25 Gennaio 2026 / / VestaArredo

Hai uno spazio esterno che ami, ma che puoi sfruttare solo per pochi mesi l’anno? Il tuo porticato, che in primavera sembra una benedizione, diventa spesso un deposito di foglie in autunno e una zona proibita e gelida in inverno. È frustrante vedere quei metri quadri preziosi rimanere inutilizzati mentre in casa lo spazio sembra non bastare mai. Il problema non è il portico in sé, ma la sua esposizione agli agenti atmosferici. E se ti dicessi che esiste un modo per goderti quel panorama 365 giorni l’anno, senza rinunciare alla sensazione di stare all’aperto? In questo articolo esploreremo le migliori idee per chiudere un porticato, analizzando soluzioni che vanno dalle vetrate panoramiche ai serramenti ad alta efficienza, per trasformare un semplice esterno in un’estensione vitale e bellissima della tua casa.

Il paradosso del portico aperto: spazio sprecato e manutenzione continua

Hai presente quella sensazione di frustrazione quando guardi fuori dalla finestra e vedi il tuo portico vuoto, inutilizzato per gran parte dell’anno? Sulla carta rappresenta un valore aggiunto all’immobile, ma nella realtà quotidiana si trasforma spesso in un onere costoso e faticoso.

Pensaci un attimo: quante volte hai rinunciato a una cena all’aperto o a un momento di relax perché tirava un po’ di vento, iniziava a piovere o l’aria era semplicemente troppo umida?

Il vero problema è che un porticato aperto è costantemente ostaggio degli agenti atmosferici. I mobili da giardino, esposti alle intemperie, si rovinano precocemente, costringendoti a continui trattamenti o sostituzioni. I cuscini sbiadiscono o prendono odore di muffa se dimenticati fuori una notte di troppo. E poi c’è la pulizia costante: spazzare via foglie secche, rimuovere la polvere che si accumula ovunque e lavare i pavimenti dopo ogni temporale diventa un secondo lavoro non retribuito.

Ma c’è un aspetto ancora più doloroso su cui ti invitiamo a riflettere: lo spreco economico.

Hai acquistato la tua casa pagando ogni singolo metro quadro, incluso quello spazio esterno. Lasciarlo in balia del gelo invernale o dell’afa estiva significa letteralmente pagare per una superficie che non puoi vivere. È come avere una stanza extra di 20 o 30 metri quadri, pagarla regolarmente nel mutuo, ma tenerla chiusa a chiave e inaccessibile per 8 mesi l’anno.

Inoltre, questa apertura impatta anche sull’interno: il portico non protetto permette al freddo di penetrare nelle pareti adiacenti, abbassando la temperatura del salotto o della cucina e facendo inevitabilmente lievitare la bolletta del riscaldamento.

Non si tratta solo di estetica, ma di recuperare un investimento. Ecco perché valutare concrete idee per chiudere un porticato non è un semplice capriccio di design, ma un’urgenza per smettere di sprecare spazio prezioso e denaro, trasformando un’area di “sola manutenzione” in un vero angolo di vita sfruttabile 365 giorni l’anno.

Normative e permessi: cosa sapere prima di iniziare i lavori

Niente frena l’entusiasmo di un nuovo progetto come il timore della burocrazia. Quando cerchi idee per chiudere un porticato, la paura di incorrere in sanzioni o di dover gestire pratiche infinite è spesso l’ostacolo principale. Tuttavia, la confusione nasce solo dalla mancanza di informazioni chiare: distinguere subito tra le diverse tipologie di intervento è la chiave per procedere spediti.

La discriminante fondamentale è la creazione di volumetria.

Se il tuo obiettivo è proteggere lo spazio dagli agenti atmosferici senza trasformarlo in una stanza abitabile riscaldata, la soluzione tecnica risiede nelle strutture amovibili, come le moderne VEPA (Vetrate Panoramiche Amovibili). Queste chiusure, prive di profili verticali impattanti, non garantiscono una tenuta termica ermetica e, proprio per questo, spesso rientrano nel regime di Edilizia Libera. Come approfondito in merito alla normativa sulle vetrate panoramiche amovibili, queste installazioni solitamente non richiedono permessi complessi, poiché non modificano la destinazione d’uso dell’immobile.

Il discorso cambia se desideri una chiusura ermetica con serramenti ad alte prestazioni per estendere il salotto. In questo caso, stai aumentando la cubatura abitabile: questo intervento richiede quasi sempre un Permesso di Costruire o una SCIA, a seconda del regolamento comunale vigente.

Non lasciare che i dubbi fermino il tuo progetto. La nostra esperienza ci insegna che un sopralluogo tecnico preventivo è l’unico modo per analizzare la fattibilità legale e scegliere la strada corretta tra comfort e normativa. Affidarsi a professionisti serve proprio a questo: trasformare la burocrazia in una semplice casella da spuntare, garantendoti un lavoro a norma e senza pensieri.

Vetrate panoramiche scorrevoli: la soluzione trasparente

Immagina di poter vivere il tuo spazio esterno anche quando fuori piove o tira vento, senza però rinunciare alla vista del tuo giardino. Spesso, il timore principale di chi cerca soluzioni per l’outdoor è quello di “ingabbiare” uno spazio nato per essere libero, soffocandolo con infissi pesanti o montanti ingombranti che spezzano l’orizzonte.

Chiudere non deve significare nascondere. Installare barriere visive rischierebbe di trasformare il tuo porticato in una semplice stanza buia, facendoti perdere quella magia del contatto diretto con la natura.

La risposta a questo dilemma estetico e pratico sono le vetrate panoramiche scorrevoli. Tra le migliori idee per chiudere un porticato, questa rappresenta senza dubbio la scelta più impattante ed elegante. Stiamo parlando di sistemi “tutto vetro”, spesso privi di profili verticali, progettati per creare una barriera invisibile tra te e l’esterno.

L’effetto è quello di una finestra senza confini: ti permette di immergerti visivamente nel verde, godendo di tutta la luce naturale, ma restando perfettamente al riparo. Che siano scorrevoli o con apertura a pacchetto (impacchettabili a libro), queste soluzioni offrono una protezione totale da pioggia e raffiche di vento, mantenendo un comfort interno ideale.

È la soluzione definitiva per chi non vuole compromessi: mantieni l’emozione di “stare fuori”, respirando l’ampiezza del panorama, ma con la sicurezza e il calore di un ambiente protetto.

Serramenti a taglio termico: creare una vera stanza in più

Se il tuo obiettivo è trasformare quello spazio esterno in un ufficio operativo, una cucina abitabile o un salotto riscaldato, le semplici vetrate scorrevoli “tutto vetro” non sono sufficienti. Per vivere l’ambiente 365 giorni l’anno, hai bisogno di prestazioni superiori.

Senza il giusto isolamento, il rischio è creare una “serra”: gelida e umida d’inverno, soffocante d’estate. Per evitare condensa e dispersione termica, la soluzione tecnica indispensabile è l’installazione di serramenti a taglio termico (in alluminio o PVC) abbinati a doppi o tripli vetri basso-emissivi.

Questa tecnologia crea una vera e propria barriera contro le temperature esterne. Il “taglio termico” interrompe la continuità del metallo o del materiale, impedendo al freddo di passare all’interno e al calore del riscaldamento di uscire. Il risultato? Un comfort abitativo identico a quello del resto della casa, con la bellezza della luce naturale ma senza gli sbalzi termici.

Oltre al clima ideale, questa scelta strutturale garantisce un isolamento acustico eccellente, fondamentale se intendi usare il nuovo spazio per lavorare o rilassarti lontano dai rumori del vicinato o della strada.

Chiudere un porticato con infissi a taglio termico non è una semplice spesa, ma un investimento immobiliare strategico. Stai letteralmente aggiungendo metri quadri calpestabili alla tua abitazione, trasformando una pertinenza esterna in una stanza 4 stagioni che aumenta immediatamente il valore commerciale della tua villa.

Sistemi ibridi: pannelli fissi e muretti per gestire la privacy

Avere un porticato completamente trasparente è affascinante sulla carta, ma la realtà quotidiana presenta spesso sfide diverse. Magari il tuo spazio confina proprio con il giardino del vicino più curioso del quartiere, oppure ti rendi conto che, senza pareti “piene”, non hai alcun punto d’appoggio per una credenza, una libreria o la TV. Il rischio è quello di ritrovarsi in un bellissimo acquario: luminoso, sì, ma privo di intimità e difficile da arredare. Ecco perché tra le migliori idee per chiudere un porticato spiccano i sistemi ibridi.

Non sei obbligato a scegliere tra il “tutto aperto” e il “tutto chiuso”. La soluzione vincente sta nel mixare sapientemente pannelli fissi coibentati, muretti esistenti o nuove strutture leggere con serramenti apribili ad alte prestazioni. Immagina di poter chiudere con una parete cieca (magari rivestita in legno o pietra) solo il lato esposto alla strada, garantendoti privacy totale, e lasciare invece che enormi vetrate scorrevoli inondino di luce il resto dell’ambiente affacciato sul tuo verde privato. Questa strategia ti offre due vantaggi immediati:

  • Arredabilità superiore: Guadagni pareti vere e proprie dove posizionare mobili alti, quadri o impianti, trasformando il portico in una vera estensione del salotto.
  • Design unico: Puoi giocare con i materiali per creare un’estetica personalizzata, spezzando la monotonia del vetro e dando carattere alla struttura. Progettare un sistema ibrido significa cucire lo spazio su misura per le tue esigenze, ottenendo il perfetto equilibrio tra protezione e apertura verso l’esterno.

Tende tecniche a caduta e chiusure verticali

Magari non stai cercando una trasformazione strutturale radicale. Forse il tuo obiettivo non è ottenere una stanza perfettamente riscaldata a dicembre, ma semplicemente goderti l’esterno in primavera e autunno senza che il vento rovesci i bicchieri o che il sole pomeridiano renda lo spazio invivibile. Se ti trovi in questa situazione, la risposta più intelligente risiede nelle chiusure verticali tecniche. Tra le migliori idee per chiudere un porticato in modo flessibile, le tende a caduta rappresentano il compromesso perfetto tra protezione e libertà. Non parliamo di semplici tendaggi da sole, ma di sistemi evoluti con guide laterali “Zip” antivento o pannelli in PVC trasparente (Cristal) che creano un vero e proprio effetto “parete invisibile”. Il grande vantaggio di questa soluzione è la versatilità dinamica. Grazie alla motorizzazione integrata, puoi gestire il tuo comfort con un semplice click:

  • Aperto d’estate: Il telo scompare nel cassonetto, lasciando passare tutta l’aria.
  • Schermato nelle mezze stagioni: Abbassi la chiusura per bloccare le raffiche di vento o la pioggia improvvisa, mantenendo la vista sul giardino grazie alla trasparenza del Cristal. È fondamentale essere trasparenti su un punto: queste soluzioni non offrono l’isolamento termico e acustico di un serramento in vetro a taglio termico. Tuttavia, se il tuo scopo è creare una zona cuscinetto protetta dagli agenti atmosferici e dai raggi UV, le chiusure tecniche sono l’opzione più rapida ed economica. Ti permettono di vivere il porticato molti mesi in più all’anno, senza l’impegno economico e burocratico di una struttura fissa pesante.

L’importanza della posa in opera e della garanzia

Hai valutato i materiali migliori, confrontato i vetri termici e selezionato il design perfetto tra le tante idee per chiudere un porticato. Eppure, tutto questo sforzo di progettazione può essere completamente vanificato in un solo pomeriggio di lavoro approssimativo.

Dobbiamo essere estremamente chiari su questo punto: anche il serramento più performante al mondo, se installato male, vale zero.

Immagina di aver investito in vetrate scorrevoli top di gamma, per poi ritrovarti dopo pochi mesi con spifferi gelidi, infiltrazioni d’acqua alla prima pioggia e condensa sugli angoli. Non è quasi mai un difetto di fabbrica del prodotto, ma il risultato disastroso di una posa in opera non qualificata. Una chiusura mal eseguita trasforma quello che doveva essere un nuovo spazio comfort in una “serra” invivibile d’estate e una ghiacciaia d’inverno.

La verità statistica è che il 75% delle prestazioni termoacustiche del tuo nuovo ambiente dipende esclusivamente dalla mano del posatore.

Non basta un po’ di schiuma e silicone generico. Per chiudere un porticato in modo definitivo serve un sistema di posa certificata, progettato specificamente per gestire i nodi critici e i ponti termici tra la muratura esterna e il nuovo telaio.

È qui che entra in gioco la sicurezza di una garanzia reale. Non accontentarti delle promesse verbali o della garanzia standard di legge. Per proteggere il tuo investimento serve un sistema blindato come la nostra triplice garanzia “Finestre Senza Pensieri”. Scegliere posatori certificati e aziende che mettono nero su bianco il risultato finale è l’unico modo per avere la certezza che il tuo porticato rimarrà asciutto, isolato e confortevole per i prossimi vent’anni.

Conclusione

Chiudere un porticato non è solo un lavoro di ristrutturazione, è un atto di riappropriazione dei propri spazi. Che tu scelga l’eleganza invisibile delle vetrate panoramiche o la solidità dei serramenti a taglio termico, il risultato sarà lo stesso: una nuova stanza piena di luce da vivere tutto l’anno. Non lasciare che il freddo o la pioggia decidano per te quanto è grande la tua casa. Valuta queste idee, considera le tue esigenze specifiche e affidati a esperti del settore per trasformare il tuo portico da ‘zona di passaggio’ a cuore pulsante della tua abitazi

L’articolo 5 idee per chiudere un porticato e trasformarlo in una stanza da sogno proviene da Vestarredo.

24 Gennaio 2026 / / Coffee Break

Y House, progettata da Saunders Architecture a Calgary, in Alberta (Canada),
è una residenza che sa affrontare con rigore e sensibilità il tema
dell’abitare contemporaneo immerso nel paesaggio.
Qui l’architettura non cerca di imporsi, ma si lascia guidare dal luogo,
traducendo topografia, orientamento e viste in una forma chiara, riconoscibile
e profondamente coerente.

La geometria come bussola

La caratteristica pianta a “Y” non è mero formalismo estetico, ma una risposta
razionale al territorio. Le tre ali dell’edificio agiscono come cannocchiali
ottici: ognuna punta verso un orizzonte specifico — l’Anna Lake, le praterie
sconfinate e le vette innevate — catturando la luce solare in diversi momenti
della giornata.
Ne deriva un organismo architettonico che sembra “ruotare” sul paesaggio,
adattandosi alle sue condizioni invece di contrastarle.

Questa configurazione consente anche una distribuzione funzionale estremamente
leggibile: una delle ali accoglie il garage e l’ingresso coperto, mentre le
altre due ospitano gli spazi privati e la zona notte, affacciati sulle viste
più suggestive.
Al centro, come fulcro della casa, si colloca l’area
giorno con living, cucina e pranzo, uno spazio aperto e continuo che dialoga
costantemente con l’esterno grazie alle ampie superfici vetrate.

Il Contern come pelle viva

L’acciaio Corten trasforma la casa in un organismo in divenire. La naturale
patina di ossidazione protegge il materiale e riduce la manutenzione della
facciata, una qualità particolarmente significativa in un contesto climatico
severo come quello dell’Alberta. Il colore caldo e terroso del Corten
contribuisce inoltre a radicare visivamente l’edificio nel paesaggio,
rafforzando il senso di continuità tra architettura e natura.
Le grandi vetrate, distribuite con attenzione, amplificano questa relazione,
trasformando il paesaggio in una presenza costante all’interno della casa.

Progettare con il paesaggio, non contro

Y House è particolarmente interessante perché dimostra come la forma
architettonica possa nascere direttamente dall’ascolto del luogo traducendo
vincoli e opportunità del sito in un’architettura misurata, poetica e
profondamente contemporanea.
Per chi come noi si occupa di progettazione
residenziale, studiare progetti come questo significa riflettere su come
l’architettura possa essere al tempo stesso espressiva, sostenibile e
intimamente connessa al luogo in cui nasce.

Y House, architecture as a dialogue with the landscape


Y House, designed by Saunders Architecture in Calgary, Alberta (Canada),
is a residence that addresses the theme of contemporary living immersed in the
landscape with both rigor and sensitivity.
Here, architecture does not seek to impose itself, but allows itself to be
guided by the site, translating topography, orientation, and views into a
clear, recognizable, and deeply coherent form.

Geometry as a compass

The distinctive Y-shaped plan is not mere formal aestheticism, but a rational
response to the territory. The building’s three wings act like optical
telescopes, each pointing toward a specific horizon — Anna Lake, the vast
prairies, and the snow-covered peaks — capturing sunlight at different moments
of the day.
The result is an architectural organism that appears to “rotate” within the
landscape, adapting to its conditions rather than opposing them.

This configuration also allows for an exceptionally clear functional layout:
one wing accommodates the garage and covered entrance, while the other two
house the private areas and bedrooms, oriented toward the most evocative
views.
At the center, as the heart of the home, lies the living area with lounge,
kitchen, and dining space — an open and continuous environment that maintains
a constant dialogue with the outdoors thanks to large glazed surfaces.

Corten as a living skin

Corten steel transforms the house into an evolving organism. The natural
oxidation patina protects the material and reduces façade maintenance, a
particularly valuable quality in a harsh climate such as that of Alberta.
The warm, earthy tones of the Corten further anchor the building visually to
the landscape, reinforcing a sense of continuity between architecture and
nature.
The large windows, carefully distributed, enhance this relationship,
transforming the surrounding landscape into a constant presence within the
home.

Designing with the landscape, not against it

Y House is especially compelling because it demonstrates how architectural
form can emerge directly from listening to the site, translating constraints
and opportunities into an architecture that is measured, poetic, and deeply
contemporary.
For those of us engaged in residential design, studying projects like this
means reflecting on how architecture can be simultaneously expressive,
sustainable, and intimately connected to the place in which it is conceived.

Immagini VIA

24 Gennaio 2026 / / ChiccaCasa

Adv| Questo articolo è sponsorizzato da Exagon Shop.

Rinnovare il bagno in una casa del Novecento è spesso il passaggio più delicato di tutta la ristrutturazione.
Hai pavimenti originali in graniglia, terrazzo veneziano, segato di marmo, palladiana o marmo, materiali pieni di carattere e memoria. Ti chiedi come inserire elementi nuovi senza rovinare l’equilibrio della casa.
Come evitare un bagno fuori contesto? Come usare materiali contemporanei in grado di tenere testa al pregio di una casa d’altri tempi?

Qui trovi una guida completa per creare un bagno vintage moderno, coerente, elegante e destinato a durare.

Scorri la gallery e prendi ispirazione ↓

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Fonti: 1, 2, 3, 4, 5, 6

Piastrelle bagno vintage e rivestimenti senza tempo

La situazione più frequente tra i miei clienti è questa: decidono di mantenere i pavimenti originali che spesso si trovano nelle case anni 50, 60 o 70, ma il bagno è quasi sempre da rifare.
Una delle domande più frequenti è: che pavimento accosto a graniglia, marmo, cementine e altri materiali pregiati, nella ristrutturazione del bagno?

La risposta parte da una regola semplice: non imitare ciò che già esiste.

Meglio stare alla larga, da:

✘ effetto legno ;
✘ effetto marmo ;
✘ piastrelle stampate che “copiano” il motivo della graniglia o altri materiali autentici.

L’accostamento non reggerebbe e il materiale “effetto qualcosa” apparirebbe, per quanto ben fatto, molto posticcio, rispetto al pavimento già esistente. L’estetica generale della casa verrebbe penalizzata.
Se ami davvero il terrazzo veneziano, puoi sceglierne uno vero, consapevole del costo più impegnativo, ma anche della sua straordinaria durata nel tempo.

Se invece cerchi alternative più contemporanee ma coerenti, ecco le soluzioni più riuscite.

1. Resina colorata + piastrelle a fantasia

Un pavimento in resina colorata dialoga benissimo con rivestimenti a fantasia retrò.
Oppure il contrario: pavimento decorato e pareti continue, in resina.
È una scelta grafica, caratterizzante e in linea con un bagno moderno, ma con dei richiami vintage.

2. Zellige a tutta altezza + graniglia opaca

Le zellige rettangolari e lucide, posate fino al soffitto, creano profondità e riflettono la luce.
Abbinate a una graniglia nuova con finitura opaca, restituiscono un bagno raffinato e senza tempo.

3. Boiserie a mezza altezza + carta da parati in fibra di vetro

Una soluzione elegante e poco vista.
La boiserie protegge, la carta veste. Insieme funzionano benissimo nelle case del Novecento, soprattutto se ami un’estetica colta o un’atmosfera anni ‘30 – ‘40.

4. Fughe in contrasto

Sulle pareti, le classiche metro tiles o piastrelle quadrate, che siano bianche o colorate, assumono tutto un altro aspetto con una fuga in contrasto colorata. Questo è un ottimo modo per dare carattere a piastrelle essenziali preesistenti o per creare un effetto grafico inaspettato.

Mobile bagno vintage moderno

I mobili da bagno sono gli elementi che più di tutti raccontano chi sei e che bagno vuoi.
Qui la domanda giusta non è “è di moda?”, ma: è compatibile con l’architettura della casa e con il mio stile personale?

Una selezione di mobili lavabo che trovi su Exagon Shop

1. Mobili lavabo freestanding dall’anima retrò

Perfetti per un mood anni ’20–’40, oggi esistono modelli di lavabi freestanding contemporanei che permettono combinazioni cromatiche audaci.
Hanno una forte presenza scenica e funzionano benissimo con zellige lucide o piastrelle a fantasia, proprio perché spesso hanno finiture opache.
Sono iconici i modelli Catino di Ceramica Cielo o Stripe di Ceramica Globo.

2. Mobile bagno sospeso cannettato

Il cannettato è una di quelle pochissime tendenze da seguire per un bagno vintage moderno.
Il cannettato crea movimento e aggiunge texture e profondità. I modelli sospesi alleggeriscono visivamente l’ambiente.

Questa tipologia di mobile lavabo dialoga bene con tanti diversi tipi di rivestimento e dà ritmo all’ambiente richiamando il mood dinamico tipico dei bagni anni ‘50-’60-’70, che erano tutt’altro che monotoni.

3. Mobili stondati sospesi

Anche questa tendenza è super compatibile con il retrò.
Gli arredi stondati danno immediatamente un altro sapore allo spazio: alleggeriscono, ammorbidiscono, rendono il bagno più accogliente. Personalmente spero di vederne sempre di più sul mercato, perché le linee morbide funzionano meglio di quanto pensiamo.

4. Mobili super semplici, ma colorati

Sì al minimal, anche in un bagno dal taglio vintage. A patto, però, che ci siano colori.

Un mobile dalle linee essenziali può funzionare benissimo se diventa una macchia cromatica capace di dialogare con pavimenti, rivestimenti o sanitari.
È una soluzione che mantiene il progetto pulito, ma evita l’effetto anonimo. Perfetta se ami l’ordine visivo, ma non vuoi rinunciare al carattere.

5. Mobili vintage o in stile vintage reinterpretati

Qui puoi davvero divertirti.
Un sideboard mid-century, un mobile vintage rivisitato o usato come base lavabo può trasformare completamente il bagno.

È una scelta più personale, meno standard, ma spesso anche la più riuscita. Se ami i progetti unici e non ti spaventa sperimentare, buttati nel DIY: con le giuste accortezze tecniche, il risultato può essere straordinario.

Box doccia vintage: come creare un effetto retrò?

Il box doccia è spesso il punto debole del bagno.
È lui che, più di altri elementi, può far sembrare l’ambiente cheap o fuori contesto, soprattutto nelle case del Novecento, dove ogni elemento nuovo dialoga (o stona) con materiali e proporzioni già forti.

Questo non significa che i box doccia moderni non siano adatti a un bagno vintage: al contrario, quando sono ben progettati e scelti con criterio, possono diventare discreti, eleganti e perfettamente coerenti con l’anima della casa.

Il problema nasce quando vengono inseriti senza una visione d’insieme.
La buona notizia è che esistono alternative – e interpretazioni intelligenti – capaci di trasformare la doccia da elemento disturbante a vero dettaglio di progetto.

1. Doccia walk-in con vetromattone colorato

È una scelta architettonica, prima ancora che estetica.
Il vetromattone colorato richiama direttamente le atmosfere anni ’70 e ha alcuni vantaggi molto concreti:

  • filtra la luce naturale senza chiudere visivamente lo spazio;

  • garantisce privacy totale, anche in bagni condivisi;

  • elimina completamente il problema di aloni e impronte tipici del vetro trasparente.

Richiede, al contempo, una progettazione attenta.

2. Doccia con vetro cannettato

Il vetro cannettato è una delle scelte più intelligenti se ami il retrò ma non vuoi soluzioni troppo caratterizzanti.
È senza tempo, dinamico e sorprendentemente versatile.

Perché funziona così bene:

  • è opaco e aggiunge texture al tuo bagno;

  • nasconde schizzi e calcare molto più del vetro liscio;

  • si abbina con naturalezza a zellige, piastrelle a fantasia e rivestimenti materici.

  • è facile da pulire;

  • funziona sia in versione parete walk-in che come box doccia con anta battente.

È la soluzione giusta se stai pensando: voglio qualcosa di elegante, ma non troppo appariscente.

In foto: parete doccia walk in di Exagon Shop

3. Box doccia con profili colorati

Qui il dettaglio fa la differenza.
I profili colorati, anche solo neri, cambiano completamente la percezione del box doccia.

Perché sono interessanti:

  • definiscono con una linea grafica i contorni della doccia;

  • dialogano con rubinetterie colorate, profili degli specchi e altri accessori, che puoi scegliere nello stesso colore;

  • non tendono a nascondere il box, ma lo evidenziano.

In foto: box doccia di Exagon Shop

Dal punto di vista estetico:

  • funzionano meglio con vetri trasparenti (non opachi);

  • si abbinano divinamente con piastrelle a fantasia, resina colorata o pattern grafici.

È una soluzione perfetta se ti chiedi: come posso dare carattere al box senza stravolgere tutto il bagno?

4. Doccia in nicchia

Qui ti dico la mia, senza giri di parole: la doccia in nicchia è sempre più elegante di un box doccia tradizionale, anche se non si presta a tutti i progetti.

Perché funziona così bene:

  • riduce al minimo gli elementi a vista;

  • si integra con l’architettura del bagno;

  • lascia spazio ai materiali, che diventano protagonisti.

Dal punto di vista pratico:

  • può sfruttare una rientranza esistente oppure essere creata in cartongesso;

  • richiede una buona impermeabilizzazione, soprattutto sui lati;

  • è perfetta se ami l’idea di una doccia “silenziosa”, che non ruba la scena.

In foto: box doccia di Exagon Shop

Sanitari a terra: perché no?

Nella ristrutturazione di un bagno datato capita spesso di dover sfruttare i fori di scarico esistenti dei vecchi sanitari a terra.
Oggi esistono modelli filomuro, moderni e ben disegnati, perfettamente compatibili con un bagno vintage moderno.

Sanitari colorati

Soprattutto in abbinamento con lavabi freestanding colorati, una coppia di sanitari coordinati cambia completamente la percezione del bagno.
Aggiungono carattere, vestono lo spazio e richiamano quelle vibes retrò anni ’50–’70 che rendono l’ambiente più caldo, vivo e personale.

Specchi vintage: il dettaglio che fa la differenza

Ti dico la mia, in tutta onestà.
Vuoi mettere uno specchio vintage rispetto a uno specchio futuristico retroilluminato?
Fatta eccezione per pochi modelli, uno specchio retroilluminato rischia di essere davvero troppo in contrasto con uno stile in linea con il vintage.
La retroilluminazione non basta mai, da sola. Serve sempre un secondo punto luce, vicino allo specchio.

A questo punto ha senso scegliere:

  • belle applique;

  • uno specchio in stile mid-century o vintage.

Il risultato è più autentico, più coerente e decisamente meno freddo.

Bagno vintage moderno: i must

Un bagno vintage moderno non nasce copiando il passato, ma reinterpretandolo con consapevolezza.
Pensa fuori dagli schemi, osserva case vere degli anni ’50, ’60 e ’70 e osa con i colori che ami davvero.

Il bagno giusto non segue le mode: segue la casa e i tuoi gusti.

Se vuoi trasformare queste idee in scelte concrete, qui sotto trovi alcuni dei miei servizi.

Perché un bagno riuscito non è mai casuale. È sempre una questione di visione.

21 Gennaio 2026 / / La Gatta Sul Tetto

Arredo bagno 2026: il design sinuoso risponde al desiderio crescente di ambienti armoniosi e rilassanti, capaci di trasmettere una sensazione di comfort e benessere quotidiano nel proprio spazio abitativo. 

arredo bagno 2026

Il trend di quest’anno vede un abbandono della forma tradizionale dei lavabi per fare spazio a linee morbide, ellittiche, ovali e rotonde. Questi profili curvilinei stanno ridefinendo il linguaggio dell’arredo bagno, introducendo un’estetica ispirata al movimento. 

Il design sinuoso risponde al desiderio crescente di ambienti armoniosi e rilassanti, capaci di trasmettere una sensazione di comfort e benessere quotidiano nel proprio spazio abitativo. Le superfici arrotondate, oltre ad addolcire l’impatto visivo eliminando gli spigoli, migliorano la fruibilità e la praticità, inserendosi in una visione più ampia dell’abitare contemporaneo, sempre più attenta alla dimensione sensoriale e alla scelta di materiali e finiture accoglienti. 

Le proposte per l’arredo bagno 2026

Novello, azienda veneziana specializzata in arredi per il bagno, sempre in linea con i trend del momento, propone due collezioni: Elle, design di Stefano Cavazzana, e Calix XL dello Studio Plazzogna. 

La prima è una proposta coordinata per l’arredo bagno dalle linee morbide e dai profili arrotondati, che valorizza i giochi di luce dell’anta cannettata Elle. Disponibile in rovere in 7 tonalità e laccata in 40 colori. 

arredo bagno 2026

La collezione Elle comprende anche il frontale Tris in noce canaletto con raffinato incrocio di venature e l’anta Liscia, disponibile in rovere o laccata. 

Geometrie equilibrate, dal semicerchio all’angolo retto, definiscono una collezione di forte personalità, sia per il lavandino sia per il lavabo d’appoggio. 

arredo bagno 2026

Il tutto impreziosito dalla maniglia integrata in alluminio a L che garantisce continuità e funzionalità. Volumi sospesi e proporzioni armoniose rendono il programma ideale anche per spazi ridotti, in perfetto equilibrio tra estetica e funzionalità. 

Per quanto riguarda Calix, si tratta di una soluzione che pone l’attenzione sui dettagli, dando forma a un arredo dalle linee pulite e leggere. I volumi, definiti da pannelli sottili e sapientemente accostati, appaiono nitidi e armoniosi, con bordi visivamente alleggeriti che ne esaltano l’eleganza. 

arredo bagno 2026

Con le sue ante curve, Calix si adatta con naturalezza a diverse configurazioni e tipologie abitative, dimostrando grande versatilità nell’arredo bagno. 

Il prodotto è concepito ispirandosi alla forma di un calice, come si evince dalle silhouette dei lavabi da appoggio: forme morbide che si aprono verso l’esterno, come un tulipano, proposte in due altezze e capaci di dialogare con la linearità delle basi sottostanti. 

Accanto a questi, è disponibile anche un lavabo da incasso dalle sponde laterali dolcemente inclinate. La collezione si completa con accessori coordinati, vani a giorno e specchi con dettagli funzionali studiati per ospitare delle strisce di luci a led che conferiscono un ulteriore effetto suggestivo all’ambiente del bagno

Un’ampia scelta di finiture, dai laminati effetto legno e pietra alle numerose laccature, rende Calix un programma completo e adatto a molteplici stili e spazi. 

Novello, arredo bagno di design da oltre 60 anni

Da oltre sessant’anni Novello interpreta l’arredo bagno attraverso una filiera interamente Made in Italy, unendo ricerca progettuale, qualità sartoriale e attenzione al benessere quotidiano. Collezioni caratterizzate da rigore formale, cura dei dettagli e materiali innovativi si affiancano a un impegno concreto per la sostenibilità, confermando una visione contemporanea e responsabile del design. 

Per info: novello sito ufficiale

21 Gennaio 2026 / / Coffee Break

Negli ultimi mesi non si contano le pubblicazioni che annunciano:
“Addio open space, torna la cucina chiusa!”.
Riviste, portali e
social raccontano questa tendenza come un’inversione di marcia, quasi un
ripensamento collettivo.

In realtà, noi crediamo che più che di un ritorno, si tratta di una messa a
fuoco: dopo anni di adozione incondizionata, l’open space ha mostrato i suoi
limiti quando la casa ha dovuto ospitare simultaneamente lavoro, studio e relax.

Oggi il progetto non si può limitare a scegliere tra aperto e chiuso, ma deve
risponde a tre criticità emerse prepotentemente nell’era post-pandemia:

  1. Il conflitto acustico: la sovrapposizione tra i rumori tecnici
    (elettrodomestici, preparazione) e le necessità di concentrazione o
    video-call del lavoro da casa.
  2. Il conflitto visivo: l’impatto psicologico del visual clutter (il
    disordine della cucina) che invade l’area relax, impedendo un reale distacco
    mentale.
  3. La necessità di privacy: la riscoperta del valore della “porta
    chiusa”, intesa come confine necessario per l’isolamento acustico e
    psicologico.

In questo contesto, il dibattito non si riduce più al classico confronto tra
cucina aperta o chiusa, la vera sfida è capire quali problemi emergono nella
vita quotidiana e come il progetto possa risolverli, senza sacrificare né
socialità né benessere domestico.

Analizziamo problema per problema le strategie progettuali da adottare, dagli
accorgimenti acustici alle soluzioni visive, fino agli elementi ibridi che
rendono uno spazio flessibile, funzionale e conviviale.

– Problema 1: La cucina che “urla” la sua funzione nel living
Uno degli effetti collaterali dell’open space è che la cucina è sempre presente,
anche quando non è in uso, e l’ambiente giorno fatica a cambiare registro nel
corso della giornata. Rumori, attività e stimoli visivi si sovrappongono senza
gerarchie.

– Soluzione: costruire soglie, non compartimenti 
In questi
casi va lavorato sulla definizione di confini percettivi, più che su chiusure
nette. Setti parziali, quinte architettoniche, variazioni di quota permettono di
articolare lo spazio senza interromperne la continuità.
La cucina su podio, ad esempio, introduce una soglia chiara attraverso un lieve
dislivello: non separa, ma segnala un cambio di funzione e restituisce
equilibrio alla percezione complessiva dello spazio.

– Problema 2: Lo “stress visivo” del disordine perenne 
Una
cucina vissuta produce inevitabilmente disordine temporaneo.
Quando tutto è completamente a vista, quel disordine diventa parte integrante
del soggiorno, incidendo sul comfort visivo e, nel tempo, sulla qualità
dell’abitare.

– Soluzione: progettare linee visuali
Più che nascondere la cucina, spesso è sufficiente controllare ciò che viene
visto. Il progetto delle visuali diventa centrale: ciò che si percepisce dal
divano, dal tavolo o durante una videochiamata.
Ad esempio, il passavivande torna ad essere uno strumento attuale: non un
elemento nostalgico, ma una soglia funzionale che mette in relazione due
ambienti filtrando vista, rumore e disordine.

– Problema 3: interferenze acustiche e olfattive
In un open space, i profumi della cucina si diffondono ovunque: tessuti, divani
e tende finiscono per assorbire ogni aroma.
– Soluzione: separazioni leggere e calibrate
Quando serve una maggiore separazione, le vetrate diventano strumenti
progettuali efficaci.
Industrial, cannettate o fumé, permettono di contenere rumori e odori mantenendo
luce e profondità visiva.
La trasparenza non è mai totale: viene modulata per ridurre la presenza visiva
dell’area tecnica senza negarne il rapporto con lo spazio giorno.
In contesti più flessibili, entrano in gioco anche soluzioni reversibili come la
tenda acustica, capace di creare separazione temporanea senza introdurre
elementi permanenti.

– Problema 4: la cucina chiusa come spazio marginale
Il rinnovato interesse per la cucina separata risponde a esigenze concrete, ma
rischia di generare ambienti isolati o poco qualificati se affrontato in modo
rigido.
– Soluzione: chiudere senza isolare
La cucina chiusa contemporanea
funziona quando mantiene un rapporto attivo con la casa. Aperture interne,
passavivande, vetrate parziali e filtri visivi consentono di separare le
funzioni senza relegare la cucina a spazio di servizio.
La qualità dello spazio non dipende dall’essere aperto o chiuso, ma da come
viene messo in relazione con il resto dell’abitazione.

– Problema 5: flessibilità affidata alla meccanica 
Negli anni
passati abbiamo e adottato visto soluzioni spettacolari per trasformare
radicalmente lo spazio: pareti che scorrono, isole che si aprono, alla fin fine
questi sistemi si rivelano sono troppo complessi e delicati
– e costosi- e risultano poco utilizzati nella quotidianità.
– Soluzione: flessibilità affidata all’architettura 
Le
soluzioni più durature lavorano su geometria, luce e materiali:
isole che
diventano divisori concettuali, superfici che riducono la presenza visiva della
cucina, scenari luminosi che cambiano nel corso della giornata.
È l’architettura, non il meccanismo, a garantire una flessibilità reale.

In conclusione, una cucina che funziona davvero non è quella che segue l’ultimo
trend, ma quella che continua a funzionare quando il trend è passato.

E questo richiede meno effetti speciali e più ascolto: dello spazio, delle
abitudini, dei compromessi inevitabili. È lì che si misura la qualità di un
progetto destinato a durare nel tempo.

Open Kitchen or Closed Kitchen? A False Dilemma of Contemporary Living

In recent months, there has been no shortage of publications announcing:
“Goodbye open space, the closed kitchen is back!”.
Magazines,
online platforms, and social media describe this trend as a change of
direction, almost a collective second thought.
In reality, we believe that rather than a return, this is a refocusing: after
years of unconditional adoption, the open space has revealed its limits when
the home was required to simultaneously accommodate work, study, and
relaxation.

Today, design can no longer be limited to choosing between open and closed,
but must respond to three critical issues that emerged forcefully in the
post-pandemic era:

  1. Acoustic conflict: the overlap between technical noises
    (appliances, food preparation) and the need for concentration or video
    calls when working from home.
  2. Visual conflict: the psychological impact of visual clutter
    (kitchen disorder) invading the relaxation area, preventing a real mental
    detachment.
  3. The need for privacy: the rediscovery of the value of the “closed
    door,” understood as a necessary boundary for acoustic and psychological
    isolation.

In this context, the debate is no longer reduced to the classic comparison
between open or closed kitchens. The real challenge is understanding which
problems emerge in everyday life and how design can resolve them, without
sacrificing either sociability or domestic well-being.

We analyze, problem by problem, the design strategies to be adopted, from
acoustic measures to visual solutions, up to hybrid elements that make a space
flexible, functional, and convivial.

– Problem 1: The kitchen that “shouts” its function into the living
space

One of the side effects of the open space is that the kitchen is always
present, even when not in use, and the living area struggles to change
register throughout the day. Noises, activities, and visual stimuli overlap
without hierarchy.

– Solution: building thresholds, not compartments 
In these
cases, the focus should be on defining perceptual boundaries rather than rigid
closures. Partial partitions, architectural screens, and level changes allow
the space to be articulated without interrupting continuity.
A kitchen set on a podium, for example, introduces a clear threshold through a
slight change in level: it does not separate, but signals a change of function
and restores balance to the overall perception of the space.

– Problem 2: The “visual stress” of permanent disorder 
A
lived-in kitchen inevitably produces temporary disorder.
When everything is fully exposed, that disorder becomes an integral part of
the living room, affecting visual comfort and, over time, the quality of
living.
– Solution: designing sightlines
Rather than hiding the kitchen, it is often sufficient to control what is
seen. The design of sightlines becomes central: what is perceived from the
sofa, from the dining table, or during a video call.
For example, the serving hatch makes a comeback as a contemporary tool: not a
nostalgic element, but a functional threshold that connects two spaces while
filtering views, noise, and disorder.

– Problem 3: acoustic and olfactory interference
In an open space, kitchen aromas spread everywhere: fabrics, sofas, and
curtains end up absorbing every scent.
– Solution: light and calibrated separations
When greater separation is needed, glazed partitions become effective design
tools.
Industrial-style, fluted, or smoked glass solutions contain noise and odors
while preserving light and visual depth.
Transparency is never total: it is modulated to reduce the visual presence of
the technical area without denying its relationship with the living space.
In more flexible contexts, reversible solutions such as acoustic curtains also
come into play, capable of creating temporary separation without introducing
permanent elements.

– Problem 4: the closed kitchen as a marginal space
The renewed interest in the separate kitchen responds to concrete needs, but
risks generating isolated or poorly qualified environments if approached
rigidly.
– Solution: closing without isolating
The contemporary closed
kitchen works when it maintains an active relationship with the rest of the
home. Internal openings, serving hatches, partial glazing, and visual filters
allow functions to be separated without relegating the kitchen to a service
space.
The quality of the space does not depend on being open or closed, but on how
it is related to the rest of the home.

– Problem 5: flexibility entrusted to mechanics 
In past
years, we have adopted and seen spectacular solutions to radically transform
space: sliding walls, opening islands. Ultimately, these systems often prove
too complex and delicate – and expensive – and end up being little used
in everyday life.
– Solution: flexibility entrusted to architecture 
The most
enduring solutions work on geometry, light, and materials:
islands that
become conceptual dividers, surfaces that reduce the visual presence of the
kitchen, lighting scenarios that change throughout the day.
It is architecture, not mechanisms, that guarantees real flexibility.

In conclusion, a kitchen that truly works is not the one that follows the
latest trend, but the one that continues to work when the trend has passed.

And this requires fewer special effects and more listening: to space, to
habits, to inevitable compromises. That is where the quality of a project
destined to last over time is measured.

20 Gennaio 2026 / / Casa Poetica

Trasloco stressante - Casa Poetica

Un trasloco stressante rappresenta una frattura perché interrompe una continuità.
Cambia il modo di abitare lo spazio. Cambiano le abitudini. Cambiano i riferimenti quotidiani.

Il trasloco riguarda la casa che si lascia e quella in cui si arriva, riguarda il modo in cui ci si muove negli spazi, come si organizzano le giornate, cosa resta stabile e cosa viene ripensato. Anche quando il cambiamento è desiderato, questa riorganizzazione profonda richiede energie e genera stress.



Perché il trasloco è uno degli eventi più stressanti della vita

Il trasloco è considerato uno degli eventi più stressanti perché concentra molte decisioni in poco tempo: ogni oggetto richiede una scelta, ogni spazio mette in discussione un’abitudine; tutto accade insieme.

In questo passaggio, lo stress nasce dalla necessità di ridefinire tutto nello stesso momento: come si organizzano le giornate, dove finiscono le cose che servono davvero, quali abitudini accompagnano la nuova fase di vita e quali vengono lasciate andare.



Quando lo stress del trasloco passa dagli spazi agli oggetti

Nel trasloco, lo stress emotivo trova spesso una via di uscita negli oggetti. Quando tutto cambia insieme, sono le cose a diventare il punto più visibile della fatica. Si accumulano decisioni rimandate, scatoloni chiusi senza criterio, oggetti portati “per sicurezza” perché non c’è il tempo, l’energia o la lucidità per scegliere davvero.

È in questo momento che gli oggetti smettono di essere semplici cose e diventano un carico, non perché siano troppi in assoluto, ma perché rappresentano scelte non fatte. Tenere tutto diventa un modo per non decidere, rimandare diventa una strategia di sopravvivenza. Senza un metodo che accompagni questo passaggio, il trasloco non alleggerisce: sposta soltanto il caos da una casa all’altra.



Prima del trasloco: ridurre lo stress prima ancora delle scatole

La fase più delicata di un trasloco è quella che precede il cambiamento. È qui che si costruisce gran parte dell’esperienza successiva. Arrivare al giorno del trasloco con maggiore chiarezza permette di affrontare il passaggio con più lucidità e meno affaticamento.

Prima di iniziare a inscatolare, serve guardare gli oggetti per quello che sono oggi. Il trasloco coincide spesso con un cambiamento di gusto, di stile, di modo di abitare. Molti oggetti appartengono a una fase diversa e accompagnano abitudini che stanno evolvendo.

Portare tutto per inerzia crea una distanza sottile con la nuova casa. Alcuni oggetti iniziano a stonare, a creare fastidio, a rendere lo spazio meno coerente. Distinguere ciò che rappresenta davvero la vita presente permette di fare spazio in modo consapevole. Ogni scelta presa prima alleggerisce il passaggio e rende il trasloco più sostenibile.



Durante il trasloco: dare struttura a un momento caotico

Scatole per trasloco organizzate per affrontare un trasloco stressante

Dare struttura agli scatoloni aiuta a rendere il trasloco più leggibile e gestibile.

Se stai organizzando un trasloco, qui trovi anche un approfondimento dedicato alle scatole per trasloco.

Durante un trasloco stressante, la presenza di una struttura sostiene l’intero processo. Le giornate sono intense, le energie cambiano, il tempo sembra restringersi: avere punti fermi permette di mantenere continuità e direzione.

Gli scatoloni diventano strumenti di transizione, accompagnano il cambiamento e aiutano a dare un senso alle azioni quotidiane; pensarli come elementi temporanei favorisce un approccio più ordinato e consapevole.

Affrontare il trasloco con metodo significa muoversi per funzioni e priorità. Separare ciò che serve subito da ciò che può attendere. Riconoscere ciò che accompagnerà davvero la nuova quotidianità. Ogni scelta costruisce coerenza e rende il passaggio più fluido.



Dopo il trasloco: trasformare un trasloco stressante in un nuovo equilibrio

Il momento dell’arrivo è quello in cui un trasloco stressante mostra le sue conseguenze: la casa è nuova, ma il senso di stabilità deve ancora costruirsi. Gli scatoloni occupano lo spazio, le abitudini sono sospese, le energie sono più basse rispetto alla fase iniziale. È qui che diventa fondamentale accompagnare il passaggio, invece di viverlo come una semplice fase da superare in fretta.

Dare priorità a ciò che serve davvero permette di creare rapidamente punti di riferimento. Alcuni spazi, anche se parziali, aiutano a ristabilire una quotidianità funzionale. L’obiettivo non è completare tutto subito, ma rendere la casa abitabile, leggibile, accogliente. Ogni scelta fatta in questa fase contribuisce a trasformare il trasloco da evento faticoso a momento di riorganizzazione consapevole.

Quando l’arrivo viene gestito con metodo, il rischio di ricreare lo stesso disordine di partenza diminuisce. Gli oggetti trovano una collocazione coerente, gli spazi iniziano a rispondere alle nuove abitudini, la casa smette di essere un luogo provvisorio. È in questo passaggio che il trasloco può diventare un vero nuovo inizio, non solo un cambiamento di indirizzo.



Affrontare un trasloco stressante con il mio supporto

Un trasloco stressante può diventare un passaggio più chiaro e sostenibile quando viene accompagnato con metodo e consapevolezza. In queste fasi, avere uno sguardo esterno aiuta a mantenere direzione, a fare ordine nelle decisioni e a dare struttura a ciò che sta cambiando.

Il mio supporto durante un trasloco serve proprio a questo: accompagnarti prima, durante e dopo, aiutandoti a fare scelte coerenti con la tua vita di oggi e con la casa che stai costruendo. Ogni fase viene affrontata con attenzione ai tempi reali, alle energie disponibili e agli spazi per come sono fatti.

Se stai vivendo un trasloco e senti il bisogno di maggiore chiarezza, puoi scrivermi. Una call conoscitiva è il primo passo per affrontare questo cambiamento con più equilibrio e continuità.





 Photo on I-Stock





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L’articolo Trasloco stressante: perché non è solo una questione di scatole proviene da Casa Poetica.

18 Gennaio 2026 / / Case e Interni

Come arredare 40 mq con colori scuri: idee e consigli per piccoli spazi

Arredare un appartamento piccolo con colori scuri: il progetto di un 40 mq che sfida i luoghi comuni

Quando si parla di bilocali o appartamenti piccoli, una delle prime regole non scritte è sempre la stessa: toni neutri, pareti bianche, pochi contrasti.

Questo mini appartamento di 41 mq, situato in un edificio storico di una città svedese, dimostra che non è l’unica strada possibile. E soprattutto, che scuro non significa opprimente, se il progetto è pensato con intelligenza.

Colori scuri in una casa piccola? Ecco il progetto che ti farà cambiare idea

La planimetria racconta una distribuzione tipica degli appartamenti nordici: zona giorno aperta con cucina lineare, bagno compatto e una camera da letto separata, vero lusso in pochi metri quadrati.

Il cuore della casa è il soggiorno, che accoglie area living, zona pranzo informale e cucina a vista, senza mai dare l’impressione di essere sovraccarico. Merito non solo delle dimensioni, ma di proporzioni e scelte visive ben precise.

Soggiorno di Pochi metri quadri e pareti scure

Colori scuri in un piccolo appartamento: perché qui funzionano

Il primo elemento che colpisce è la palette cromatica: blu navy, verde acqua, grigio chiaro.
In uno spazio di 41 mq potrebbe sembrare una scelta azzardata. In realtà, come vediamo, accade l’opposto:
i colori scuri uniformano e compattano lo spazio, lo rendono coerente, avvolgente, leggibile.

La scelta, tutt’altro che casuale, di dipingere soffitti, porte e infissi storici insieme alla boiserie moderna in un verde acqua polveroso è uno degli elementi progettuali più interessanti di questo piccolo appartamento. È una decisione che non punta a “decorare”, ma a costruire continuità visiva e a dare ordine allo spazio.

Il verde acqua avvolge la parte inferiore delle pareti, dialoga con gli elementi architettonici esistenti e valorizza il carattere storico dell’immobile, senza renderlo nostalgico. Sopra, il blu navy scelto per la parte alta delle pareti crea profondità, abbassa visivamente i contrasti e accompagna lo sguardo verso l’alto, senza spezzare l’ambiente.

Questo doppio registro cromatico funziona perché è pensato come un unico gesto progettuale: i colori non competono tra loro, ma si sostengono. Il risultato è uno spazio piccolo ma coerente, intenso e raffinato, dove il colore diventa uno strumento per dare identità e ritmo, non un semplice vezzo estetico.

È la dimostrazione che, anche in pochi metri quadrati, il colore può essere usato in modo deciso senza appesantire, a patto che sia inserito in una visione d’insieme che tenga conto di luce, proporzioni e materiali.

Il risultato è un ambiente che sembra più equilibrato, più pensato, quasi più grande di quanto dica la metratura.

La luce naturale, abbondante grazie alle finestre alte, fa il resto. I colori scuri non assorbono la luce, la modulano, creando profondità e atmosfera.

Colori scuri in un piccolo appartamento

Soggiorno e Camera da letto accogliente: come usare i colori scuri per valorizzare un bilocale

In molti piccoli appartamenti il soggiorno è un compromesso. Qui no. Il camino, il tappeto importante, i tavolini leggeri, ma grafici, le opere d’arte alle pareti, tutto contribuisce a far percepire il living come una stanza con un’identità, non come uno spazio di passaggio.

Questo è un punto chiave quando si arreda un appartamento piccolo: meglio pochi elementi ben scelti che tante soluzioni furbe, ma anonime.

La camera da letto introduce un registro leggermente diverso, pur riprendendo gli stessi toni per pareti, porte e serramenti. Morbidezza, tessili, accenti più delicati: in una casa piccola, il contrasto ben dosato aiuta a separare le funzioni.

Cosa imparare da questo progetto se vivi in pochi metri quadrati

Questo appartamento insegna almeno tre cose importanti:
    1. Il colore non rimpicciolisce, se è pensato
    2. La continuità visiva conta più della luminosità assoluta
    3. Un piccolo spazio ha bisogno di carattere, non di mimetismo e anonimato

Arredare un appartamento piccolo non significa rinunciare allo stile, ma scegliere con più consapevolezza. E questo 41 mq svedese lo dimostra con eleganza silenziosa, senza effetti speciali.

Colori scuri in un piccolo appartamento

Colori scuri in un piccolo appartamento

Colori scuri in un piccolo appartamento

Colori scuri in un piccolo appartamento

Colori scuri in un piccolo appartamento

Colori scuri in un piccolo appartamento

Colori scuri in un piccolo appartamento

Foto: SkandiaMaklarna

Trova altre idee per monolocali, piccoli appartamenti o soluzioni salvaspazio nella sezione PICCOLI SPAZI del nostro blog.

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Anna e Marco DMstudio – CASE E INTERNI

16 Gennaio 2026 / / La Gatta Sul Tetto

Lo stile industriale ha smesso da tempo di essere una caricatura fatta di mattoni a vista, insegne vintage e metallo ovunque. Nelle case contemporanee funziona quando diventa un linguaggio discreto: superfici sincere, volumi essenziali, dettagli che sembrano nati per restare. È un’estetica urbana perché ama la materia, ma non è obbligata a essere ruvida.

La versione più riuscita dell’industrial chic non cerca l’effetto “fabbrica”, cerca equilibrio. Un pavimento continuo, una parete con una texture appena percepibile, una palette neutra e calda: basta poco per creare un fondale dove il ferro può fare ciò che sa fare meglio, cioè disegnare lo spazio.

Il ferro come grafica nello spazio

Il ferro, in un interno industrial, lavora quasi come una linea di matita: traccia contorni, crea ritmo, sottolinea proporzioni. Quando è fatto a mano, quella linea non è mai completamente “piatta”: cambia leggermente di intensità, ha una presenza più umana. Non serve che sia decorato; anzi, spesso è più interessante quando resta sobrio e preciso.

In una stanza, il metallo ha un vantaggio raro: può essere presente senza diventare volume. La struttura si vede, ma non chiude. È qui che l’industrial chic diventa leggero: non perché rinuncia al carattere, ma perché lo esprime attraverso vuoti e ombre, non attraverso masse.

Il letto come architettura domestica

Nella zona notte, il letto è il perno che stabilisce la “scala” di tutto il resto. In un ambiente industrial chic, un letto in ferro non è solo un pezzo d’arredo: è una piccola architettura. Cambia il modo in cui la luce entra nella stanza, come l’occhio attraversa lo spazio, quanto “peso” visivo occupa il centro della scena.

Qui il concetto di letto ferro battuto si aggiorna. Non è più necessariamente un oggetto romantico o ornamentale: può essere netto, geometrico, contemporaneo. La testata diventa un segno verticale, la pediera può scomparire o ridursi, il telaio si assottiglia. Il risultato è un letto che parla industriale anche in una camera minimal, perché porta struttura senza portare confusione.

Materie che scaldano il metallo

Il ferro, da solo, rischia di suonare “grafite su bianco”: bello, ma severo. L’industrial chic che si vive bene aggiunge contrappesi. Il legno è il più immediato: un comodino in essenza scura o un piano in rovere termotrattato porta temperatura e rende il metallo più domestico. Anche una sedia in legno curvato o una panca semplice ai piedi del letto può fare molto, senza rubare la scena.

Poi ci sono i tessili, che nell’industrial contemporaneo non sono un accessorio ma un correttore di atmosfera. Lino, cotone spesso, lana con trama visibile: materiali che “assorbono” la durezza delle linee e la trasformano in calma. Un tappeto non troppo grande, con texture evidente ma colori quieti, crea una zona morbida sotto il segno metallico.

Luce e ombre: il vero lusso dell’industrial chic

Se c’è un elemento che decide se l’industrial chic è accogliente o teatrale, è la luce. Il metallo reagisce alla luce in modo netto: disegna ombre precise e bordi chiari. Per questo, la luce migliore è calda e stratificata, non una sola fonte centrale. Una sospensione essenziale sopra i comodini, una lampada da lettura con braccio sottile, una luce indiretta dietro una mensola: piccoli punti che costruiscono profondità.

Anche le superfici contano. Una parete opaca, un intonaco leggermente materico, una tinteggiatura “polverosa” trasformano la stanza in un fondale gentile. Il ferro, su quel fondale, risulta meno “freddo” e più grafico. È un gioco di contrasti misurati: il ferro sta in primo piano, ma l’ambiente lo accompagna.

Dettagli che fanno sembrare tutto intenzionale

L’industrial chic non ha bisogno di molti oggetti, ma ha bisogno di scelte coerenti. Una cornice in metallo sottile, un’opera fotografica in bianco e nero, una ceramica irregolare su una mensola: elementi pochi, ma con una presenza chiara. L’importante è evitare la collezione casuale di “pezzi industriali” che finiscono per trasformare la casa in un tema.

Il ferro fatto a mano, in questo, è un alleato perché aggiunge un livello di “verità” senza chiedere attenzione. Non serve raccontarlo: si vede nelle giunzioni, nelle curvature, nel modo in cui una linea gira un angolo. E quando il metallo è ben risolto, l’ambiente sembra più ordinato anche se è ricco di texture.

Solidità: quando la stabilità diventa estetica

Spesso si pensa alla solidità come a qualcosa che riguarda solo l’uso. In realtà, nell’industrial chic la solidità è anche un linguaggio visivo. Un letto in ferro appare credibile quando sembra stabile senza essere massiccio: gambe proporzionate, telaio coerente, testata che non “balla” visivamente. È una solidità che non si esprime con spessori enormi, ma con equilibrio.

In un appartamento contemporaneo, questo tipo di stabilità comunica quiete. Non è un dettaglio tecnico da sbandierare: è una sensazione. E l’industrial chic, quando funziona, è proprio questo—una casa che sembra pensata, dove i materiali non recitano e le forme non si giustificano troppo.

Un riferimento visivo per chi cerca l’industrial in ferro

Per visualizzare il risultato senza andare nel generico, è utile vedere una soluzione esplicitamente industriale, dove il ferro rimane protagonista ma le linee restano pulite. Un esempio è questa selezione di letti stile industriale: aiuta a capire come il letto possa diventare il “segno” centrale della stanza, dialogando con legno, cemento, tessuti e luce senza trasformarsi in un oggetto invadente.

Da lì in poi, la lettura è semplice: immaginare la struttura come una cornice grafica e costruire attorno un paesaggio fatto di materiali caldi, toni neutri e pochi elementi scelti. L’industrial chic non è un elenco di oggetti: è un’atmosfera che nasce quando ogni cosa sembra al posto giusto.

Una chiusura più concreta: quando il ferro entra davvero in casa

Alla fine, arredare in industrial chic con il ferro fatto a mano significa trovare un equilibrio tra carattere e misura. Vuol dire accettare la forza del materiale senza renderla simbolica, scegliere un elemento centrale e lasciargli spazio, costruendo attorno un ambiente che traduce l’idea di industria in una dimensione quotidiana fatta di luce calda, superfici opache e pochi dettagli ben calibrati.

È dentro questa visione che si colloca Volcano Handmade Iron Bedrooms, realtà nata in Grecia e attiva dal 1976. Le sue strutture, completamente smagnetizzate e coperte da una garanzia a vita, raccontano un rapporto con il ferro basato sulla durata più che sull’effetto. Nel 2026 questo percorso arriva a segnare mezzo secolo di vita: una continuità che rende il linguaggio industriale qualcosa di abitabile, pensato per accompagnare il tempo senza perdere coerenza.

14 Gennaio 2026 / / Romina Sita

Se sei una home stylist (o aspirante tale) una progettista o una creator nel mondo dell’interior, e ultimamente ti stai chiedendo se l’AI (Intelligenza Artificiale) possa “soffiarti” il lavoro… fermati un attimo.

In questo articolo voglio condividere con te una riflessione profonda sull’AI, sulla creatività e sul valore umano nel nostro lavoro.
Non è un attacco alla tecnologia (anzi), ma uno sguardo lucido e consapevole su cosa può fare l’AI e cosa, invece, non potrà mai sostituire.

Ti racconterò anche una mia esperienza personale, perché questa trasformazione l’ho vissuta già una volta. E forse, proprio per questo, oggi guardo all’AI con meno paura e più consapevolezza.

E se l’AI rubasse il lavoro di noi home stylist?

Parliamoci chiaro: la paura è reale.

Nel nostro settore l’AI oggi può:

  • Generare immagini di interni in pochi secondi
  • Proporre palette, stili, mood
  • Creare infinite idee di ambienti “perfetti”

Ed è normale chiedersi:

“Ma allora a cosa servo io?”
“Un cliente potrà farsi il progetto da solo?”
“Ha ancora senso il mio lavoro?”

Il problema non è l’AI in sé.
Il problema è la sensazione di diventare improvvisamente sostituibili, di vedere anni di esperienza messi in discussione da un prompt.

Ed è qui che nasce il vero fastidio: non tanto la tecnologia, ma il timore di perdere valore, identità e unicità.

Un mondo pieno di immagini… tutte uguali

Ora prova a immaginare questo scenario.

  • Tutti usano l’AI.
  • Generano immagini bellissime, perfette, patinate.
  • E seguono gli stessi prompt, gli stessi trend, gli stessi stili.

All’inizio è wow.
Poi diventa tutto uguale.

Ed è esattamente quello che succede ogni volta che una tecnologia diventa accessibile a tutti: non distingue più, omologa.

In un futuro così, la vera differenza non sarà chi usa l’AI, ma chi riesce a non diventare una copia dell’AI.

Il déjà-vu del 3D (e perché mi ha insegnato tanto)

Questa sensazione io l’ho già vissuta.

Per 13 anni ho lavorato in un’azienda di fotografia, poi ho vissuto in prima persona l’arrivo del 3D nelle immagini di ambientazioni per brand ceramici.

All’inizio il 3D era incredibile:

  • Veloce
  • Flessibile
  • Niente noleggi di arredi
  • Grandi risparmi

Ma aveva un problema: sembrava finto.

Sempre.

Sai cosa facevamo?
Dopo aver renderizzato le immagini, le “sporcavamo” con Photoshop per renderle più reali.
In pratica: usavamo la nuova tecnologia… per farla assomigliare alla precedente.

E la fotografia?
Non è mai scomparsa.
Si è evoluta. È diventata più artistica, più concettuale, più emotiva.

Il metodo: ciò che l’AI non potrà mai copiare

Al Marketers World 2025 ho sentito una frase che mi è rimasta impressa più di tutte:

“La tecnologia batte la tecnica.
La tecnica passa, il metodo resta.”

All’inizio può sembrare astratta, ma in realtà spiega perfettamente quello che sta succedendo oggi con l’AI.
E per capirlo davvero, dobbiamo fare un piccolo passo indietro, con l’esempio dell’evoluzione delle tecniche creative.

La pittura nasce migliaia di anni fa come mezzo per rappresentare la realtà
pittura-antica

Era una tecnica.
Un’abilità manuale che permetteva all’essere umano di lasciare tracce, raccontare, immortalare ciò che vedeva.

Poi, all’inizio del XIX secolo, arriva la fotografia
fotografia_antica

Per la prima volta la realtà non viene più interpretata: viene catturata, così com’è.

Cosa succede?
La pittura, dal punto di vista tecnico, viene superata.
La fotografia è più veloce, più precisa, più “oggettiva”.

Ma la pittura non scompare.

Si trasforma.

I pittori smettono di cercare la copia fedele della realtà e iniziano a reinterpretarla:

pittura-picasso

Picasso scompone e ricostruisce il mondo con il cubismo.

pittura-monet

Monet cattura luce e atmosfera con l’impressionismo.

pittura-van-gogh

Van Gogh trasforma emozioni e percezioni in colore e movimento

Non rappresentano più la realtà.
La ri-immaginano.

Poi, negli anni ’90, arriva il 3D
render-3d-romina-sita
Render 3D – Romina Sita

Immagini sempre più simili al reale, con un enorme vantaggio: puoi creare tutto senza che esista davvero.
E qui noi stylist lo sappiamo bene: il 3D è (ed è stato) uno strumento potentissimo per far immaginare un progetto.

Dal punto di vista tecnico, anche il 3D “batte” la fotografia:

  • Più flessibile
  • Più controllabile
  • Meno costoso

Eppure… non ha mai sostituito davvero la fotografia.

Perché?

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Perché anche la fotografia si è evoluta:
è diventata più concettuale, più artistica, più emotiva.

Il fotografo oggi non è solo un tecnico che scatta.
È un autore che comunica, racconta, crea connessioni.

E poi, nel 2022, arriva l’Intelligenza Artificiale nel quotidiano
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Interno generato con l’AI

Alla portata di tutti.
Con un prompt puoi fare quasi tutto: immagini, mood, ambienti, stili.

Pittura, fotografia, 3D, immagini AI sono tutte tecniche.

Quello che cambia è come realizzi qualcosa.

Quello che resta è perché lo fai e come lo pensi.

Ed è qui che entra in gioco il metodo.

Il metodo è quella cosa invisibile che fa tutta la differenza:

  • Osservare davvero
  • Capire un’esigenza
  • Interpretare un contesto
  • Trasformare bisogni (spesso non esplicitati) in un progetto coerente, armonioso e funzionale

Il metodo è ciò che guida le scelte:

  • Perché quella palette funziona per quella persona
  • Perché quel mood racconta quello spazio
  • Perché quel dettaglio ha senso lì e non altrove
  • Perché un ambiente “funziona” davvero, non solo in foto

L’AI può generare infinite immagini.
Ma non ha metodo.

Non pensa, non sente, non osserva.
E soprattutto non crea con intenzione, ma per combinazione.

Il metodo è la tua testa, la tua esperienza, il tuo occhio, la tua sensibilità, la tua personalità.
E questo, per fortuna, non si copia, non si genera e non si improvvisa.

Autenticità vs perfezione: perché il “finto” allontana

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Donna generata con l’AI

Ultimamente vedo sempre più creator usare avatar AI, video parlati generati artificialmente, immagini perfette.

Comodo? Sì.

Impressionante? Sì.

Ma poi mi torna sempre in mente una sensazione che ho provato già con il 3D e che oggi provo con l’AI:

“Bella! Ah ma aspetta… è fatta con l’AI!”

Quello stupore che si blocca subito come per dire:

“Wow, che bella… sì ma purtroppo non esiste davvero.”
“Che brava che è stata quella persona… sì ma per realizzarla ha preso una scorciatoia… sono capaci tutti!”

Ecco. Questo è quello che penso ogni volta che vedo un’immagine troppo perfetta, troppo artificiale. Anche se dietro c’è una persona reale, il contenuto sembra “scorciatoia” e la percezione cambia: non genera fiducia, non emoziona davvero.

Già l’online crea barriere enormi a livello di empatia.

Contenuti troppo perfetti le rafforzano ancora di più.

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Donna senza AI

Credo fermamente che ci sarà un ritorno al vero.

Anzi, vedremo l’accentuazione dell’imperfezione come segnale di autenticità: un capello volutamente lasciato fuori posto, un movimento improvvisato, un dettaglio imperfetto… diventeranno strumenti per comunicare che ciò che vediamo è reale, umano e affidabile.

Mi ha colpito molto il “test” di Rachele Rossi: stesso video, stesso script.
Uno truccata, uno struccata.

Quello struccato ha performato meglio.

Perché?
Perché le persone cercano autenticità, non perfezione.

Attenzione però:

  • Autenticità sì
  • Trasandatezza no

Le imperfezioni non devono essere estetiche per forza.
Possono essere:

  • Un gesto spontaneo
  • Una voce che tentenna
  • Il tuo modo unico di raccontare e progettare

Le persone hanno bisogno di autenticità, di persone reali e non perfette.

Reali e imperfette come le persone che consumano i contenuti online.

Per immedesimarsi, sentirsi ascoltate e capite (ed è così che attrarremo persone affini a noi e al nostro servizio di consulenza online, non solo per “vendere”, ma anche per generare la trasformazione che promettiamo e, che noi in primis, desideriamo che avvenga.

La vera sfida (e cosa fare ora)

L’AI non è il nemico.

È un acceleratore, un amplificatore.

La vera sfida non è competere con l’AI, ma non perdere te stessa.

Usala.
Sfruttala.
Alleggerisci il lavoro dove serve.

Ma non delegarle:

  • Il pensiero
  • L’interpretazione
  • La relazione
  • Il metodo

Per distinguerti e farti ricordare, il tuo lavoro non deve sembrare “perfetto”, ma vero.
Costruisci fiducia e mostra che dietro c’è una persona reale.

Se questo articolo ti ha fatto riflettere, scrivimi (in DM su Instagram o qui sotto nei commenti): mi piace confrontarmi su questi temi, perché il futuro del nostro lavoro si costruisce con consapevolezza, non con paura.

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LO VOGLIO!

L’articolo Perché l’AI non potrà mai rubare il lavoro alle home stylist sembra essere il primo su Romina Sita.

14 Gennaio 2026 / / La Gatta Sul Tetto

Artek festeggia i suoi 90 anni riproponendo una selezione delle icone firmate da Alvar Aalto, uno dei grandi maestri del design. Una prova che il grande design non passa mai di moda.

icone firmate da Alvar Aalto
Crediti: foto Joachim Wichmann, © Copyright Artek, per gentile concessione di VITRA INTERNATIONAL AG

Artek, l’azienda finlandese fondata nel 1935 da Alvar e Aino Aalto, Maire Gullichsen e Nils-Gustav Hahl, ha appena compiuto 90 anni.

Per l’occasione, il brand ha selezionato alcune icone del suo archivio storico per rilanciarle sul mercato. Usciti dalla produzione da molti anni, arredi e complementi ritrovano vita in una edizione limitata di grande prestigio.

La visione innovativa dell’azienda, nata con lo scopo di promuovere uno stile di vita moderno di impronta minimalista, ha dato vita ad oggetti che restano sempre attuali.

Le icone firmate da Alvar Aalto nelle case contemporanee

Basta dare un’occhiata a Screen 100, un oggetto nato come paravento nel 1936, che oggi trova posto come elemento per dividere con stile gli spazi. Artek lo ripronone in una versione versatile, grazie alle 4 altezze disponibili, da 100cm fino a 180. Perfetto per delimitare l’ingresso in assenza di disimpegno, o per separare aree specifiche negli open space.

La madia Cabinet 250, nata come “mobile da cocktail”, grazie alle linee essenziali ed all’estrema semplicità delle finiture, si può inserire in qualsiasi ambiente. Perfetta per arredare la zona pranzo, diventa un contenitore per stoviglie pratico e discreto.

Nato come evoluzione del celebre L-leg, lo sgabello Stool X602 sfoggia la mitica “gamba a ventaglio”, un vezzo decorativo che nasce da un problema tecnico. La giuntura tra gamba e seduta non poteva essere più poetica.

Lo sgabello è declinato in due modelli, uno con finitura color miele e uno con seduta miele e gambe in legno naturale.

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