C’è stato un tempo in cui progettare un interno significava, soprattutto, definire un linguaggio visivo coerente. Oggi quel passaggio non è scomparso, ma ha perso centralità. L’attenzione si è spostata altrove, verso un terreno più instabile, dove forma e uso devono convivere senza gerarchie rigide.
Le abitazioni, soprattutto nei contesti urbani, si trovano a dover rispondere a richieste che cambiano rapidamente. Non è più sufficiente disegnare spazi ordinati. Serve costruire ambienti che funzionino davvero, anche quando le condizioni d’uso si modificano nel tempo.
Progettazione interni e trasformazione degli spazi abitativi
La progettazione interni si confronta con una realtà meno prevedibile rispetto al passato. Gli ambienti non sono più destinati a un’unica funzione. Possono cambiare ruolo nell’arco della giornata, adattarsi a esigenze diverse senza una configurazione definitiva.
Questo comporta una revisione delle logiche distributive. Gli spazi aperti non sono una scelta estetica, ma una risposta a un utilizzo più fluido. Le separazioni diventano meno nette, le connessioni più frequenti. Tuttavia, questa apertura introduce nuove criticità: gestione dell’acustica, necessità di garantire privacy, equilibrio tra condivisione e isolamento.
In molti casi, le abitazioni esistenti non sono predisposte per queste trasformazioni. Intervenire significa lavorare su una struttura che oppone resistenza, che impone limiti non sempre superabili.
Studi di architettura e ridefinizione del processo progettuale
Gli studi di architettura si muovono all’interno di questo scenario con un approccio che tende a partire dall’uso, più che dalla forma. Il progetto non nasce da un’idea astratta, ma da una lettura delle abitudini, delle esigenze, dei vincoli.
Questo cambia il modo in cui vengono prese le decisioni. Ogni scelta deve essere giustificata non solo dal punto di vista estetico, ma anche da quello funzionale. Il progetto diventa un sistema di relazioni, in cui ogni elemento influenza gli altri.
Il lavoro non si esaurisce nella fase iniziale. Durante l’esecuzione emergono condizioni che richiedono adattamenti. Il progetto viene rivisto, modificato, calibrato in base a ciò che si incontra nel cantiere.
Vincoli strutturali e margini di intervento sugli interni
Intervenire sugli interni significa confrontarsi con limiti precisi. Strutture portanti, impianti, normative. Elementi che definiscono il campo d’azione e che non possono essere ignorati.
La progettazione interni si sviluppa quindi come un equilibrio tra possibilità e restrizioni. Non tutto può essere modificato, e ciò che resta condiziona le scelte. Eliminare una parete, ad esempio, può avere implicazioni su altre parti dell’edificio. Ogni intervento genera una catena di conseguenze.
Questo rende il processo meno lineare. Le soluzioni devono essere adattate, spesso riviste più volte, fino a trovare una configurazione sostenibile.
Funzionalità degli spazi e nuovi criteri di qualità abitativa
La funzionalità degli spazi è diventata un criterio centrale nella valutazione di un progetto. Non riguarda solo la distribuzione degli ambienti, ma la loro capacità di rispondere a esigenze diverse nel tempo.
Comfort, flessibilità, capacità di adattamento. Elementi che si affiancano all’estetica e che, in molti casi, la guidano. Un ambiente ben progettato non è quello che appare ordinato, ma quello che riesce a sostenere l’uso quotidiano senza creare frizioni.
Nel frattempo, le esigenze continuano a evolversi. Nuove abitudini, nuove modalità di lavoro, nuovi equilibri tra spazio privato e condiviso. Gli interni vengono modificati, adattati, reinterpretati.
Il progetto, in questo contesto, non rappresenta una soluzione definitiva. Piuttosto, si inserisce in un processo più ampio, in cui ogni intervento prepara il terreno a trasformazioni successive, senza chiudere mai completamente il discorso.
Una ristrutturazione casale ben riuscita non si misura da quanto viene aggiunto, ma da quanto viene lasciato intatto. È il principio alla base di Mas Cadalt, un casale abbandonato nel cuore della campagna gironina, riportato in vita non per stravolgerlo, ma per capirlo fino in fondo e intervenire solo dove strettamente necessario. Si può ripristinare uno stile di vita con la stessa delicatezza con cui si restaura un oggetto antico? Questo progetto risponde di sì.
Ristrutturazione casale: il brief del cliente e la sfida iniziale
I committenti sono una coppia britannica che ha deciso di lasciare la vita londinese per trasferirsi in Catalogna, continuando a lavorare da remoto in un contesto naturale radicalmente diverso. Non un semplice trasferimento geografico, quindi, ma la ricerca di un nuovo equilibrio tra attività professionale e quotidianità immersa nel verde, nella luce e nel silenzio della Sierra de la Cadalt.
Il casale si presentava come un rudere: un tipico “mas” della campagna dell’Empordà, in stato di abbandono, con un impianto distributivo pensato per la vita rurale e agricola e non per un uso abitativo contemporaneo. A questo si affiancava un secondo volume, un tempo destinato al ricovero di attrezzature agricole, anch’esso da reinventare.
Il brief non chiedeva una casa nuova travestita da casale, ma l’esatto opposto: mantenere intatti volume e tipologia originari, rispettare la scala degli ambienti storici e trovare, all’interno di quella struttura, uno spazio adatto anche al lavoro — in particolare per il designer Terence Woodgate, che nella nuova configurazione avrebbe avuto un proprio studio.
La sfida progettuale, in sintesi: come trasformare un edificio nato per un’economia di sussistenza rurale in una residenza autosufficiente e contemporanea, senza tradirne l’anima. Lo studio ha scelto un approccio dichiaratamente sottrattivo più che additivo: capire prima, intervenire dopo, e solo quando davvero indispensabile.
Soluzioni architettoniche
La strategia di intervento è quella del restauro conservativo con innesti funzionali mirati, non della ricostruzione. Volume e tipologia originari sono stati preservati integralmente: nessuna estensione, nessun ampliamento vistoso. Ciò che è cambiato è l’uso interno degli spazi, riletto in chiave contemporanea mantenendo però la gerarchia e la scala preesistenti.
La distribuzione funzionale segue la logica dell’edificio storico, ma ne reinterpreta i ruoli:
Piano terra: cucina e soggiorno. La cucina sfrutta la tripla altezza della torre preesistente, un elemento verticale che nell’edificio originario aveva probabilmente funzione difensiva o di avvistamento, oggi trasformato nel cuore luminoso della casa. Il soggiorno è orientato per catturare la vista sulla Sierra de la Cadalt.
Piano superiore: due camere da letto, ricavate rispettando la scansione degli ambienti esistenti.
Piano inferiore: l’ex stalla diventa un ambiente polifunzionale, capace di adattarsi a usi diversi nel tempo.
Volume adiacente: l’ex deposito per attrezzature agricole è oggi un garage, con lo studio del designer al piano superiore.
Il punto più delicato del progetto — tipico di ogni recupero di edifici rurali in pietra — è la gestione della luce naturale in un fabbricato nato per essere chiuso e protettivo, con aperture ridotte per ragioni climatiche e difensive. La soluzione non passa da grandi tagli vetrati contemporanei, ma dallo sfruttamento intelligente delle altezze esistenti (la torre a tripla altezza) e da un dialogo misurato tra vecchio e nuovo, dove ogni intervento moderno converge verso un’unica logica compositiva, senza mai competere visivamente con la preesistenza.
Il risultato è un progetto che rifiuta il gesto architettonico appariscente a favore della continuità: l’unico vero atto “nuovo” è invisibile, ed è tutto ciò che rende la casa abitabile secondo standard contemporanei. In questo sta la lezione principale di questa ristrutturazione casale: la qualità architettonica non si misura in metri quadri aggiunti, ma in quanto sapientemente viene preservato.
Scelte di capitolato, materiali e finiture (e il perché)
La filosofia dei materiali è di totale coerenza con la tradizione costruttiva locale, con l’inserimento discreto di strati prestazionali moderni.
Struttura portante. Il sistema costruttivo tradizionale delle case coloniche gironine, diffuso in tutto l’Empordà, si basa su murature portanti in pietra calcarea irregolare legata con malta di calce, con angoli, architravi e stipiti realizzati in blocchi di pietra squadrata a taglio fine, elementi che garantivano precisione e stabilità strutturale. Il progetto ha scelto di ricostruire e restaurare fedelmente questi muri portanti, anziché sostituirli o mascherarli: è la scelta più coerente con un intervento che vuole leggersi come continuità storica, non come sostituzione.
Isolamento termico. Sul lato interno della muratura in pietra è stato aggiunto uno strato di isolamento in sughero. La scelta del sughero — materiale naturale, traspirante, compatibile con murature storiche in pietra — evita i problemi di condensa e umidità tipici dei sistemi isolanti sintetici applicati su pareti “vive” come quelle in pietra a secco o a malta di calce.
La “seconda pelle” interna. Uno degli elementi tecnici più interessanti del progetto è la creazione di un doppio strato interno, che ha tre funzioni contemporaneamente: aumentare la luminosità degli ambienti, facilitare la manutenzione nel tempo e — soprattutto — integrare in modo invisibile tutti gli impianti necessari alla vita moderna (elettrico, climatizzazione, dati), senza dover intaccare la muratura storica per ogni passaggio impiantistico. È una soluzione tanto semplice quanto elegante al problema, ricorrente in ogni restauro, di “nascondere” la tecnologia contemporanea in un involucro che non era progettato per contenerla.
Pavimentazioni. La pietra calcarea è stata scelta come materiale pavimentale in tutto il progetto, per garantire coerenza materica tra interno ed esterno e continuità con l’involucro murario.
Finiture e dettagli. La ricerca di coerenza arriva fino al dettaglio minimo: le prese elettriche sono installate a filo muro, gli elementi costruttivi convergono verso un unico punto compositivo, e ogni scelta progettuale è stata pensata per restare fedele all’epoca dell’intervento, evitando citazioni nostalgiche o contaminazioni stilistiche fuori contesto. L’interno è concepito come uno spazio sospeso tra architettura e design di prodotto, un aspetto che riflette anche la sensibilità professionale degli stessi committenti, uno dei quali è designer.
Elemento
Materiale/Soluzione
Perché
Murature portanti
Pietra calcarea + malta di calce (restauro)
Continuità storica e strutturale
Isolamento termico
Sughero, applicato lato interno
Traspirabilità, compatibilità con la pietra
Strato impiantistico
“Seconda pelle” interna
Integrazione invisibile di impianti, luminosità, manutenibilità
Pavimenti
Pietra calcarea
Coerenza materica interno-esterno
Dettagli elettrici
Prese a filo muro
Pulizia visiva, fedeltà al linguaggio dell’intervento
Focus tecnico: impianti, energia e autosufficienza
Il vero salto tecnologico di Mas Cadalt non si vede: è nella sua completa autosufficienza energetica e idrica, ottenuta senza alterare in alcun modo il linguaggio architettonico dell’edificio storico.
Energia. La casa è dotata di un impianto fotovoltaico con batterie di accumulo, che garantisce l’autonomia energetica dell’abitazione. La scelta di affidarsi a pannelli con storage (anziché al solo allaccio alla rete con eventuale cessione dell’energia in eccesso) risponde all’esigenza di un’autonomia reale in un contesto rurale isolato, dove la resilienza energetica è tanto una scelta valoriale quanto una necessità pratica.
Acqua. Il sistema idrico si basa su cisterne progettate su misura, che rendono la casa autosufficiente anche dal punto di vista idrico. In un’operazione tanto pragmatica quanto scenografica, una delle cisterne è stata riconvertita in piscina, unendo funzione tecnica e comfort abitativo in un unico elemento.
Produzione alimentare. L’autosufficienza si estende oltre l’edificio: gli ettari di terreno circostanti, in parte coltivati, producono cibo a sufficienza per le necessità della famiglia, completando un ciclo di autonomia che comprende energia, acqua e alimentazione.
Distribuzione impiantistica. Come accennato, il nodo tecnico più delicato in un recupero di questo tipo è sempre lo stesso: dove far passare gli impianti in un edificio le cui murature portanti in pietra non possono essere bucate o scanalate liberamente. La risposta progettuale — la già citata “seconda pelle” interna — funge da intercapedine tecnica continua, permettendo di distribuire elettrico, climatizzazione e altri sottoservizi senza intervenire sulla struttura storica, e rendendo al contempo più semplice qualsiasi manutenzione futura.
Illuminazione naturale come strategia primaria. In un edificio dalle aperture originarie ridotte, la vera “illuminotecnica” del progetto è innanzitutto una scelta architettonica: sfruttare la tripla altezza della torre esistente come pozzo di luce naturale per l’ambiente più vissuto della casa, la cucina-soggiorno, riducendo così la necessità di un’illuminazione artificiale invasiva e preservando la lettura originaria delle facciate.
In sintesi
Mas Cadalt dimostra che una ristrutturazione casale non richiede necessariamente un gesto architettonico dirompente: la qualità del progetto sta nella capacità di leggere l’esistente, individuare l’essenziale da trasformare e nascondere la complessità tecnica (impianti, isolamento, autosufficienza energetica e idrica) dietro una superficie che continua a raccontare la storia del luogo. È un caso studio prezioso sia per chi cerca ispirazione estetica sia per chi, in cantiere, deve risolvere concretamente il conflitto tra prestazioni contemporanee e conservazione della materia storica.
Mas Cadalt, Serrat de la Cadalt, Girona (Catalogna, Spagna) Progetto: Fran Silvestre Architects | Fotografie: Fernando Guerra (FG+SG) Superficie costruita: 385 m² | Superficie del sito: 675.746 m² | Completamento: 2025
Nel quartiere di Restelo, tra le colline residenziali che guardano verso il Tago, si trova un progetto che racconta bene cosa significhi oggi ripensare uno spazio domestico senza tradirne l’anima. L’Appartamento CCP, firmato dallo studio portoghese Nuno Nascimento Arquitectos e completato nel 2022, è l’esempio perfetto di come una ristrutturazione minimalista possa risolvere problemi di funzionalità senza rinunciare a un’estetica calda e materica.
Un appartamento di 120 mq che ritrova la sua logica
L’appartamento CCP, composto da tre camere da letto e distribuito su 120 metri quadrati, presentava all’origine un difetto comune a molte abitazioni degli anni passati: una scarsa comunicazione tra gli ambienti, con una distribuzione frammentata che penalizzava la fluidità degli spazi. Lo studio ha affrontato il problema con un intervento chirurgico ma deciso, ridefinendo completamente la relazione tra zona giorno e zona notte.
La scelta più significativa riguarda la cucina, spostata dalla sua collocazione originaria — a ridosso delle camere da letto — verso un ambiente che dialoga direttamente con il soggiorno. Il risultato, visibile nelle immagini, è una zona giorno continua dove il salotto con il grande divano modulare beige si apre verso l’angolo cottura, separato solo da un’imponente parete attrezzata bianca che nasconde elettrodomestici e contenimento.
Porte scorrevoli in vetro canneté: il cuore del progetto Appartamento CCP
Se c’è un elemento che racconta l’intelligenza progettuale di questo intervento, sono le porte scorrevoli in vetro reeded (canneté), incorniciate in profili chiari. Questi pannelli traslucidi permettono di trasformare cucina e soggiorno in un unico ambiente fluido oppure di richiuderli, garantendo privacy e contenimento degli odori quando necessario. Non semplici porte, dunque, ma dispositivi architettonici che filtrano la luce naturale e creano giochi di trasparenza tra un ambiente e l’altro, mantenendo sempre una percezione visiva continua degli spazi.
Materiali protagonisti: rovere, travertino e pittura a calce
L’approccio estetico di Nuno Nascimento Arquitectos si fonda su un vocabolario materico essenziale ma estremamente curato. Il rovere naturale, utilizzato per i pavimenti e alcuni elementi di arredo su misura, porta calore e continuità cromatica in tutta la casa. Il travertino, protagonista del backsplash cucina e dei piani di lavoro, introduce texture e venature naturali che dialogano con la luce mediterranea tipica di Lisbona.
A completare la palette che caratterizza l’appartamento CCP, la pittura a calce riveste pareti, porte e armadiature con una finitura opaca e vellutata, capace di restituire profondità cromatica senza mai appesantire gli ambienti. Il risultato è un fondo neutro, quasi scultoreo, su cui si stagliano con naturalezza gli arredi: dal divano boucle color sabbia alle iconiche poltrone vintage color arancio bruciato nel living, fino ai tavoli in legno massello della zona pranzo.
Illuminazione essenziale e dettagli su misura
Anche l’illuminazione segue la stessa filosofia minimalista: faretti cilindrici a soffitto, discreti e puntuali, si affiancano a lampade da terra dal design lineare e a sospensioni scultoree sopra il bancone della cucina. Ogni corpo illuminante è stato scelto per accompagnare l’architettura senza sovrastarla, valorizzando le superfici materiche piuttosto che distogliere l’attenzione da esse.
Nella zona notte dell’appartamento CCP, la stessa coerenza progettuale prosegue attraverso corridoi luminosi, bagni rivestiti in travertino con lavabi sospesi scolpiti nella pietra, e camere da letto avvolte da tende leggere che filtrano la luce naturale, mantenendo l’atmosfera calma e contemplativa dell’intero appartamento.
Appartamento CCP: un modello di ristrutturazione contemporanea
L’Appartamento CCP dimostra come un progetto di ristrutturazione minimalista possa affrontare criticità distributive reali attraverso soluzioni architettoniche intelligenti, piuttosto che tramite semplici operazioni decorative. Lo studio Nuno Nascimento Arquitectos firma un intervento che unisce rigore compositivo, qualità materica e attenzione ai dettagli, offrendo un riferimento prezioso sia per gli appassionati di interior design sia per i professionisti del settore alla ricerca di ispirazione per progetti residenziali contemporanei.