private, che fossero povere o ricche, lo smaltimento i bisogni fisiologici era un problema per la salute pubblica.

In mancanza di fognature, tutto finiva nei corsi d’acqua o, peggio, nelle pubbliche vie. I rifiuti venivano raccolti in vasi che si svuotavano semplicemente gettandoli dalla finestra. Nel XIII sec. molte amministrazioni cittadine vietarono la pratica nelle ore diurne, ma le strade restavano comunque sporche e maleodoranti.

A partire dal XVI sec. Iniziarono a diffondersi le cosiddette “comode” o “sedie di agiamento”. Si trattava di grossi seggioloni con un foro nella seduta, e con un vano sottostante nel quale si collocava il vaso per raccogliere i bisogni. Con il tempo queste sedie si trasformarono in veri e propri gioielli di ebanisteria, con intagli e intarsi, e le sedute si arricchirono di imbottiture rivestite di paglia o di tessuto.

Questo mobilio lo vedremo nel suo massimo splendore nella prossima puntata, visto che era di gran moda a Versailles.

I castelli e i palazzi cittadini dei più abbienti erano dotati di strutture architettoniche integrate chiamate “garderobes“. Si trattava di piccoli vani ricavati nello spessore del muro, che sporgevano sporgevano spesso dalle mura esterne. La latrina consisteva in un sedile, in pietra o in legno, con un buco dal quale i bisogni cadevano per gravità nei fossati, in fosse di raccolta, nei corsi d’acqua circostanti o nella pubblica via.

Contrariamente a quanto si pensa, in alcune città erano presenti le latrine pubbliche, spesso collocate alle estremità dei ponti. Naturalmente il principio dello smaltimento resta lo stesso: caduta per gravità e dove finisce finisce.

Latrina, particolare da Proverbi fiamminghi, di Pieter Brueghel il Vecchio, 1559

Una piccola nota: al posto della carta igienica, si usavano foglie di cavolo, oppure scampoli di tessuto, mentre i più abbienti potevano permettersi la stoppa di lino.

In sintesi, la transizione dall’antichità classica al Medioevo segnò la perdita dell’igiene intesa come “servizio pubblico strutturato” e la sua ritirata nella sfera strettamente privata, domestica ed elitaria.

Qui puoi leggere tutti gli articoli dedicati alla storia della casa e dell’arredo, nonché le altre puntate della serie sull’evoluzione del bagno.

3 Settembre 2026 / / Dettagli Home Decor

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Casa brutalista in Versilia: quando il cemento diventa racconto d’autore

C’è un punto, in Versilia, dove un vecchio oleificio trasformato in atelier di scultura è diventato oggi una casa brutalista capace di raccontare, senza rinnegarla, la propria storia industriale. Il progetto si chiama PTS_A ed è firmato dall’architetto Alessandra Bartali, che ha scelto il cemento come materia prima e come linguaggio, trasformando un fabbricato del passato in un’abitazione contemporanea dal carattere scultoreo.

Siamo a Capezzano Pianore, tra Marina di Pietrasanta e Lido di Camaiore, in un territorio che negli ultimi decenni è diventato terreno fertile per architetture d’autore capaci di dialogare con la memoria dei luoghi. È qui che prende forma questa casa brutalista, in cui ogni intervento nasce dal rispetto per la struttura originaria. Davanti all’edificio, una piccola ciminiera in mattoni resta a presidiare l’ingresso come manifesto dell’intera operazione: recuperare senza cancellare, evolvere senza rompere con il passato. Accanto, un forno a legna per le pizze introduce una nuova quotidianità domestica in un’area esterna di cento metri quadrati, dove un camminamento in cemento attraversa il patio tra una vasca di ghiaia e un dehor in legno, anticipando già il linguaggio materico degli interni.

Facciata in mattoni della casa brutalista in Versilia con ciminiera e forno a legna

L’ingresso della casa brutalista: una dichiarazione d’intenti

Superata la grande porta a vetri scanditi da montanti neri di ispirazione industriale, lo spazio si apre in ambienti dai soffitti altissimi, otto metri e mezzo, illuminati da vetrate a nastro poste nella parte alta delle pareti. La pavimentazione in resina cemento scorre continua, senza fughe né interruzioni, e diventa la base neutra su cui si innestano le zone living e notte della casa brutalista.

Zona pranzo della casa brutalista firmata dall'architetto Alessandra Bartali con parete in cemento a vista

È qui che la cifra progettuale di Alessandra Bartali si fa più esplicita: il cemento gettato in opera non è solo struttura, ma arredo. Il tavolo, disegnato dalla stessa architetta, il divano dalla base a L modellata con casseforme e struttura interna in acciaio, il coffee table ricavato da un blocco massello con un inserto in legno per appoggiare le gambe: ogni elemento nasce direttamente in cantiere, in un dialogo continuo tra materia grezza e funzione domestica. Le cuscinature in velluto a coste marrone e la pelle cashmere nuage della dormeuse introducono le uniche note di morbidezza in un ambiente altrimenti dominato dalla ruvidità del beton, mentre il top cucina in cemento armato e la trave diagonale a soffitto, preesistente e integrata nel progetto, confermano la coerenza totale della scelta materica scelta per questa casa brutalista.

Cucina della casa brutalista con top in cemento armato e ante in legno naturale

Vetrocemento e industrial design come quinte scenografiche

I nuovi divisori, realizzati in vetrocemento su richiesta di un committente che desiderava esplicitamente “una casa brutalista“, garantiscono luminosità e allo stesso tempo compongono un motivo decorativo che scandisce lo spazio come vere e proprie quinte teatrali. Alcune porzioni disegnano anche il soppalco, sorretto da strutture metalliche nere e raggiunto da scale e setti in legno, in contrasto cromatico con la monocromia dell’insieme. Un’illuminazione tecnica, affidata anche a neon disposti come installazioni a parete, rafforza ulteriormente l’anima industriale di questa casa brutalista.

Scala in legno tra le pareti in vetrocemento della casa brutalista in Versilia

Camera da letto della casa brutalista con parete in vetrocemento e installazione al neon

 Il Tubone di Antrax IT, una scultura che scalda

In questo racconto fatto di materia e memoria industriale trova spazio naturale il Tubone di Antrax IT, radiatore che l’architetto Alessandra Bartali ha selezionato proprio per la sua capacità di stare a metà tra impianto e scultura. Con la sua sezione di 6 centimetri, che amplifica su scala macro l’idea stessa del tubo, e la forma ad anello allungato, il Tubone richiama esplicitamente l’immaginario idraulico e industriale che permea l’intero progetto.

Tubone di Antrax orizzontale nella zona bagno della casa brutalista, tra vetrocemento e legno

Installato in nero, in versione orizzontale e a pavimento, con attacchi volutamente a vista, il radiatore si staglia contro le pareti in vetrocemento come un elemento scultoreo in acciaio al carbonio, completamente riciclabile. Disegnato oltre vent’anni fa da Andrea Crosetta e insignito di una Menzione d’Onore al Compasso d’Oro ADI, il Tubone di Antrax torna anche nella zona bagno, nella stessa configurazione e lunghezza di 170 centimetri, a garantire coerenza formale e continuità di linguaggio in tutta la casa brutalista.

Tubone di Antrax orizzontale nella zona bagno della casa brutalista, tra vetrocemento e legno

Leggi anche: “Radiatori da Bagno Antrax IT: Design, Funzione e Stile in Ogni Dettaglio

Il bagno della casa brutalista, ultimo capitolo della materia

Anche gli ambienti di servizio proseguono la stessa narrazione: la vasca è scavata direttamente nel cemento armato, mentre il blocco lavabi si presenta come un volume rettangolare lavorato in opera, in perfetta continuità con il resto della casa. Non ci sono, in PTS_A, elementi isolati o accessori a sé stanti: ogni dettaglio, ogni superficie, ogni componente strutturale concorre a un’unica scrittura architettonica.

casa brutalista versilia vasca cemento armato

Il risultato è una casa brutalista che non cerca l’effetto scenico fine a se stesso, ma costruisce un’identità coerente attorno alla materia, alla memoria industriale del luogo e a una selezione di elementi, come il Tubone di Antrax, capaci di unire funzione e valore estetico. Un progetto firmato Alessandra Bartali che dimostra come il cemento, se trattato con rigore progettuale, possa diventare tanto struttura quanto linguaggio abitativo.

Scheda Tecnica

Progetto: PTS_A  – Architetto Alessandra Bartali

Fotografo: Diego Laurino

www.antrax.com

 

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