C’è qualcosa di straordinario nel momento in cui un edificio smette di essere una rovina e torna a respirare. Villa M, capolavoro silenzioso della Praga degli anni Trenta, è esattamente questo: una villa funzionalista progettata nel 1937–1938 dagli architetti Arnošt Mühlstein e Victor Fürth, sopravvissuta quasi intatta fino alla fine del Novecento, poi sfregiata da una ristrutturazione parziale nel 1994, infine devastata da un incendio nei primi anni Duemila. Per lungo tempo abbandonata, silenziosa, dimenticata. Fino a quando lo studio Tunicate non l’ha riportata alla vita.
Il progetto di interior design che ne è scaturito è uno di quei lavori rari in cui ogni scelta racconta una posizione intellettuale precisa: non si tratta di conservazione museale, né di tabula rasa contemporanea. Villa M è qualcosa di più sottile — e più ambizioso.
Una struttura viva, non un reperto storico
Lo studio Tunicate ha ricevuto l’incarico con il progetto volumetrico già parzialmente definito. Il perimetro esterno della villa funzionalista era stato stabilito, ma gli interni erano ancora territorio aperto. È qui che il lavoro dello studio ha trovato il suo spazio: ridisegnare l’anima della casa senza tradirne la memoria.
La filosofia di progetto si legge già nell’approccio: «Non abbiamo considerato la casa come un artefatto storico, ma come una struttura viva, capace di accogliere uno stile di vita contemporaneo senza perdere la propria identità.» Una dichiarazione di poetica che si traduce, stanza dopo stanza, in scelte materiali e spaziali di grande coerenza.
Il prospetto verso la strada è volutamente chiuso, quasi introflesso: le piccole finestre della facciata d’ingresso filtrano il mondo esterno, creando una soglia psicologica prima ancora che fisica. Poi, superato il vestibolo, la casa si apre — letteralmente. L’atrio si dilata verso la zona living, e da lì lo sguardo trova la sua ricompensa: un panorama di Praga incorniciato da una nuova finestra a nastro orizzontale, elemento dialogante con il linguaggio razionalista originale ma chiaramente contemporaneo nel suo slancio verso la città.
Il progetto: logica e misura
L’interior design di Villa M segue la grammatica spaziale dell’edificio originale senza forzarla. Il piano terra è pensato come zona sociale aperta, fluida, generosa. Il piano superiore custodisce la dimensione più privata e abitativa. Il seminterrato integra funzioni tecniche e residenziali, chiudendo il ciclo funzionale della casa.
Uno degli snodi più delicati del progetto è stata la gestione delle preesistenze: dislivelli tra i pavimenti, articolazioni strutturali, tracce del passato che non potevano essere cancellate. Lo studio Tunicateha trasformato questi vincoli in punti di forza — e in particolari narrativi. Emblematica, in questo senso, la soluzione adottata per la scala originale: i nuovi interventi strutturali si sviluppano in continuità con il carattere dell’esistente, senza interruzioni, senza giunture visibili. Il parapetto in lamiera nera forata dialoga con i corrimano in legno e tubolare nero in una tensione elegante tra tradizione e costruzione contemporanea.
La partizione scorrevole a sottili listelli in legno — pensata per separare l’atrio dal living senza chiuderlo definitivamente — è uno dei dettagli più riusciti del progetto: funzionale, leggera, capace di modulare la percezione dello spazio con rara efficacia.
Materia come linguaggio
Il concept materico di Villa M è essenziale, quasi ascetico. Cemento a vista, finiture minerali, massetti cementizi colorati sulle pareti e nei bagni. Una palette che richiama la razionalità dell’architettura funzionalista senza cedere alla freddezza. Il rovere naturale — nei pavimenti delle camere da letto, negli arredi su misura, nelle partizioni — porta calore e continuità al sistema.
Il travertino fa la sua apparizione in facciata, nei pavimenti e nelle pareti del bagno principale, portando con sé una classicità discreta. La parete in vetrocemento nella scala è invece una citazione diretta: replica fedele di un tamponamento originale rinvenuto durante i lavori, reintegrato nel progetto come frammento di memoria autentica.
I due camini sono gli oggetti-simbolo dell’intera operazione. Posizionati strategicamente — uno al piano terra, a separare soggiorno e zona pranzo; l’altro al terzo piano — sono sormontati da sottili strutture metalliche e rivestiti in rame patinato lavorato da DURO DESIGN. Il risultato è quasi scultoreo: non semplici elementi di riscaldamento, ma presenze plastiche capaci di polarizzare lo spazio attorno a sé.
Conclusione
Villa M è la dimostrazione che il miglior interior design non nasce dalla negazione del passato, ma dalla sua reinterpretazione intelligente. Lo studio Tunicate ha saputo restituire a questa villa funzionalista la sua identità — più nitida, forse, di quanto non fosse mai stata.
Progetto: Villa M – studio di architettura: Tunicate (www.tunicate.cz) – Fotografie: BoysPlayNice (www.boysplaynice.com)
Poco spazio, più stanze: come dividere una stanza in due
Trasformare una camera in due ambienti distinti è uno degli interventi più richiesti nell’abitare contemporaneo. Le ragioni sono diverse, e spesso cambiano nel tempo insieme alla casa e a chi la vive. Il lavoro da casa, un secondo figlio, la necessità di ospitare senza rinunciare allo spazio quotidiano sono solo i casi più evidenti.
In questa guida analizziamo soluzioni concrete — dalle più leggere e reversibili agli interventi più strutturati — per dividere uno spazio in modo funzionale, luminoso e coerente con le reali esigenze di chi lo abita. Perché non si tratta solo di creare due stanze, ma di progettare due ambienti che funzionino davvero, ogni giorno.
Siamo Anna e Marco e per la nostra esperienza sul campo come architetto e interior designer, oggi ti spieghiamo come ricavare una stanza in più in casa.
credit photo: Hemnet
Quando è utile dividere una stanza in due locali distinti
Prima di vedere come ricavare una camera in salotto o dall’ingresso o come trasformare una camera da letto in due camerette (anche con una sola finestra), vediamo quali sono le occasioni che ci spingono a cercare di ricavare una stanza in più oggi.
Un’esigenza molto concreta riguarda la flessibilità: creare una stanza in più può significare avere uno spazio che cambia funzione nel tempo, senza dover ripensare tutta la casa.
C’è poi il tema della privacy, soprattutto nelle piccole case (monolocali, bilocali) o nelle famiglie con figli che crescono: a un certo punto non basta più “stare nello stesso ambiente”, serve una separazione, anche leggera, ma chiara.
Inoltre, sempre più di frequente si sente l’esigenza di ritagliarsi uno spazio per sé, anche in pochi metri quadrati: un angolo lettura o musica, una zona hobby, una piccola palestra o zona meditazione, spazi che non invadano il soggiorno.
Non va sottovalutata neanche la necessità di organizzare meglio gli spazi: dividere non significa solo separare, ma spesso anche mettere ordine, dare una funzione precisa a ogni zona e migliorare la vivibilità quotidiana. Ecco perché si cerca di ricavare uno spazio in più per un ripostiglio che manca, una lavanderia, una zona guardaroba o un ambiente di servizio multifunzione.
Infine, c’è un tema sempre più attuale: valorizzare l’immobile. Una stanza in più, anche se piccola, ma ricavata con intelligenza, può rendere una casa più interessante sul mercato, sia per la vendita che per l’affitto.
Come ricavare una stanza in più: dove cercare lo spazio che già esiste
Prima di pensare a come dividere, conviene chiedersi dove dividere. In molte abitazioni lo spazio per un vano aggiuntivo esiste già, semplicemente non è stato ancora riconosciuto come tale. Bastano un occhio attento alla planimetria e qualche ragionamento sulla distribuzione per trovare superfici inutilizzate o sotto-utilizzate che, con un intervento mirato, possono diventare un ripostiglio, uno studio, una cameretta o una seconda camera.
Il corridoio cieco o sovradimensionato. I corridoi delle abitazioni anni ’60-’70 sono spesso più larghi e più lunghi del necessario. La parte terminale di un corridoio, quella oltre l’ultima porta, che finisce contro un muro, è quasi sempre spazio sprecato. Con una parete in cartongesso e una porta a filo muro si ricava un ripostiglio che risolve il problema dell’accumulo nell’intero appartamento. Se il corridoio è abbastanza largo (oltre 1,80 m), si può ricavare una nicchia laterale con ante scorrevoli senza nemmeno ridurre troppo il passaggio.
La zona morta tra due porte sullo stesso muro. Quando un corridoio o un soggiorno ha due accessi ravvicinati sullo stesso lato, la parete intermedia tra le due porte è di fatto uno spazio da sfruttare appieno. Chiudendo un vano e sfruttando uno dei due accessi, si può ricavare un angolo guardaroba o, se le misure lo consentono, un piccolo locale di servizio autonomo. È uno degli interventi meno visibili ma più efficaci in termini di spazio guadagnato.
La camera grande divisa in due camerette. Una camera matrimoniale o una doppia di buone dimensioni — dai 18,5-20 mq in su — può essere divisa in due camere singole da 9 mq ciascuna, il minimo normativo per una un camera abitabile. Se le finestre sono due, la divisione è molto più semplice e il risultato più autonomo. La condizione critica è se la finestra è una sola si dovrà valutare se i rapporti aeroilluminanti consentono di dividerla in due, altrimenti si ricorre ad un divisorio realizzato con l’arredo.
Un angolo del soggiorno per uno studio o una camera ospiti. Il soggiorno è spesso il locale più grande dell’appartamento, soprattutto nelle case più datate. Ricavarne un angolo — 8-10 mq nella parte più lontana dall’ingresso o adiacente a una parete cieca — significa ottenere uno spazio che di giorno funziona come studio e di notte, con una porta scorrevole o una parete mobile, si trasforma in camera ospiti. La chiave è la chiusura: senza una separazione fisica, anche parziale, lo spazio rimane visivamente e psicologicamente parte del soggiorno.
Lo spazio sotto la scala. Nelle abitazioni su due livelli o nei duplex, il vano sotto la scala è quasi sempre trattato come ripostiglio informale, quando non è semplicemente chiuso e dimenticato. Con un progetto minimo — scaffalatura su misura, porta, illuminazione dedicata — diventa un ripostiglio organizzato, un angolo studio compatto o persino un piccolo guardaroba. Le dimensioni variano molto, ma anche 3-4 mq ben progettati cambiano la percezione dell’ordine nell’intera abitazione.
Ricavare una stanza in più non richiede sempre una ristrutturazione importante. In molti casi bastano pochi interventi mirati e le scelte giuste — di arredo, di partizione, di layout — per trasformare una stanza in due ambienti distinti, funzionali e vivibili.
Nella soluzione che abbiamo realizzato in un appartamento anni ‘60, come si vede dalla pianta qui sopra, la costruzione di pareti in cartongesso in soggiorno, insieme a due ante scorrevoli a tutta altezza, ha permesso di ricavare sia un ripostiglio (assente in questa casa) sia uno studio da usare all’occorrenza anche come camera per gli ospiti.
Le domande progettuali da porsi e che noi poniamo ai nostri clienti sono:
Quanto serve separare? È una scelta definitiva? E la luce naturale?
La risposta non è mai univoca. Esiste una scala di interventi che va dalla realizzazione minima (una libreria, una tenda) alla trasformazione più strutturale (un muro in cartongesso, un soppalco portante). La scelta adatta dipende da quanto è permanente l’esigenza, dalle dimensioni della stanza e dalla posizione di finestre e porte.
Vediamo quali strategie adottare a seconda delle situazioni.
Soluzioni leggere (senza permessi e reversibili)
Sono tutte quelle soluzioni che non richiedono pratiche edilizie, non modificano in modo permanente lo spazio e possono essere rimosse o modificate nel tempo.
1. Tende
credit photo: Historiska hem
È il gesto più antico e ancora il più efficace per separazioni temporanee. Un binario a soffitto con tenda pesante (lino, velluto, tessuto tecnico fonoassorbente) crea una soglia visuale netta senza intaccare il pavimento né le pareti. La tenda non isola acusticamente, ma a seconda del tessuto, riduce la percezione del rumore e garantisce privacy visiva totale. Il costo è minimo, la reversibilità assoluta.
Variante: Tenda a pannelli su binari multipli, che consente configurazioni diverse durante la giornata. A differenza di una tenda morbida che ondeggia, il pannello rimane piatto e teso, dando un effetto più simile a una parete, seppur di tessuto.
2. Librerie e scaffalature divisorie
Una libreria, costituisce un diaframma che svolge tre funzioni contemporaneamente: separa, contiene e arricchisce lo spazio. A seconda dell’altezza, una libreria mantiene una certa permeabilità visiva e luminosa.
L’efficacia acustica è limitata se la libreria è vuota, aumenta sensibilmente quando è piena di libri o oggetti, che agiscono come massa fonoassorbente. Per una separazione più netta si può rivestire il retro con pannelli sia decorativi che isolanti, come i pannelli cannettati.
Variante: Una libreria bifacciale, ovvero accessibile da entrambi i lati, diventa il cuore funzionale dei due nuovi ambienti, lasciando il passaggio della luce, anche se si tratta di una libreria a tutta altezza.
3. Armadi divisori
Una fila di armadi posizionata perpendicolarmente rispetto alle pareti può dividere una camera grande in due zone distinte, risolvendo anche il problema dell’organizzazione e dell’ordine. Il vantaggio rispetto alla semplice libreria è che l’armadio offre opacità totale e una massa fonoassorbente maggiore data dagli indumenti e dalle ante chiuse.
A seconda dello spazio disponibile, l’armadio divisorio può essere bifacciale (meglio se su misura), così da sfruttare lo spazio contenitivo per entrambe le camere oppure un solo armadio, il cui retro può essere rivestito con carta da parati, legno o pannelli canneté. Nella soluzione che abbiamo realizzato, come si vede dalla pianta, un armadio bifacciale separa le due camerette in modo funzionale.
4. Pareti mobili, scorrevoli e pieghevoli
Le pareti mobili sono la soluzione intermedia per eccellenza: reversibili come un arredo, efficaci come una parete. Esistono in tre configurazioni principali.
Le porte scorrevoli a scomparsa con binario a vista, meglio se a tutta altezza, funzionano bene per separazioni nette e occasionali: la camera ospiti che si apre solo quando serve, lo studio che si chiude quando necessario. Il limite è che richiedono una parete adiacente libera dove la porta possa scorrere.
I pannelli scorrevoli multipli su binario a soffitto consentono configurazioni ibride: apertura parziale di giorno, chiusura totale di notte. Sono la soluzione più flessibile per spazi ibridi.
Le pareti pieghevolia libro possono coprire aperture ampie e si ripiegano in poco spazio, consentendo un’apertura maggiore rispetto alle soluzioni precedenti. Sono meno eleganti esteticamente, ma molto pratiche in contesti dove la separazione è frequente e rapida.
Soluzioni più strutturate (richiedono verifica e tecnico)
Qui entriamo in interventi che modificano la distribuzione interna e che, nella maggior parte dei casi, richiedono una pratica edilizia (CILA) redatta da un tecnico (architetto, geometra, ingegnere). In questo caso è possibile intervenire sulla distribuzione interna, scegliendo strategie diverse in base alla metratura, alla disposizione e alla tipologia dell’immobile.
1. Pareti in cartongesso
Quando l’esigenza è permanente e si vuole un vano abitabile con requisiti propri, la parete fissa è l’unica soluzione che garantisce isolamento acustico reale, autonomia impiantistica (prese, interruttori, eventuale split) e una suddivisione riconosciuta anche urbanisticamente e catastalmente.
Questa è la soluzione ideale quando si vuole ricavare una vera e propria stanza in più, separata da porta.
Il cartongesso a doppia lastra con lana di roccia da 5 cm raggiunge valori di isolamento acustico più che sufficienti per separare due camere da letto. La posa della parete in cartongesso in una casa abitata è di gran lunga preferibile, rispetto alla stessa parete in muratura, poichè si tratta di un’opera a secco.
Prima di procedere occorre chiamare un professionista (architetto, geometra…) per verificare che il nuovo vano rispetti i parametri urbanistici e possa poi presentare la pratica (in genere una CILA) in Comune. Ci sono infatti requisiti minimi di superficie: 9 mq per una camera singola, 14 mq per una doppia, 14 mq per il soggiorno e valori di rapporti aeroilluminanti (secondo il D.M. 1975).
Se la stanza che ne deriva dalla suddivisione è un locale con permanenza di persone (camera da letto, soggiorno, cucina, bagno) dovrà avere una finestra propria apribile (con superficie pari ad almeno 1/8 della superficie pavimentata della stanza). Se invece la stanza ricavata è adibita a ripostiglio, cabina armadio, dispensa o simili locali di servizio non necessita di finestra.
2. Soppalco: guadagnare una camera in verticale
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Dove l’altezza del soffitto lo consente, il soppalco è la soluzione più radicale e più efficace in termini di superficie guadagnata. Si ricava un livello sopraelevato che ospita la zona notte (o lo studio), lasciando all’altro livello la funzione complementare. Generalmente sono necessari più di 4 m di altezza per consentire alla zona sottostante di mantenere un’altezza minima adeguata.
Oltre all’altezza, la scala è l’elemento critico: deve essere sicura e non divorare spazio utile al livello inferiore. Le scale elicoidali o le scale a pioli con gradini alternati sono soluzioni compatte, ma da valutare in termini di comfort quotidiano.
Variante più semplice: Il letto a soppalco. Chi dispone di altezze più contenute, può considerare un letto a soppalco, ovvero un arredo autoportante che eleva il materasso a circa 1,50-1,80 m dal pavimento, liberando tutto lo spazio sottostante per scrivania, armadio, zona studio. A differenza del soppalco strutturale, non richiede alcun titolo edilizio, poiché si installa e si rimuove senza opere murarie. È una soluzione particolarmente diffusa nelle camerette e nei monolocali, dove lo spazio recuperato sotto il letto può fare la differenza tra un ambiente soffocante e uno realmente funzionale.
3. Pareti vetrate interne
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Le pareti divisorie in vetro sono la scelta più efficace quando si vuole separare due ambienti senza rinunciare alla luce naturale e alla profondità visiva. A differenza di una parete opaca, una vetrata interna lascia che la luce attraversi entrambi gli spazi, mantiene la percezione del volume complessivo della stanza e dà al risultato un carattere architettonico elegante e contemporaneo.
Il sistema più diffuso prevede un telaio in alluminio a profilo sottile con lastre di vetro temperato. La struttura può essere fissa, oppure includere una o più ante scorrevoli o a battente per gestire il passaggio tra i due ambienti. L’installazione non richiede opere murarie: il telaio si ancora a pavimento e soffitto, senza demolizioni.
Sul fronte acustico le prestazioni sono inferiori rispetto a una parete in cartongesso, ma accettabili per separare uno studio dal resto dell’abitazione. Per una camera da letto o una camera ospiti, invece, la trasparenza totale è spesso un limite. La soluzione più adottata in questi casi è abbinare la parete vetrata a una tenda. Un binario montato sul lato interno della vetrata, consente di schermare completamente la vista quando serve, mantenendo la piena luminosità negli altri momenti.
Per una camera ospiti è la combinazione ideale: di giorno la stanza resta aperta e luminosa, integrata nel resto dell’abitazione; la sera, con la tenda chiusa, diventa un ambiente raccolto e riservato. La stessa logica funziona per uno spazio ibrido studio-notte, dove la necessità di privacy è intermittente e legata ai momenti della giornata più che a un uso fisso.
Dal punto di vista edilizio, quasi sempre non richiedono opere murarie invasive. Sebbene possano essere considerate reversibili, tuttavia visto il costo, l’aspetto estetico (che aumenta il valore della casa) e il fatto che definiscono nuovi ambienti, è difficile che qualcuno decida di smontarle prima della vendita, per cui è consigliabile presentare la pratica edilizia come soluzione fissa, per non avere problemi con i potenziali acquirenti (notaio, agenzia immobiliare, banca per la concessione del mutuo).
4. Quinta
Una quinta è una soluzione ideale quando si desidera separare due ambienti senza ricorrere a una chiusura totale. Funziona come soluzione intermedia: più strutturato di una tenda, ma meno impattante di una parete vera e propria.
All’interno di questo spettro esistono molte varianti progettuali, che permettono di modulare il grado di privacy e di continuità visiva: aperture parziali, filtri, elementi passanti. L’obiettivo non è imporre una divisione netta, ma costruire una relazione coerente tra i due spazi, mantenendo la percezione di ampiezza e garantendo al tempo stesso una funzionalità adeguata. In questo senso, anche una semplice parete più corta può essere ripensata come una quinta: un elemento che separa senza isolare, capace di bilanciare esigenze pratiche e qualità percettive dell’ambiente.
La quinta è particolarmente utile quando la stanza dispone di una sola finestra, magari posizionata al centro della parete. In questi casi la quinta si arresta prima dell’infisso, lasciando la zona di passaggio proprio in prossimità della finestra, così da garantire una separazione efficace senza compromettere l’ingresso della luce naturale. Si ottiene così un buon livello di privacy per entrambe le zone, pur rinunciando alla chiusura totale dell’ambiente. Il vantaggio principale è che la luce può raggiungere entrambe le aree, mantenendo una percezione di ampiezza e una qualità luminosa omogenea. Una soluzione utile quando si vuole creare due camerette da una camera più grande, una zona studio in camera, una camera nel monolocale o ancora una cucina parzialmente separata dal living.
La quinta può essere realizzata anche in modi diversi dal classico cartongesso: listelli di legno verticali, parete attrezzata poco alta, pannelli in metallo traforato, sono solo alcuni esempi.
Come decidere quale soluzione scegliere? I quattro criteri da valutare
Per poter scegliere la soluzione ottimale, conviene chiarire quattro aspetti che condizioneranno ogni passaggio successivo.
– Il primo è la luce naturale. Una divisione che taglia in due la stanza, rischia di lasciare uno dei due ambienti senza illuminazione diretta ecco perché il progetto è importantissimo. Su questo aspetto si apre anche la questione dei requisiti di aeroilluminazione, che la normativa nazionale (D.M. 5 luglio 1975) fissa in rapporto alla superficie del pavimento. Quindi solo un tecnico abilitato può risolvere questo punto.
– Il secondo è il grado di separazione acustica e visiva. Una libreria alta fino al soffitto divide visivamente, ma non acusticamente; un pannello con lastra di vetro trasparente separa, ma non offre privacy; un muro in cartongesso con doppia lastra e lana di roccia è una soluzione che garantisce un vero isolamento. La scelta, come sempre, dipende dall’uso: un home office vicino alla zona notte ha esigenze molto diverse da una cameretta condivisa da due fratelli.
– Il terzo criterio è la reversibilità. Un soppalco o un muro richiedono tempo, costi e autorizzazioni comunali. Una parete mobile o una libreria attrezzata si smontano in un pomeriggio. Per le esigenze temporanee (ospiti, lavoro da casa saltuario) o per chi vive in affitto, la reversibilità vale spesso più dell’efficienza.
– Il quarto è la normativa edilizia. La ridistribuzione interna e la creazione di un nuovo vano abitabile con requisiti igienico-sanitari autonomi richiede una “Comunicazione di inizio attività” (CILA) o titoli più onerosi, a seconda delle opere, del comune e del regolamento edilizio locale.
Esempi pratici
Home office:
La priorità è ridurre la percezione del rumore e creare una separazione visiva dallo spazio domestico. Una parete scorrevole in vetro opaco (o vetro+tenda) o una libreria a tutta altezza, sono spesso sufficienti. L’illuminazione artificiale dedicata amplifica la separazione percettiva anche senza barriere permanenti.
Cameretta condivisa:
L’autonomia dei due figli è lo scopo del progetto. Oltre alla separazione fisica, è importante che ognuno abbia una zona di contenimento propria (armadio, scrivania, libreria) e una fonte di luce dedicata. Una divisione parziale, a metà altezza oppure che lascia libera la zona finestra, può essere sufficiente per garantire l’autonomia senza compromettere l’illuminazione naturale.
Spazio multifunzione e camera ospiti:
Il criterio principale è la reversibilità. Un vano da utilizzare in modo versatile, come studio o guardaroba e all’occorrenza come camera ospiti, può avere una chiusura temporanea grazie a pannelli scorrevoli multipli su binario a soffitto o ad una grande porta scorrevole a tutta altezza, che aprendosi amplifica la visuale della zona giorno. In questo caso un letto a scomparsa integrato in una parete attrezzata o in un divano, trasforma velocemente il locale in camera da letto, senza sacrificare la funzionalità quotidiana dello spazio. Da valutare: che il meccanismo sia sicuro e maneggevole e che il materasso abbia spessore sufficiente per un comfort reale.
Ricavare un locale di servizio o un ripostiglio:
Non sempre l’obiettivo è ottenere una seconda camera vera e propria. In molte case il problema è più pratico, manca uno spazio dove organizzare ciò che crea disordine nella quotidianità. Creare un piccolo locale di servizio, una dispensa, un guardaroba-stireria o un ripostiglio permette di liberare gli ambienti principali e rendere la casa molto più funzionale. Anche pochi metri quadrati ben progettati possono trasformarsi in una preziosa zona di supporto, dedicata al contenimento, alle pulizie o alle attività domestiche di tutti i giorni. In questi casi una porzione anche piccola di corridoio, un angolo del soggiorno o la parte cieca di una camera può diventare una zona funzionale con piccole opere in cartongesso. Una parete in cartongesso con porta a filo muro lo rende invisibile; in alternativa, un sistema di ante scorrevoli a tutta altezza, lo nasconde completamente alla vista. L’investimento è minimo rispetto al guadagno in ordine e vivibilità: liberare il resto dell’appartamento dagli oggetti di accumulo cambia spesso la percezione dello spazio più di qualsiasi intervento di design.
Monolocale con zona notte nascosta:
In un monolocale il problema non è ricavare una seconda camera, ma fare in modo che la prima (il letto) smetta di essere visibile per tutto il giorno. La soluzione più efficace è una parete scorrevole che lo separi dalla zona giorno; anche una quinta o una tenda possono svolgere bene questa funzione, in base allo spazio disponibile. Il risultato è un ambiente che cambia funzione in meno di un minuto. Alternativa, il letto a soppalco autoportante, che eleva la zona notte e ricava sotto uno spazio vivibile per scrivania o divano. In entrambi i casi la chiave è trattare il letto come un elemento da progettare e non solo da nascondere.
Una regola finale
Più la divisione è permanente, più diventa fondamentale la qualità degli ambienti che ne derivano. Non basta “spezzare” in due uno spazio: entrambe le stanze devono funzionare davvero, con luce naturale, aerazione, proporzioni corrette e una distribuzione coerente.
È proprio qui che entra in gioco il progetto. Valutare caso per caso — dimensioni, esposizione, vincoli normativi, abitudini, esigenze — è ciò che fa la differenza tra una soluzione riuscita e una che crea più problemi di quanti ne risolva.
Una stanza ricavata male, buia o poco funzionale, rischia di peggiorare la qualità dell’abitare. Un progetto ben studiato, invece, trasforma anche pochi metri quadrati in spazi equilibrati, vivibili e pensati per durare nel tempo.
C’è un gesto che appartiene alla cultura mediterranea da millenni: trascinare una sedia fuori dalla porta di casa, cercare l’ombra giusta, appoggiarsi allo schienale e lasciare che il tempo rallenti. Non è un atto banale — è un rituale. Ed è esattamente da questo rituale che nasce la visione alla base della collezione outdoor Kave Home 2026, una proposta che ridisegna il confine tra dentro e fuori, trasformando terrazze, cortili e giardini in veri e propri ambienti da abitare.
Kave Home, brand di design nato nel Mediterraneo e sempre più presente nel panorama dell’arredo contemporaneo europeo, ha presentato la sua nuova linea outdoor con una premessa chiara: lo spazio esterno non è un’appendice della casa, ma una sua estensione naturale. Una stanza senza soffitto, capace di accogliere, proteggere e sorprendere, a patto che venga progettata con la stessa cura e la stessa intelligenza degli interni.
Il Mediterraneo come filosofia di progetto
La collezione outdoor Kave Home 2026 non si limita a proporre tavoli e sedie resistenti alle intemperie. Va oltre: costruisce un linguaggio estetico coerente, capace di dialogare con la luce del mattino, con la vegetazione del giardino, con la pietra di una pavimentazione. La palette cromatica scelta — grafite profondo, verde naturale, tortora caldo — non è un vezzo decorativo ma una scelta progettuale precisa. Questi toni assorbono e riflettono la luce, definiscono zone d’ombra, ammorbidiscono il passaggio tra interno ed esterno, rendendo ogni ambiente più armonico e meno artificiale.
È una grammatica visiva che ha radici nelle tradizioni dell’architettura rurale mediterranea: i pergolati che filtrano il sole, i cortili che conservano il fresco, i portici che invitano alla sosta. Kave Home Outdoor reinterpreta tutto questo in chiave contemporanea, con un design pulito e proporzioni studiate per durare nel tempo — sia esteticamente sia matericamente.
Collezione Outdoor Kave Home 2026: materiali, forme e identità
Cuore della nuova proposta è una selezione di linee pensate per rispondere a esigenze diverse, pur mantenendo una coerenza stilistica riconoscibile.
Sirte propone un set di sedie impilabili, poltrone e divani in alluminio con finitura effetto legno: leggera da spostare, stabile nei venti estivi, esteticamente morbida. Una soluzione perfetta per chi vuole la naturalezza del legno senza rinunciare alla praticità di un materiale da esterno.
Alipa è invece la collezione per chi cerca un comfort più avvolgente: legno massiccio di acacia e corda intrecciata nelle sfumature del grigio e dell’écru compongono divani, sedie e lettini dall’aspetto naturale e genuino. Una linea pensata per vivere il giardino come un salotto, con la stessa morbidezza e la stessa intimità.
Tavari e Atrani puntano sulla corda intrecciata abbinata a strutture in acciaio: due collezioni progettate per la massima durata, adatte a terrazze ventose, ambienti marini o contesti urbani dove lo spazio esterno è prezioso e deve resistere all’usura del tempo senza perdere carattere.
Per quanto riguarda i tavoli, Mirtia combina alluminio ed effetto legno in soluzioni modulabili, mentre Erice si distingue per la sua versatilità, funzionando alla perfezione sia all’esterno sia come pezzo d’arredo interno — una scelta intelligente per chi vive in appartamento e desidera continuità visiva tra i due ambienti.
Luce, tessili e nuovi accessori per l’outdoor
La collezione Outdoor Kave Home 2026 si distingue anche per l’attenzione ai dettagli che completano l’esperienza dell’outdoor. L’illuminazione è stata ripensata con nuovi modelli compatibili con moduli LED rimovibili, alimentati tramite ricarica solare o USB-C: un sistema flessibile, sostenibile, che non richiede impianti fissi e si adatta a qualsiasi configurazione di spazio. Il telecomando Volian permette di gestire l’intensità della luce direttamente dalla seduta — un dettaglio piccolo, ma che fa la differenza nelle serate estive in terrazza.
Non mancano ombrelloni e lettini, pensati per completare le composizioni e rispondere alle esigenze di chi usa l’outdoor come spazio di relax prolungato. E poi i tessili: cuscini, rivestimenti e tappeti da esterno che portano comfort visivo e fisico agli ambienti open air, ammorbidendo le superfici dure e aggiungendo un tocco domestico anche ai contesti più essenziali.
Collezione Outdoor Kave Home 2026: un manifesto per la vita lenta
La campagna di comunicazione che accompagna il lancio della collezione outdoor Kave Home 2026 sceglie un territorio simbolico ben preciso: non la perfezione dello spazio fotografato, ma l’autenticità del gesto quotidiano. Portare la sedia fuori. Apparecchiare sotto il pergolato. Scegliere dove stare. Questi micro-rituali diventano il cuore di un messaggio che si riassume in uno slogan diretto: “All’aria aperta. Un modo tutto nostro di vivere.”
Un invito non solo a comprare arredi, ma a ripensare il proprio rapporto con lo spazio esterno — a progettarlo, a abitarlo, a farlo diventare parte integrante della vita domestica. In un momento storico in cui il confine tra lavoro, riposo e socialità si è fatto sempre più fluido, avere un esterno ben pensato non è un lusso: è una necessità.
La nuova collezione outdoor Kave Home 2026 è disponibile online su kavehome.com e nei negozi fisici italiani di Milano, Como, Torino, Verona e Bolzano.
Nell’ospitalità contemporanea, la qualità si percepisce anche dai dettagli. Kitcortesia.it interpreta la linea cortesia come un elemento capace di definire stile, attenzione e livello dell’accoglienza in hotel, B&B e strutture ricettive.
I dettagli che fanno percepire la qualità
Ci sono dettagli che occupano poco spazio, ma riescono a raccontare molto di un luogo. Nell’ospitalità succede spesso così: la qualità di una struttura non si misura soltanto nell’arredo, nella posizione o nella cura degli ambienti comuni, ma anche nella precisione con cui vengono pensati gli elementi più piccoli, quelli che accompagnano l’esperienza dell’ospite in modo discreto ma costante.
La linea cortesia per hotel e B&B rientra pienamente in questa categoria. Per anni è stata considerata una dotazione funzionale, quasi automatica, da inserire in camera o in bagno per rispondere a un’esigenza di servizio. Oggi, invece, è sempre più evidente che le amenities non sono un elemento neutro. Possono incidere sulla percezione complessiva del soggiorno e contribuire a definire il tono dell’accoglienza.
Il bagno come spazio in cui si misura la cura
In una struttura ricettiva ben progettata, nulla dovrebbe sembrare scollegato dal resto. Vale per i materiali, per la luce, per la biancheria, per il modo in cui uno spazio viene presentato. Ma vale anche per ciò che l’ospite trova a propria disposizione nei momenti più quotidiani del soggiorno. Il bagno, in questo senso, è uno degli ambienti in cui la qualità reale si percepisce con maggiore immediatezza.
La scelta di una linea cortesia comunica molto più di quanto si pensi. Comunica attenzione, ordine, coerenza, sensibilità estetica, ma anche il desiderio di offrire un’esperienza curata fino in fondo. Non si tratta soltanto di mettere a disposizione un prodotto, ma di trasmettere un messaggio preciso: chi gestisce questa struttura ha pensato anche a questo, e lo ha fatto con criterio.
Kitcortesia come player specializzato nell’accoglienza
È qui che il ruolo di aziende come Kitcortesia assume un valore preciso. Il brand si inserisce nel settore dell’accoglienza con una proposta che mette al centro qualità percepita, praticità e coerenza con il posizionamento della struttura. Tutti elementi che emergono con chiarezza anche attraverso il sito kitcortesia.it. In questo quadro, le collezioni diventano parte del linguaggio con cui hotel, B&B, country house e altre attività ricettive si presentano ai propri ospiti.
Più che una semplice fornitura, la linea cortesia diventa così uno strumento attraverso cui la struttura comunica attenzione verso il cliente finale. È un segnale discreto ma concreto, che contribuisce a costruire un’esperienza più ordinata, più coerente e più riconoscibile.
Curemè e Naturestory come espressione di due modi di accogliere
Da un lato c’è Curemè, una linea pensata e sviluppata da Kitcortesia per offrire una risposta accessibile, ordinata e coerente alle esigenze di strutture in cui praticità e gestione efficiente devono convivere con una buona percezione del servizio. Dall’altro c’è Naturestory, pensata e progettata sempre da Kitcortesia per interpretare un’idea di ospitalità più premium, raffinata e attenta alla qualità dell’esperienza.
Questa distinzione non è soltanto una differenza di gamma. È una chiave concreta per leggere il modo in cui una struttura sceglie di relazionarsi con i propri clienti finali. Anche una linea cortesia per strutture ricettive, se ben calibrata rispetto al contesto, contribuisce infatti a rendere più leggibile la personalità di un luogo.
L’accoglienza si riconosce dalla coerenza
Una struttura più essenziale e dinamica può trasmettere ordine, pulizia e immediatezza attraverso soluzioni semplici ma ben pensate. Una realtà che punta invece su un’accoglienza più evocativa e curata può far percepire maggiore ricercatezza anche attraverso la scelta delle amenities.
In entrambi i casi, il punto non è l’ostentazione. Il punto è la coerenza. Quando la linea cortesia è in sintonia con l’identità della struttura, l’ospite avverte che ogni elemento è stato selezionato con un’intenzione precisa. Ed è proprio questa sensazione, sottile ma riconoscibile, a contribuire alla qualità percepita del soggiorno.
Amenities, estetica e funzionalità devono convivere
L’ospitalità contemporanea si gioca molto su questo equilibrio: far convivere estetica, funzionalità e attenzione concreta verso l’ospite. Non basta che un prodotto sia utile. Deve inserirsi armoniosamente nell’esperienza, sostenere il lavoro di chi gestisce la struttura e, allo stesso tempo, parlare all’ospite con il tono giusto.
Per questo le amenities per hotel e B&B non dovrebbero più essere considerate un dettaglio marginale. Sono parte di quel sistema di segni che costruisce fiducia, comfort e memoria del soggiorno.
Un piccolo dettaglio che lascia il segno
In un settore in cui la differenza si misura spesso nella qualità della cura, scegliere delle collezioni come Curemè e Naturestory di Kitcortesia significa anche comunicare, in modo molto concreto, il livello di attenzione che si desidera offrire a chi arriva.
In fondo, l’accoglienza funziona proprio così: non attraverso grandi dichiarazioni, ma tramite una somma di scelte coerenti. E tra queste, anche la linea cortesia ha un ruolo molto più importante di quanto sembri.
C’è una villa a Küsnacht, sobborgo verde alle porte di Zurigo con vista sul lago, dove la luce non entra soltanto dalle finestre — entra come elemento progettuale, come materiale vivo che plasma gli ambienti e detta il ritmo della vita domestica. È Villa Atrium, e il suo racconto è quello di una casa che cambia pelle senza tradire la propria anima.
Lo studio di interior design altoatesino NOA — acronimo di Network of Architecture — è stato chiamato a ripensare gli spazi di questa villa esistente per una giovane coppia con una figlia, nuovi proprietari desiderosi di abitare uno spazio che sentissero davvero loro. Il risultato è un progetto in cui comfort, tranquillità e vitalità convivono in perfetto equilibrio, senza mai sovrapporsi al rigore architettonico originario.
Un’architettura da rispettare
La villa era già, di per sé, un oggetto di design notevole. Progettata nel 2019 dagli studi svizzeri LOT-Z e Meyer Dudesek Architects per i precedenti proprietari — una coppia di appassionati lettori — l’edificio a forma di L si sviluppa su tre livelli abitativi più un piano interrato, per un totale di 610 m². Il linguaggio architettonico è volutamente essenziale: linee pulite, pareti in cemento a vista, parquet in rovere e ampie superfici vetrate con sottili profili in alluminio che annullano quasi il confine tra interno ed esterno. Alcune pareti esposte a ovest sono realizzate in vetrocemento, soluzione che garantisce privacy dai vicini pur lasciando filtrare la luce naturale.
Al cuore dell’edificio si apre l’atrio centrale — da cui la villa prende il nome — uno spazio a tutt’altezza di oltre cinque metri che si rivela subito dopo l’ingresso. Qui si trovava originariamente una imponente libreria a doppia altezza con galleria, elemento identitario del progetto per i precedenti residenti. I nuovi proprietari avevano esigenze diverse, e qui entra in scena NOA.
Il tocco di NOA: colore, tessile, vita
Il brief affidato allo studio era chiaro: aggiornare gli interni in chiave contemporanea, rendere la zona giorno più luminosa e aperta, introdurre il colore in modo mirato e aggiungere una camera per bambini con bagno privato. Richieste concrete, ma da declinare con delicatezza, senza compromettere l’identità architettonica che già esisteva.
La risposta di NOA passa attraverso l’uso sapiente di colori e tessili. I tappeti — selezionati tra le collezioni di Loominology, Walter Knoll e Nanimarquina — diventano strumenti di comfort acustico e sensoriale, capaci di ammorbidire le superfici dure del cemento senza snaturarle. Al posto della libreria a doppia altezza nasce un nuovo elemento modulare a parete: più contemporaneo, pensato per accogliere quadri, fotografie di famiglia e souvenir di viaggio. Il colore dominante scelto per questo accento è il verde eucalipto, un rimando esplicito al paesaggio che circonda la villa e al lago che si intravede dagli spazi interni.
«Con il verde eucalipto come colore principale facciamo riferimento al forte legame della villa con la natura e portiamo questa atmosfera all’interno», spiega Florian Marsoner, interior designer di NOA.
Villa Atrium piano per piano: funzione e intimità
Al piano terra, la zona pranzo — definita dal grande tavolo di Van Rossum, dalle sedie Ethnicraft e dal tappeto Nishati di Walter Knoll — si integra con naturalezza nel linguaggio neutro e desaturato degli ambienti. La palette cromatica è volutamente sobria, costruita su tonalità naturali che dialogano con il cemento a vista e l’esterno verde.
Il primo piano di Villa Atrium ha richiesto un intervento più tecnico: creare una camera per la bambina con bagno en-suite in un’area priva di impianti idraulici. La soluzione è stata elegante quanto pragmatica — la riconversione di un armadio della cucina al piano sotto per far passare le nuove tubazioni con il minimo impatto strutturale. La nuova stanza è un piccolo capolavoro di equilibrio tra gioco e raffinatezza: la zona notte è rialzata su una pedana raggiungibile tramite una scala sfalsata, che introduce un elemento di leggerezza e sorpresa. I due studi esistenti sono stati ripensati con arredi multifunzionali, trasformabili in camere per gli ospiti all’occorrenza.
Il secondo piano è riservato ai genitori e si caratterizza per un’atmosfera più raccolta e intima. Un vero e proprio programma wellness si dispiega tra sauna, vasca da bagno e doccia, connesso alla camera da letto principale attraverso un corridoio boudoir. La terrazza privata completa il quadro, offrendo un angolo silenzioso e protetto dove il tempo sembra rallentare.
L’esterno come estensione del progetto
Anche gli spazi aperti fanno parte del disegno complessivo di Villa Atrium. La terrazza al piano terra è organizzata da NOA in diverse isole di seduta — con Vincent Sheppard, Ethnicraft e A. van Havre — che frammentano la grande superficie in zone intime e funzionali. La vasca d’acqua con un ginkgo e ninfee, in continuità visiva con il lago, è il gesto poetico che lega paesaggio e abitazione. Al primo piano, una terrazza più raccolta e rigogliosa — attrezzata con forno da pizza e arredi in teak di Gommaire — restituisce la sensazione di un’oasi verde sospesa tra il cielo e la città.
«La casa è costantemente orientata verso l’acqua, permettendo di percepire la presenza rasserenante del lago in ogni ambiente. L’interior design estende questo principio, creando un’atmosfera serena», conclude Marsoner.
Villa Atrium non è semplicemente una casa ristrutturata. È la dimostrazione che un buon progetto di interior design non cancella il passato, ma lo abita con nuovi occhi.
Progetto di interior design NOA (www.noa.network) Fotografo Alex Filz
C’è un momento preciso in cui ci si rende conto che il giardino o il terrazzo merita qualcosa di più di quattro sedie di plastica e un tavolo improvvisato. Scegliere un salotto da giardino in alluminio è spesso il primo passo concreto verso uno spazio esterno vissuto come un vero prolungamento della casa — e non è una scelta casuale. L’alluminio si è affermato come il materiale guida dell’outdoor living 2026 proprio perché unisce leggerezza, resistenza agli agenti atmosferici e un’estetica contemporanea che si adatta a qualsiasi contesto, dal piccolo terrazzo urbano al giardino privato.
Il problema, però, è che fermarsi al solo salotto spesso non basta. Un esterno davvero completo ha bisogno anche di una zona pranzo e di un ombrellone coordinati, scelti con la stessa logica progettuale. Questa guida ti accompagna passo dopo passo nella composizione di un outdoor coerente, bello e destinato a durare nel tempo.
Il salotto da giardino in alluminio: il cuore dello spazio esterno
Ogni giardino o terrazzo che si rispetti parte da un’area lounge. Il salotto da giardino in alluminio è il pezzo che definisce il carattere dello spazio: è lì che si ricevono gli ospiti, ci si rilassa nel pomeriggio, si prolungano le serate estive. Per questo merita la scelta più attenta.
Le configurazioni disponibili sul mercato si adattano a spazi molto diversi. Il set 2+1+1 — divano e due poltrone — è la soluzione classica, perfetta per terrazzi di medie dimensioni e per chi vuole una disposizione simmetrica ed elegante. Il set angolare sfrutta meglio gli angoli del giardino, massimizza i posti a sedere e crea una zona lounge avvolgente, ideale per chi ha più spazio a disposizione. Per chi invece parte da un balcone o da una veranda compatta, un set bistrot a due poltrone con tavolino è sufficiente per creare un angolo esterno curato senza sacrificare la praticità.
Lorillard salotto New Antracite set completo
Nella scelta del salotto, due elementi fanno davvero la differenza: lo spessore dei profili in alluminio — più è alto, più la struttura è robusta e stabile — e la qualità dei cuscini, che devono essere in tessuto tecnico idrorepellente, trattato anti-UV e con fodere sfoderabile per facilitare il lavaggio. Se stai cercando un salotto da giardino in alluminio di design a prezzi competitivi, il catalogo di ExagonShop offre modelli firmati Andrea Bizzotto — uno dei brand italiani più apprezzati nel settore outdoor — con cuscini sfoderabili e strutture in alluminio verniciato a polvere.
La zona pranzo: set tavolo e sedie da giardino in alluminio
Accanto al salotto, la zona pranzo è l’altro elemento cardine di un giardino ben progettato. Scegliere un set tavolo e sedie da giardino in alluminio coordinato al salotto garantisce una continuità visiva che fa la differenza tra un esterno assemblato e uno davvero progettato.
Il primo criterio di scelta è la dimensione del tavolo. La regola pratica vuole almeno 60 cm di larghezza per ogni commensale: un tavolo 140×90 cm ospita comodamente 4-6 persone, mentre un modello allungabile può passare da 140 a 210 cm — e in alcuni casi fino a 300 cm — con una semplice operazione, trasformando una cena in famiglia in un pranzo per ospiti numerosi senza cambiare tavolo. Per chi riceve spesso, il tavolo allungabile è un investimento che si ripaga rapidamente in termini di versatilità.
Tavolo da Giardino 160×100 allungabile con 6 sedie bianco in alluminio
Per le sedie, i modelli con braccioli garantiscono maggior comfort durante i pasti lunghi, mentre le sedie impilabili sono la scelta giusta per chi ha poco spazio di rimessaggio durante i mesi invernali. In entrambi i casi, la struttura in alluminio verniciato assicura leggerezza e resistenza agli agenti atmosferici senza rinunciare all’eleganza.
L’ombrellone: protezione e design in coordinato
Nessuna zona outdoor è davvero completa senza un’adeguata protezione dal sole. L’ombrellone non è un accessorio secondario — è il tetto naturale dello spazio esterno, e come tale merita la stessa attenzione riservata a salotto e zona pranzo.
La prima scelta da fare è tra ombrellone a palo centrale e ombrellone a braccio laterale. Il modello a palo centrale è il classico, stabile e semplice da gestire, ideale sopra un tavolo rotondo o quadrato. Il modello a braccio laterale, invece, sposta il palo di supporto ai margini dello spazio, eliminando qualsiasi ingombro sotto la copertura — soluzione perfetta sopra un tavolo rettangolare da pranzo o sopra un salotto lounge.
Andrea Bizzotto Saragozza ombrellone 3×3 grigio in alluminio neutro senza marmette
Per dimensioni, un ombrellone 3×3 m è adatto a zone quadrate; un 3×4 m copre meglio i tavoli rettangolari e le aree lounge più ampie. Sul fronte materiali, la struttura in alluminio è la scelta più coerente se tutto il resto dell’arredo segue la stessa logica: stessa leggerezza, stessa resistenza, stessa facilità di manutenzione. Il telo deve essere in poliestere ad alta densità — almeno 180 g/m² — con trattamento anti-UV per proteggere davvero dal sole nelle ore più calde.
Come coordinare salotto, zona pranzo e ombrellone in un unico spazio
Una volta scelto il salotto da giardino in alluminio, la sfida vera è fare dialogare tra loro tutti i pezzi — salotto, tavolo e ombrellone — in modo coerente. Il rischio più comune è quello di acquistare elementi belli singolarmente ma disomogenei nell’insieme. Per evitarlo bastano tre regole semplici.
La prima è la coerenza cromatica: scegli una palette di due o tre colori al massimo e mantienila su tutti i pezzi. Le tendenze 2026 premiano abbinamenti come bianco struttura con cuscini tortora, antracite con cuscini grigio chiaro, o alluminio naturale con tessuti verde salvia. La seconda regola è la coerenza stilistica: linee pulite con linee pulite, forme organiche con forme organiche. Mescolare uno stile minimal con uno più decorativo crea confusione visiva. La terza è la coerenza dimensionale: le proporzioni tra salotto, tavolo e ombrellone devono essere bilanciate rispetto alla superficie disponibile — un salotto sovradimensionato in un piccolo terrazzo toglie respiro all’intero spazio.
Manutenzione e durata: cosa aspettarsi dai mobili da giardino in alluminio
Uno dei motivi principali per cui il salotto da giardino in alluminio — e più in generale tutti i mobili da giardino in alluminio — ha conquistato il mercato outdoor è la quasi totale assenza di manutenzione strutturale. La verniciatura a polvere resiste agli agenti atmosferici per anni senza necessità di trattamenti; l’alluminio non arrugginisce e non si deforma con le variazioni di temperatura.
Per mantenere i pezzi sempre al meglio bastano un panno umido e un detergente neutro per la struttura, e il rimessaggio dei cuscini in un luogo asciutto durante i mesi invernali. Una copertura protettiva — anche la più economica — è sufficiente per preservare l’insieme durante la stagione fredda.
Andrea Bizzotto Jadia salotto ad intreccio bianco beige con struttura in alluminio verniciato
Quanto costa un arredo giardino completo in alluminio
Costruire un outdoor completo — salotto, zona pranzo e ombrellone — non richiede necessariamente un budget da arredamento di lusso. Orientativamente, per un allestimento di buona qualità con brand riconoscibili si può pensare a circa €500–800 per il salotto base, €350–370 per un set tavolo e sedie da 6 persone, e €300–500 per un ombrellone di qualità. Il totale si assesta quindi tra €1100 e €1.500 per un giardino completo, coerente e destinato a durare molte stagioni — un investimento che, spalmato sugli anni di utilizzo, risulta molto più contenuto di quanto sembri.
Conclusioni
Arredare un esterno in modo coerente, bello e durevole è possibile — basta partire da un materiale guida come l’alluminio e costruire intorno a esso salotto, zona pranzo e ombrellone con la stessa logica progettuale. Il risultato è uno spazio che non invecchia, che non richiede cure continue e che si gode davvero, stagione dopo stagione. Per esplorare una selezione completa di arredo da giardino in alluminio — dai salotti ai set tavolo e sedie, fino a sdraio e ombrelloni — ExagonShop propone modelli di design firmati Andrea Bizzotto a prezzi outlet, con spedizione in tutta Italia.
C’è qualcosa di quasi provocatorio nell’idea di togliere le pareti di casa. Eppure, quando il risultato è questo, il gesto radicale si trasforma in poesia abitativa. Lo studio ceco RDTH architekti ha firmato un appartamento senza pareti che sfida ogni convenzione dell’architettura residenziale tradizionale: uno spazio non suddiviso, ma orchestrato. Non si tratta di una trovata scenografica, né di minimalismo portato all’estremo. È, piuttosto, una riflessione profonda su come viviamo davvero, su cosa ci serve e cosa diamo per scontato senza mai mettere in discussione.
Abbattere le pareti, abbattere i pregiudizi
Il punto di partenza di questo appartamento senza pareti è quasi brutale nella sua semplicità: rimuovere quasi tutte le partizioni fisse. Via le porte, via i muri, via la logica del corridoio centrale attorno al quale le stanze si addensano come grappoli d’uva. Quello che rimane è uno spazio libero, luminoso, attraversabile in ogni direzione. RDTH architekti non si è fermato alla demolizione. La vera sfida era ricostruire una gerarchia spaziale senza ricorrere alle pareti: trovare un modo per definire la zona notte, la zona giorno, la cucina e il bagno senza chiuderli in sé stessi.
La soluzione? Un unico, compatto blocco di arredo centrale, ruotato leggermente rispetto alla pianta, capace di generare zone funzionali distinte pur mantenendo la continuità visiva e fisica dello spazio. Il risultato è un appartamento senza pareti che si comporta contemporaneamente come un bilocale e come un quadrilocale: aperto e fluido come il primo, articolato e ricco di zone come il secondo.
Un blocco centrale, infinite possibilità
L’elemento architettonico protagonista è al tempo stesso scultura, divisore e infrastruttura. Tutto ruota attorno a lui, letteralmente. Da un lato si apre la zona giorno, dall’altro si intuisce la zona notte. Il bagno si cela dietro, protetto da una parete in vetrocemento che separa senza escludere, opaca alla vista ma permeabile alla luce.
È proprio il vetrocemento uno dei materiali cardine del progetto: insieme alle tende — flessibili, mobili, capaci di ridisegnare lo spazio in pochi secondi — e al parquet in rovere tradizionale, costruisce un vocabolario materico coerente e caldo. A completare il tutto, la struttura in calcestruzzo a vista dell’edificio, restituita alla sua naturalezza originale: nessun rivestimento, nessuna finzione. Solo la materia che parla da sola.
Due cucine, una sola filosofia
Uno dei dettagli più sorprendenti di questo appartamento senza pareti è la presenza di due cucine. Non è un errore di progetto — è una scelta deliberata e intelligente. La prima, integrata nella zona giorno, funziona come un angolo caffè domestico: minimalista, conviviale, pensata per la colazione o per un aperitivo, non per cucinare davvero.
La seconda, completamente attrezzata e dotata di lavatrice, asciugatrice e scaffalature a vista, si trova nella parte posteriore dell’appartamento. Una tenda la separa dal resto: un confine morbido, temporaneo, che si sposta con un gesto.
Questa duplicità racconta perfettamente la filosofia progettuale di RDTH architekti: non rigidità ma adattabilità, non una funzione per ogni spazio ma uno spazio capace di accogliere funzioni diverse a seconda del momento.
Il blocco bagno: separare senza chiudere
Anche il bagno segue la logica dell’appartamento senza pareti. Il WC, separato da una parete opaca ma permeabile alla luce in vetrocemento, è l’unico spazio dotato di una porta tradizionale. Il lavabo è invece volutamente collocato al di fuori della zona doccia chiusa, moltiplicando le possibilità d’uso e confermando che ogni scelta, in questo progetto, ha una ragione precisa.
La luce come abitante invisibile
Il sistema di illuminazione è volutamente essenziale. Un unico circuito controlla tutti i punti luce, gestibili direttamente dallo smartphone o da un tablet a parete. Le tende oscuranti fanno il resto, regolando la luce naturale e migliorando il comfort acustico in un appartamento che, per definizione, non può contare sulle pareti per attutire i suoni.
La luce — artificiale e naturale — diventa così il principale strumento di regia: cambia l’atmosfera, ridefinisce i confini, trasforma la zona giorno in un ambiente raccolto e intimo quando serve.
Vivere in città, vivere senza eccessi
C’è un’ultima variabile che RDTH architekti ha considerato con attenzione: il contesto urbano. L’appartamento senza pareti si trova a pochi minuti a piedi da negozi, ristoranti, parchi, una grande biblioteca e una stazione della metropolitana con collegamento diretto all’aeroporto. Una posizione che cambia le regole del gioco anche in termini di spazio domestico: se la città offre tutto ciò di cui hai bisogno, non devi portarlo tutto a casa. Dispensa ridotta, nessun accumulo, nessun sovraffollamento di oggetti.
L’appartamento respira, perché i suoi abitanti possono permettersi di non chiudersi dentro.
Un progetto per il futuro
Ciò che colpisce di più, alla fine, non è solo la bellezza estetica — che pure è innegabile — ma l’onestà intellettuale di questo appartamento senza pareti. RDTH architekti non propone un modello universale, ma dimostra che mettere in discussione le convenzioni può portare a soluzioni più libere, più personali e — paradossalmente — più durature. Basta spostare un elemento, aggiungere una tenda, ripensare una funzione.
In un’epoca in cui chiediamo alle nostre case di fare sempre di più, forse la risposta più intelligente è togliere, non aggiungere.
L’ambiente del bagno ha smesso da tempo di essere un semplice locale di servizio per diventare il cuore del benessere domestico, un luogo dove ritrovare l’equilibrio dopo una giornata intensa. Spesso basta poco per cambiare la percezione di questo spazio: chi sogna un bagno nuovo non deve necessariamente affrontare una ristrutturazione completa, ma può passare da una stanza funzionale a una vera e propria spa privata agendo sui dettagli giusti. La chiave di questa trasformazione risiede quasi sempre nella gestione del calore e dei particolari. Entrare in un bagno freddo la mattina o avvolgersi in un asciugamano umido dopo la doccia può rovinare l’inizio della giornata, influenzando negativamente l’umore.
Per elevare il livello di comfort della tua casa e dare un tocco di eleganza alle pareti, scopri gli scaldasalviette elettrici di design di Radialight e valuta come la tecnologia possa sposarsi perfettamente con un’estetica raffinata e moderna. Questo marchio italiano è diventato un punto di riferimento nel settore del riscaldamento elettrico, grazie alla capacità di creare soluzioni che scaldano rapidamente l’ambiente offrendo al contempo oggetti d’arredo dalle linee minimaliste e dai consumi ridotti.
L’importanza del calore radiante nel bagno
Uno degli aspetti più apprezzati nei sistemi di riscaldamento moderni è la capacità di diffondere il calore in modo omogeneo, evitando sbalzi di temperatura fastidiosi tra il pavimento e il soffitto. La tecnologia elettrica applicata agli elementi radianti permette di ottenere una risposta immediata, riscaldando la stanza solo quando serve davvero e mantenendo un clima asciutto che aiuta a contrastare la formazione di muffe o umidità eccessiva.
A differenza dei radiatori tradizionali, i sistemi a irraggiamento trasmettono una sensazione di calore avvolgente sulla pelle, molto simile a quella naturale prodotta dal sole. Questa efficienza non riguarda solo il piacere fisico, ma si traduce in una gestione più intelligente dell’energia, poiché permette di impostare programmi specifici per le diverse ore del giorno, riducendo gli sprechi quando il locale non viene utilizzato.
Radialight
Design e funzionalità degli elementi d’arredo
Scegliere un elemento riscaldante oggi significa anche curare l’estetica complessiva della casa, cercando prodotti che non occupino spazio inutilmente ma che, anzi, valorizzino l’architettura degli interni. Chi vuole un bagno nuovo senza stravolgere l’impianto esistente troverà negli scaldasalviette elettrici di design la soluzione ideale: gli spessori ridotti e le finiture ricercate degli apparecchi contemporanei consentono un’integrazione perfetta anche nei contesti più minimalisti o negli spazi di piccole dimensioni.
La superficie liscia di molti modelli facilita la pulizia quotidiana, mentre le barre portasciugamani integrate o gli accessori coordinati trasformano un semplice radiatore in un oggetto multifunzione indispensabile. La ricerca stilistica mira a nascondere i componenti tecnici per lasciare spazio a forme geometriche pulite, capaci di trasformare una parete vuota in un dettaglio di carattere che non passa inosservato.
Sicurezza e facilità di installazione
Il passaggio a soluzioni elettriche avanzate semplifica notevolmente i lavori di ristrutturazione, poiché non è necessario intervenire sull’impianto idraulico preesistente o rompere i muri per far passare tubature ingombranti. La sicurezza rimane un pilastro fondamentale, specialmente in un ambiente dove l’umidità è costante: i sistemi certificati garantiscono isolamenti perfetti e protezione totale contro gli schizzi d’acqua, offrendo una tranquillità assoluta per tutta la famiglia. Inoltre, l’assenza di fiamme libere o combustioni interne rende questi prodotti ideali per chi cerca una casa sicura e moderna.
Conclusione: il bagno nuovo che hai sempre desiderato è più vicino di quanto pensi
Realizzare il bagno nuovo dei propri sogni non richiede per forza cantieri lunghi e budget elevati. Con le giuste scelte in termini di riscaldamento, design e materiali, è possibile trasformare anche uno spazio esistente in un ambiente capace di regalare benessere quotidiano. Gli scaldasalviette elettrici di design rappresentano uno degli investimenti più efficaci in questa direzione: combinano funzionalità, risparmio energetico ed estetica contemporanea in un unico prodotto che cambia concretamente la qualità della vita domestica. Che si parta da zero o si voglia semplicemente rinnovare ciò che già esiste, il segreto è scegliere soluzioni pensate per durare e per adattarsi allo stile di chi le abita.
Come avevamo anticipato nelle nostre anteprime, la Design Week 2026 si preannunciava come un appuntamento di rilievo eccezionale. Ora che le luci si sono spente e i visitatori hanno lasciato Milano, i dati confermano — e in molti casi superano — le attese. Salone del Mobile, Brera Design District e Superstudio hanno restituito alla città una settimana di design intensissima, capace di tenere insieme industria, cultura, sperimentazione e mercato in un sistema unico e difficilmente replicabile altrove.
Salone del Mobile 2026: 316.342 presenze e un nuovo ruolo diplomatico
Il Salone del Mobile 2026 chiude la sua 64ª edizione con 316.342 presenze da 167 Paesi, segnando un incremento del 4,5% rispetto al 2025. Non si tratta di un semplice record numerico: in un contesto internazionale segnato da instabilità geopolitica, dazi e mercati in trasformazione, tenere la posizione — e anzi avanzare — è la vera notizia.
La percentuale di operatori esteri si attesta al 68%, dato coerente con l’anno precedente, ma che va letto come indicatore qualitativo: il Salone non è solo una fiera, è un’infrastruttura strategica per l’internazionalizzazione della filiera. Con 1.900 brand da 32 Paesi, l’edizione ha restituito l’immagine di un ecosistema industriale reattivo, in grado di rispondere alla complessità senza perdere slancio.
La geografia della domanda racconta molto. La Cina guida ancora la classifica dei Paesi esteri per presenze operative, ma è l’Europa a sorprendere: Germania al secondo posto con +5,1%, Spagna al terzo con +8,7%, Austria in rimonta con un balzo del +15,7%. Fuori classifica, ma significativi, i dati di Canada (+28%) e Messico (+15%), segnali di geografie emergenti che il Salone ha coltivato con un presidio internazionale costruito nel corso di tutto l’anno — da Expo Osaka 2025 alle partnership con Art Basel Miami Beach e Hong Kong, dalle missioni B2B in India e negli Stati Uniti fino al primo spin-off del Salone in Arabia Saudita.
Tomasella al Salone del Mobile 2026
La novità più rilevante sul piano istituzionale arriva però dalla Farnesina: durante l’inaugurazione, il Vicepresidente del Consiglio Antonio Tajani ha conferito al Salone del Mobile la nomina di Ambasciatore del design italiano nel mondo, sancendo una nuova fase di collaborazione con il Ministero degli Affari Esteri formalizzata dalla firma della Convenzione quadro con FederlegnoArredo. Un riconoscimento che trasforma una manifestazione fieristica in un vettore di diplomazia economica e culturale.
Sul fronte contenutistico, due progetti hanno spostato l’asse del dibattito. Salone Raritas — 28 gallerie da 12 Paesi, curato da Annalisa Rosso — ha aperto una conversazione più ampia sul valore culturale del progetto, portando al centro unicità e sperimentazione. Il masterplan curatoriale per Salone Contract 2027, firmato da Rem Koolhaas e David Gianotten / OMA, ha invece proiettato lo sguardo su un segmento da 68 miliardi di euro che supera la logica del singolo prodotto per intercettare sistemi complessi e domanda globale. Nella sua lectio magistralis, Koolhaas ha ricordato che progettare significa uscire dalla comfort zone: un pensiero che il Salone sembra aver assunto come metodo.
Significativa anche la dimensione generazionale: 8.057 studenti italiani, 6.361 stranieri e 700 designer under 35 da 39 Paesi al SaloneSatellite confermano che la Manifestazione funziona come ponte tra formazione e industria. In crescita il pubblico del weekend, con 37.416 presenze. E sold out la Notte Bianca del Progetto, con 19 istituzioni coinvolte in Common Archive e oltre 50 visite guidate gratuite a fondi storici di architettura e design.
«Il Salone non si limita a riunire il mondo del progetto: lo mette in movimento», ha dichiarato la Presidente Maria Porro. «Trasforma presenze in relazioni, contenuti in opportunità, complessità in direzione.»
Brera Design District 2026: record di eventi, debutto del Fuorisalone Passport
Come avevamo raccontato in anteprima, il Brera Design District si confermava il cuore pulsante del Fuorisalone. L’edizione 2026 ha rispettato e ampliato questa reputazione: la diciassettesima Brera Design Week si chiude con 244 eventi, oltre 400 presenze tra aziende e designer e 130 showroom permanenti coinvolti sui 217 del distretto.
Il dato che forse racconta meglio la vitalità del circuito è quello digitale: 96.000 utenti unici sulla guida web, in crescita del 12% rispetto al 2025. Segno che l’interesse per Brera non si esaurisce nello spazio fisico del distretto, ma genera un’attrattività che anticipa e prolunga la settimana stessa.
La novità più strutturale di questa edizione è stata il debutto di Fuorisalone Passport, strumento di profilazione del pubblico sperimentato su 63 eventi del distretto. I numeri hanno sorpreso gli stessi organizzatori: 104.000 utenti iscritti da 15 Paesi. «I risultati superano ogni aspettativa», ha commentato Paolo Casati, creative director di Fuorisalone.it. Il progetto verrà esteso a tutti gli eventi della Design Week a partire dal 2027. Da segnalare anche una prima assoluta italiana: l’introduzione del 5G Standalone in un evento aperto al pubblico, resa possibile grazie alla partnership con iliad, per gestire in tempo reale check-in e flussi di accesso.
Il tema dell’edizione — Essere Progetto — ha attraversato installazioni e percorsi espositivi come filo conduttore, declinandosi in esplorazioni di processi generativi, relazioni tra natura, tecnologia e intelligenza artificiale. Il distretto si è aperto anche a luoghi storici inaspettati: dalla Sala dei Pilastri del Castello Sforzesco ai chiostri di San Simpliciano, da Palazzo Clerici a Palazzo Crivelli, da Palazzo Citterio alla Mediateca Santa Teresa.
Tra i protagonisti dell’edizione, qualche nome su tutti: l’installazione di American Express curata da Sara Ricciardi a Palazzo Brera; il polipo fuori scala di Moncler che ha trasformato gli spazi di 10 Corso Como; l’opera interattiva Y.O.U. di Numero Cromatico per glo™ for art a Palazzo Moscova; la mostra immersiva Gucci Memoria ai Chiostri di San Simpliciano, curata da Demna, che ha ripercorso 105 anni di storia della Maison; e Chasing the Sun di Yinka Ilori per Veuve Clicquot, celebrazione della gioia in forma di installazione luminosa.
Il Fuorisalone Award 2026 ha premiato: Prototype Island del DesignSingapore Council (menzione speciale Essere Progetto), Jil Sander e Apartamento Magazine (menzione Engagement & Interaction) e When Apricots Blossom dell’Uzbekistan Art and Culture Development Foundation (menzione Media Partners). In shortlist anche progetti come Grohe con Aqua Sanctuary, Margraf con La Casa di Marmo e Solferino 28 con Mario Cucinella Architects.
Il prossimo appuntamento è fissato dal 12 al 18 aprile 2027.
Superstudio 2026: tre sedi, tre identità, oltre 105.000 visitatori
Come avevamo anticipato, l’edizione 2026 di Superstudio segnava un cambio di scala importante. La conferma è arrivata: per la prima volta nella sua storia, Superstudio Design ha articolato il proprio progetto su tre sedi e tre quartieri di Milano — SuperNova al Superstudio Più di Tortona, SuperCity al Superstudio Maxi di Barona, SuperPlayground al Superstudio Village di Bovisa — con identità complementari e un’offerta progettuale differenziata.
Il risultato complessivo supera i 105.000 visitatori, di cui oltre 90.000 distribuiti tra Superstudio Più e Superstudio Maxi, e oltre 15.000 nelle nuove venue. I 3.320 giornalisti accreditati e una presenza internazionale superiore al 33% — contro il 26% del 2025 — confermano la crescita non solo quantitativa ma qualitativa dell’evento.
L’Opening Night ha dato il tono all’intera settimana: oltre 1.700 ospiti, la performance inaugurale del coreografo Yoann Bourgeois e l’anteprima dell’installazione scenografica di Moooi. Un segnale chiaro della direzione scelta: unire design, arte, architettura e gesto performativo in un’esperienza capace di attivare lo spazio.
Superstudio Design The City – ph. Rocco Soldini
SuperCity, con la curatela di Giulio Cappellini, ha immaginato una città ideale dove design, arte e architettura si incontrano. Boffi|DePadova, Cassina, Living Divani, Moroso, Technogym, Zanotta: un paesaggio di eccellenze del design internazionale che ha dialogato con la struttura curatoriale senza annullarsi in essa. Il palinsesto culturale ha contato oltre 20 talk con protagonisti come Marcel Wanders, Carlo Ratti, Cino Zucchi, Cristina Celestino e Alberto Alessi.
SuperPlayground a Bovisa ha invece ospitato una comunità di talenti emergenti da oltre trenta Paesi, in uno spazio progettato per la sperimentazione e il dialogo diretto con il pubblico. Una scommessa su geografie creative nuove — Bovisa è un quartiere in piena trasformazione urbanistica — che ha pagato in termini di partecipazione e atmosfera.
L’arte ha avuto un ruolo rilevante: la mostra Dissuader con le sculture-piccione di Franco Perotti, il Roof del Superstudio Più trasformato nella piazza creativa di Re.Circle con la direzione artistica di Gisella Borioli, e il FLA – FlavioLucchiniArtMuseum con le mostre SkyScrapers e Mirrors — quest’ultima una collezione di specchi d’autore degli anni Ottanta e Novanta firmati da Ettore Sottsass, Michele De Lucchi, Philippe Starck e Alessandro Mendini — hanno attratto circa 15.000 visitatori.
«Superstudio Design 2026 ha segnato un passaggio importante: non solo l’ampliamento su tre sedi, ma la costruzione di un progetto capace di tenere insieme contenuti, mercato e cultura», ha dichiarato Tommaso Borioli, CEO di Superstudio Events. «Il superamento dei 100.000 visitatori rappresenta per noi un risultato significativo, che conferma la risposta del pubblico e la direzione intrapresa.»
Milano, capitale del design: un sistema che funziona
Guardando ai tre appuntamenti insieme, emerge un quadro che va oltre la somma delle parti. La Design Week 2026 ha dimostrato che Milano sa tenere insieme logiche diverse — la dimensione fieristica e industriale del Salone, la qualità diffusa e la densità culturale di Brera, la vocazione sperimentale e la crescita dimensionale di Superstudio — senza che l’una soffochi le altre.
I numeri aggregati — oltre 316.000 presenze al Salone, 244 eventi a Brera, 105.000 visitatori da Superstudio — raccontano una settimana capace di attrarre operatori professionali, design lover, studenti, media internazionali e grandi brand in un ecosistema che funziona proprio perché è plurale.
Come avevamo scritto nelle anteprime, questa edizione era attesa come un test in un contesto geopolitico complesso. Il verdetto è chiaro: Milano non arretra. Anzi, accelera. E lo fa costruendo sistema.
Il prossimo appuntamento con la design week è già in calendario: Salone del Mobile dal 13 al 18 aprile 2027, Brera Design Week dal 12 al 18 aprile 2027.
Un appartamento che fonde spirito british e stile parigino, creando un eclettismo raffinato e mai eccessivo.
Per l’Home Tour di oggi siamo a Copse Hill, Londra. Un palazzo italianeggiante del XIX secolo, vincolato, con tutto il peso architettonico che questo comporta: cornici, proporzioni, finestre a ghigliottina quanto basta per farti sentire in un posto unico, ricco di storia. Dopo il restauro, l’edificio ospita diversi appartamenti, e quello che vi raccontiamo è stato recentemente messo in vendita, dopo una ristrutturazione curata che ispira.
credit photo: Inigo
In questi ambienti, la quotidianità si veste di eleganza senza mai diventare rigida. Ogni stanza ci descrive un progetto fatto di materiali caldi, arte contemporanea e scelte decorative audaci, ma misurate.
Le finestre originali, i dettagli architettonici sono stati recuperati con cura, le porte originali dell’Ottocento sono state lasciate al loro posto, come si fa con i pezzi che hanno ancora qualcosa da dire. Poi è arrivato il design d’autore e i mobili in stile contemporaneo.
Il risultato non è un museo. È una casa vissuta, con carattere, dove ogni scelta ha un perché.
credit photo: Inigo
Il living: un salotto che non teme di avere personalità
Il parquet a spina di pesce è la prima cosa che noti. Non potrebbe essere altrimenti: è uno di quei dettagli che cambiano la percezione dell’intero spazio, che introducono un ritmo visivo prima ancora che l’occhio si fermi su qualcos’altro. Sul pavimento, un divano grigio di design italiano — il tipo che non ti fa venir voglia di alzarti — e mensole in un mobile vintage con oggetti disposti con la logica di chi conosce la differenza tra decorare e raccontare. Sculture, ceramiche, libri, qualche oggetto etnico. Niente è lì per riempire.
La cucina e la zona pranzo proseguono questo dialogo tra rigore e creatività: superfici opache, isole in cemento, arte astratta che diventa parte integrante dell’architettura.
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La zona pranzo alza ulteriormente l’asticella: il tavolo Reale di Zanotta, progettato da Carlo Mollino nel 1948 e le sedie CH20 Elbow di Hans Wegner del 1956. Pezzi che non hanno bisogno di presentazioni, ma che in questo contesto dialogano con l’architettura storica senza il minimo disagio. È esattamente questo il punto: il design d’autore non intimidisce, convive.
La luce fa il resto. Le grandi finestre originali portano dentro una luce generosa che i lampadari scultorei modulano nelle ore serali, scolpendo gli spazi con precisione.
Camera da letto principale: la carta da parati che diventa scenografia
La carta da parati Fornasetti di Cole & Son — paesaggio urbano in bianco e nero, illustrato con quella fantasia visionaria che è il marchio di fabbrica del celebre artista milanese — trasforma la parete in un fondale teatrale. Non è una scelta timida, ed è giusto così: lo stile eclettico non premia i pavidi. La testiera imbottita, beige e ampia, fa da contrappunto senza competere. I comodini con struttura metallica e piano in marmo nero aggiungono un’ulteriore tensione materica. Le sospensioni con paralumi antracite chiudono il gioco con semplicità.
Il risultato è un ambiente che sa esattamente chi è.
Camera da letto degli ospiti: il color drenching come scelta di campo
La seconda camera è una dichiarazione d’intenti cromatica. Pareti, soffitto e telai delle finestre sono dello stesso blu intenso, una tecnica che nel settore si chiama color drenching e che, quando è eseguita con questa coerenza, produce un effetto straordinario: lo spazio si raccoglie su se stesso, diventa un contenitore prezioso, quasi una scatola laccata.
Il verde del giardino esterno, filtrato dalla finestra dipinta di blu, entra nella stanza come un quadro vivente. Il letto con alta testata di toni naturali e righe stile materasso è vestito di bianchi e blu in texture diverse: porta equilibrio senza spezzare l’atmosfera. Lo specchio rotondo con cornice in fibra naturale riprende il tema radiale delle decorazioni sopra la testiera, amplificando la luce con discrezione.
È una stanza che invita al riposo, ma non rinuncia all’identità.
E poi c’è l’armadio della camera principale che riprende lo stesso tono caldo del corridoio, dipinto di giallo — parete e soffitto. Inaspettato, volutamente. Proprio come deve essere.
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Perché questo appartamento parla lo stesso linguaggio dello stile eclettico parigino
Non è uno stile parigino in senso stretto. È più british, più internazionale, più orientato al design contemporaneo. Ma i principi sono gli stessi: eclettismo controllato, decorazione con nonchalance studiata, dialogo costante tra epoche diverse. Il parquet a spina di pesce, l’arte che non decora ma abita, i colori audaci usati con misura, la qualità dei materiali che non urla, ma si percepisce — tutto questo appartiene alla stessa famiglia di sensibilità.
Non serve un palazzo vittoriano. Servono criterio, qualità e la disponibilità a non andare sempre sul sicuro.
Una palette con carattere: bianco, grigio scuro, accenti di blu notte o verde smeraldo, legno di rovere, metallo cromo e oro. Non tutto insieme, ma ognuno al posto giusto.
Un pezzo forte per stanza: un divano che si nota, una grande tela, un lampadario che non passa inosservato. Uno solo basta. Di più, si litiga.
Mensole curate, non riempite: libri in verticale e orizzontale, qualche ceramica, un oggetto eccentrico, spazio vuoto che fa respirare tutto il resto.
Arte in grande formato: una tela importante vale dieci stampe mediocri. L’arte deve dialogare con l’arredo, non tappare i buchi.
Luce calda, sempre: sospensioni geometriche, lampade in vetro o metallo, mai luce fredda. L’illuminazione è l’arredamento invisibile che nessuno considera mai abbastanza.
Il pavimento conta: il parquet a spina di pesce non è un capriccio estetico, è un investimento nella qualità percepita dello spazio. Se puoi, sceglilo.
Mescola, ma sapendo perché: eclettico non significa caotico. Ogni elemento deve avere un ruolo — cromatico, formale, narrativo — che lo colleghi al resto. Il disordine non è stile, è solo disordine.