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Baita Bessen: il recupero di una baita di montagna tra architettura alpina e design contemporaneo
A pochi chilometri da Sestriere, nel borgo di Bessen Basso, Studio Fabio Fantolino restituisce vita a una baita di montagna di 170 mq senza cancellarne la memoria.
Ci sono luoghi in cui il progetto più riuscito è quello che si nota meno. A Sauze di Cesana, nell’Alta Val di Susa, Baita Bessen è una baita di montagna che mostra come l’architettura alpina possa aggiornarsi senza tradire se stessa: dall’esterno sembra non essere cambiato quasi nulla, dentro è una casa contemporanea, calda e sorprendentemente efficiente.
Una baita di montagna da salvare, una casa da vivere
Il borgo di Bessen Basso è al centro di un più ampio processo di riqualificazione, e la baita, distribuita su tre livelli, ne è uno dei tasselli. Il punto di partenza era una scommessa a due facce. Da un lato c’era l’identità di una baita in legno e pietra, con la sua estetica vernacolare tipica della valle, da proteggere. Dall’altro c’erano le esigenze di chi oggi vuole abitare in quota: comfort, prestazioni energetiche, spazi distribuiti con intelligenza.
Fabio Fantolino ha risolto la questione con un principio di conservazione selettiva. L’involucro esterno è rimasto il più possibile intatto, nella struttura come nei materiali, mentre le trasformazioni si sono concentrate nei punti strategici: le aperture e i nuovi balconi.
Dalla stalla al sottotetto: tre livelli, una sola storia
La distribuzione interna segue la stratificazione originaria dell’edificio. Al piano inferiore, dove un tempo c’era la stalla, oggi si trova la zona giorno della baita di montagna. Il pavimento in pietra di Luserna ne conserva il carattere, mentre un’ampia apertura panoramica porta dentro la valle. Il camino e un sistema di arredi morbidi completano un ambiente raccolto: il divano Bold e il pouf Squash, disegnati dallo stesso Fantolino per Nube Italia, con i loro volumi pieni, dialogano con la lampada da terra Dorica di Santa & Cole e con un’opera di Joel Andrianomearisoa dalla Primo Marella Gallery. La zona dining, collegata senza interruzioni, sceglie invece un registro più alpino: panche, tavolo e sedute in legno grezzo, sotto una lampada in tessuto disegnata su misura.
Salendo si entra nella zona notte. Il piano intermedio ospita due camere con arredi in larice recuperato, unite da un balcone continuo che abbraccia la facciata. Nel sottotetto, la camera padronale si apre su una grande finestratura sul timpano e su un balcone privato. È forse il gesto più contemporaneo dell’intero progetto, perché il bosco di larici e le pareti innevate diventano il quadro della stanza. Un bagno per piano chiude lo schema.
Il legno che ritorna: materiali di recupero e pietra del territorio
Se c’è una parola che guida le scelte di capitolato, è riuso. Le travi portanti sono state smontate, riadattate e riposizionate secondo la nuova configurazione, così da conservare la memoria strutturale dell’edificio e la patina di un legno antico, che nessun materiale nuovo saprebbe imitare. I pavimenti originali in larice non sono stati scartati ma reimpiegati per rivestimenti e arredi su misura, con il doppio vantaggio di una forte coerenza cromatica e di meno scarti in cantiere.
Lo stesso rigore si ritrova nei dettagli. Le porte interne, tutte di recupero, sono state ridimensionate per le nuove aperture, mantenendo e reintegrando la ferramenta originale: è quel metallo scuro e consumato a rendere credibile il riuso. I legni integrativi sono stati cercati nelle baite storiche della zona, con la collaborazione di Falegnameria Arlaud, specializzata nel riuso di legni antichi, e questo garantisce omogeneità di tono e radici locali.
La pietra completa la tavolozza di questa baita di montagna: oltre al pavimento della zona giorno, nei tre bagni ci sono lavabi monolitici in pietra scavata, appoggiati su piani in legno massiccio, che rafforzano il legame con il contesto. A smorzare tanta matericità ci pensano i tendaggi in cotone e lana grezza della tappezzeria torinese Pelassa, mentre altrove entrano la sedia Audo di Afteroom, la poltrona Buddy di Pedrali e la lampada da tavolo Mattina Moderna, a introdurre linee più morbide ed essenziali.
Cuci-scuci, isolamento e luce: la regia invisibile
Il cuore del progetto firmato Studio Fabio Fantolino sta nell’intervento sull’involucro. Il cantiere ha adottato la tecnica del cuci-scuci, con sostituzioni e integrazioni puntuali della muratura. Il consolidamento è avvenuto dall’interno, insieme all’inserimento di nuovi strati isolanti: una strategia che migliora sensibilmente le prestazioni senza alterare l’aspetto originario delle facciate, vincolo tipico del recupero in ambito alpino.
Anche la scelta impiantistica va nella stessa direzione. L’edificio è interamente alimentato da energia elettrica, sostenuta da pannelli solari e da una pompa di calore. Il camino a legna resta come presenza domestica, più che come fonte di calore principale: definisce l’atmosfera della zona giorno e ne è il fulcro.
La luce lavora per punti, non per superfici. Le fonti sono basse e circoscritte, spesso su disegno: la lampada in tessuto sopra il tavolo, le lampade a soffitto e le applique della camera padronale, le lampade a parete dei bagni. Lasciano emergere le venature del larice e la grana degli intonaci, e costruiscono quell’intimità che ci si aspetta da una casa di montagna.
Una baita di montagna che guarda avanti
Baita Bessen non prova a sembrare antica né a mostrarsi moderna: tiene insieme le due cose. Per chi cerca ispirazione è un racconto di materiali, luce e paesaggio. Per chi progetta è un metodo riconoscibile: involucro quasi intatto, consolidamento e isolamento senza alterare i prospetti, riuso sistematico di legni e ferramenta, arredi disegnati su misura, impianti elettrici ad alta efficienza. Una baita di montagna che guarda al futuro senza dimenticare da dove viene.
Progetto: Studio Fabio Fantolino – Fotografo: Alberto Strada
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