Nel cuore di Chamartín, uno dei quartieri più dinamici di Madrid, StudioMadera ha firmato il progetto di un monolocale open space destinato a diventare un riferimento nel panorama del design residenziale contemporaneo. Trentotto metri quadrati che non chiedono scusa per la loro misura, ma la trasformano in un manifesto: meno spazio non significa meno qualità, significa più intenzione. È questo il punto di partenza di un progetto che rifiuta ogni compromesso.
Progetto di un monolocale fondato sulla fluidità
Il concept dell’Appartamento Bernabéu si basa su un principio radicale quanto efficace: eliminare ogni compartimentazione superflua. L’unica stanza chiusa è il bagno — tutto il resto è un flusso continuo, una sequenza spaziale dove ogni elemento dialoga con il successivo senza interruzioni visive o funzionali. In un piccolo monolocale, la libertà non si conquista con i metri quadrati, ma con la dissoluzione dei confini interni.
Per marcare la transizione tra zona notte e zona giorno senza compromettere l’apertura tipica di uno studio, gli architetti hanno optato per una piattaforma rialzata che integra il letto, creando una soglia sottile, quasi rituale. Un sistema di tende garantisce la privacy quando necessario, ma non imprigiona la luce naturale né interrompe la continuità dello spazio aperto.
L’armadio shōji: dove Giappone e Spagna si incontrano
Tra gli elementi più memorabili del progetto di questo monolocale open space spicca il grande armadio su misura in quercia. Le sue ante sono ispirate ai tradizionali pannelli shōji giapponesi — struttura in legno e carta di riso — e introducono un filtro luminoso capace di trasformare la luce naturale in qualcosa di quasi pittorico. Non un semplice rimando estetico all’architettura nipponica, ma un dispositivo funzionale che modula l’atmosfera dell’intero spazio durante le diverse ore del giorno.
Tra l’ingresso e l’area letto, un’unità leggera di scaffali aperta funge da diaframma visivo: segna una zona senza bloccare la vista né il respiro della luce naturale. È esattamente il tipo di soluzione che distingue un buon progetto di un monolocale da uno davvero straordinario.
Materialità onesta: argilla, calce, sisal e pietra
La palette materica dell’Appartamento Bernabéu è costruita attorno a un principio di onestà e naturalità. Pareti e soffitti rifiniti con argilla e calce creano superfici continue e leggermente texturizzate che, invece di essere statiche, respirano con la luce: le sfumature mutano ora per ora, regalando a ogni momento della giornata una qualità atmosferica diversa.
Pavimento in sisal, tessuti di lino, pietra naturale sul piano di lavoro e carta washi completano un vocabolario materiale coerente e raffinato. Materiali che si toccano, che profumano, che invecchiano con dignità: l’esatto opposto della superficie asettica e infinitamente replicabile del design contemporaneo più commerciale.
Il bagno come spa circadiana
Il bagno — unico ambiente compartimentato del progetto — è concepito come un vero rifugio sensoriale. Un pannello sopraelevato simula un lucernario artificiale capace di replicare i cicli di luce circadiana: fredda ed energizzante al mattino, calda e avvolgente al tramonto. Una tecnologia integrata nell’architettura in modo invisibile, che agisce direttamente sui ritmi biologici di chi abita lo spazio quotidianamente.
Un rifugio tranquillo nella città
Il risultato dell’Appartamento Bernabéu è quello che ogni progetto di un monolocale dovrebbe aspirare a essere: uno spazio in cui non si avverte la mancanza di nulla. StudioMadera dimostra che il lusso contemporaneo non si misura in superficie, ma nella qualità dell’esperienza abitativa — e che un piccolo monolocale open space, se pensato con rigore, sensibilità e cultura del progetto, può diventare il luogo più desiderabile e sereno dell’intera città.
StudioMadera: architettura come cura dello spazio e delle persone
Fondato nel 2010, StudioMadera nasce dalla convinzione che gli spazi ben progettati abbiano un impatto reale e positivo sulla vita delle persone. Dietro allo studio c’è un duo complementare — nella vita e nel lavoro — che unisce rigore metodico e sensibilità artistica in una visione condivisa: mettere sempre il cliente al centro del processo progettuale. Con oltre quindici anni di esperienza nell’architettura d’interni, il loro approccio coniuga funzionalità e bellezza senza mai sacrificare l’una all’altra. L’Appartamento Bernabéu ne è la prova più recente e convincente: uno spazio in cui forma e funzione si fondono fino a diventare indistinguibili.
Manca poco alla Design Week di Milano — dal 20 al 26 aprile 2026 — e come ogni anno il mondo del design trattiene il respiro in attesa di capire quali direzioni prenderanno gli interni nei prossimi anni. Ma mentre gli stand si allestiscono e le anteprime circolano in forma di indiscrezione, una tendenza ha già vinto: quella dei neutri caldi. Non è un’intuizione dell’ultimo momento, è una trasformazione profonda nel modo in cui pensiamo gli spazi in cui viviamo. [credit photo: Alvhem]
Per quasi un decennio, le case di mezzo mondo hanno respirato la stessa aria. Pareti bianco ottico, grigi freddi, palette neutre fredde che funzionavano sempre. Sicure, facili, senza rischi. Ma anche, spesso, senza anima, se non studite nel modo giusto.
Qualcosa però si è mosso. All’inizio lentamente, poi tutto insieme. Sulle pareti sono comparse le prime velature di bianco caldo, beige e terracotta. Nelle cucine il bianco puro ha ceduto il posto al beige. Sui pavimenti, le doghe di parquet di rovere hanno ritrovato il loro calore naturale, dimenticandosi delle venature grigie o sbiancate.
Nel 2026 qualcosa cambia davvero. Non è solo una nuova moda: è un modo diverso di vivere la casa. Oggi gli interni tornano a essere vissuti, caldi, accoglienti.
credit photo: Alexander White
Perché stiamo abbandonando il bianco asettico e il grigio
Il bianco puro e i grigi freddi hanno dominato a lungo, soprattutto con l’influenza dello stile scandinavo — o meglio, la sua versione più commerciale e sterile — che aveva colonizzato appartamenti, showroom e feed di Instagram.
Il grigio freddo ha avuto il suo momento glorioso. Era il colore neutro per eccellenza, versatile, adatto a qualsiasi latitudine e a qualsiasi gusto. Aveva il pregio di raffreddare ambienti troppo caldi dei mobili acquistati nei decenni precedenti e dei parquet rossastri degli anni 80-90 passati di moda, è proprio per questo che funzionava così bene. Tuttavia, la sua forza si è rivelata anche il suo limite o forse semplicemente doveva lasciare il passo ad un un nuovo modo di abitare.
I bianchi puri ampliano gli spazi, riflettono la luce e soprattutto semplificano le scelte. Ma nel tempo hanno creato ambienti spesso troppo uniformi, poco personali, soprattutto per chi non era “pratico” di interior design.
Oggi la casa deve fare qualcosa in più: non solo essere bella, ma farci stare bene.
credit photo: Bjurfors
La svolta è arrivata anche dai grandi laboratori del colore: Pantone, Farrow & Ball e Little Greene hanno iniziato a proporre palette sempre più radicate nella terra, nel bosco e nella pietra calda. I trend forecaster parlavano di “biophilic design”, minimalismo caldo e di “warmth as a value”. Fuori dalla terminologia tecnica, il messaggio era semplice: vogliamo case che ci abbraccino.
Ecco perché il minimalismo si trasforma: diventa più morbido, più materico, più umano. Le nuove palette cromatiche non cercano più la perfezione visiva, ma il comfort emotivo.
credit photo: Alvhem
I nuovi neutri: caldi, avvolgenti, mai banali
Il cambiamento parte proprio dai colori. I neutri non spariscono, ma evolvono. Non sono più freddi e distaccati, ma caldi e profondi, ispirati alla natura.
I bianchi caldi prendono il posto del bianco ottico
Il bianco puro, quello abbagliante e senza compromessi, sta cedendo il passo a tonalità più morbide e avvolgenti. Bianchi leggermente cremosi o burrati, che catturano la luce naturale senza restituirla fredda. Non è una rinuncia alla luminosità: è una sua evoluzione, più accogliente.
Beige, sabbia e giallo burro: le nuove basi neutre
Dove un tempo regnava il grigio chiaro, oggi troviamo una luce più dorata. Il beige e l’avorio tornano a casa dopo anni di esilio, accompagnati dal sabbia — mai così sofisticato — e da un giallo burro appena sussurrato, quasi impercettibile, che scalda ogni ambiente senza dichiararlo apertamente. Sono le nuove fondamenta cromatiche degli interni contemporanei: discrete, ma tutt’altro che anonime.
Terracotta, argilla e toni della terra: il colore che ha spessore
C’è una famiglia di colori che non mente: quelli della terra. Terracotta, argilla, cammello, ocra. Tonalità piene e materiche che portano con sé la memoria delle case a calce, dei muri al sole, della ceramica fatta a mano. Danno profondità agli ambienti senza appesantirli, e hanno il raro pregio di migliorare con la luce bassa del pomeriggio o di una lampada calda.
credit photo: Historiska hem
Il marrone torna protagonista, ma stavolta è sofisticato
Non il marrone degli anni Settanta. Quello che si affaccia oggi sugli interni è cacao, cioccolato fondente, cuoio invecchiato: toni ricchi e adulti che si propongono come alternativa elegante al grigio antracite e al nero. Più caldi, più sensuali, più difficili da sbagliare. Sulle ante di un mobile, su un divano, sui cuscini di velluto: il marrone profondo ha smesso di chiedere permesso.
Accenti intensi per non vivere di soli neutri
I neutri caldi sono la base, ma da soli rischiano la monotonia. Ecco allora che entrano in scena colori più decisi — sempre desaturati, mai aggressivi — con il compito preciso di creare contrasto e profondità: il verde salvia e il verde bosco, il blu navy e il petrolio, il burgundy e il bordeaux, i gialli ambrati. Nessuno di questi colori urla, ma aggiungono personalità e fascino. Si limitano a definire, a segnare i confini di uno spazio, a ricordare che anche un interno tutto giocato sui toni della terra può avere carattere.
credit photo: Historiska hem
Come sostituire il bianco puro e il grigio freddo (senza rifare tutta la casa)
Non serve stravolgere tutto. Il passaggio ai neutri caldi può essere graduale.
1. Parti dalle pareti
Se hai pareti tutte bianche o grigie fredde ed è arrivato il momento di chiamare l’imbianchino, prova a sostituirle con uno di questi toni:
sabbia chiaro
bianco crema
tortora chiaro
È il cambiamento più immediato e visibile.
2. Lavora sui tessili
Tende, tappeti, cuscini e plaid sono fondamentali. Sostituisci i colori grigi con toni più vicini alla natura, per farlo scegli:
lino naturale
cotone grezzo
velluti nei toni caldi
Sono loro a “scaldare” davvero l’ambiente.
3. Legno e materiali naturali
Il legno è il miglior alleato dei neutri caldi. La tendenza attuale vede un ritorno ai legni di tono medio e scuro, tuttavia un rovere naturale rimane sempre una scelta azzeccata. Per cui via libera a:
Non tutto deve essere chiaro, altrimenti si perde il senso dello spazio.
Inserisci, ad esempio:
un mobile più scuro
una poltrona in velluto di colore d’accento
un quadro con tonalità d’accento
Il contrasto crea carattere.
credit photo: FranzonDurietz
Stanza per stanza: come applicare i neutri caldi
Soggiorno
credit photo: Skona hem – photo: Alice Johansson
Il soggiorno è il banco di prova più importante per i neutri caldi, perché è lo spazio dove la dimensione accogliente non è un optional: è tutto. L’approccio più riuscito è quello del tono su tono — una stratificazione cromatica che gioca sulle variazioni di intensità all’interno della stessa famiglia. Pareti in bianco caldo o sabbia come fondo luminoso, divano in un tono naturale o leggermente più profondo, tappeto in bianco sporco o greige, cuscini color argilla, mobili in legno a tinta media e laccati. Il risultato non è mai piatto: la luce scorre tra le texture, le enfatizza, le mette in dialogo tra loro senza che nulla stoni.
Per chi vuole osare un accento cromatico, la parete dietro il divano è il posto giusto dove farlo. Il bordeaux funziona magnificamente in questo contesto, caldo e avvolgente quanto i neutri che lo circondano. In alternativa, un verde bosco profondo dà alla stanza una personalità decisa senza tradirne il carattere intimo. Chi ama i blu può scegliere un blu petrolio: freddo nella teoria, ma sorprendentemente armonioso accanto ai toni sabbia e al legno naturale.
Camera da letto
credit photo: Erik Olsson
La camera da letto è l’ambiente dove i neutri caldi esprimono la loro natura più autentica. Qui non si tratta di stile, ma di istinto: vogliamo sentirci avvolti, protetti, lontani dalla freddezza del mondo esterno. Terracotta e argilla possono diventare i protagonisti assoluti, coprendo tutte e quattro le pareti senza timori. Abbinali a tessili in lino o cotone non candeggiato, a un plaid in lana bouclé e a una testiera in velluto greige o cacao — il contrasto morbido tra superfici tessili e pareti materiche è uno dei grandi piaceri dell’interior design contemporaneo.
Non trascurare il soffitto: dipingerlo in bianco panna anziché bianco puro abbassa visivamente la percezione della stanza, rendendola più raccolta e cocooning. Se invece la stanza è alta e luminosa, prova a invertire la soluzione: soffitto color argilla e pareti in bianco caldo. Un effetto a baldacchino naturale, di sicuro impatto.
Per la camera che vuole un accento di carattere senza rinunciare alla quiete, il verde salvia è la scelta più sofisticata del momento: usalo su una parete singola o su tutte e lascia che il resto della stanza respiri nei toni neutri (sempre con accenti scuri). Il burgundy, in versione desaturata, funziona ugualmente bene e aggiunge un senso di lusso discreto.
Cucina
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La cucina è stata l’ultima a cedere al bianco ottico e al grigio freddo, e ora è la prima a liberarsene con entusiasmo. Le ante nei toni del beige — bianco sporco, biscotto, avorio, sabbia — hanno sorpassato il bianco puro e l’antracite nei cataloghi di tutti i principali produttori, e l’effetto è inequivocabile: queste cucine sembrano vissute nel senso più bello del termine, calde e accoglienti anche quando sono vuote. La combinazione vincente del momento è ante in crema opaco, piano in pietra calcarea o quarzite con venature calde, rubinetteria in ottone spazzolato.
Per chi preferisce un approccio più contrastato, il verde salvia è oggi la scelta più copiata: usato sulle ante inferiori mentre le superiori restano in bianco caldo, crea una composizione bicolore elegante e mai stucchevole. Il marrone di essenze in legno più scure, più deciso, si addice a cucine con molta luce naturale dove può permettersi di assorbire senza opprimere, ma anche in questa soluzione può avere basi scure e pensili chiari. In entrambi i casi, la regola è la stessa: mantieni caldi tutti gli altri elementi — pavimento, piano di lavoro, illuminazione — e il contrasto cromatico troverà il suo equilibrio da solo.
Bagno
credit photo: Alexander White
Il bagno nei toni neutri caldi ha qualcosa di profondamente rilassante, quasi termale. Il successo delle piastrelle color tortora, argilla e mushroom ha trasformato questo spazio da ambiente puramente funzionale a luogo di benessere quotidiano — una piccola spa domestica che non richiede grandi investimenti, solo scelte cromatiche consapevoli.
Una proposta concreta: doccia rivestita in gres effetto pietra con venature color cammello, sanitari in bianco classico, mobile sottolavabo in legno di media tonalità, accessori in ottone che scaldano ogni dettaglio, illuminazione LED a 2700K per una luce che non tradisca mai la palette scelta. Per chi vuole andare oltre i neutri, il verde salvia o blu petrolio sulle pareti del bagno — soprattutto se abbinato a piastrelle in zellige artigianali — crea un effetto garden spa di grande raffinatezza. Il giallo ambrato, usato come accento nei tessili e negli accessori, porta la luce di un pomeriggio estivo anche nel bagno più interno della casa.
La luce: l’elemento invisibile che cambia tutto
credit photo: Hemnet
Nessuna scelta cromatica può prescindere dalla luce. I neutri caldi reagiscono in modo molto diverso a seconda dell’esposizione solare e della temperatura di colore dell’illuminazione artificiale.
In ambienti con esposizione a nord — dove la luce naturale è più blu e piatta — i neutri caldi sono particolarmente preziosi: sabbia e lino riescono a “ingannare” l’occhio, donando calore anche dove il sole non arriva mai direttamente. In ambienti a sud, dove la luce è generosa e calda, si può osare con toni più profondi come argilla e cachi senza rischiare di appesantire.
Per l’illuminazione artificiale, la regola è semplice: lampadine LED a 2700-3000 K (luce calda o neutra) amplificano e valorizzano i neutri caldi.
Ispirazione: i punti di riferimento stilistici
Da dove vengono questi colori? Quali sono gli immaginari di riferimento per chi vuole arredare in chiave neutra calda? Alcune coordinate culturali possono aiutare a orientarsi:
L’architettura mediterranea e nordafricana
Le case di Ibiza, Palma de Maiorca e del Marocco condividono una palette che è la madre di tutti i neutri caldi: bianco calcareo, terracotta, sabbia del deserto, pietra locale. Queste tradizioni costruttive usano il colore non come scelta decorativa, ma come necessità climatica — e il risultato è di una coerenza straordinaria.
Il wabi-sabi giapponese
La filosofia estetica wabi-sabi — che celebra l’imperfezione, la transitorietà e la semplicità naturale — ha molto in comune con i neutri caldi. Non è un caso la tendenza Japandi. I materiali invecchiati, le texture irregolari, i colori leggermente sbiaditi: tutto questo è profondamente in linea con la direzione che l’interior design contemporaneo sta prendendo.
Il California Casual di John Pawson e Axel Vervoordt
Axel Vervoordt, il decoratore belga che ha inventato il concetto di “wabi” nell’arredamento occidentale, usa da decenni palette di neutri caldi su superfici materiche. Le sue case sembrano stare fuori dal tempo: antiche e contemporanee insieme. È un riferimento imprescindibile per chiunque voglia capire come i neutri caldi possano essere sofisticati quanto — e più — di qualsiasi scelta cromatica audace.
Una casa meno perfetta, ma più vera
Il ritorno ai neutri caldi non è solo una questione estetica. È un cambio di mentalità. Dopo anni di interni perfetti e un po’ impersonali, oggi cerchiamo: ambienti più accoglienti, materiali che raccontano qualcosa, colori che non siano solo “giusti”, ma anche piacevoli da vivere.
La casa smette di essere una vetrina e torna a essere un rifugio. E forse è proprio questo il punto: non vogliamo più case perfette, vogliamo case in cui stare bene.
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Progettare spazi esterni non è mai stato così vicino all’arte dell’interior design. Marianne Tiegen, designer di fama internazionale con studi a Londra, Parigi, Verbier e Los Angeles, ha fatto di questa visione la propria firma stilistica: per lei, il giardino, la terrazza e il balcone non sono un’appendice della casa, ma una sua naturale estensione. Un luogo da abitare con la stessa cura, la stessa intenzione estetica e lo stesso rispetto per i dettagli che si riserva agli spazi interni.
Un percorso che nasce all’aria aperta
La storia professionale di Marianne Tiegen è, in questo senso, del tutto coerente con la sua filosofia. Prima ancora di dedicarsi all’interior design, la sua formazione è passata attraverso l’arte floreale e la progettazione di giardini. È stata proprio l’esperienza presso i celebri vivai Petersham di Londra, dove lavorava come acquirente di mobili da giardino e da esterno, a gettare le basi di un approccio progettuale in cui interno ed esterno parlano la stessa lingua. Gradualmente, i clienti che si rivolgevano a lei per i loro giardini hanno iniziato a chiederle di occuparsi anche delle loro case. Una transizione naturale, quasi inevitabile, per chi ha sempre pensato allo spazio abitativo come a un organismo unico.
Arredamento spazi esterni: la stessa filosofia degli interni
Uno degli aspetti più distintivi del lavoro di Tiegen riguarda proprio l’arredamento degli spazi esterni, affrontato con lo stesso rigore e la stessa sensibilità che si applicano a un salotto o a una camera da letto. “Non si può avere una casa arredata con grande gusto e piena di pezzi unici e poi mettere all’esterno mobili moderni anonimi“, spiega. “Lo spazio esterno è altrettanto importante.”
Il principio guida è quello del contrasto studiato: materiali, texture e colori devono dialogare e completarsi a vicenda, tanto attraverso le piante quanto attraverso i vasi e i mobili che le accompagnano. Tiegen ama, ad esempio, accostare vasi antichi in zinco — a forma di bambola o in altre fogge insolite — a classiche anfore in terracotta di Anduze, bilanciandoli poi con pezzi contemporanei di produttori come Atelier Vierkrant o Potterie Ravel. Ma non è solo una questione di oggetti: è la disposizione a fare la differenza. “Non si mescolano le cose a caso. Si creano gruppi, si gioca con le altezze e si ammette l’asimmetria.”
Alcune aree richiedono, al contrario, ordine e simmetria: ingressi, vialetti, accessi formali. In questi contesti, le classiche fioriere in legno in stile Orangerie di Versailles valorizzano le proporzioni architettoniche dell’edificio. E dove è possibile, Tiegen inserisce quasi sempre un elemento acquatico. “Anche una piccola fontana su una terrazza può trasformare completamente l’esperienza all’aperto.”
Progettare spazi esterni come si arredano gli interni
Un tavolo da pranzo all’aperto, per Tiegen, non è mai lasciato al caso. Un’urna in ghisa Médicis con fiori di stagione, piccoli vasi di terracotta con erbe aromatiche disposti lungo il tavolo, tovaglie tinte con coloranti naturali ispirate ai colori della stagione: ogni dettaglio è pensato per creare continuità visiva ed emotiva con gli interni della casa. Gli stessi oggetti — vasi, piante, composizioni floreali — compaiono sia dentro che fuori, rafforzando quel dialogo costante tra la casa e il suo giardino.
Questo approccio ha anche una ricaduta pratica molto concreta: il tavolo da pranzo esterno è sempre pronto per un pasto improvvisato. La bellezza non è mai separata dalla funzione.
Mescolare vecchio e nuovo: il cuore del metodo
Come negli interni, anche negli spazi esterni Tiegen non rinuncia al dialogo tra epoche diverse. Sedie e panchine da giardino del XIX secolo — come le iconiche sedie di Arras — vengono accostate a pezzi contemporanei di brand come Tectona. È proprio questa fusione tra antico e moderno a dare anima e profondità agli spazi. E non è una formula applicata a posteriori: le moodboard dello studio includono sempre immagini di piante e scorci di esterni per ogni stanza, fin dalle prime fasi progettuali, perché la casa trasmetta quella sensazione di rifugio in cui la natura è delicatamente invitata a entrare.
Un aspetto particolarmente originale riguarda i cosiddetti “confini sfumati“: pezzi d’arredamento vintage pensati per l’esterno — come quelli firmati Willy Guhl o Mathieu Matégot — vengono a volte portati all’interno, dove la loro patina naturale acquisita nel tempo aggiunge autenticità e carattere agli ambienti. “La patina naturale che si sviluppa nel tempo è impossibile da replicare. Solo la natura può creare questa bellezza perfettamente imperfetta.”
La natura nei tessuti e nei materiali
Uno degli strumenti più esclusivi con cui lo studio porta la natura all’interno è l’utilizzo di tessuti. Circa la metà dei rivestimenti viene tinta con un processo di tintura a base vegetale, mentre i restanti vengono lasciati nel loro colore naturale, esaltando le tonalità di lana, lino e canapa. Il team sta inoltre sviluppando un trattamento idrorepellente naturale per rendere questi tessuti adatti all’uso esterno — una soluzione che rafforza ulteriormente la continuità tra dentro e fuori, senza sacrificare l’impegno ambientale che caratterizza ogni scelta progettuale.
I mobili su misura sono realizzati con materiali completamente biodegradabili: non si tratta solo di un’estetica naturale, ma di una vera e propria responsabilità nei confronti dell’ambiente.
Progettare spazi esterni significa anche saper leggere il contesto in cui si inseriscono. Una terrazza a Verbier avrà un’anima completamente diversa da un balcone parigino o da un giardino a Los Angeles. Nel primo caso, i mobili saranno robusti, con piani in pietra, spesso realizzati su misura da falegnami locali con legno di recupero: la loro patina dialoga con il paesaggio alpino. Un elemento inaspettato come un banco da fiorista può aggiungere carattere e un tocco di sorpresa nello chalet di montagna. A Parigi, invece, domina il mobilio da giardino francese d’epoca, mentre a Los Angeles l’atmosfera si fa più distesa e curata, aperta alla luce californiana.
“Non esiste una formula perfetta“, dice Tiegen. “Semplicemente, si percepisce quando qualcosa è in armonia.” Quella capacità di sentire l’armonia nasce, secondo lei, dall’amore sincero per i giardini e per la natura, dalla capacità di ascoltare ciò che il paesaggio già offre e di restituirlo, con delicatezza, all’interno della casa.
Al termine di ogni progetto, Marianne Tiegen presenta sempre la casa adornata con composizioni floreali e una selezione di vasi e fioriere, consigliando i clienti su come continuare a integrare fiori di stagione e natura nella quotidianità. Perché la vera essenza del suo lavoro sta in questa convinzione profonda: la casa e il giardino non sono mai davvero separati. Fanno parte dello stesso paesaggio vivente, e progettare gli spazi esterni con la stessa cura riservata agli interni è il modo più autentico per trasformare una casa in un rifugio.
La Triennale Milano si conferma anche per il 2026 come il cuore pulsante della Milano Design Week, offrendo un programma ricco di mostre, installazioni ed eventi internazionali che spaziano dalla retrospettiva al design contemporaneo. Dal 20 al 26 aprile, gli spazi dell’istituzione milanese si trasformano in un grande palcoscenico aperto a professionisti del settore e appassionati, con aperture straordinarie fino alle 21.00.
Il programma della Milano Design Week 2026 in Triennale
Museo del Design Italiano – Triennale Milano – Photo Andrea e Filippo Tagliabue
Per questa edizione della Milano Design Week 2026, la Triennale ha costruito un palinsesto che intreccia grandi retrospettive con installazioni site-specific, mostre gratuite e appuntamenti con ospiti internazionali. Una proposta pensata per esplorare il design nella sua dimensione più ampia: storica, progettuale e culturale.
Barber | Osgerby. Alphabet: la prima retrospettiva dello studio londinese
Tra le mostre più attese della stagione, Barber | Osgerby. Alphabet rappresenta la prima retrospettiva ufficiale dedicata allo studio londinese fondato da Edward Barber e Jay Osgerby. Curata da Marco Sammicheli e allestita da Studio Mille, la mostra ripercorre l’evoluzione creativa del duo dalla metà degli anni Novanta fino al 2022, con un focus particolare sul dialogo con i produttori e la cultura del design italiano. Visitabile fino al 6 settembre 2026, l’ingresso è gratuito.
Andrea Branzi by Toyo Ito. Continuous Present
Una delle mostre più significative della Milano Design Week 2026 è senza dubbio Andrea Branzi by Toyo Ito. Continuous Present, realizzata in collaborazione con la Fondation Cartier pour l’art contemporain. Il progetto espositivo, curato da Nina Bassoli e Michela Alessandrini, affida allo sguardo del Premio Pritzker Toyo Ito la narrazione della figura di Andrea Branzi, pilastro del pensiero progettuale italiano tra il Novecento e il presente. Installazioni, oggetti, disegni e fotografie si intrecciano in un percorso che attraversa le stagioni di Archizoom, Alchimia e Memphis, fino all’approccio antropologico maturo di Branzi. Al centro, una grande installazione dedicata a No Stop City (1969–1972). Aperta fino al 4 ottobre 2026. Lunedì 20 aprile alle 11.00, Toyo Ito terrà una lecture aperta al pubblico.
Biglietti: intero 16 € / ridotto 11,50 € / studenti 8 € — biglietto giornaliero per tutte le mostre 25 €.
Lella and Massimo Vignelli. A Language of Clarity
Con l’allestimento firmato da Jasper Morrison Office for Design e la cura di Francesca Picchi con Marco Sammicheli e Studio Mut, Lella and Massimo Vignelli. A Language of Clarity ricostruisce la straordinaria parabola dei due progettisti tra Milano e New York. Oltre 750.000 documenti conservati dal Vignelli Center for Design Studies del Rochester Institute of Technology (USA) alimentano una mostra che racconta cinquant’anni di design, grafica, editoria e identità visiva. Visitabile fino al 6 settembre 2026.
Il Museo del Design Italiano: un nuovo percorso espositivo
Museo del Design Italiano – Triennale Milano – Photo Andrea e Filippo Tagliabue
In occasione della Milano Design Week 2026, la Triennale Milano presenta anche un percorso rinnovato del Museo del Design Italiano, curato da Marco Sammicheli e Marilia Pederbelli. Circa 400 oggetti dagli anni Venti al Duemila raccontano il design italiano come intreccio tra industria, società e innovazione, con cinque approfondimenti tematici proposti come installazioni interattive. Un progetto pensato con attenzione all’accessibilità, arricchito dalle installazioni site-specific di Mammafotogramma.
Proseguono in Triennale Milano le celebrazioni dedicate a Ettore Sottsass (1917–2007), una delle figure più influenti dell’architettura e del design del Novecento. La Sala Sottsass ospita sia l’installazione permanente di Casa Lana — il cuore di una residenza privata milanese progettata da Sottsass a metà degli anni Sessanta, donata da Barbara Radice Sottsass — sia una nuova mostra che amplia la lettura della sua opera attraverso pezzi della collezione permanente.
Le mostre gratuite: installazioni internazionali nei giardini e negli spazi di Triennale Milano
CASA ULTRAPIEGA — Anonima Castelli × Spalvieri & Del Ciotto
Nel Giardino di Triennale, la struttura a sagoma di casa sospende le sedie Ultrapiega attraverso un sistema di cavi in tensione, rendendo visibile la logica industriale della lavorazione dell’alluminio.
The Eames Houses — Eames Office
La prima panoramica completa sull’architettura residenziale di Charles e Ray Eames, con disegni d’archivio, modelli in scala e una ricostruzione a grandezza reale di una struttura Eames.
Fredericia: una cronaca del design danese
Un viaggio nell’evoluzione del mobile danese attraverso la prospettiva del brand Fredericia, con pezzi vintage raramente esposti e collaborazioni che vanno da Børge Mogensen a Jasper Morrison e Barber Osgerby.
Continuum — Gebrüder Thonet Vienna × Quayola
L’archivio storico di GTV rivive nell’opera audiovisiva generativa Transient – Impermanent Paintings dell’artista internazionale Quayola, in un dialogo tra analogico e digitale.
HYLEtech lab — Light in Matter
Sei architetti internazionali — tra cui Han Tümertekin, Marco Casamonti e Gary Chang — interpretano sei parole chiave dell’architettura contemporanea attraverso installazioni che si concludono con workshop e dialoghi aperti al pubblico.
Frans Dijkmeijer: The Silent Pioneer — Kvadrat
Una mostra dedicata al tessitore e textile designer olandese Frans Dijkmeijer (1936–2011), arricchita da tre interventi d’arte contemporanea commissionati ad artisti come Renick Bell e Valentina Furian.
Informazioni pratiche: orari e biglietti
Museo del Design Italiano – Triennale Milano – Photo Andrea e Filippo Tagliabue
Orari di apertura (dal 20 al 26 aprile 2026): 10.30 – 21.00 (ultimo ingresso ore 20.00)
Per le mostre a pagamento è disponibile un biglietto giornaliero cumulativo a 25 €, che consente l’accesso a tutte le esposizioni della Triennale. Gli acquisti online garantiscono uno sconto di 2 € su ogni biglietto.
La Triennale Milano si conferma ancora una volta luogo d’elezione per chiunque voglia vivere la Milano Design Week 2026 con la profondità e la qualità che solo una grande istituzione dedicata al progetto sa offrire.
Esporre un oggetto significa raccontarne il valore, ma anche assumersi la responsabilità di proteggerlo. Nei secoli, musei, collezionisti e studiosi hanno cercato soluzioni sempre più efficaci per difendere opere d’arte, reperti archeologici e oggetti rari da polvere, urti, luce e variazioni climatiche. Le teche espositive non sono mai state semplici “contenitori”: sono dispositivi culturali, tecnici ed estetici allo stesso tempo.
Oggi, questa attenzione non è più riservata solo alle grandi istituzioni museali. Sempre più collezionisti privati desiderano trattare i propri oggetti come vere opere da museo, adottando soluzioni espositive professionali anche in contesti domestici. È qui che entra in gioco l’evoluzione dei materiali, e in particolare il plexiglass.
Dalle prime vetrine al cambiamento dei materiali
In passato, la protezione delle opere si basava principalmente su strutture in legno e vetro. Il vetro, pur offrendo una buona trasparenza, presentava limiti evidenti: peso elevato, fragilità, difficoltà di lavorazione su misura e rischi significativi in caso di rottura.
A partire dalla seconda metà del Novecento, con lo sviluppo dei polimeri plastici avanzati, il settore espositivo ha iniziato a sperimentare nuovi materiali capaci di rispondere meglio alle esigenze di sicurezza, conservazione e design. Il plexiglass (PMMA) si è rapidamente affermato come una delle alternative più interessanti.
Il plexiglass come materiale innovativo
Il successo del plexiglass nel mondo delle teche espositive non è casuale. Le sue caratteristiche tecniche lo rendono particolarmente adatto sia all’ambito museale sia a quello privato.
Caratteristiche principali
Elevata trasparenza, spesso superiore a quella del vetro tradizionale
Leggerezza, che semplifica installazione e movimentazione
Buona resistenza meccanica, soprattutto agli urti
Versatilità di lavorazione, ideale per soluzioni su misura e design complessi
Rispetto al vetro, il plexiglass consente una maggiore libertà progettuale e una migliore gestione della sicurezza, specialmente in ambienti frequentati dal pubblico.
Limiti da conoscere Un’analisi onesta deve includere anche i limiti: il plexiglass può essere più sensibile ai graffi se non trattato adeguatamente e presenta una maggiore dilatazione termica rispetto al vetro. Tuttavia, questi aspetti sono oggi ampiamente gestibili grazie a trattamenti superficiali, spessori corretti e progettazione accurata.
Applicazioni museali e professionali
Nei musei contemporanei, le teche in plexiglass su misura rappresentano una soluzione sempre più diffusa per la protezione e la valorizzazione di una vasta gamma di oggetti. Dalle testimonianze archeologiche ai manufatti storici, fino alle opere d’arte più delicate, questi sistemi espositivi permettono di coniugare sicurezza e visibilità, offrendo al pubblico un’esperienza chiara e immersiva senza compromettere l’integrità dei materiali.
Il loro utilizzo si estende anche agli ambiti scientifici e alle mostre temporanee, dove la necessità di trasportabilità, adattabilità e leggerezza diventa fondamentale. In questi contesti, il plexiglass consente di realizzare teche su misura, facilmente installabili e progettate per rispondere a esigenze specifiche, sia dal punto di vista conservativo sia da quello allestitivo.
Oggi la teca non è più considerata un semplice elemento di protezione, ma una parte integrante del progetto espositivo. La sua funzione è quella di creare un equilibrio tra tutela e fruizione, rendendo l’oggetto accessibile allo sguardo del visitatore senza esporlo a rischi. Trasparenza, assenza di distorsioni visive e possibilità di integrazione con sistemi di illuminazione o controllo ambientale contribuiscono a definire nuovi standard qualitativi, sempre più orientati a un’esperienza espositiva completa e consapevole.
Climatizzazione e controllo ambientale
Le teche professionali non si limitano alla protezione fisica dell’oggetto esposto, ma svolgono un ruolo fondamentale nella sua conservazione nel tempo. La conservazione degli oggetti esposti richiede un’attenzione costante alle condizioni ambientali, un aspetto centrale nella tutela del patrimonio culturale. Questo approccio è condiviso anche da istituzioni specializzate come l’Istituto Centrale per il Restauro, che da anni studia e sviluppa metodologie avanzate per la protezione e la conservazione dei beni culturali nel tempo. Nei contesti museali più evoluti, infatti, la teca diventa un vero e proprio sistema di gestione del microclima, progettato per mantenere condizioni ambientali stabili e controllate.
Attraverso sistemi di regolazione dell’umidità, filtri UV per la protezione dalla luce e soluzioni per la creazione di microclimi interni costanti, è possibile ridurre in modo significativo i fattori di rischio che contribuiscono al deterioramento dei materiali più sensibili. In alcuni casi, sensori e dispositivi di monitoraggio consentono di verificare nel tempo parametri come temperatura e umidità relativa, intervenendo in modo mirato quando necessario.
Tecnologie di questo tipo, un tempo riservate esclusivamente alle grandi istituzioni museali, stanno oggi trovando applicazione anche in soluzioni più accessibili, pensate per collezionisti privati che desiderano garantire ai propri oggetti condizioni di conservazione di livello professionale.
Dalla grande istituzione al “mini museo domestico”
Sempre più persone scelgono di valorizzare collezioni di modellini, oggetti di design, opere d’arte, memorabilia o reperti naturalistici adottando un approccio ispirato al mondo museale. Non si tratta solo di protezione, ma di dare agli oggetti il giusto contesto, trasformando lo spazio domestico in un ambiente curato, capace di raccontare una storia.
Idee per ambienti domestici
teche a parete integrate nell’arredo
librerie vetrate con comparti protetti
vetrine minimal per singoli oggetti iconici
soluzioni modulari adattabili nel tempo
In questo contesto, la personalizzazione diventa un elemento fondamentale. Se stai valutando soluzioni pensate per adattarsi perfettamente agli spazi e agli oggetti da esporre, può essere utile approfondire alcune proposte di teche in plexiglass su misura, utili come riferimento progettuale per realizzare un vero e proprio “mini museo” domestico.
Innovazioni e tendenze future
Il settore delle teche espositive è in continua evoluzione e rispecchia una più ampia trasformazione del mondo dell’allestimento museale e del design espositivo. Le innovazioni più recenti non riguardano solo i materiali, ma coinvolgono anche il modo in cui le teche vengono progettate, utilizzate e integrate negli spazi.
Si diffondono sempre più trattamenti antiriflesso avanzati, spesso basati su tecnologie nanotecnologiche, che migliorano la visibilità dell’oggetto esposto senza alterarne la percezione cromatica. Parallelamente, crescono i sistemi modulari e rimontabili, pensati per adattarsi a mostre temporanee, collezioni in evoluzione o spazi multifunzionali.
Un altro tema centrale è quello della sostenibilità: l’attenzione verso materiali riciclabili, processi produttivi più efficienti e l’integrazione di sistemi di illuminazione LED a basso consumo sta diventando parte integrante della progettazione contemporanea. Tutti questi elementi contribuiscono a rendere le teche sempre più intelligenti, flessibili e in sintonia con le esigenze del presente.
Domande frequenti (FAQ)
Il plexiglass incurva se esposto al calore? Può deformarsi se sottoposto a temperature elevate, ma una corretta progettazione e l’uso di spessori adeguati riducono drasticamente il problema.
Esistono trattamenti antiriflesso efficaci? Sì, oggi sono disponibili trattamenti specifici che migliorano notevolmente la leggibilità dell’oggetto esposto, riducendo riflessi e abbagliamenti.
È possibile predisporre ventilazione interna alle teche? Sì, soprattutto nelle soluzioni professionali o su misura, è possibile integrare sistemi di ventilazione passiva o controllata.
Come evitare la condensa interna? Il controllo dell’umidità, l’uso di materiali assorbenti e una corretta sigillatura sono elementi chiave per prevenire la formazione di condensa.
Tecnologia e cultura, anche a casa
Le teche in plexiglass rappresentano oggi un punto d’incontro tra innovazione tecnologica, conservazione e design. Dall’ambiente museale alla casa, le soluzioni moderne permettono di proteggere e valorizzare gli oggetti con criteri professionali, senza rinunciare all’estetica.
Chi desidera approfondire materiali, formati e possibilità progettuali può trarre ispirazione esplorando soluzioni già utilizzate nel mondo delle mostre e dei musei, per poi adattarle alle proprie esigenze. La differenza, spesso, sta proprio nella qualità dei dettagli e nella consapevolezza delle scelte.
Ispirata al friluftsliv scandinavo e al komorebi giapponese, IKEASOLUPPGANG è la collezione in edizione limitata che il colosso svedese lancia nella primavera 2026. Un invito a vivere all’aria aperta con semplicità, stile e un’accessibilità senza precedenti.
C’è un momento preciso in cui la luce del sole filtra tra le foglie e disegna sul terreno un pattern fugace, irripetibile. I giapponesi lo chiamano komorebi, e hanno persino coniato una parola per catturare questa bellezza effimera. È proprio da questa sensibilità poetica — unita alla filosofia nordica del friluftsliv, il vivere quotidiano all’aria aperta — che nasce IKEA SOLUPPGANG, la nuova collezione per esterni destinata a diventare uno dei lanci più attesi della primavera 2026.
Il nome stesso, che in svedese significa “alba”, evoca quella luce radente del mattino, fresca e piena di possibilità. E di possibilità, questa collezione in edizione limitata ne offre davvero molte: dal picnic domenicale al parco alla cena in giardino con gli amici, dalla gita in montagna alla pausa caffè sul balcone di casa.
Un design che parla di essenzialità e durabilità
SOLUPPGANG non è una collezione outdoor nel senso convenzionale del termine. Non si rivolge all’escursionista estremo né all’appassionato di campeggio tecnico. È pensata, invece, per chi vuole semplicemente uscire di casa più spesso, senza il peso di attrezzature complicate o budget elevati.
Il linguaggio stilistico scelto dal team creativo è minimalista, ma mai freddo. Le forme sono pulite, ammorbidite da una sensibilità apertamente umana che evita qualsiasi rigidità. Ogni oggetto sembra dire: portami con te.
Tra i pezzi più iconici della collezione spiccano uno sgabello e un tavolo pieghevoli, entrambi progettati per essere riposti e trasportati con la massima facilità. Le stoviglie in acciaio smaltato — robuste, leggere, belle — richiamano l’estetica delle vecchie cucine di campagna con un twist contemporaneo. Il barbecue compatto in ghisa, volutamente essenziale, è pensato per chi vuole accendere il fuoco senza trasformare una grigliata in un’operazione logistica.
I dettagli che fanno la differenza
È nei particolari che SOLUPPGANG rivela la sua anima più raffinata. I taglieri e le ciotole da portata in bambù coniugano praticità e una bellezza naturale quasi tattile. La borsa termica — uno dei pezzi più interessanti della collezione — abbina materiali naturali a un’intelligenza funzionale che si traduce in un isolamento efficace e un design degno di comparire sulle pagine di un magazine di stile.
La lanterna LED portatile diffonde una luce calda che trasforma qualsiasi angolo di giardino o bosco in uno spazio vissuto. Le coperte e i cuscini, con le loro texture morbide e i riferimenti artigianali alla natura, completano un sistema di oggetti che si parlano con coerenza. La borsa versatile con parte superiore espandibile e base rinforzata chiude il cerchio: è lo zaino-tutto-fare che non sapevi di volere.
Il progettista che conosce la foresta
Ola Wihlborg, designer di molti degli articoli da cucina e da tavola di SOLUPPGANG, ha costruito questo progetto su anni di esperienza concreta all’aria aperta: dalla mountain bike alle lunghe immersioni nei boschi scandinavi. La sua è una conoscenza fisica, non teorica, e si vede.
«Quando ho progettato il coltello, la forchetta-cucchiaio, il barbecue e le stoviglie, volevo che fossero perfetti per l’esterno ma altrettanto naturali in casa», racconta. La durabilità è una priorità dichiarata: ghisa e acciaio smaltato sono materiali che invecchiano bene, che si caricano di storia e di uso. «È meglio avere qualcosa che duri più a lungo e che, con il tempo, diventi più personale», dice Ola. Una filosofia che contrasta apertamente con la cultura dell’usa-e-getta.
Il coltello — oggetto inatteso in una collezione di design domestico — è forse il simbolo più eloquente di questo approccio. «È qualcosa che porto sempre con me. A volte serve per tagliare una corda, a volte per preparare il cibo. È semplicemente pratico.» Poetico e concreto allo stesso tempo, esattamente come tutta la collezione.
Un manifesto per rallentare
Dietro SOLUPPGANG c’è anche una visione culturale precisa. Karin Gustavsson, Creative Leader del progetto, la sintetizza con chiarezza: «La natura non dovrebbe richiedere attrezzature speciali o lunghi viaggi. Vogliamo che le persone escano, anche solo per cinque minuti.»
In un’epoca in cui la vita urbana comprime il tempo e separa le persone dagli spazi aperti, questa collezione per esterni in edizione limitata diventa quasi un atto politico, gentile ma determinato. L’accessibilità economica è parte integrante del progetto: la natura deve essere alla portata di tutti, non solo di chi può permettersi attrezzatura premium.
IKEA SOLUPPGANG sarà disponibile in tutti i punti vendita IKEA a partire da aprile 2026. Una collezione da non perdere — e soprattutto, da portare fuori.
La collezione IKEA SOLUPPGANG è disponibile in edizione limitata da aprile 2026 nei punti vendita IKEA e su Ikea.com.
Hai passato ore e ore a scegliere una o più lampade per la tua casa e, una volta “partorito”, ti accorgi che il “lavoro” non è ancora finito. Cosa manca? Le lampadine! Ed è proprio qui che si commette l’errore più comune: dopo tutta la fatica nella scelta delle lampade, molte persone si dedicano alle lampadine in fretta, senza pensarci troppo. Ma basta una lampadina sbagliata per rovinare tutto. Alcune persone non si pongono nemmeno il dubbio: acquistano le prime che capitano, quelle che costano meno e via. Ma io lo so che tu invece, dato che sei qui, ci tieni alla resa finale della lampada, all’effetto della luce nella stanza e al risultato complessivo nella casa. In questo articolo ti spiego come scegliere le lampadine LED, quali caratteristiche leggere sulla confezione e soprattutto come ottenere quell’effetto accogliente e armonioso che tanto desideri nella tua casa.
Perché è un attimo fare l’errore di scegliere la lampadina sbagliata e rovinare tutto.
Luce troppo fredda? Atmosfera da ambulatorio.
Luce troppo calda? Effetto arancio anni ’90, tipico delle vecchie lampadine a incandescenza.
Potenza sbagliata? O non vedi niente o consumi troppo, per niente.
Hai preso le più economiche? Indice di resa cromatica troppo basso: colori spenti e poco naturali.
Ti racconto una cosa personale.
Nella mia casa precedente, per comodità (e anche un po’ per ignoranza, lo ammetto), avevo acquistato tutte le lampadine da IKEA, quelle da 2700°K.
E quando dico tutte… intendo tutte.
Montate, accese… e all’inizio mi sembrava anche tutto accogliente.
Poi ho iniziato a notare una cosa: la luce era troppo calda.
Ricordo ancora le foto che facevo col cellulare: venivano tutte gialle.
Il bianco sembrava beige, il grigio sembrava marroncino, il legno completamente falsato.
La casa non era brutta, ma la luce la stava “spegnendo”.
La lampade erano giuste.
La temperatura colore no.
E lì ho capito una cosa fondamentale: la lampadina non è un dettaglio tecnico da sottovalutare.
È parte integrante del progetto.
Per fortuna le lampadine non costano un’esagerazione, quindi rimediare è facile. Ma perché sbagliare quando puoi evitarlo?
Immagina la tua casa con la luce giusta
Ora immagina questo.
È sera.
Accendi le luci.
Ogni stanza ha un’illuminazione coerente, calda al punto giusto, funzionale dove serve e morbida dove vuoi atmosfera.
Ti siedi a tavola e la luce valorizza il cibo.
Ti guardi allo specchio e i colori sono naturali.
Leggi a letto senza affaticare gli occhi.
La differenza non la fa solo la lampada e la sua estetica che si combina perfettamente con il tuo progetto di arredo.
La fa la lampadina giusta.
E per sceglierla non devi diventare un’esperta di illuminotecnica.
Ti basta sapere cosa guardare sulla confezione.
I 4 valori che devi davvero guardare per non sbagliare lampadina (anche se non sei un’esperta)
Ci sarebbe davvero tanto da dire sul mondo dell’illuminazione artificiale.
Potremmo parlare delle diverse tipologie di illuminazione (diretta, indiretta e diffusa), delle categorie di lampade (a sospensione, da soffitto, da terra, da tavolo e da parete) e delle situazioni luminose che dovrebbero convivere in una stanza (luce generale, funzionale ed estetica).
Sono tutti aspetti fondamentali per progettare una casa ben illuminata e non lasciata al caso.
Ma oggi voglio concentrarmi su un passaggio ancora più pratico e spesso sottovalutato: la scelta della lampadina giusta.
Ah una precisazione, in questo articolo parlerò esclusivamente di lampadine LED (anche perché in commercio ormai ci sono solo quelle!). Producono la stessa quantità di luce delle vecchie lampadine a incandescenza, ma con un wattaggio molto inferiore, quindi sono molto più efficienti dal punto di vista energetico (tradotto: consumano molto meno!).
Non voglio complicarti la vita spiegandoti nel dettaglio tutto il discorso dei lumen (il flusso luminoso, cioè la quantità totale di luce emessa da una sorgente) e dei lux (l’illuminamento, ovvero quanta luce arriva effettivamente su una superficie).
Sono parametri importanti, soprattutto quando si progetta in modo tecnico e preciso. Ma se tu in questo momento non vuoi diventare un’esperta di illuminotecnica e stai semplicemente cercando un’indicazione di massima, chiara e concreata, per non sbagliare acquisto, allora voglio darti una soluzione pratica, veloce e che funziona.
Quando sei davanti allo scaffale con decine e decine di lampadine LED, ci sono 4 valori davvero fondamentali da guardare.
Nel dettaglio, si traducono in 4 caratteristiche pratiche che fanno davvero la differenza:
Attacco della lampadina (E27, E14, GU10…)
Colore della luce (°K)
Watt (W)
Indice di resa cromatica (CRI)
Vediamole insieme.
CARATTERISTICA 1 • Attacco della lampadina
Prima di acquistare qualsiasi lampadina devi sapere esattamente dove andrà inserita.
Questo significa che, prima ancora di andare in negozio, devi conoscere il tipo di attacco della tua lampada.
Non si va “a intuito”.
Trovi questa informazione sempre nella confezione, nelle istruzioni o nella scheda tecnica della lampada.
Se hai già la lampada montata, puoi semplicemente controllare la vecchia lampadina.
È il primo passo, ed è fondamentale: senza l’attacco giusto, tutto il resto non conta.
Immagine generata con l’AI
Gli attacchi più diffusi sono:
E14 → attacco a vite piccolo (tipico di abat-jour e lampade piccole)
E27 → attacco a vite grande (il più comune, per sospensioni e plafoniere)
GU10 → attacco a innesto, tipico dei faretti (ex alogeni)
Nota: attacco piccolo = generalmente lampada piccola = meno necessità di grande potenza.
CARATTERISTICA 2 • Il colore della luce
Cosa si intende esattamente per colore della luce?
Non è il colore della lampadina quando è spenta, ma la tonalità della luce che emette quando è accesa.
Può essere più calda, più neutra o più fredda.
Il colore della luce si misura in gradi Kelvin (°K):
Più il numero è basso → Più la luce è calda (tendente al giallo-arancio)
Più il numero è alto → Più la luce è fredda (tendente all’azzurro)
Immagine generata con l’AI
Sul colore della luce ti basta sapere due cose fondamentali:
Cerca il più possibile di avere per tutta la casa lampadine dello stesso colore, per evitare l’effetto “patchwork luminoso”. Altrimenti l’effetto potrebbe essere questo! E noi non lo vogliamo vero?!
No alla luce fredda (la lasciamo agli edifici pubblici). No alla luce troppo calda (non siamo in un forno). Sì alla luce neutro-calda. Il valore che ti consiglio vivamente è: 3000°K.
È il compromesso perfetto tra accoglienza e naturalezza, valorizza i colori e rende l’ambiente armonioso senza falsarli.
Cerca, tra le decine di confezioni sullo scaffale, quella su cui è scritto 3000°K. È quel numerino che fa davvero la differenza.
Sono un’amante di IKEA, lo sai. Ma sulle lampadine devo essere sincera: molte di quelle che si trovano lì sono 4000°K (troppo fredde) oppure 2700°K (molto calde).
E sì, l’errore l’ho fatto anch’io. Le ho comprate per comodità, convinta che “una lampadina vale l’altra”. Non lo farò più.
Perché quando inizi a notare la differenza, non torni indietro. E quei 3000°K diventano il tuo nuovo standard.
CARATTERISTICA 3 • I Watt
I watt indicano la potenza elettrica consumata.
Con il LED possiamo stare molto più tranquille rispetto al passato:
una lampadina LED da 8W corrisponde circa a una vecchia a incandescenza da 60W.
Una bella differenza, vero?
I valori sono riferiti alle lampadine Philips (le mie preferite)
La scelta dei watt della tua lampadina dipende da:
Grandezza della stanza
Funzione della luce
Tipo di lampada (schermo opalino? aperta?)
Quantità di punti luce presenti nella stanza
Io in casa voglio vederci bene (e credo anche tu). Se devo lavorare al computer, cucinare o truccarmi allo specchio, la luce deve essere adeguata alla funzione: chiara, sufficiente, senza zone d’ombra fastidiose.
Ma quando voglio atmosfera è un’altra storia. In quel caso preferisco creare più punti luce distribuiti, magari meno potenti singolarmente, ma capaci insieme di costruire un ambiente morbido, accogliente e stratificato.
È proprio questo il segreto: la luce non è solo quantità, è intenzione.
Ora, le indicazioni che trovi qui sotto sui watt sono valori indicativi, una linea guida di partenza. Non sono numeri rigidi o universali.
Non conoscendo la tua casa (le dimensioni delle stanze, il tipo di lampada che hai scelto, la quantità di punti luce…) non posso dirti con precisione matematica quale sia il watt perfetto per te.
Prendili come un riferimento per non sbagliare in modo grossolano e per orientarti quando sei davanti allo scaffale.
E ti do anche un consiglio molto pratico: puoi acquistare una lampadina, provarla a casa e, se non ti convince, riportarla indietro e cambiarla.
Sì, l’ho fatto anch’io, quando ho scelto le lampadine per casa nuova!
Perché la luce va vista nel suo contesto reale.
Solo così capisci davvero se è quella giusta per te.
Immagine generata con l’AI
Ecco i valori indicativi dei watt delle lampadine suddivisi per “obiettivi”:
La consulenza “botta e risposta” a portata di smartphone. Una consulente personale a tua disposizione (io), pronta a rispondere alle tue domande di styling e a offrirti consigli su come migliorare ogni angolo della tua casa.
Questo è il valore che quasi nessuno guarda. E invece è fondamentale.
Si chiama Color Rendering Index (CRI) o Indice di Resa Cromatica (IRC o Ra).
L’indice di resa cromatica indica quanto i colori degli oggetti appaiono veri e naturali sotto quella luce.
Immagine generata con l’AI
In pratica, più il CRI è alto, più i colori sembrano come li vedresti alla luce del sole.
Se il CRI è basso, i colori possono apparire spenti, falsati o innaturali, anche se la stanza è ben illuminata.
Deve essere ≥ 80.
Se vuoi un effetto davvero bello e naturale, non scendere sotto questo valore.
Diffida delle lampadine economiche, senza indicazione chiara del CRI o con un valore basso.
Se ti importa del risultato finale, questo parametro fa la differenza.
Esempi di lampadine consigliate
Per renderti più semplice la scelta, ecco alcuni esempi di lampadine LED con valori ideali per casa: tutte con colore 3000°K (luce neutro-calda) e CRI ≥ 80, così i colori appaiono reali e naturali.
La consulenza “botta e risposta” a portata di smartphone. Una consulente personale a tua disposizione (io), pronta a rispondere alle tue domande di styling e a offrirti consigli su come migliorare ogni angolo della tua casa.
Impara a definire le aree in una stanza senza pareti utilizzando la disposizione degli arredi, l’illuminazione e i tappeti kilim per creare spazi abitativi funzionali e organizzati.
Gli spazi abitativi a pianta aperta sono diventati sempre più popolari, offrendo flessibilità e una sensazione di spaziosità. Tuttavia, senza confini ben definiti, gli ambienti possono talvolta risultare disordinati o difficili da organizzare. Quando diverse funzioni, come il relax, la sala da pranzo e il lavoro, condividono lo stesso spazio, diventa importante creare una separazione visiva.
La buona notizia è che non servono pareti per ottenere questo risultato. Con le giuste scelte di layout ed elementi di design, è possibile definire le aree di una stanza mantenendo al contempo un’atmosfera aperta e confortevole.
Perché è importante definire le aree in una stanza?
Definire le aree all’interno di una stanza contribuisce a migliorarne sia la funzionalità che il comfort. Quando gli spazi sono chiaramente organizzati, diventa più facile capire come ogni parte della stanza debba essere utilizzata.
Una disposizione ben strutturata migliora anche la circolazione e la fluidità degli spazi. Invece di apparire caotica, la stanza risulta armoniosa ed equilibrata. Questo è particolarmente importante nelle case open space, dove diverse attività si svolgono in un unico ambiente condiviso.
Inoltre, definire aree specifiche può rendere una stanza più gradevole alla vista. Creando confini discreti, si aggiunge struttura senza compromettere la sensazione di apertura.
Come si possono definire gli spazi in una stanza senza usare le pareti?
Esistono diversi modi efficaci per creare separazione in una stanza senza costruire barriere fisiche.
Utilizzo della disposizione dei mobili: disporre divani, sedie e tavoli in modo strategico può dividere naturalmente uno spazio. Ad esempio, posizionare un divano con lo schienale rivolto verso un’altra area può creare un confine netto.
Applicare diverse zone di illuminazione: l’utilizzo di lampade da terra, lampade a sospensione o lampade da tavolo aiuta a distinguere le aree. L’illuminazione crea un segnale visivo che separa una funzione dall’altra.
Introduci variazioni di colore: sottili differenze nei colori delle pareti, negli elementi decorativi o negli accessori possono contribuire a definire zone separate, mantenendo al contempo l’armonia in tutto lo spazio.
Utilizzo del contrasto nella pavimentazione: materiali o texture diversi sul pavimento possono segnalare un cambiamento di funzione, anche all’interno della stessa stanza.
Utilizzare i tappeti Kilim per suddividere gli spazi: i tappeti Kilim sono uno dei modi più semplici per definire le aree senza chiudere lo spazio. I loro motivi e le loro texture aiutano a dare stabilità ai mobili e a creare zone visive ben definite.
I proprietari di casa che desiderano migliorare la disposizione e la struttura degli spazi spesso utilizzano elementi semplici come i tappeti kilim per definire gli ambienti, e qui puoi esplorare altre opzioni per trovare idee adatte a diverse tipologie di arredamento.
È possibile dividere una stanza con un tappeto Kilim?
Sì, un tappeto kilim può dividere efficacemente una stanza senza bisogno di pareti o divisori. Funziona raggruppando visivamente i mobili e definendo zone specifiche all’interno di uno spazio più ampio.
Negli ambienti open space, posizionare un tappeto kilim sotto una zona salotto può delimitare chiaramente l’area giorno. Allo stesso modo, un tappeto sotto un tavolo da pranzo può separare la zona pranzo dal resto della stanza.
Poiché i tappeti kilim sono tessuti in piano e leggeri, forniscono struttura senza appesantire o chiudere lo spazio.
Come utilizzare un tappeto Kilim per definire uno spazio?
Utilizzare un tappeto kilim in modo corretto può migliorare significativamente l’organizzazione e la percezione di una stanza.
Posizionamento sotto le zone salotto: Posiziona il tappeto kilim sotto divani e poltrone per creare uno spazio abitativo libero all’interno della stanza.
Definire le zone pranzo: un tappeto kilim sotto il tavolo da pranzo aiuta a delimitare la zona pranzo, soprattutto negli ambienti open space.
Crea una zona di lavoro: negli ambienti multifunzionali, un tappeto kilim può separare una piccola area di lavoro dal resto dello spazio.
Valorizzate gli angoli relax: aggiungere un tappeto kilim a un angolo lettura o a una zona relax rende lo spazio più curato e confortevole.
Come scegliere il tappeto Kilim giusto per i diversi ambienti?
La scelta del tappeto kilim giusto è importante sia per l’equilibrio visivo che per la funzionalità. La selezione corretta contribuisce a definire gli spazi in modo efficace, mantenendo al contempo l’armonia nella stanza.
Scegli la dimensione giusta per lo spazio: un tappeto kilim dovrebbe essere abbastanza grande da ancorare i mobili all’interno di un’area specifica. In soggiorno, è meglio che almeno le gambe anteriori di divani e poltrone poggino sul tappeto.
Abbina il tappeto alla disposizione della stanza: la forma e la posizione del tappeto kilim dovrebbero seguire la disposizione dello spazio. I tappeti rettangolari sono adatti alle zone salotto, mentre i tappeti più piccoli possono definire aree più compatte.
Considera la funzione dell’area: pensa a come verrà utilizzato lo spazio. Le zone ad alto traffico come soggiorni o corridoi richiedono tappeti kilim resistenti, in grado di sopportare un uso frequente.
Bilanciare i colori con la palette degli interni: i tappeti Kilim presentano spesso tonalità terrose e motivi geometrici. Scegliere colori che si abbinino ai mobili e alle pareti aiuta a mantenere un aspetto armonioso.
Utilizzare i motivi decorativi per definire le zone: i motivi decorativi possono separare visivamente diverse aree all’interno della stessa stanza. Un disegno distintivo di un kilim aiuta a segnalare un passaggio funzionale tra gli spazi.
Incartare
Definire le zone in una stanza senza pareti è fondamentale per creare uno spazio abitativo funzionale e ben organizzato. Con scelte di design oculate, come la disposizione dei mobili, l’illuminazione e la pavimentazione, è possibile creare zone ben definite pur mantenendo un layout aperto.
I tappeti Kilim offrono una soluzione semplice ed efficace per raggiungere questo equilibrio. La loro capacità di ancorare i mobili e definire gli spazi li rende un prezioso complemento d’arredo per gli interni moderni, contribuendo a trasformare ambienti aperti in spazi strutturati e confortevoli.
È proprio in questo scenario che entrano in gioco le soluzioni Tubes: radiatori compatti, capaci di coniugare prestazioni, design e flessibilità d’uso, anche quando lo spazio è limitato. Quattro progetti, firmati da designer italiani, raccontano bene questo approccio.
Radiatori Tubes e l’abitare contemporaneo.
Il contesto attuale è sempre più segnato da una forte orizzontalità, in contrapposizione alla tradizionale verticalità degli spazi. Nelle case così come nei progetti hospitality, le pareti si alleggeriscono, lasciano spazio a grandi vetrate, sistemi contenitivi ed elementi d’arredo, riducendo le superfici disponibili per i classici impianti di riscaldamento.
È proprio in questo scenario che entrano in gioco le soluzioni Tubes: radiatori compatti, capaci di coniugare prestazioni, design e flessibilità d’uso, anche quando lo spazio è limitato. Quattro progetti, firmati da designer italiani, raccontano bene questo approccio.
Si parte da Milano/Horizontal di Antonia Astori e Nicola De Ponti
Milano/Horizontal è un radiatore sviluppato in lunghezza, ideale per essere collocato come sottofinestra davanti a vetrate o lungo pareti basse, dove i tradizionali radiatori verticali non trovano collocazione.
Un lungo marshmallow disponibile in 2 lunghezze (175 e 202 cm) e in oltre 140 colori della palette Tubes, oltre che in acciaio verniciato trasparente, mantiene intatta la forza espressiva e il carattere scultoreo del progetto originale, diventando un elemento architettonico distintivo, anche nei contesti più compatti.
Di Ludovica Serafini e Roberto Palomba è invece il design T.B.T.
Si tratta di un tubo scaldasalviette (ideale dunque per l’ambiente del bagno) di soli 7 cm di diametro, se ne possono installare più di uno o singolarmente, orientati in verticale o in orizzontale a seconda delle preferenze ed esigenze.
Ideale anche per corridoi e spazi di passaggio, anche qui troviamo due lunghezze (120 e 200 cm) e 140 proposte di colore tra cui le finiture galvaniche cromo lucido, nichel nero lucido, stagno lucido, ottone opaco, rame spazzolato opaco e oro 14k lucido.
T.B.T.SOHO
Soho, il mini radiatore
Gli stessi designer firmano anche SOHO, un radiatore pensato per sfruttare al meglio porzioni di parete contenute, in particolare in verticale.
Parliamo di un ingombro davvero contenuto larghezza minima di 17,6 cm e una sporgenza dalla parete di 13 cm. Ideale per spazi ridotti, corridoi, pareti strette o zone di passaggio, SOHO dimostra come un ingombro minimo possa comunque garantire un’elevata resa termica, grazie a due caratteristiche progettuali fondamentali: la scelta dell’alluminio e il basso contenuto d’acqua. L’alluminio è un materiale ad alta conducibilità che, unito alla poca acqua necessaria da riscaldare, rende questo radiatore particolarmente performante.
Per l’ambiente bagno, SOHO è disponibile anche nella Bathroom Version, completa di portasalviette integrato e con un ingombro contenuto di soli 31,2 cm di larghezza, una soluzione funzionale pensata appositamente per spazi piccoli, senza rinunciare alle prestazioni.
Dalla presenza discreta e perfettamente integrata nell’architettura contemporanea, SOHO è disponibile in tutti i 140 colori della gamma Tubes e nelle finiture speciali alluminio anodizzato argento, titanio, bronzo e nero.
La versione per il bagno di RIFT
Completiamo il cerchio con RIFT BATHROOM VERSION, di Ludovica Serafini e Roberto Palomba in collaborazione con Matteo Fiorini.
RIFT Bathroom Version è progettato per il bagno contemporaneo, dove gli spazi sono ridotti ma il comfort rimane un elemento fondamentale. Si compone di un unico elemento largo solo 24 cm — circa la metà rispetto ai tradizionali scalda salviette da 40 cm — riducendo al minimo l’ingombro.
Nonostante le dimensioni compatte, è in grado di sviluppare una potenza fino a 660 W, sufficiente per riscaldare in modo efficace un bagno ben isolato di circa 3 × 2 metri.
Realizzato in alluminio, un materiale leggero, riciclabile e altamente reattivo, assicura una risposta rapida e un comfort immediato. La disponibilità di accessori dedicati, come appendini e portasalviette, ne amplia la funzionalità, offrendo soluzioni pratiche e coordinate dal punto di vista estetico.
Proposto in oltre 140 colori della gamma Tubes e in finiture galvaniche, RIFT Bathroom Version si inserisce con naturalezza sia in ambienti residenziali sia nei progetti di hospitality.
RIFTSTEP BY STEP
Ad Alberto Meda invece si può attribuire la paternità di Step By Step.
Con una sporgenza dalla parete di appena 7,8 cm e una larghezza che parte da 31,7 cm, Step-by-Step assicura un ingombro minimo, ottimizzando lo spazio anche in profondità.
La sua struttura modulare consente di adattarlo con facilità a diverse configurazioni, senza rinunciare a un’elevata qualità estetica. Rispetto a Milano/horizontal che è esclusivamente elettrico, qui invece troviamo più versioni: idraulica, elettrica e mista e può essere arricchito con accessori come portasalviette e appendini, risultando ideale anche per l’ambiente bagno.
Proposto nelle finiture raggrinzate e nei colori opachi della gamma Tubes, si integra armoniosamente in contesti contemporanei.
Questi progetti ci dimostrano come anche in spazi ridotti sia possibile coniugare funzionalità e ricerca estetica: il comfort non è una questione di spazi, ma di progettazione intelligente. Ed è da quest’ultima che possiamo ottenere il comfort che cerchiamo.
Segna in agenda: il Salone Internazionale del Bagno 2026 torna protagonista al Salone del Mobile.Milano, dal 21 al 26 aprile, come la più grande vetrina internazionale del settore, con 163 espositori da 14 Paesi — oltre il 28% dall’estero. Un’edizione che si preannuncia ricca di visioni, tecnologie e materiali capaci di ridefinire uno degli ambienti domestici più importanti: il bagno, non più semplice spazio funzionale, ma luogo di benessere, cura e progetto consapevole.
La nuova spa domestica: il bagno diventa rifugio sensoriale
La tendenza più forte che emerge dal Salone Internazionale del Bagno 2026 è quella della spa domestica: ambienti fluidi e avvolgenti, docce walk-in scenografiche, nicchie attrezzate, specchi contenitivi e una luce stratificata che scolpisce l’atmosfera piuttosto che illuminarla semplicemente. Il minimalismo si scalda e si fa tattile, abbandonando la freddezza degli anni passati per abbracciare finiture opache, metalli spazzolati, cromie minerali e terrose. Le superfici continue in grandi lastre, le ceramiche evolute e i compositi che riducono giunti e manutenzione raccontano un’estetica sofisticata, dove la bellezza coincide con la praticità.
Longevity: il bagno che resiste al tempo e ai gesti che cambiano
Tra i temi che stanno riscrivendo le priorità progettuali del settore, uno emerge con particolare forza: la longevity. Il bagno, più di ogni altro ambiente domestico, deve reggere il tempo che passa e i gesti che cambiano, senza perdere estetica né comfort. Crescono così le soluzioni eleganti ma inclusive: accessi a filo pavimento, superfici antiscivolo dall’aspetto materico, sedute integrate e appoggi discreti che sembrano dettagli di design, maniglie ergonomiche e altezze ripensate per un uso meno faticoso nel tempo.
Anche l’illuminazione risponde a questa logica, con luci diffuse anti-abbagliamento e punti mirati per sicurezza e precisione. L’architettura degli arredi si fa modulare e riparabile: componenti sostituibili, finiture resistenti e ricambi programmati, perché la sostenibilità passa anche dalla vita lunga del prodotto. Efficienza idrica, igiene e durabilità non sono più optional, ma coordinate progettuali imprescindibili.
Tecnologia invisibile: il bagno connesso del futuro
Sul fronte tech, le novità bagno del Salone Internazionale del Bagno 2026 raccontano un ambiente che si connette senza fare rumore. Docce digitali con profili personalizzati, sanitari smart e bidet che alzano lo standard igienico, rubinetti con sensori e misurazione dei consumi, valvole intelligenti che prevengono perdite e danni: la tecnologia entra nel bagno con discrezione, integrandosi nell’estetica degli spazi senza imporsi visivamente.
L’orizzonte a medio-lungo termine è quello dei servizi: manutenzione predittiva, assistenza da remoto, upgrade software e integrazione con domotica e intelligenza artificiale per creare scenari su misura — luce, vapore, suono, microclima — capaci di adattarsi alle abitudini e ai desideri di chi abita lo spazio. Il bagno impara, si adatta, evolve: non è più solo un ambiente, ma un ecosistema digitale al servizio del benessere quotidiano.
Anticipazioni novità al Salone Internazionale del Bagno 2026
Nelle settimane che precedono l’apertura del Salone Internazionale del Bagno 2026, le aziende iniziano a svelare le loro anticipazioni. Dai nuovi sistemi d’arredo alle collezioni di ceramica, dalle tecnologie smart alle finiture più ricercate: ecco alcune delle novità prodotto in anteprima, che aggiorneremo fino all’apertura della manifestazione.
Globo: Gisele, quando il cannettato degli anni Trenta diventa linguaggio contemporaneo
Tra le anticipazioni più raffinate del Salone Internazionale del Bagno 2026, spicca Gisele, la nuova collezione di Globo firmata dal duo Angeletti Ruzza. Un progetto che combina ceramica e materiali differenti per costruire un linguaggio progettuale equilibrato e riconoscibile, dove rigore formale e libertà compositiva convivono in un’architettura d’interni dal carattere distintivo. Pensata per interpretare il bagno come spazio da vivere, Gisele sviluppa un’atmosfera intima e raffinata attraverso volumi misurati, superfici leggere e un’attenta ricerca sulle proporzioni.
Il cuore del progetto è la reinterpretazione del cannettato anni Trenta e Quaranta: lontano da ogni nostalgia, il motivo decorativo viene integrato nell’architettura del progetto come elemento strutturale del linguaggio compositivo. La ricerca sugli smalti ha avuto un ruolo centrale in questa trasformazione: la finitura lucida esclusiva “Riflessi di Luce” esalta i volumi del cannettato attraverso una palette che spazia da tonalità intense e materiche a nuance più morbide, modulando riflessi e ombre in un rapporto diretto tra materia, luce e percezione.
I mobili a terra della collezione — disponibili nelle misure 85×50 cm e 70×50 cm — sono proposti con lavabo integrato o piano in ceramica coordinato. Completano il sistema due specchiere, un appendino in MDF laccato e due modelli di mensole in ceramica che riprendono proporzioni e pulizia formale dei mobili, rafforzando la coerenza estetica dell’insieme.
Zazzeri al Salone Internazionale del Bagno 2026: Tubex, la rubinetteria che trova la propria identità nella materia
Al Salone Internazionale del Bagno 2026, Zazzeri presenta Tubex, la nuova collezione di rubinetti in acciaio AISI 316L firmata dal designer Massimiliano Settimelli. Un progetto dal linguaggio contemporaneo e minimale che trasforma le qualità intrinseche del materiale — solidità, leggerezza, resistenza e brillantezza naturale — in cifra progettuale distintiva. La scelta dell’AISI 316L, particolarmente resistente alla corrosione, garantisce elevate performance tecniche per ambienti bagno e cucina di alta gamma.
Il cuore del progetto è un elemento primario: la forma del tubo. Bocca di erogazione e manetta richiamano un profilato tondo in acciaio inox, dando vita a un’estetica lineare e priva di sovrastrutture decorative. Un dettaglio progettuale significativo è l’eliminazione del classico taglio obliquo posteriore delle manette, soluzione che conferisce maggiore pulizia e continuità formale all’insieme.
Tubex è disponibile nelle finiture acciaio spazzolato e acciaio lucido, entrambe declinabili nelle sei varianti PVD: Carbon, Antracite, Bronzorame, Rame, Cognac e Orobianco. La collezione si presenta come un sistema completo — miscelatori da piano e a parete, miscelatore bidet e comandi doccia con due nuovi modelli di soffione — per garantire coerenza formale in tutto l’ambiente bagno.
Pad. 10, Stand C02
Scarabeo: Yugo, il lavabo che nasce dalla fusione tra quadrato e cerchio
Al Salone Internazionale del Bagno 2026, Scarabeo presenta Yugo, un lavabo firmato da Studio Adolini che traduce in materia l’armonia tra opposti, unendo design italiano e suggestioni filosofiche orientali. Il progetto nasce dalla fusione di due geometrie primarie — il quadrato e il cerchio, simboli rispettivamente di stabilità e apertura — la cui transizione fluida genera un oggetto scultoreo ed essenziale capace di trasmettere continuità e serenità.
L’ispirazione alla cultura giapponese — dove semplicità, spiritualità e rispetto della materia convivono — rafforza l’impatto emozionale del prodotto, interpretando il bagno contemporaneo come spazio di benessere e cura interiore. La forma ibrida risponde però anche a precise esigenze funzionali: la base quadrata assicura stabilità e semplicità di installazione, mentre la parte superiore circolare ottimizza spazio e capacità contenitiva. Le curvature interne favoriscono il corretto deflusso dell’acqua, la profondità calibrata riduce gli spruzzi e i bordi sottili e continui facilitano la pulizia quotidiana.
Realizzato in ceramica naturale, durevole e completamente riciclabile, Yugo nasce da un processo produttivo ottimizzato per ridurre sprechi ed energia. Una sostenibilità che è anche culturale: un oggetto pensato per accompagnare il tempo, disponibile in molteplici colorazioni, che trasforma un gesto quotidiano in un momento di autentica armonia.
Pad. 6, Stand B25 C22
Antoniolupi al Salone Internazionale del Bagno presenta Skyline
Al Salone Internazionale del Bagno 2026, Antoniolupi presenta Skyline, lavabo freestanding in marmo firmato da Antonio Iraci che nasce da una concezione puramente architettonica dell’oggetto. Il riferimento è quello dello skyline metropolitano: un’architettura di piani sfalsati, superfici parallele e ortogonali, pieni e pause, luce e ombra. Il risultato è un volume tridimensionale scultoreo definito esclusivamente da linee rette — un origami di pietra che emerge dalla parete esprimendo tutta la potenza materica del marmo naturale.
Il progetto gioca con la percezione e la scoperta: frontalmente, la sovrapposizione di due piani cela il bacino senza rivelarne immediatamente la funzione. Solo superato il primo piano visivo il lavabo si svela nella sua interezza, con la vasca sospesa tra due superfici parallele come un ponte contemporaneo. L’interno levigato e altamente riflettente moltiplica le immagini, amplifica la percezione dello spazio e trasforma ogni gesto quotidiano in un’esperienza sensoriale.
Ogni pezzo è irripetibile: venature, variazioni cromatiche e intrusioni minerali attestano l’autenticità della pietra naturale. Skyline è disponibile in tredici marmi e pietre, tra cui Carrara, Nero Marquinia, Calacatta Viola, Port Laurent e Statuario, per inserirsi con eguale forza in ambienti dal minimal contemporaneo al luxury décor.
Glass Design: Madison Marmoral, il vetro che si finge marmo
Al Salone Internazionale del Bagno 2026, Glass Design amplia la propria collezione di lavabi d’appoggio con Madison Marmoral, un nuovo modello in vetro a base circolare che sorprende lo sguardo e sfida la percezione dei materiali. Le profonde venature chiare su fondo nero e la finitura lucida restituiscono con straordinaria fedeltà l’eleganza senza tempo del marmo Black Marquina — ma è solo osservandolo più attentamente che si svela la sua vera natura: non marmo, bensì vetro lavorato dai mastri vetrai con l’esclusiva tecnica Glass Design.
La differenza non è solo estetica ma progettuale: la scanalatura esterna che caratterizza il corpo del lavabo — elemento distintivo e altamente scenografico — sarebbe quasi impossibile da realizzare su un blocco di pietra naturale. Nel vetro diventa invece un segno di design preciso, regolare e sofisticato, raggiungibile solo grazie alla versatilità e alla perfezione formale di questo materiale.
Madison Marmoral è pensato per ambienti bagno eleganti e raffinati, residenziali o contract, e rappresenta la sintesi ideale tra tradizione artigianale e innovazione tecnologica. Un lavabo che conferma la capacità di Glass Design di trasformare il vetro in materia emozionale, ridefinendo i confini del design contemporaneo per il bagno.
Mamoli: la rubinetteria futuribile di Joe Colombo entra in bagno
Al Salone Internazionale del Bagno 2026, Mamoli — azienda italiana di rubinetteria con oltre 90 anni di storia — arricchisce la serie Maestri con un nuovo protagonista d’eccezione: Joe Colombo, visionario del design italiano che ha immaginato l’abitare del futuro attraverso una progettualità scultorea e modulare. Dopo Gio Ponti, Alessandro Mendini e Achille Castiglioni, il percorso di valorizzazione della cultura del progetto all’interno dell’ambiente bagno si amplia con uno dei nomi più radicali del design del Novecento.
Il rubinetto capostipite della collezione — un tre fori a bocca alta — nasce dalle linee morbide e continue tipiche di Colombo, esprimendo una perfetta fluidità formale che richiama l’unità abitativa per cui fu originariamente concepito nel 1969, lo stesso anno del leggendario Visiona 1 realizzato per Bayer. Le superfici lucide e riflettenti enfatizzano un linguaggio futuristico per l’epoca, trasformandolo in strumento concreto per l’abitare contemporaneo. Il colore, saturo e vibrante, attraversa la collezione come firma distintiva, valorizzando dettagli e geometrie.
Con questa nuova collezione, il futuro immaginato da Joe Colombo diventa attualità, confermando Mamoli come interprete unico nel panorama della rubinetteria italiana, dove il progetto d’autore diventa motore di innovazione contemporanea.
Frattini al Salone Internazionale del Bagno presenta Don Chisciotte
Al Salone Internazionale del Bagno 2026, Frattini presenta Don Chisciotte, una nuova collezione di rubinetteria che nasce dalla riscoperta dell’eredità formale della tradizione per reinterpretarla con uno sguardo pienamente contemporaneo. Il progetto parte da una rilettura consapevole dei codici estetici del passato — proporzioni equilibrate, dettagli decorativi, presenza scenica — traducendoli in un linguaggio più essenziale, attuale e trasversale.
Il carattere della collezione si esprime attraverso volumi essenziali, bocche minimali e slanciate e una maniglia distintiva ispirata alle pale dei mulini a vento, omaggio diretto al celebre protagonista cervantino da cui la collezione prende il nome. Un dettaglio iconico che diventa firma visiva riconoscibile, capace di equilibrare la pulizia formale del progetto con una nota narrativa e poetica.
Don Chisciotte è una collezione completa di rubinetteria, disponibile sia con comando tradizionale che con miscelazione monocomando, declinata in 11 varianti colore per adattarsi con versatilità a contesti progettuali differenti, dal bagno classico al più rigoroso minimalismo contemporaneo.
Monitillo: Tecton di Félix Millory, quando il marmo diventa architettura scultorea
Al Salone Internazionale del Bagno 2026, Monitillo — azienda italiana specializzata nella lavorazione di marmi, graniti e pietre naturali — presenta l’ampliamento della collezione Tecton, nata dalla collaborazione con l’architetto e designer francese Félix Millory. Un progetto che va oltre la superficie decorativa per fare del marmo una presenza strutturale e scultorea: scolpita, equilibrata e composta con una silenziosa monumentalità.
Al centro della collezione brilla il Calacatta viola, selezionato da Monitillo da un punto di cava poco conosciuto, dove intense venature violacee attraversano la pietra come pennellate generate dalla natura. Ogni lastra racconta una storia geologica irripetibile. La vasca si presenta come un monolite puro e archetipico, il cui volume è sottilmente separato per creare una tensione visiva che suggerisce l’impressione che la pietra si sia aperta dall’interno. I lavabi seguono la stessa filosofia: forme scavate nella materia in cui profondità e continuità delle venature diventano protagoniste assolute.
Pad. 13, Stand D41
Salone Internazionale del Bagno 2026: un racconto in continua evoluzione
Questo articolo verrà aggiornato con tutte le anticipazioni, i progetti e le novità che i brand sveleranno nelle settimane precedenti alla manifestazione. Continua a seguirci per non perdere nessuna novità dal Salone Internazionale del Bagno 2026.