Trasformare un antico palazzo barocco in una casa mediterranea autentica, senza tradirne l’anima storica, è una sfida che richiede visione, materiali giusti e — soprattutto — una palette cromatica capace di raccontare un territorio. È quello che è successo a Nardò, nel cuore del Salento, dove il proprietario Manuel, berlinese innamorato dell’Italia, ha trasformato un edificio storico in una dimora che è insieme rifugio contemporaneo e omaggio alla tradizione pugliese.
Un restauro che rispetta la storia
Il palazzo colpisce fin dal primo sguardo per le sue volte a stella e per gli spazi generosi, tra cui un salone con soffitti che superano i sei metri di altezza. L’intervento di restauro ha scelto la strada della continuità: niente stravolgimenti, ma un recupero attento del carattere originale della struttura, integrato con materiali storici come la graniglia di marmo per le pavimentazioni.
“Mi piaceva l’idea di un palazzo storico con un approccio moderno“, racconta il proprietario. L’obiettivo era chiaro fin dall’inizio: un’atmosfera semplice, minimal, costruita attorno a materie prime e colori del territorio — l’essenza stessa di una casa mediterranea ben riuscita.
I colori Kerakoll che definiscono lo stile di questa casa mediterranea
Le finiture, curate da Kerakoll Colors, sono l’elemento che tiene insieme l’intero progetto, creando un’identità visiva coerente in ogni ambiente della casa.
Nel salone, due nuance della Neutral Chart — KK 1302 e KK 1307 — si accostano con equilibrio: la seconda, utilizzata sul battiscopa, crea un contrasto discreto che valorizza le proporzioni dello spazio. Questa scelta dialoga con gli arredi selezionati con cura: il tavolo realizzato da artigiani salentini, le sedute e il divano di design restaurati, le opere d’arte che completano l’atmosfera domestica.
In cucina e nelle camere da letto ritorna l’alternanza tra le tonalità KK 4032 e KK 1307, nuance naturali e rilassanti che lasciano spazio, negli arredi, a toni più decisi come l’azzurro e il rosso. Un lavoro di recupero cromatico ha inoltre riportato alla luce le colorazioni originali delle volte a stella: rosa in cucina, azzurro nella camera padronale, in perfetta sintonia con gli elementi architettonici della casa.
Anche i bagni raccontano questa filosofia: qui domina il tono KK 1392 della Neutral Chart, che esalta la matericità degli ambienti insieme ai lavabi in marmo rosa, mentre uno studio attento della luce accentua le sfumature terrose creando profondità visiva.
Nell’ingresso, la nuance KK 6323 della Terracotta Chart applicata alle pareti dialoga con il KK 1302 del soffitto, mentre infissi e serramenti rifiniti in KK 1306 introducono un contrasto sottile ma efficace.
L’esterno: la continuità tra dentro e fuori
Una casa mediterranea si riconosce anche — e soprattutto — dal modo in cui dialoga con l’ambiente circostante. All’esterno, il colore KK 4062 della Brown Chart riveste facciata e spazi aperti, fondendosi con l’atmosfera pugliese e accompagnando la transizione naturale tra interno ed esterno. La stessa tonalità terrosa è stata scelta per la terrazza, pensata come spazio comune da vivere e attrezzata con una cucina outdoor, ideale per momenti conviviali all’aperto.
Uno stile replicabile: spunti per la tua casa mediterranea
Il progetto di Nardò offre alcuni principi applicabili a qualsiasi ambiente che voglia richiamare lo stile mediterraneo:
Puntare su una palette ristretta e coerente, alternando due o tre nuance neutre per ambiente, come nel caso della Neutral Chart.
Usare il battiscopa o gli infissi come elemento di contrasto discreto, invece di affidarsi a pareti multicolore.
Recuperare le cromie originali, quando possibile, come guida per le scelte cromatiche contemporanee.
Portare i colori della facciata all’interno degli spazi outdoor, per creare continuità visiva tra dentro e fuori.
Bilanciare le tonalità naturali con pochi accenti vivaci (azzurro, rosso, terracotta) negli arredi, senza sovraccaricare gli ambienti.
Una casa che è dialogo tra storia e contemporaneità
Il risultato è una dimora coerente e autentica, capace di rispettare la storia del palazzo e, allo stesso tempo, di riflettere una visione contemporanea dello spazio. Un esempio concreto di come una casa mediterranea possa nascere dall’incontro tra restauro conservativo, materiali locali e una palette cromatica pensata nei minimi dettagli — una lezione preziosa tanto per chi cerca ispirazione quanto per architetti e interior designer alla ricerca di un metodo replicabile.
Art Direction: Kerakoll · Set Design: Greta Cevenini · Photography: Daniel Farò
Il soggiorno rappresenta il baricentro della vita domestica contemporanea, un ambiente multifunzionale destinato all’accoglienza, al riposo serale, alla lettura e talvolta all’attività professionale da remoto. Spesso, la percezione dei volumi architettonici e la vivibilità di quest’area vengono compromesse da un progetto di illuminazione del soggiorno superato, che trascura l’impatto psicologico e visivo del chiaroscuro sull’esperienza abitativa.
Strutturare un impianto coerente significa superare l’idea della luce come mero strumento per rischiarare il buio, elevandola a elemento cardine dell’arredo d’interni, in grado di modulare le atmosfere, scandire i ritmi della giornata e valorizzare le peculiarità geometriche della stanza.
Il limite del punto luce centrale e la stratificazione luminosa nell’illuminazione del soggiorno
L’errore più ricorrente nella gestione degli spazi giorno consiste nell’affidare l’intero fabbisogno luminoso a una singola plafoniera collocata al centro del soffitto. Tale impostazione genera un fascio uniforme, piatto e privo di profondità, che appiattisce le superfici, produce ombre aspre sui volti degli occupanti e lascia gli angoli perimetrali in una penombra disordinata.
Per ottenere un risultato confortevole ed equilibrato occorre invece ricorrere alla stratificazione della luce, orchestrando tre livelli distinti ma complementari: l’illuminazione di base, che garantisce l’orientamento generale senza abbagliare; la luce funzionale, calibrata per attività specifiche ad alto impegno visivo; e la luce d’accento, pensata per evidenziare dettagli architettonici, opere d’arte o textures murali.
Tipologie di corpi illuminanti e armonia compositiva
La riuscita di un progetto di illuminazione del soggiorno poggia sull’integrazione fluida di apparecchi differenziati per emissione e collocazione.
Sopra il tavolo da pranzo o al centro dell’area living, la scelta di eleganti lampadari a sospensione definisce una precisa gerarchia visiva, delimitando idealmente le zone di aggregazione sociale grazie a una presenza scultorea e a una diffusione controllata.
Accanto alla poltrona o al divano, una lampada da terra con diffusore orientabile soddisfa le esigenze funzionali della lettura senza interferire con il resto dell’ambiente, mentre modelli ad arco con proiezioni verso l’alto permettono di sfruttare il rimbalzo luminoso sul soffitto per un effetto avvolgente.
Sugli scaffali delle librerie o sulle credenze, le lampade da tavolo schermate diffondono una luminosità morbida e diffusa, ammorbidendo le linee di confine tra arredi e pareti.
Temperatura di colore e corretta distribuzione spaziale
L’efficacia della illuminazione del soggiorno dipende in modo determinante dalla stratificazione e dalla calibratura cromatica delle sorgenti a tecnologia LED.
All’interno della zona giorno, la gradazione ideale oscilla tra tonalità calde comprese tra i 2700 e i 3000 Kelvin, parametri che favoriscono il rilassamento psicofisico e mettono in risalto le venature del legno e le trame dei tessuti. Laddove sia presente una postazione operativa dedicata allo studio o al lavoro, è opportuno integrare sorgenti mirate fino a 3500 o 4000 Kelvin, limitando la componente neutra alle sole superfici di mansione per non alterare la calda accoglienza d’insieme.
Posizionare i singoli punti di emissione ad altezze sfalsate, dal piano pavimentale alle quote intermedie dei mobili, fino al soffitto, elimina i contrasti eccessivi e concede la libertà di riconfigurare la scena luminosa attraverso accensioni separate o sistemi di regolazione dell’intensità, garantendo a ogni momento della vita domestica il suo perfetto equilibrio visivo.
Conclusione: progettare un’illuminazione del soggiorno su misura
Progettare un’efficace illuminazione del soggiorno non significa semplicemente scegliere apparecchi esteticamente gradevoli, ma costruire un vero e proprio sistema integrato capace di rispondere alle diverse esigenze della vita quotidiana. Combinare sapientemente illuminazione di base, funzionale e d’accento consente di trasformare radicalmente la percezione dello spazio, rendendolo più accogliente, dinamico e versatile in ogni momento della giornata.
Investire tempo nella scelta della temperatura colore corretta e nella distribuzione strategica dei punti luce, magari affidandosi a sistemi dimmerabili o a scenari smart configurabili da app, permette di adattare l’atmosfera del soggiorno alle diverse attività: dalla cena con ospiti alla serata di relax davanti alla TV, fino alle ore di lavoro da remoto. Un progetto di illuminazione del soggiorno ben pensato diventa così un vero alleato del benessere abitativo, capace di valorizzare l’architettura degli ambienti e di riflettere lo stile personale di chi li vive ogni giorno.
I toni caldi della calce definiscono le pareti di Villa a Recco. Un progetto in cui la materia naturale dialoga con la luce e il paesaggio.
Ph Studio Campo
Nel borgo ligure di Recco, quattro distinte unità abitative sono state riunite per realizzare un’unica residenza unifamiliare di 730 metri quadrati. Il progetto è stato sviluppato da Gosplan e Giordano Hadamik Architects, in collaborazione con caarpa per il paesaggio e con studio.skeyper l’arredamento, le opere d’arte e lo styling.
La trasformazione di Villa a Recco in una residenza unifamiliare
L’intervento ha coinvolto gli edifici, gli interni, e il parco circostante di oltre 4.500 metri quadrati. La configurazione degli ambienti nasce dalla relazione con il parco, aprendo la casa verso il mare e il giardino terrazzato.
Il cuore dell’abitazione è il salone, strutturato come una grande loggia coperta con un’altezza di 5 metri; le ampie vetrate amplificano la percezione dello spazio e collegano la stanza con i diversi livelli del giardino. Uno degli elementi architettonici più caratteristici dell’interno è la scala elicoidale.
Ph Studio Campo
Le pareti in calce costituiscono uno sfondo neutro e uniforme progettato per valorizzare gli arredi d’interno, orientati su toni caldi e naturali.
Spazi luminosi e sfondo naturale: la scelta dei toni caldi della calce
Gli interni sono definiti da una spiccata uniformità nei toni e nei materiali.
La palette cromatica e i materiali della villa sono definiti da una forte continuità materica e dall’impiego della calce naturale come elemento centrale del progetto.
Ph Studio Campo
Tutte le pareti interne sono rivestite con la finitura naturale Zer04 (nel colore Goccia 5308) dell’azienda La Calce del Brenta. Questo rivestimento opaco, vellutato e morbido alla vista offre una superficie delicata al tatto, capace di donare profondità e luminosità all’ambiente in sintonia con le sfumature del paesaggio mediterraneo.
La finitura costituisce lo sfondo per soluzioni d’arredo dai toni caldi e naturali, in linea con le tendenze attuali.
C’è un paradosso silenzioso che attraversa le case europee, ed è quello raccontato dai numeri prima ancora che dai proclami dei brand: amiamo i nostri vestiti, ma non ci fidiamo di chi dovrebbe prendersene cura. È da questa contraddizione che parte la narrazione di AEG a IFA 2026, la fiera berlinese che dal 4 all’8 settembre trasforma i padiglioni della Messe in un osservatorio privilegiato sulle tecnologie domestiche del futuro. Nello stand 101 del padiglione 4.1, il marchio nato a Berlino nel 1887 presenta una gamma dedicata alla cura del bucato che non è solo un aggiornamento di prodotto, ma una vera e propria dichiarazione d’intenti: restituire fiducia a un gesto quotidiano che, per molti, resta avvolto da incertezza.
Il paradosso del bucato: capi amati, elettrodomestici temuti
I dati parlano chiaro, e sono quelli raccolti in cinque anni di ricerca The Truth About Laundry, condotta in 14 Paesi europei su un campione cumulativo di oltre 70.000 persone. Il quadro che ne emerge è quasi cinematografico nella sua ambivalenza: due terzi degli intervistati non si fidano completamente della propria lavatrice quando si tratta di lavare la lana, mentre l’85% ha visto almeno un capo rovinato — sbiadito, ristretto, infeltrito — dopo un lavaggio andato storto. Nel dubbio, la maggioranza sceglie la strada apparentemente più sicura: lavare a 40°C o oltre, pur sapendo, quasi con un senso di colpa, che le temperature più basse allungherebbero la vita dei tessuti. È un comportamento che racconta più la sfiducia verso la macchina che l’ignoranza del consumatore, ed è esattamente il terreno su cui AEG ha deciso di intervenire.
Lana come a mano: la certificazione Woolmark e il nuovo standard di delicatezza
Se c’è un tessuto che incarna questa diffidenza collettiva, è la lana. Da qui nasce la collaborazione pluriennale tra AEG e The Woolmark Company, che ha portato oggi a un traguardo significativo: l’intera gamma di lavatrici AEG, asciugatrici AEG e lavasciuga a marchio è certificata Woolmark, con il 93% delle lavatrici a caricamento frontale e il 57% delle asciugatrici che hanno ottenuto il riconoscimento. AEG è inoltre il primo produttore al mondo ad aver conquistato per le proprie asciugatrici il Woolmark Green, il livello più alto di accreditamento della categoria.
Dietro l’etichetta si nasconde un lavoro ingegneristico non banale: i cicli lana calibrano il movimento del cestello per replicare la delicatezza del lavaggio manuale, mentre in asciugatura il controllo di temperatura e rotazione previene il restringimento delle fibre. Il modello Serie 9000X AbsoluteCare® Pro spinge oltre l’asticella con la tecnologia 3DScan, capace di scansionare l’umidità in profondità nei capi per un’asciugatura uniforme, mentre la Serie 8000 AbsoluteCare® affida la stessa missione a una pompa di calore a controllo di precisione, promettendo che perfino la seta mantenga la propria forma originale. “Nessun marchio di elettrodomestici padroneggia la cura dei tessuti come AEG“, ha dichiarato Ian Banes, SVP Regional Product Line Care BA EMEA, sottolineando come oltre un secolo di ricerca tecnologica converga oggi in un unico obiettivo: sfatare l’idea che la lana non possa essere trattata in sicurezza tra le mura di casa.
AEG Care Index: quando la scienza misura la longevità di un colore
Accanto all’ingegneria meccanica, AEG ha scelto di affidarsi ai numeri anche per dimostrare, non solo raccontare, l’efficacia delle proprie soluzioni. Nel 2024 il brand ha introdotto l’AEG Care Index, un parametro inedito nel settore che misura l’impatto dei diversi programmi di lavaggio sulla tenuta del colore nel tempo. Il confronto tra un ciclo standard a 40°C e uno più breve e delicato a 30°C ha prodotto un indice di 1,5, a dimostrazione che un trattamento più rispettoso può mantenere i colori vividi fino al 50% più a lungo. È un dato che sposta il discorso dal marketing alla scienza applicata, e che riflette una tendenza più ampia dell’industria del design domestico: la sostenibilità passa anche dalla capacità di far durare gli oggetti — vestiti compresi — più a lungo.
Design Onyx, velocità e intelligenza artificiale al servizio del bucato
Sul fronte estetico e funzionale, la nuova gamma AEG Onyx introduce un linguaggio di design scuro ed elegante, pensato per chi vuole capacità e rapidità senza compromessi. Il programma MaxWash 45′ lava un carico pieno a 30°C in appena 45 minuti, mentre AI WashAssist regola automaticamente tempo, acqua ed energia in base al volume del bucato, riducendo consumi e durata fino al 30%. Non manca una risposta alle famiglie numerose, con una lavatrice da 12 kg abbinata a un’asciugatrice da 10 kg, e la funzione SpecialCare Wash-to-Dry, che consente di aggiungere una fase di asciugatura a qualsiasi programma, adattando il movimento del cestello anche ai tessuti più delicati.
L’intelligenza artificiale, del resto, è il filo conduttore silenzioso di tutta la gamma: AEG AI Wash&Dry Assist rileva il volume del bucato e adatta automaticamente tempi e consumi idrici ed energetici a ogni carico, in un’ottica di efficienza che non sacrifica la cura del capo.
UniversalDose, la partnership con P&G e la lavasciuga IntelliQuick
Tra le novità presentate a IFA 2026 spicca anche il cassetto UniversalDose, progettato per accogliere le capsule PODS® in un vano dedicato dove vengono perforate prima di raggiungere il cestello, garantendo un’attivazione più rapida e una dissoluzione completa anche nei lavaggi freddi e veloci. Su questo fronte AEG annuncia una partnership strategica con P&G per integrare le prestazioni di UniversalDose con le capsule Ariel MaxPower PODS®. Chiude il quadro delle novità la lavasciuga Serie 9000 con IntelliQuick, capace di lavare, asciugare o completare entrambe le fasi in un ciclo continuo che si adatta al carico: da 1 kg in due ore fino a 5 kg in quattro.
Una missione che va oltre il prodotto
Ciò che emerge dallo stand AEG a IFA 2026 non è soltanto un catalogo di elettrodomestici aggiornato, ma una visione più ampia sulla relazione che abbiamo con i nostri oggetti quotidiani. In un momento storico in cui il design abita sempre più la sfera della sostenibilità e della durabilità, la scelta di AEG di investire in ricerca — dal Care Index alle certificazioni Woolmark, dalla partnership con P&G all’intelligenza artificiale applicata al bucato — racconta un’azienda che prova a colmare il divario tra la cura che riserviamo ai nostri capi e quella che, fino ad oggi, riuscivamo davvero a garantire loro a casa.
Per almeno due decenni il vetrocemento è stato relegato nell’immaginario collettivo a un’epoca precisa e, diciamolo, poco amata dal gusto contemporaneo: i bagni geometrici degli anni Ottanta, le vetrate ondulate degli uffici pubblici, i garage semi-interrati delle villette di provincia. Eppure, complice un rinnovato interesse per i materiali “onesti” e per un’estetica industriale addolcita da un approccio quasi artigianale, il vetrocemento sta vivendo una seconda vita nei progetti di interior design più interessanti degli ultimi anni, da Milano a Copenaghen, da New York a Tokyo. Non si tratta di un revival nostalgico fine a sé stesso, ma di una riscoperta consapevole delle qualità intrinseche di un materiale che, se impiegato con intelligenza, risolve problemi progettuali che altre soluzioni non affrontano con altrettanta eleganza.
Appartamento a Praga, studio Papundekl architekti – Fotografie di Alex Shoots Edifici
Il vetrocemento moderno, va detto subito, non ha quasi nulla in comune con quello dei decenni passati: la produzione attuale offre blocchi dalle geometrie più precise, texture superficiali inedite e, soprattutto, la possibilità di scegliere il vetrocemento colorato in massa, una variabile che amplia enormemente le possibilità compositive rispetto alla sola trasparenza neutra di un tempo.
Perché torna, e perché ora
Il ritorno del vetrocemento va letto insieme a due fenomeni paralleli: la crescente richiesta di luce diffusa senza rinuncia alla privacy negli spazi urbani sempre più densi, e la ricerca di materiali che raccontino una storia, che abbiano una texture riconoscibile e non anonima come il cartongesso o il vetro extra-chiaro. In un’epoca in cui i progettisti cercano di bilanciare la trasparenza (tanto amata dal minimalismo degli anni Duemila) con un bisogno più contemporaneo di intimità e stratificazione visiva, il blocco di vetro rappresenta un compromesso raffinato: lascia passare la luce, la deforma, la moltiplica, ma protegge lo sguardo. È un materiale che “filtra” prima ancora che “mostrare”, ed è proprio questa qualità sfuggente e vibratile ad averlo reso appetibile a una generazione di architetti cresciuta con Instagram e con l’estetica dei riflessi.
A differenza del passato, oggi il vetrocemento non viene più utilizzato come materiale strutturale a tutta parete, bensì come elemento puntuale e scenografico: una partizione tra cucina e soggiorno, una doccia che diventa scultura luminosa, una libreria retroilluminata, un angolo di passaggio tra zona giorno e zona notte. Il cambio di scala e di ruolo è ciò che ha permesso al materiale di liberarsi della sua connotazione “kitsch” e di riposizionarsi come scelta di carattere. In questo senso il vetrocemento moderno va inteso più come un elemento di design puntuale che come un materiale da costruzione tradizionale: un dettaglio capace, da solo, di definire l’identità di un intero ambiente.
I pregi del vetrocemento: luce, privacy, carattere
Il primo vantaggio innegabile del vetrocemento è la sua capacità di gestire la luce naturale in modo scultoreo. A differenza del vetro trasparente, che semplicemente lascia passare la luce, il blocco di vetro la rifrange, creando giochi di ombre e riflessi che cambiano nel corso della giornata e che danno profondità anche ad ambienti altrimenti piatti. È un materiale che “lavora” da solo, senza bisogno di ulteriori elementi decorativi.
Il secondo punto di forza è la privacy senza oscurità: nei bagni, nelle docce, nei separè tra ambienti, il vetrocemento permette di isolare visivamente uno spazio senza rinunciare alla luminosità che deriverebbe da una parete piena. È una soluzione ideale per i monolocali metropolitani, dove ogni metro quadro deve svolgere più funzioni, e per le ristrutturazioni in cui si vuole aprire una pianta compromessa senza abbattere completamente i muri portanti (il vetrocemento, va ricordato, può avere anche una minima funzione portante se correttamente armato, pur non sostituendo una parete strutturale vera e propria).
The Glass Blocks Duplex, Tal Goldsmith Fish Design Studio – Fotografia Amit Geron
Terzo elemento, spesso sottovalutato: la sua resistenza e durata. Il vetrocemento è un materiale praticamente immune a muffe, umidità e raggi UV se ben posato, non si deforma, non ingiallisce come alcune plastiche trasparenti, e mantiene le sue caratteristiche estetiche per decenni. In questo senso è un investimento a lungo termine più solido di molte alternative contemporanee come i pannelli in resina o i vetri stratificati decorativi.
Progetto AFL Praga, studio Mistovia – Fotografia ONI Studio
I difetti del vetrocemento: cosa nessuno vi dice
Sarebbe disonesto, però, raccontare il vetrocemento come un materiale privo di controindicazioni. Il primo limite è di natura acustica e termica: le giunture tra i blocchi, per quanto sigillate, non garantiscono le stesse prestazioni di isolamento di una parete tradizionale coibentata. In applicazioni che coinvolgono ambienti esterni o zone soggette a forti sbalzi termici, questo aspetto va valutato con attenzione insieme a un termotecnico.
Il secondo limite riguarda la pulizia. Le fughe tra i blocchi, proprio come quelle delle piastrelle, tendono ad accumulare sporco, calcare e residui di sapone, soprattutto in ambienti umidi come bagni e docce. A differenza di una superficie vetrata continua, che si pulisce con un panno in pochi secondi, il vetrocemento richiede una manutenzione più simile a quella di una superficie piastrellata: pulizia periodica delle fughe con prodotti specifici anti-calcare, e un’attenzione particolare per evitare che l’umidità ristagni negli interstizi, dove nel tempo può insinuarsi muffa se la ventilazione dell’ambiente non è adeguata.
Il terzo aspetto critico è progettuale: il vetrocemento non è un materiale “neutro”. Ha un carattere forte, una texture riconoscibile, e se inserito senza un disegno complessivo coerente rischia di apparire come un elemento fuori contesto, un residuo stilistico più che una scelta consapevole. Va integrato in un progetto che ne valorizzi la matericità, non aggiunto come vezzo estetico dell’ultimo minuto.
Infine, un tema economico: la posa richiede manodopera specializzata, e i costi — tra blocchi, armature, sigillanti e tempi di lavorazione — possono risultare superiori a quelli di una parete in cartongesso con vetro, pur restando generalmente inferiori a soluzioni in vetro strutturale su misura.
Manutenzione nel tempo: una routine, non un’emergenza
Per chi sceglie il vetrocemento, la manutenzione va pianificata come routine e non affrontata come emergenza. È consigliabile una pulizia delle fughe ogni due o tre mesi negli ambienti umidi, con prodotti a pH neutro che non intacchino il sigillante, evitando abrasivi che possano opacizzare la superficie vetrosa dei blocchi. Nelle applicazioni esterne o semi-esterne, è opportuno verificare periodicamente lo stato delle giunture, che con il tempo e le escursioni termiche possono necessitare di un ripristino parziale del sigillante. Trattandosi di un materiale non poroso nella sua componente vetrosa, il vetrocemento in sé non richiede trattamenti protettivi: il vero punto di attenzione resta sempre la fuga, non il blocco.
The Glass Blocks Duplex, Tal Goldsmith Fish Design Studio – Fotografia Amit Geron
Abbinamenti cromatici: la nuova grammatica del vetrocemento
È negli abbinamenti che si misura la maturità progettuale contemporanea rispetto al passato. Se negli anni Ottanta il vetrocemento veniva lasciato quasi sempre nella sua trasparenza naturale, oggi i progettisti più raffinati lavorano su due livelli distinti: da un lato la scelta del vetrocemento colorato come materiale già pigmentato in fase di produzione, dall’altro l’accostamento del blocco trasparente a palette cromatiche precise nell’ambiente circostante, per amplificarne il potenziale scenografico.
Sul fronte del vetrocemento colorato, le tonalità che stanno guadagnando terreno nei progetti più interessanti sono i verdi acqua e i blu petrolio, capaci di restituire un effetto quasi acquatico quando attraversati dalla luce, e le nuance ambrate, che ricordano il vetro soffiato artigianale e aggiungono calore anche in ambienti dalle finiture fredde. Si tratta di una scelta più impegnativa rispetto al blocco trasparente, perché il colore diventa protagonista assoluto dello spazio e va quindi calibrato fin dalle prime fasi del progetto, non aggiunto in un secondo momento.
Unsplash
Quando invece si opta per il vetrocemento nella sua versione trasparente, l’abbinamento più ricorrente nei progetti recenti è quello con tonalità terracotta e ocra bruciata, che dialogano con la leggera sfumatura verdognola tipica del vetro grezzo, creando ambienti caldi e mediterranei senza scadere nel nostalgico. Altrettanto efficace è l’accostamento con il verde salvia o verde bosco, che valorizza la componente naturale della luce filtrata, particolarmente indicato in cucine e zone living con presenza di piante. Per chi cerca un effetto più contemporaneo e minimale, il nero opaco o il grigio antracite delle strutture metalliche a vista (telai, maniglie, rubinetteria) crea un contrasto netto che “asciuga” la morbidezza del vetro, restituendo un’immagine più architettonica e meno decorativa.
Casa Bertani a Roma, progetto 02A Studio
Da evitare, salvo progetti fortemente concettuali, gli accostamenti con toni pastello troppo delicati, che tendono a scontrarsi con la matericità grezza del blocco, e le finiture a specchio, che generano un eccesso di riflessi poco funzionale alla leggibilità dello spazio. Nel caso del vetrocemento colorato, va inoltre evitato l’errore di moltiplicare troppe tonalità nello stesso ambiente: una sola cromia ben scelta comunica più eleganza di una composizione multicolore.
Conclusione
Il vetrocemento, in sintesi, non è tornato per caso: risponde a esigenze reali di luce, privacy e carattere materico, ma pretende — a differenza di quanto si pensasse negli anni del suo massimo utilizzo — una progettazione consapevole, una manutenzione costante e un pensiero cromatico non improvvisato. Che si scelga la versione trasparente o il vetrocemento colorato, il principio resta lo stesso: il vetrocemento moderno premia chi lo tratta come materiale d’autore e non come semplice tamponamento. Usato bene, è uno dei materiali più intelligenti a disposizione dell’interior design contemporaneo. Usato male, resta esattamente ciò che era negli anni Ottanta: un errore di gusto.
L’attesa è spesso vista come un tempo morto, un intervallo fastidioso tra l’arrivo e l’incontro effettivo. Eppure, per un’azienda, un professionista o un’istituzione, questo momento non è affatto un vuoto da riempire, ma una parte cruciale del percorso del cliente. La sala d’attesa è il primo luogo in cui il visitatore entra in contatto reale con la vostra realtà aziendale. È qui che si forma la prima impressione, ben prima di aver stretto la mano o scambiato una parola. Sottovalutare questo spazio significa perdere un’occasione preziosa per comunicare cura, attenzione ai dettagli e professionalità.
Il valore dell’accoglienza: oltre la funzionalità
Trasformare l’attesa in un’esperienza positiva richiede un cambio di mentalità. Non si tratta solo di allineare sedie contro un muro, ma di creare uno spazio di transizione dove l’ospite possa sentirsi a proprio agio. La psicologia dell’accoglienza ci insegna che il comfort ambientale riduce sensibilmente la percezione del tempo trascorso. Luci troppo fredde o, al contrario, assenza di illuminazione, rumori molesti che provengono dagli uffici vicini o una disposizione caotica degli arredi possono aumentare l’ansia del visitatore. Al contrario, un ambiente studiato trasmette un senso di ordine e stabilità, preparando l’ospite a un confronto sereno e produttivo.
Privacy e comfort come segni di rispetto
Uno degli elementi più critici in ogni ambiente professionale è il rispetto della privacy. Nessuno ama sentirsi osservato o, peggio ancora, in ascolto di conversazioni riservate altrui. Garantire la giusta distanza tra le sedute, utilizzare barriere visive eleganti (come piante, divisori in vetro o librerie a giorno) e prestare attenzione all’acustica sono accorgimenti che fanno una differenza enorme. Quando un ospite si sente protettonel suo spazio personale, il suo livello di stress cala drasticamente. Questo stato di rilassamento non è solo un vantaggio per il visitatore, ma rende il cliente molto più disponibile e attento durante l’incontro successivo.
L’importanza strategica dell’arredo
Quando si pianifica lo spazio, la scelta degli elementi d’arredo non può essere lasciata al caso. Il design deve riflettere l’identità del brand: un’azienda innovativa richiederà linee minimaliste e colori vivaci, mentre uno studio legale o una clinica privata punteranno su materiali solidi e toni più sobri. Attraverso la scelta oculata di un arredamento per sale d’attesa, è possibile influenzare positivamente la percezione di chi entra. Le sedute devono essere ergonomiche, progettate per garantire il massimo benessere anche dopo diversi minuti di permanenza. Investire in qualità non è un costo, ma un messaggio implicito che dice: “Il tuo tempo è importante quanto il nostro”. Un arredo curato, stabile e confortevole eleva immediatamente il valore percepito del servizio che state per offrire.
L’integrazione della tecnologia senza invadenza
Non possiamo ignorare che oggi l’attesa è spesso un momento in cui restiamo connessi. Fornire una connessione Wi-Fi rapida e accessibile, insieme a punti di ricarica discreti per i dispositivi mobili, è ormai uno standard atteso. Tuttavia, è essenziale che queste soluzioni tecnologiche siano integrate in modo invisibile, senza trasformare la sala in un ufficio caotico. L’obiettivo è offrire strumenti per ingannare l’attesa — che sia per rispondere a una mail o leggere una notizia — senza che la tecnologia diventi il fulcro dell’ambiente. Il vero equilibrio si trova nel permettere all’ospite di gestire il proprio tempo, offrendogli le risorse necessarie per farlo in totale autonomia.
Concludere il percorso con eleganza
Ripensare le zone di sosta significa passare da una gestione passiva dell’attesa a una progettazione attiva dell’esperienza. Ogni dettaglio, dalla disposizione dei mobili alla scelta delle luci, contribuisce a costruire una narrazione di professionalità e rispetto. Quando i vostri clienti percepiscono che avete pensato al loro benessere anche in un momento di “non lavoro”, il rapporto professionale si consolida istantaneamente. Una sala d’attesa ben progettata non è solo un arredamento armonioso; è la prova tangibile che la vostra organizzazione ha a cuore l’esperienza umana, prima ancora che commerciale, in ogni singolo istante della relazione.
Il sonno è uno dei grandi temi del benessere contemporaneo e non è un caso che l’interior design se ne stia occupando sempre più seriamente. La qualità del riposo, dicono gli esperti, dipende in larga parte dall’ambiente in cui si dorme: temperatura, silenzio, materiali e soprattutto buio. Dunque, la camera da letto non viene più pensata come semplice un posto dove ci si limita a dormire, ma come uno spazio progettato per favorire il relax, così da trasformare le ore di sonno in vero recupero. Ecco da dove cominciare.
Il buio, prima di tutto: la regola numero uno del sonno di qualità
Se c’è un elemento su cui la scienza del sonno non ha dubbi, è l’oscurità. La melatonina, l’ormone che regola il ciclo sonno-veglia, viene prodotta solo in assenza di luce: bastano i lampioni della strada, l’insegna del negozio di fronte o le prime luci dell’alba estiva per disturbare la produzione e frammentare il riposo, anche senza svegliarsi del tutto.
La risposta progettuale sono le tende oscuranti, che nelle versioni tecniche più evolute — i cosiddetti tessuti blackout, spesso con struttura a nido d’ape — arrivano a bloccare fino al 99% della luce esterna. Le soluzioni attuali hanno superato i limiti dei vecchi tendaggi pesanti: i sistemi a vetro si applicano direttamente sulla finestra senza forare i muri e senza opere murarie, si regolano dall’alto e dal basso per dosare la luce con precisione durante il giorno, e con i loro profili minimali si integrano in qualsiasi stile d’arredo.
Un dettaglio non secondario: i tessuti tecnici oscuranti certificati rientrano nelle detrazioni fiscali per l’efficienza energetica, perché oltre alla luce schermano anche il calore, il che li rende un investimento doppiamente sensato.
Non solo luce: temperatura e silenzio
Gli altri due pilastri ambientali del buon sonno sono termici e acustici. La temperatura ideale della camera da letto si colloca tra i 16 e i 19 gradi, più bassa di quanto si pensi: una stanza troppo calda è tra le prime cause di risvegli notturni. In quest’ottica lavorano bene le schermature isolanti alle finestre (le stesse strutture a nido d’ape dei tessuti oscuranti trattengono un cuscinetto d’aria che riduce gli scambi termici) insieme a scelte di buon senso come tessili traspiranti e naturali per letto e biancheria.
Sul fronte del rumore, oltre agli infissi di qualità, aiutano le superfici morbide: tappeti, testiere imbottite, tende dai tessuti densi assorbono i suoni e smorzano il riverbero, regalando quella sensazione di quiete ovattata che si percepisce entrando in una camera ben progettata.
Colori, materiali e l’arte di togliere
La palette cromatica della zona notte merita una riflessione a parte. I colori che favoriscono il rilassamento sono i toni freddi e desaturati (verdi salvia, azzurri polverosi, grigi caldi) e le tinte naturali della terra: beige, sabbia, terracotta spenta. Da maneggiare con cura invece i colori energizzanti come rossi e arancioni accesi, perfetti altrove ma controproducenti dove si deve rallentare. La regola d’oro dei progettisti è scegliere una base neutra e riposante, riservando il carattere a pochi accenti: una testiera, un plaid, una parete.
Quanto ai materiali, la camera è il regno del naturale: legno, lino, cotone, lana. Non è solo estetica (le fibre naturali regolano l’umidità e migliorano il microclima del letto) ma anche atmosfera: le texture materiche e imperfette comunicano calma in un modo che le superfici lucide e sintetiche non sanno replicare.
C’è poi il capitolo più difficile: togliere. Il disordine visivo è un attivatore di stress, e la camera ideale è essenziale: letto, comodini, un armadio capiente che nasconda tutto, poco altro. Vale in particolare per due presenze ingombranti: la scrivania con il lavoro a vista, che andrebbe schermata o spostata, e gli schermi. La televisione e lo smartphone in camera sono i grandi nemici della cosiddetta igiene del sonno, sia per la luce blu che emettono sia per la stimolazione mentale che portano nel luogo che dovrebbe esserne libero.
Progettare il buio non basta: serve anche progettare la luce giusta per le ore in cui si è svegli in camera. La regola è la stratificazione su più livelli, tutti caldi (sotto i 3000 kelvin) e possibilmente dimmerabili: una luce d’ambiente soffusa, abat-jour o applique per la lettura, eventualmente una striscia LED nascosta per la sera.
Da evitare il lampadario centrale potente come unica fonte: la luce dall’alto, fredda e uniforme, è l’esatto contrario dell’atmosfera che concilia il riposo. Un accorgimento raffinato è illuminare in basso (lampade da terra, luci sotto il letto o lungo il battiscopa) ricreando la progressione naturale del tramonto che segnala al corpo l’arrivo della notte.
Una stanza che lavora per chi ci dorme
Il risultato di tutte queste scelte è una camera che non è più semplicemente arredata, ma progettata attorno a una funzione precisa: il recupero. Buio totale quando serve, luce dosabile durante il giorno, temperatura sotto controllo, silenzio, materiali che respirano e un’estetica che calma invece di stimolare.
Non servono metrature importanti né budget illimitati (molti degli interventi, dalle schermature alle luci, si realizzano senza lavori e in tempi rapidissimi), ma serve intenzione: guardare la propria zona notte con gli occhi del progettista e chiedersi cosa, lì dentro, stia davvero aiutando a dormire meglio.
La ricompensa è quotidiana e si misura al risveglio. Perché una casa bella si gode da svegli, ma una camera progettata bene inizia a lavorare per chi la abita nel momento esatto in cui si spegne la luce.
Nuove stampe nei colori di tendenza? Esistono delle tinte che non sono solo nuove e di tendenza, sono dei dialoghi, dei segreti pieni di emozioni. Le scopriamo in questo articolo.
Colori che evocano la memoria
Il primo è Soft Terrain, un colore che rappresenta le nostre relazioni più profonde: quelle con la natura, con le persone e con la nostra casa. Parliamo di colori della terra, nuances naturali e forme che celebrano la bellezza e la semplicità.
Con Curious Optimism, ci spostiamo in un quadro di Paul Gauguin, ma non solo. Le stampe ci ricordano anche i manifesti pubblicitari degli anni ‘30 di molte aziende italiane del food&beverage: composizioni giocose, colori accesi e un’allegria contagiosa.
E infine, Decadent Night: rosa e burgundy, tonalità estremamente femminili che avrebbero sicuramente acceso la curiosità di una Miranda Pringsley de Il diavolo veste Prada.
Decadent Night rappresenta l’unione perfetta tra gusto vintage, dettagli cromatici e tendenze ribelli: dedicata a chi è sempre all’avanguardia nella moda. That’s it!
Nuove stampe nei colori di tendenza by Desenio
L’art director di questi 3 colori? Desenio! L’azienda ha lanciato da poche settimane la sua capsule collection con l’intento di dare un’identità distinta ad ogni colore, ciascuno dei quali è spiegato dalla Chief Creative Officer di Desenio, Annica Wallin.
Con 78 nuove opere distribuite nelle tre collezioni, ogni proposta combina stampe esclusive realizzate dagli artisti dell’Atelier Desenio di Stoccolma con le opere di artisti selezionati appositamente per valorizzare e interpretare l’estetica di ciascuna collezione.
Per Soft Terrain, siamo entusiasti di presentare le raffinate stampe dell’artista svedese Anna Mörner, mentre per Decadent Nights le opere dell’artista slovena Tea Rudolf donano un tocco ancora più sofisticato e originale allo stile festoso della collezione.
Come si può riqualificare un condominio urbano senza trasformarlo nell’ennesimo prodotto speculativo? A questa domanda risponde, con notevole equilibrio, un progetto realizzato al confine tra i quartieri di Libeň e Vysočany, a Praga: un intervento di recupero del sottotetto che dimostra come la trasformazione del sottotetto in spazio abitabile non debba per forza passare da una demolizione totale o da una logica di massimizzazione dei volumi.
Da un tetto da ristrutturare a un’opportunità abitativa
L’edificio, risalente agli inizi del Novecento, appartiene a due sorelle che ne hanno ereditato la proprietà. La loro intenzione iniziale era semplice: riparare la copertura, ormai ammalorata dal tempo. È durante i sopralluoghi preparatori che il team dello studio matěj šebek architekti, guidato da Matěj Šebek insieme alla coautrice Rozalie Domoráková, ha individuato un potenziale inatteso: proprio lì, nella capriata esistente, si celava lo spazio per un ampliamento del tetto capace di aggiungere un intero livello abitativo all’edificio.
È un caso esemplare di come un intervento nato per necessità tecnica possa evolversi in un progetto architettonico di valore, senza tradire il budget disponibile né le finalità originarie. Non massimizzare i profitti, non ricostruire da zero: la moderazione, qui, diventa un principio progettuale a tutti gli effetti.
Come trasformare il sottotetto in una mansarda abitabile: la soluzione tecnica
Per chi si chiede concretamente come trasformare il sottotetto in una mansarda abitabile, il caso di Harfa offre indicazioni preziose. La capriata originale è stata tagliata dietro il cornicione storico, creando una facciata arretrata dotata di porte finestre e di una terrazza continua sul fronte strada. Questa scelta ha permesso di superare il limite tipico dei sottotetti tradizionali, illuminati soltanto da lucernari, trasformandoli in ambienti realmente vivibili e connessi con l’esterno.
Il risultato sono quattro nuovi appartamenti compatti. Due di questi sono organizzati su due livelli (duplex), con le zone notte inserite in volumi che si aprono verso il cortile interno attraverso ampi abbaini, garantendo una connessione visiva e spaziale anche con la terrazza rivolta verso il blocco cortile. Il valore aggiunto di questi piccoli alloggi non risiede nella metratura, ma nella generosità verticale degli spazi e nella presenza delle terrazze: un aspetto che ogni professionista alle prese con un recupero del sottotetto in un contesto urbano denso dovrebbe tenere in considerazione.
Il dialogo tra struttura storica e nuovo intervento
Uno degli aspetti più interessanti del progetto di recupero del sottotetto, dal punto di vista tecnico, è la scelta di conservare gran parte della capriata originale, integrandola con elementi in acciaio a vista. Sarebbe stato più semplice — e più economico — sostituirla interamente. Lo studio ha invece scelto la strada più complessa: restaurare gradualmente la struttura esistente, lasciandola visibile e in dialogo aperto con i nuovi materiali.
Questo approccio produce un doppio risultato. Da un lato restituisce autenticità agli interni, dove anche i camini originali e altri elementi distintivi dell’edificio sono stati valorizzati. Dall’altro racconta, attraverso la materia stessa, la stratificazione temporale dell’edificio: il nuovo non finge di essere vecchio, e il vecchio non viene nascosto.
Un cantiere a fasi: la sfida di un edificio abitato
Dal punto di vista cantieristico, l’intervento ha dovuto fare i conti con un vincolo non trascurabile: tutti e sedici gli appartamenti esistenti sono rimasti occupati durante l’intera ristrutturazione. Non era quindi possibile rimuovere e ricostruire il tetto in un’unica soluzione. La struttura è stata restaurata per fasi separate, garantendo in ogni momento la protezione dell’edificio e la continuità abitativa dei residenti.
Un dettaglio tecnico che merita attenzione da parte dei professionisti riguarda anche l’ascensore: contrariamente alla prassi più comune, non è stato inserito nel vano scala storico, ma collocato in un pozzo di luce precedentemente inutilizzato, preservando così l’integrità architettonica della scala originale.
Un ampliamento discreto, visibile solo da vicino
Il nuovo volume in copertura convive con l’edificio storico senza sovrastarlo. Dalla strada, l’ampliamento del tetto risulta quasi invisibile; solo osservando da vicino si notano le sottili ringhiere dei balconi. Da punti di vista più distanti, come la stazione ferroviaria di Libeň, il nuovo intervento si integra armoniosamente nel panorama dei tetti del quartiere. Una scelta possibile anche perché l’edificio non ricade in una zona sottoposta a tutela del patrimonio, condizione che ha permesso un intervento piuttosto insolito per gli standard praghesi.
Perché questo progetto di recupero del sottotetto è un modello di riferimento
Il progetto Harfa non si limita alla creazione di nuovi appartamenti: la facciata sul cortile è stata restaurata, così come l’atrio delle scale comuni e gli spazi di circolazione interni. L’obiettivo dichiarato non era ridisegnare l’intero edificio secondo i canoni dell’edilizia residenziale contemporanea “ideale”, ma adattarlo in modo economicamente sostenibile, affinché possa continuare a funzionare naturalmente per i decenni a venire.
In un contesto come quello di Praga, dove il modello dominante è sempre più quello dell’edilizia guidata dai costruttori e orientata alla massimizzazione della capacità edificabile, il recupero del sottotetto di Harfa rappresenta un’alternativa concreta: punta sull’appropriatezza più che sulla scala, e dimostra come anche un intervento parziale — se ben progettato — possa migliorare sensibilmente la qualità dell’intero edificio, prolungandone la vita utile.
Con l’inizio della scuola, la cameretta torna a essere il centro nevralgico della quotidianità di bambini e ragazzi. Non è più soltanto la stanza in cui dormire, ma un ambiente multifunzionale in cui studiare, concentrarsi, coltivare hobby e ricevere amici. Uno spazio che deve saper cambiare volto più volte nell’arco della giornata, senza mai sacrificare comfort, ordine e libertà di movimento. È proprio in questo scenario che i sistemi trasformabili Clei si confermano una risposta concreta e intelligente alle esigenze delle famiglie contemporanee.
Clei e l’arte dell’abitare flessibile
Da oltre sessant’anni Clei progetta soluzioni d’arredo capaci di reinterpretare il concetto di spazio domestico. I sistemi trasformabili dell’azienda non sono semplici mobili, ma vere e proprie architetture d’interni pensate per moltiplicare le funzioni di ogni metro quadrato disponibile. In un’epoca in cui gli spazi abitativi si fanno sempre più contenuti, questa filosophia progettuale diventa uno strumento prezioso per vivere la casa in modo più consapevole, dinamico e su misura.
Il tema del Back to School rappresenta quindi l’occasione perfetta per raccontare come i sistemi trasformabili Clei possano trasformare la cameretta in un ambiente capace di adattarsi ai ritmi di studio e di riposo dei più giovani, offrendo soluzioni pratiche senza rinunciare al design.
Kali Duo Board: studio di giorno, riposo di notte
Pensato specificamente per lo spazio ragazzi, Kali Duo Board è uno dei sistemi trasformabili Clei più rappresentativi di questa filosofia. In un’unica composizione racchiude un’ampia postazione studio e due letti a castello a scomparsa, rispondendo con eleganza alla necessità di condividere una stanza tra fratelli o sorelle.
Durante il giorno, il sistema mette a disposizione un generoso piano scrittoio, perfetto per i compiti, lo studio o il lavoro al computer, dotato anche di una presa USB integrata nella struttura per ricaricare dispositivi elettronici. Quando arriva la sera, basta un semplice gesto manuale per trasformare l’ambiente: lo scrittoio bascula automaticamente e si posiziona sotto il letto inferiore, senza che sia necessario spostare libri, quaderni o oggetti personali dal piano di lavoro. Al suo posto, prendono forma due letti a castello perfettamente integrati nella composizione.
La sicurezza non è mai sacrificata alla praticità: nella configurazione notte, una scala in alluminio anodizzato garantisce un accesso stabile al letto superiore, dotato di un comodo sistema di inclinazione che semplifica il rifacimento quotidiano. Le barriere di protezione, disponibili sia in versione metallica sia imbottita, completano un progetto pensato per accompagnare la crescita dei ragazzi con la massima tranquillità per i genitori.
Wally Plus: la postazione studio che scompare a parete
Accanto a Kali Duo Board, la proposta Clei dedicata al Back to School si arricchisce di Wally Plus, un sistema pensato per chi desidera ricavare una postazione studio efficiente anche in ambienti condivisi o dalle dimensioni più contenute. Da chiuso, Wally Plus si presenta come un elemento compatto e ordinato a parete, capace di integrarsi armoniosamente in qualsiasi contesto abitativo.
Una volta aperto, si trasforma in un ampio tavolo di lavoro, completo di pratici vani contenitori e mensole, pronto ad accogliere lo studio, le attività creative o anche esigenze di smart working da parte dei genitori. Un esempio perfetto di come i sistemi trasformabili Clei sappiano coniugare estetica, funzionalità e ottimizzazione degli spazi in un unico progetto.
Un investimento pensato per crescere insieme alla famiglia
Ciò che rende i sistemi trasformabili Clei una scelta particolarmente interessante nel periodo del Back to School è la loro capacità di adattarsi ai cambiamenti della vita familiare. Una cameretta condivisa, uno spazio ridotto, la necessità di conciliare studio e riposo nello stesso ambiente: sono tutte sfide quotidiane a cui Clei risponde con soluzioni progettate nel dettaglio, grazie a meccanismi brevettati che garantiscono transizioni fluide, intuitive e sicure.
Scegliere un sistema trasformabile Clei significa quindi investire in un arredo che accompagna la crescita dei figli negli anni, offrendo sempre la configurazione più adatta al momento della giornata, senza compromessi tra funzionalità e qualità del design.
Back to School con Clei: quando il design incontra la funzionalità
Con Kali Duo Board e Wally Plus, Clei dimostra ancora una volta come i sistemi trasformabili possano ripensare la cameretta come uno spazio in continua evoluzione, capace di accompagnare ogni momento della giornata dei più giovani. Un approccio che conferma il ruolo di Clei come punto di riferimento nel panorama dell’arredo trasformabile, unendo innovazione tecnica, sicurezza e attenzione estetica.
In vista del rientro sui banchi, affidarsi ai sistemi trasformabili Clei significa scegliere una cameretta pronta a cambiare volto insieme alle esigenze di studio, gioco e riposo di bambini e ragazzi, in totale armonia con lo stile della casa.