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14 Gennaio 2026 / / Romina Sita

Se sei una home stylist (o aspirante tale) una progettista o una creator nel mondo dell’interior, e ultimamente ti stai chiedendo se l’AI (Intelligenza Artificiale) possa “soffiarti” il lavoro… fermati un attimo.

In questo articolo voglio condividere con te una riflessione profonda sull’AI, sulla creatività e sul valore umano nel nostro lavoro.
Non è un attacco alla tecnologia (anzi), ma uno sguardo lucido e consapevole su cosa può fare l’AI e cosa, invece, non potrà mai sostituire.

Ti racconterò anche una mia esperienza personale, perché questa trasformazione l’ho vissuta già una volta. E forse, proprio per questo, oggi guardo all’AI con meno paura e più consapevolezza.

E se l’AI rubasse il lavoro di noi home stylist?

Parliamoci chiaro: la paura è reale.

Nel nostro settore l’AI oggi può:

  • Generare immagini di interni in pochi secondi
  • Proporre palette, stili, mood
  • Creare infinite idee di ambienti “perfetti”

Ed è normale chiedersi:

“Ma allora a cosa servo io?”
“Un cliente potrà farsi il progetto da solo?”
“Ha ancora senso il mio lavoro?”

Il problema non è l’AI in sé.
Il problema è la sensazione di diventare improvvisamente sostituibili, di vedere anni di esperienza messi in discussione da un prompt.

Ed è qui che nasce il vero fastidio: non tanto la tecnologia, ma il timore di perdere valore, identità e unicità.

Un mondo pieno di immagini… tutte uguali

Ora prova a immaginare questo scenario.

  • Tutti usano l’AI.
  • Generano immagini bellissime, perfette, patinate.
  • E seguono gli stessi prompt, gli stessi trend, gli stessi stili.

All’inizio è wow.
Poi diventa tutto uguale.

Ed è esattamente quello che succede ogni volta che una tecnologia diventa accessibile a tutti: non distingue più, omologa.

In un futuro così, la vera differenza non sarà chi usa l’AI, ma chi riesce a non diventare una copia dell’AI.

Il déjà-vu del 3D (e perché mi ha insegnato tanto)

Questa sensazione io l’ho già vissuta.

Per 13 anni ho lavorato in un’azienda di fotografia, poi ho vissuto in prima persona l’arrivo del 3D nelle immagini di ambientazioni per brand ceramici.

All’inizio il 3D era incredibile:

  • Veloce
  • Flessibile
  • Niente noleggi di arredi
  • Grandi risparmi

Ma aveva un problema: sembrava finto.

Sempre.

Sai cosa facevamo?
Dopo aver renderizzato le immagini, le “sporcavamo” con Photoshop per renderle più reali.
In pratica: usavamo la nuova tecnologia… per farla assomigliare alla precedente.

E la fotografia?
Non è mai scomparsa.
Si è evoluta. È diventata più artistica, più concettuale, più emotiva.

Il metodo: ciò che l’AI non potrà mai copiare

Al Marketers World 2025 ho sentito una frase che mi è rimasta impressa più di tutte:

“La tecnologia batte la tecnica.
La tecnica passa, il metodo resta.”

All’inizio può sembrare astratta, ma in realtà spiega perfettamente quello che sta succedendo oggi con l’AI.
E per capirlo davvero, dobbiamo fare un piccolo passo indietro, con l’esempio dell’evoluzione delle tecniche creative.

La pittura nasce migliaia di anni fa come mezzo per rappresentare la realtà
pittura-antica

Era una tecnica.
Un’abilità manuale che permetteva all’essere umano di lasciare tracce, raccontare, immortalare ciò che vedeva.

Poi, all’inizio del XIX secolo, arriva la fotografia
fotografia_antica

Per la prima volta la realtà non viene più interpretata: viene catturata, così com’è.

Cosa succede?
La pittura, dal punto di vista tecnico, viene superata.
La fotografia è più veloce, più precisa, più “oggettiva”.

Ma la pittura non scompare.

Si trasforma.

I pittori smettono di cercare la copia fedele della realtà e iniziano a reinterpretarla:

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Picasso scompone e ricostruisce il mondo con il cubismo.

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Monet cattura luce e atmosfera con l’impressionismo.

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Van Gogh trasforma emozioni e percezioni in colore e movimento

Non rappresentano più la realtà.
La ri-immaginano.

Poi, negli anni ’90, arriva il 3D
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Render 3D – Romina Sita

Immagini sempre più simili al reale, con un enorme vantaggio: puoi creare tutto senza che esista davvero.
E qui noi stylist lo sappiamo bene: il 3D è (ed è stato) uno strumento potentissimo per far immaginare un progetto.

Dal punto di vista tecnico, anche il 3D “batte” la fotografia:

  • Più flessibile
  • Più controllabile
  • Meno costoso

Eppure… non ha mai sostituito davvero la fotografia.

Perché?

fotografia-emozionale

Perché anche la fotografia si è evoluta:
è diventata più concettuale, più artistica, più emotiva.

Il fotografo oggi non è solo un tecnico che scatta.
È un autore che comunica, racconta, crea connessioni.

E poi, nel 2022, arriva l’Intelligenza Artificiale nel quotidiano
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Interno generato con l’AI

Alla portata di tutti.
Con un prompt puoi fare quasi tutto: immagini, mood, ambienti, stili.

Pittura, fotografia, 3D, immagini AI sono tutte tecniche.

Quello che cambia è come realizzi qualcosa.

Quello che resta è perché lo fai e come lo pensi.

Ed è qui che entra in gioco il metodo.

Il metodo è quella cosa invisibile che fa tutta la differenza:

  • Osservare davvero
  • Capire un’esigenza
  • Interpretare un contesto
  • Trasformare bisogni (spesso non esplicitati) in un progetto coerente, armonioso e funzionale

Il metodo è ciò che guida le scelte:

  • Perché quella palette funziona per quella persona
  • Perché quel mood racconta quello spazio
  • Perché quel dettaglio ha senso lì e non altrove
  • Perché un ambiente “funziona” davvero, non solo in foto

L’AI può generare infinite immagini.
Ma non ha metodo.

Non pensa, non sente, non osserva.
E soprattutto non crea con intenzione, ma per combinazione.

Il metodo è la tua testa, la tua esperienza, il tuo occhio, la tua sensibilità, la tua personalità.
E questo, per fortuna, non si copia, non si genera e non si improvvisa.

Autenticità vs perfezione: perché il “finto” allontana

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Donna generata con l’AI

Ultimamente vedo sempre più creator usare avatar AI, video parlati generati artificialmente, immagini perfette.

Comodo? Sì.

Impressionante? Sì.

Ma poi mi torna sempre in mente una sensazione che ho provato già con il 3D e che oggi provo con l’AI:

“Bella! Ah ma aspetta… è fatta con l’AI!”

Quello stupore che si blocca subito come per dire:

“Wow, che bella… sì ma purtroppo non esiste davvero.”
“Che brava che è stata quella persona… sì ma per realizzarla ha preso una scorciatoia… sono capaci tutti!”

Ecco. Questo è quello che penso ogni volta che vedo un’immagine troppo perfetta, troppo artificiale. Anche se dietro c’è una persona reale, il contenuto sembra “scorciatoia” e la percezione cambia: non genera fiducia, non emoziona davvero.

Già l’online crea barriere enormi a livello di empatia.

Contenuti troppo perfetti le rafforzano ancora di più.

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Donna senza AI

Credo fermamente che ci sarà un ritorno al vero.

Anzi, vedremo l’accentuazione dell’imperfezione come segnale di autenticità: un capello volutamente lasciato fuori posto, un movimento improvvisato, un dettaglio imperfetto… diventeranno strumenti per comunicare che ciò che vediamo è reale, umano e affidabile.

Mi ha colpito molto il “test” di Rachele Rossi: stesso video, stesso script.
Uno truccata, uno struccata.

Quello struccato ha performato meglio.

Perché?
Perché le persone cercano autenticità, non perfezione.

Attenzione però:

  • Autenticità sì
  • Trasandatezza no

Le imperfezioni non devono essere estetiche per forza.
Possono essere:

  • Un gesto spontaneo
  • Una voce che tentenna
  • Il tuo modo unico di raccontare e progettare

Le persone hanno bisogno di autenticità, di persone reali e non perfette.

Reali e imperfette come le persone che consumano i contenuti online.

Per immedesimarsi, sentirsi ascoltate e capite (ed è così che attrarremo persone affini a noi e al nostro servizio di consulenza online, non solo per “vendere”, ma anche per generare la trasformazione che promettiamo e, che noi in primis, desideriamo che avvenga.

La vera sfida (e cosa fare ora)

L’AI non è il nemico.

È un acceleratore, un amplificatore.

La vera sfida non è competere con l’AI, ma non perdere te stessa.

Usala.
Sfruttala.
Alleggerisci il lavoro dove serve.

Ma non delegarle:

  • Il pensiero
  • L’interpretazione
  • La relazione
  • Il metodo

Per distinguerti e farti ricordare, il tuo lavoro non deve sembrare “perfetto”, ma vero.
Costruisci fiducia e mostra che dietro c’è una persona reale.

Se questo articolo ti ha fatto riflettere, scrivimi (in DM su Instagram o qui sotto nei commenti): mi piace confrontarmi su questi temi, perché il futuro del nostro lavoro si costruisce con consapevolezza, non con paura.

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L’articolo Perché l’AI non potrà mai rubare il lavoro alle home stylist sembra essere il primo su Romina Sita.

14 Gennaio 2026 / / La Gatta Sul Tetto

Artek festeggia i suoi 90 anni riproponendo una selezione delle icone firmate da Alvar Aalto, uno dei grandi maestri del design. Una prova che il grande design non passa mai di moda.

icone firmate da Alvar Aalto
Crediti: foto Joachim Wichmann, © Copyright Artek, per gentile concessione di VITRA INTERNATIONAL AG

Artek, l’azienda finlandese fondata nel 1935 da Alvar e Aino Aalto, Maire Gullichsen e Nils-Gustav Hahl, ha appena compiuto 90 anni.

Per l’occasione, il brand ha selezionato alcune icone del suo archivio storico per rilanciarle sul mercato. Usciti dalla produzione da molti anni, arredi e complementi ritrovano vita in una edizione limitata di grande prestigio.

La visione innovativa dell’azienda, nata con lo scopo di promuovere uno stile di vita moderno di impronta minimalista, ha dato vita ad oggetti che restano sempre attuali.

Le icone firmate da Alvar Aalto nelle case contemporanee

Basta dare un’occhiata a Screen 100, un oggetto nato come paravento nel 1936, che oggi trova posto come elemento per dividere con stile gli spazi. Artek lo ripronone in una versione versatile, grazie alle 4 altezze disponibili, da 100cm fino a 180. Perfetto per delimitare l’ingresso in assenza di disimpegno, o per separare aree specifiche negli open space.

La madia Cabinet 250, nata come “mobile da cocktail”, grazie alle linee essenziali ed all’estrema semplicità delle finiture, si può inserire in qualsiasi ambiente. Perfetta per arredare la zona pranzo, diventa un contenitore per stoviglie pratico e discreto.

Nato come evoluzione del celebre L-leg, lo sgabello Stool X602 sfoggia la mitica “gamba a ventaglio”, un vezzo decorativo che nasce da un problema tecnico. La giuntura tra gamba e seduta non poteva essere più poetica.

Lo sgabello è declinato in due modelli, uno con finitura color miele e uno con seduta miele e gambe in legno naturale.

Leggi altri articoli sulle icone del design

14 Gennaio 2026 / / Coffee Break

Ci sono spazi che comunicano qualcosa nel giro di pochi istanti, ancora prima
che si riesca a capire perché.
Succede in pochi secondi, spesso appena varcata una soglia.

È successo anche questo weekend. Dopo una lunga giornata passata all’aperto,
approfittando della prima neve, ci siamo rifugiati in una nuova
bar-pasticceria che, almeno sulla carta, prometteva bene. Tutto era al suo
posto: i colori “giusti” per questo tipo di locale – rosa cipria, verde,
boiserie –, i tavolini in marmo (beh effetto marmo), le gambe di tavoli e
sedie color bronzo. Un immaginario già visto, rassicurante, apparentemente
curato.

Eppure la sensazione che arrivava era di… tristezza, di occasione mancata.
Un ambiente che avrebbe dovuto essere accogliente risultava invece squallido,
incompiuto.
Non mancavano gli elementi, mancava una visione. Si percepiva l’assenza di un
progetto capace di governare colore e spazio come un sistema unico, non come
una semplice somma di scelte “giuste”.

Quella sensazione iniziale, così immediata, è il risultato di un equilibrio
percettivo che si costruisce – o si perde – attraverso scelte precise che
riguardano il modo in cui il colore dialoga con le superfici, le profondità e
la luce, trasformando uno spazio da “contenitore” a “luogo vissuto”.

Lo spazio non è neutro

C’è un equivoco piuttosto diffuso quando si parla di progettazione degli
interni: pensare che le dimensioni di uno spazio coincidano con la sua
percezione. In realtà, chi vive e attraversa un ambiente non ne legge i “metri
quadrati”, ma le proporzioni, le profondità, le relazioni tra superfici.

Ed è qui che entra in gioco uno degli strumenti più potenti – e spesso
sottovalutati – del progetto: il colore.

Agendo cromaticamente su pareti, soffitti e fondi prospettici, è possibile
alterare la percezione dello spazio senza modificarne la geometria.

Accorciare, allungare, ampliare: il colore come strumento spaziale

Un ambiente lungo e stretto, ad esempio, può risultare visivamente ancora più
penalizzante se trattato in modo uniforme. Al contrario, intervenire sulla
parete di fondo con un colore più scuro o saturo contribuisce a “portarla in
avanti”, riducendo la sensazione di profondità e rendendo lo spazio più
raccolto.

Allo stesso modo, colorare le pareti laterali e mantenere chiaro il fondo può
allungare visivamente un ambiente corto, accompagnando lo sguardo in
profondità. Non si tratta di illusioni ottiche fini a sé stesse, ma di
strategie percettive che un progettista utilizza per ristabilire
equilibrio.

Il soffitto: il grande dimenticato

Uno degli elementi più trascurati nella progettazione cromatica è il soffitto.
Eppure, basta poco per cambiarne radicalmente la percezione.

Un soffitto scuro tende ad abbassarsi visivamente, rendendo l’ambiente più
intimo e raccolto; uno chiaro, soprattutto se in continuità con le pareti,
amplifica l’altezza percepita. In spazi di passaggio, corridoi o ambienti
molto alti, il colore in quota diventa un vero e proprio strumento di
controllo spaziale.

Stringere o allargare: quando le pareti guidano lo sguardo

Intervenire cromaticamente sulle pareti laterali può “stringere” o “aprire”
uno spazio. Pareti scure ai lati e fondo chiaro enfatizzano l’asse centrale;
pareti chiare e fondo più marcato allargano il campo visivo.

Sono soluzioni particolarmente efficaci in ambienti complessi, dove la pianta
non aiuta e il progetto deve lavorare sulla percezione più che sulla forma.

Compattare e dare carattere

In alcuni casi l’obiettivo non è ampliare, ma compattare: rendere uno spazio
troppo dispersivo più coerente, più leggibile, più abitabile. Qui il colore
diventa collante, materia progettuale che unifica superfici e volumi.

Un ambiente trattato con una palette continua, magari profonda e materica,
perde la frammentazione e acquista identità. Non è una questione di gusto, ma
di intenzione progettuale.

Mettere a fuoco: il colore come strumento di gerarchia

Infine, il colore serve anche a far emergere. Una parete, una nicchia, un
fondale possono diventare elementi focali semplicemente grazie a un
trattamento cromatico differenziato. In questo caso il colore non modifica
tanto lo spazio, quanto la sua lettura: guida lo sguardo, costruisce una
gerarchia, racconta una funzione.

Oltre le regole: il colore come atto consapevole

Ripensando a quel bar pasticceria, la sensazione iniziale diventa più chiara.
Non era una questione di gusti o di mode sbagliate. Era una questione di
percezione, di proporzioni non governate, di colori utilizzati senza una
strategia spaziale, di superfici che non dialogavano tra loro, quando manca
una regia consapevole, anche gli ambienti più promettenti finiscono per
trasmettere un senso di occasione persa.

When Color Changes Space

There are spaces that communicate something within just a few moments, even
before we manage to understand why.
It happens in seconds, often the instant we cross a threshold.

It happened this weekend as well. After a long day spent outdoors, enjoying
the first snowfall, we took refuge in a new bar and pastry shop that, at least
on paper, seemed promising. Everything was in its place: the “right” colors
for this type of venue — powder pink, green, boiserie — marble tables (or
rather, marble-effect), bronze-colored table and chair legs. A familiar,
reassuring imagery, apparently well curated.

And yet the prevailing feeling was one of sadness, of a missed opportunity. A
space that should have felt welcoming instead came across as bleak,
unfinished.
Nothing was missing in terms of elements; what was missing was a vision. You
could sense the absence of a project capable of governing color and space as a
single system, rather than as a simple sum of “correct” choices.

That initial, immediate sensation is the result of a perceptual balance that
is built — or lost — through precise decisions. Decisions that concern the way
color interacts with surfaces, depths, and light, transforming a space from a
mere “container” into a “lived place.”

Space Is Not Neutral

There is a fairly common misconception in interior design: the idea that the
dimensions of a space coincide with its perception. In reality, those who
inhabit and move through an environment do not read its square meters, but its
proportions, its depths, and the relationships between surfaces.
And this is where one of the most powerful — and often underestimated — tools
of design comes into play: color.
By acting chromatically on walls, ceilings, and perspective backdrops, it is
possible to alter the perception of space without modifying its geometry.

Shortening, Lengthening, Expanding: Color as a Spatial Tool

A long, narrow space, for example, can feel even more penalizing if treated
uniformly. On the contrary, intervening on the back wall with a darker or more
saturated color helps to visually “pull it forward,” reducing the sense of
depth and making the space feel more contained.
Similarly, coloring the side walls while keeping the back wall light can
visually lengthen a short space, guiding the eye into depth. These are not
optical tricks for their own sake, but perceptual strategies that a designer
uses to restore balance.

The Ceiling: The Great Forgotten Element

One of the most neglected elements in chromatic design is the ceiling. And
yet, very little is needed to radically change its perception.
A dark ceiling tends to visually lower itself, making the environment more
intimate and enclosed; a light one, especially when continuous with the walls,
amplifies the perceived height. In transitional spaces, corridors, or very
tall rooms, color overhead becomes a true tool of spatial control.

Narrowing or Widening: When Walls Guide the Gaze

Chromatic interventions on the side walls can “narrow” or “open up” a space.
Dark walls on the sides with a light back wall emphasize the central axis;
light walls and a more pronounced back wall widen the field of vision.
These solutions are particularly effective in complex environments, where the
floor plan does not help and the project must work on perception rather than
form.

Compacting and Giving Character

In some cases, the goal is not to expand but to compact: to make an overly
dispersed space more coherent, more legible, more livable. Here, color becomes
a binding element, a design material that unifies surfaces and volumes.
An environment treated with a continuous palette, perhaps deep and material,
loses fragmentation and gains identity. This is not a matter of taste, but of
design intent.

Bringing into Focus: Color as a Tool of Hierarchy

Finally, color also serves to make elements stand out. A wall, a niche, a
backdrop can become focal points simply through differentiated chromatic
treatment. In this case, color does not so much modify the space as its
reading: it guides the gaze, builds a hierarchy, and tells a function.

Beyond Rules: Color as a Conscious Act

Thinking back to that bar and pastry shop, the initial sensation becomes
clearer. It was not a matter of taste or misguided trends. It was a matter of
perception: of unmanaged proportions, of colors used without a spatial
strategy, of surfaces that failed to dialogue with one another. When a
conscious direction is missing, even the most promising spaces end up
conveying a sense of a missed opportunity.

13 Gennaio 2026 / / A forma di casa

Osservando le tendenze arredo 2026, ho colto un cambiamento nel modo in cui pensiamo e viviamo gli spazi domestici. L’attenzione si sta spostando da ciò che una casa dovrebbe mostrare a come riesce davvero a sostenerci nella vita quotidiana. Le case tornano a essere parte attiva del nostro benessere e prende forma un’estetica più calda, personale e autentica.
Gli interni del 2026 non nascono per essere osservati, ma vissuti: spazi che raccontano storie, che accolgono i segni del tempo e che sanno offrirci un equilibrio più umano. E questo cambiamento a me piace molto.

Nasce il concetto di lusso vissuto: una forma di bellezza meno esibita, che lascia spazio al carattere, all’unicità e all’imperfezione. Gli interni si liberano dalla paura del disordine e della perfezione da copertina, per accogliere l’idea di una casa che si evolve insieme a chi la abita. Oggetti raccolti nel tempo convivono con pezzi di design, senza gerarchie rigide, dando vita a spazi che risuonano a livello emotivo e raccontano un’identità.

Questo cambiamento non nasce per caso. Dopo anni di iper-connessione e immagini filtrate, la casa sta lentamente cambiando ruolo: da palcoscenico a luogo di ritorno. Le tendenze arredo 2026 riflettono una stanchezza diffusa verso il lusso urlato e la ricerca di una perfezione irraggiungibile, e riportano l’attenzione su ciò che dura, che invecchia bene e che rende gli ambienti più veri, più abitabili.

Insomma, la casa torna a essere un luogo più umano e, se ti verrà voglia di cambiare qualcosa, non sarà perché “va di moda”, ma perché ti somiglia un po’ di più.

Materiali naturali e superfici tattili: il ritorno alla materia viva nelle tendenze arredo 2026

Nelle tendenze arredo 2026 la materia torna al centro del progetto. Si afferma un ritorno a materiali autentici, ricchi di texture e capaci di invecchiare con eleganza, portando con sé i segni del tempo e della vita quotidiana. L’obiettivo è creare un’esperienza sensoriale completa, in cui il tatto conta quanto la vista.

Superfici spazzolate, pori aperti e finiture che lasciano emergere nodi e venature sostituiscono quella ricerca di uniformità che ora risulta piatta. Cambia anche il modo di usare i materiali: meno effetti “total look” e più accostamenti calibrati, come legno scuro e pietra chiara, terracotta e metallo brunito, superfici opache accanto a finiture più materiche.

mood tendenze arredo 2026

I materiali principali delle tendenze arredo 2026

Il legno si riafferma come materiale principe, apprezzato per il suo calore e la sua versatilità. Dopo anni dominati da essenze chiare e sbiancate, tornano protagonisti legni scuri e profondi come noce, mogano e frassino ebanizzato. Questi, utilizzati per boiserie, mobili contenitori e cucine, aggiungono carattere, profondità e un tocco di eleganza classica.

Anche la pietra riconquista spazio, ma non come semplice rivestimento decorativo. La vediamo in blocchi più scultorei, travertini e marmi dalle venature marcate, scelti per la loro qualità organica e irregolare. La natura non segue schemi ordinati, e proprio in questa imperfezione risiede la sua forza espressiva.

Materiali come la terracotta e l’argilla vivono una nuova stagione di raffinatezza. Piastrelle in terracotta e finiture murali volutamente grezze restituiscono agli ambienti un’atmosfera calda e senza tempo, capace di radicare gli spazi in una sensazione di autenticità profonda. Anche i metalli si allontanano dalla perfezione industriale per abbracciare superfici più vissute: l’ottone lucido lascia spazio a finiture morbide e stratificate, come ottone invecchiato, peltro e neri opachi. Maniglie, rubinetterie e lampade assumono una patina che racconta una storia e contribuisce a costruire un’estetica più personale e meno uniforme.

Terracotta, argilla e metalli, liberati dal rigore industriale, portano in casa il calore della terra e la forza del fuoco. Sceglierli significa dare valore a materiali che non hanno bisogno di artifici per essere belli: una scelta consapevole, in cui la qualità della materia conta più dell’effetto finale.

In contrasto con queste superfici materiche, tornano anche finiture laccate lucide, soprattutto per mobili contenitori e pezzi d’accento. La loro capacità di riflettere la luce introduce profondità e un tocco di glamour, bilanciato dall’accostamento con materiali più caldi e opachi.

legno pietra

I tessuti nelle tendenze arredo 2026

I tessuti, nelle tendenze arredo 2026, non rivestono solamente, ma accolgono. Il velluto a coste larghe e la lana bouclé restano centrali, ma con una mano più naturale e meno sintetica. Accanto a questi, si riscoprono lino grezzo e seta cruda, fibre che trovano nell’irregolarità della trama la loro forza estetica. I tessuti entrano anche nel decoro delle pareti: arazzi contemporanei, pannelli tessili e opere in fibra sostituiscono i quadri tradizionali, aggiungendo profondità visiva, comfort acustico e un forte valore narrativo, spesso legato a tecniche artigianali locali.

tessuto a parete

Design organico, linee curve e grande comfort

Nel 2026 le forme squadrate e spigolose lasciano il posto a un design più morbido, organico e scultoreo e le linee curve diventano protagoniste negli arredi e nei dettagli decorativi.

Divani dalle silhouette sinuose, poltrone arrotondate, tavoli con angoli smussati e testiere avvolgenti dominano la scena. Queste forme fluide riducono la tensione visiva e favoriscono un’atmosfera più calma e rilassata. Si afferma anche la tendenza verso arredi dalle proporzioni generose e voluttuose: gli imbottiti non sono solo funzionali, ma diventano veri e propri protagonisti dello spazio, capaci di invitare al relax e alla socialità. Il comfort smette di essere un semplice requisito e si afferma come nuovo status symbol, espresso attraverso queste forme accoglienti e avvolgenti.

dining - tendenze arredo 2026

Sentiremo parlare sempre più di cocooning e anche la camera da letto tornerà a essere un vero nido. Letti a baldacchino reinterpretati in chiave contemporanea, testiere imbottite che si estendono lateralmente e letti a slitta dalle forme avvolgenti contribuiscono a creare un senso di rifugio, protezione e intimità.

Letto - tendenze arredo 2026

Questa morbidezza non esclude il desiderio di carattere. Accanto alle forme organiche, si fa strada una raffinata influenza Art Déco, che porta con sé un’eleganza geometrica e un tocco glamour. Tornano elementi decorativi come le frange su cuscini, divani e pouf, nappe opulente e passamanerie usate per personalizzare gli arredi. Le lampade non sono più solo fonti di luce, ma vere e proprie sculture sospese. Forme audaci, materiali espressivi e sistemi modulari che permettono configurazioni dinamiche trasformano e confermano l’illuminazione in un elemento centrale del design.

Si afferma infine un netto rifiuto per l’arredo di massa e un crescente desiderio di pezzi unici capaci di raccontare una storia. Mobili e oggetti mostrano i segni della lavorazione artigianale: piccole imperfezioni, finiture irregolari, ceramiche modellate a mano che restituiscono anima e personalità agli spazi.

Colori dell’anno 2026: benessere, equilibrio e armonia

Nelle tendenze arredo 2026, il colore diventa una scelta emotiva prima ancora che estetica. Le palette si allontanano dai contrasti netti e dalle tinte gridate per abbracciare tonalità capaci di accompagnare il tempo: colori che calmano, stabilizzano e dialogano con la materia. È un uso del colore che non cerca l’effetto immediato, ma costruisce atmosfere durature, in sintonia con il bisogno diffuso di equilibrio, introspezione e autenticità.

Pantone - Cloud Dancer - Color of the year 2026

In questa direzione si inserisce la scelta di Pantone, che per il 2026 individua come Colore dell’Anno Cloud Dancer: un bianco off-white morbido e luminoso, lontano dalla freddezza del bianco ottico. È un colore silenzioso, pensato come sfondo più che come protagonista, capace di amplificare la luce e valorizzare texture, materiali naturali e imperfezioni. Una tonalità che parla di pausa, di spazio mentale, di nuove possibilità.

Sikkens - color of the year 2026

Anche Sikkens conferma questa sensibilità, proponendo per il 2026 The Rhythm of Blues, una famiglia di tre blu: Mellow Flow, Slow Swing e Free Groove che interpretano stati d’animo diversi. Dal blu chiaro, pensato per ambienti aperti e ariosi, a quello più profondo e riflessivo, fino a una tonalità più vibrante e intensa, il colore diventa strumento di espressione personale. Non più una scelta standardizzata, ma un linguaggio capace di adattarsi ai ritmi e alle esigenze di chi abita lo spazio.

In definitiva, nel 2026 il colore diventa un gesto di cura, capace di mettere in relazione materia, luce e quotidianità.

Angoli di quiete: progettare spazi per la disconnessione

In un mondo esterno che può apparire caotico e stressante, la casa assume un ruolo cruciale come rifugio per il benessere psicologico. Nascono nuove tipologie di stanze e angoli dedicati al benessere e alla disconnessione. Cresce la domanda per spazi privi di tecnologia, come biblioteche, sale d’ascolto o semplici salottini dove leggere un libro o conversare senza la distrazione degli schermi. Sono oasi di pace pensate per favorire la concentrazione e la connessione umana.

Piccoli angoli della casa vengono trasformati in zone dedicate al benessere personale: un angolo per la meditazione con cuscini e luce soffusa, una piccola area per lo yoga, o un bagno trasformato in una mini-spa domestica.

sofa

La scelta di colori, materiali e forme è sempre più guidata dalla psicologia ambientale. Si cercano palette che calmano, texture che confortano e layout che favoriscono il riposo e l’intimità, trasformando la casa in un luogo di rigenerazione emotiva.

All’interno di layout aperti, si creano nicchie o piccole aree delimitate dove osare con colori audaci, carte da parati decorative o arredi particolari, creando un punto focale intimo e sorprendente. Dei veri e propri angoli in cui esprimere tutta la propria personalità.

Oltre le mode: scegliere con consapevolezza per abitare meglio

Le tendenze arredo del 2026 sono il riflesso di profondi cambiamenti culturali e sociali, una risposta collettiva ai bisogni del nostro tempo. Capire queste origini ci aiuta a vedere il design non come una moda passeggera, ma come un linguaggio che esprime i nostri desideri più profondi.

La spinta verso interni vissuti e imperfetti è una ribellione contro la pressione di una vita curata per i social media. C’è un desiderio crescente di mostrare le nostre case per quello che sono: spazi reali, a volte disordinati, ma pieni di vita. L’apprezzamento per la “mano dell’uomo” in un mobile fatto a mano, in una ceramica irregolare, in una pennellata visibile, è una celebrazione dell’unicità umana in un mondo sempre più automatizzato.

La sostenibilità non è più un’opzione, ma un presupposto fondamentale. Questo si traduce in un consumo più consapevole e in un rifiuto della cultura dell’usa e getta. C’è un chiaro allontanamento dai mobili fast furniture a basso costo e di breve durata. Si preferisce investire in pezzi di qualità che possano durare una vita, essere riparati o tramandati. L’integrazione di mobili vintage e di antiquariato, l’uso di materiali di recupero e il sostegno agli artigiani locali sono pratiche che rispondono a un’esigenza etica oltre che estetica.

interior design 2026

In conclusione, la casa del 2026 è un luogo profondamente personale, tattile e confortevole, è un racconto della nostra identità e un’espressione dei nostri valori. È uno spazio che non teme di mostrare i segni della vita, ma che li celebra come parte della sua bellezza unica e irripetibile.

Se questo modo di leggere le tendenze risuona con il tuo modo di pensare la casa, nel blog trovi altri articoli dedicati all’abitare consapevole, ai materiali e ai piccoli gesti che rendono uno spazio davvero autentico.

Leggi anche:

Dare personalità alla casa: l’arte di abitare secondo te

Rituali di benessere in casa: la poesia dei gesti quotidiani

Come creare il tuo stile unico di arredamento

L’articolo Tendenze arredo 2026: guida ai nuovi trend per una casa autentica proviene da A forma di casa.

13 Gennaio 2026 / / Casa Poetica

Ordine che dura - Casa Poetica

L’ordine che dura è uno dei desideri più comuni quando si parla di casa, ma anche uno dei più frustranti. Si mette a posto, si sistema, si riordina… e dopo poco tempo sembra che nulla sia cambiato davvero. Il disordine torna, spesso negli stessi punti, con la stessa dinamica. Ed è lì che scatta la convinzione più pericolosa: pensare che il problema sia personale, che manchi la costanza o la capacità di mantenere ciò che si è fatto.

In realtà, nella maggior parte dei casi, l’ordine non dura non perché si è sbagliato qualcosa, ma perché non è mai stato costruito per durare. La casa è un sistema in movimento: le cose entrano ed escono, le abitudini cambiano, il tempo a disposizione non è mai lo stesso. Senza un’organizzazione pensata per questo movimento continuo, anche il miglior riordino resta temporaneo.



Perché il disordine torna sempre negli stessi punti

Se ci fai caso, il disordine non torna ovunque allo stesso modo. Torna nei cassetti che si aprono più spesso, sulle superfici di passaggio, negli spazi dove finiscono insieme cose molto diverse tra loro. Un cassetto della cucina dove convivono utensili usati ogni giorno e oggetti mai utilizzati, un ingresso senza un posto chiaro per chiavi e borse, un armadio dove ciò che indossi davvero è mescolato a ciò che “potrebbe servire”.

In queste situazioni, il problema non è l’assenza di ordine, ma l’assenza di una vera organizzazione. Mettere a posto senza distinguere tra ciò che fa parte della quotidianità e ciò che non la rappresenta più crea spazi fragili, che non reggono l’uso reale. Il disordine, in questi casi, non ritorna: semplicemente riaffiora, perché non è mai stato affrontato alla radice.



Il ruolo del decluttering in un ordine che dura

Quando si parla di ordine che dura, il decluttering resta una parte fondamentale del processo, ma va rimesso al suo posto. Non è un’azione drastica né un momento isolato in cui “si fa piazza pulita”, bensì un passaggio di chiarificazione. Serve a distinguere ciò che fa davvero parte della vita quotidiana da ciò che occupa spazio senza avere più una funzione reale. Se questo passaggio viene saltato o affrontato in modo superficiale, l’organizzazione nasce già fragile.

Un esempio molto comune è quello dei cassetti o degli armadi pieni di oggetti “inermi”: cose che non si usano, ma che nemmeno si decidono. Finiscono per convivere con ciò che serve ogni giorno, creando confusione visiva e pratica. In queste condizioni, anche il miglior sistema di contenimento non regge, perché è costretto a gestire troppo. Il decluttering, in questo senso, non serve a eliminare per forza, ma a fare una scelta di campo: chiarire cosa resta nello spazio perché ha senso oggi, non perché un giorno potrebbe tornare utile.



Organizzazione e vita reale: quando l’ordine smette di essere fragile

Ordine che dura: cassetto organizzato per l’uso quotidiano

Uno spazio pensato per l’uso quotidiano è alla base di un ordine che dura nel tempo.

Un ordine che dura nasce quando l’organizzazione tiene conto della vita reale, non di un ideale astratto. Spesso si sistemano gli spazi come se il tempo fosse infinito e le abitudini sempre uguali, ma la quotidianità è fatta di giornate diverse, ritmi irregolari, momenti di stanchezza. Se un sistema funziona solo quando si ha tempo, attenzione e concentrazione, è destinato a crollare.

Pensa a una cucina organizzata in modo impeccabile, ma che richiede di rimettere ogni cosa al suo posto con precisione millimetrica. Nei primi giorni funziona, poi basta una settimana più intensa perché tutto salti. Un’organizzazione che dura, invece, è quella che assorbe l’imperfezione: spazi pensati per essere usati, non solo per essere belli. Quando l’ordine è costruito tenendo conto di come vivi davvero la casa, smette di essere qualcosa da difendere e diventa qualcosa che ti sostiene.



Il tempo come variabile fondamentale dell’ordine

Uno degli aspetti più sottovalutati quando si cerca di mantenere l’ordine è il tempo reale a disposizione. Non il tempo ideale, quello che si vorrebbe avere, ma quello che c’è davvero tra lavoro, famiglia, imprevisti e stanchezza. Se l’organizzazione di uno spazio richiede più tempo di quanto tu possa permetterti ogni giorno, quell’ordine non durerà, anche se sulla carta è perfetto.

Un esempio tipico è l’ingresso di casa: se per rimettere a posto borse, giacche e chiavi servono più passaggi o troppa attenzione, inevitabilmente tutto finirà appoggiato su una sedia o su un mobile. Un ordine che dura nasce quando il gesto corretto è anche il più semplice. Ridurre i passaggi, semplificare le scelte, rendere immediato ciò che serve davvero è una delle basi di un’organizzazione stabile.



Quando l’ordine diventa una conseguenza, non un obiettivo

L’errore più comune è pensare all’ordine come a qualcosa da raggiungere e mantenere con impegno costante. In realtà, l’ordine che dura è una conseguenza di scelte coerenti: cosa resta, dove sta, quanto è facile rimetterlo al suo posto. Quando questi elementi sono allineati, l’ordine non richiede uno sforzo continuo, ma si mantiene quasi da solo.

È in questo punto che decluttering e organizzazione si incontrano davvero, non come azioni separate, ma come parti dello stesso processo. Eliminare ciò che non serve più, organizzare ciò che resta in modo funzionale e rispettare i propri ritmi permette di costruire spazi che reggono il cambiamento. L’ordine, così, smette di essere fragile perché non è più forzato.



L’ordine che dura come atto di rispetto verso sé stessi

Costruire un ordine che dura significa, prima di tutto, smettere di trattarsi come un problema da correggere; non è una questione di disciplina, né di controllo, ma di rispetto per il proprio modo di vivere. Quando l’organizzazione nasce dall’ascolto — dei tempi reali, delle energie disponibili, delle priorità quotidiane — l’ordine smette di essere una prestazione e diventa un alleato. È in questo spazio che avviene il vero cambiamento: non quando tutto è perfetto, ma quando ciò che c’è ha un senso, un posto e una funzione. Un ordine che dura non pretende costanza assoluta, ma accetta il movimento, le fasi, le trasformazioni. Ed è proprio per questo che regge.



Un ordine che dura, insieme

Se senti che l’ordine non dura nonostante l’impegno, non significa che tu stia sbagliando. Spesso significa solo che manca una struttura adatta alla tua vita, non a un modello ideale. Lavorare sull’organizzazione, con metodo e senza giudizio, permette di costruire spazi più stabili e più coerenti con ciò che sei oggi.

Se vuoi capire da dove partire e quale percorso può funzionare davvero per te, possiamo parlarne insieme. Una call conoscitiva è spesso il primo passo per fare chiarezza e iniziare a costruire un ordine che duri nel tempo.





 Photo on I-Stock





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L’articolo Ordine che dura: perché il disordine torna e cosa fare di diverso proviene da Casa Poetica.

10 Gennaio 2026 / / La Gatta Sul Tetto

Vi portiamo a visitare Casa Porta Romana, un appartamento degli anni Trenta a Firenze, ristrutturato di recente. Il progetto, firmato dallo Studio di Architettura Benaim lo ha trasformato in una dimora moderna, luminosa e perfettamente calibrata sullo stile di vita dei proprietari. 

Casa Porta Romana
Foto Sofia Lalli

Nel cuore dell’Oltrarno fiorentino, c’è una casa che racchiude mezzo secolo di storia personale, culturale e professionale. È la nuova dimora di una giornalista americana, che negli anni ’70 lasciò gli Stati Uniti per immergersi totalmente nel mondo dell’enogastronomia italiana. Da allora, grazie alle collaborazioni con chef, agricoltori e produttori vinicoli, è diventata un punto di riferimento nel settore. Il suo piacere più grande? Riunire attorno alla tavola amici, colleghi e professionisti del gusto

Il recente progetto di ristrutturazione, firmato dallo Studio di Architettura Benaim, ha trasformato un appartamento degli anni Trenta in una dimora moderna, luminosa e perfettamente calibrata sullo stile di vita dei proprietari. 

Casa Porta Romana è un progetto costruito sulle abitudini e sulla memoria 

Il progetto nasce dall’obiettivo di rispettare i rituali quotidiani della coppia e trasferire nella nuova abitazione alcune soluzioni già sperimentate in passato. Il progetto ha completamente rivoluzionato la distribuzione degli spazi, per rispondere alle loro abitudini. Gli ambienti privati si trovano nella zona affacciata sulla strada, mentre la parte che guarda il giardino interno accoglie oggi la zona giorno. 

Ambienti aperti e connessi: una casa pensata per la convivialità 

Una delle scelte progettuali più importanti riguarda l’introduzione di ampie aperture interne che instaurano un dialogo diretto tra soggiorno, sala da pranzo e cucina. 

Le demolizioni mirate hanno eliminato le vecchie compartimentazioni, dando vita a un grande ambiente continuo, attraversato dalla luce naturale e ideale per accogliere ospiti o vivere momenti di quotidianità. 

Casa Porta Romana
Foto Sofia Lalli

Tra cucina e zona pranzo una mensola passante in granito funge da ponte visivo e funzionale, un dettaglio che arricchisce la fruibilità dello spazio e ne amplifica l’armonia. 

Il giardino privato, una rarità nel contesto di Firenze, è stato attrezzato per ospitare un piccolo orto di erbe aromatiche, avvalorando il legame profondo tra la proprietaria e la cultura gastronomica. 

Un dialogo tra passato e presente 

Il progetto mantiene un grande rispetto per l’identità originaria della casa: 

  • infissi e porte restaurati dalla Falegnameria Ferruzzi; 
  • pavimenti storici in graniglia decorata conservati e valorizzati; 
  • arredi su misura realizzati da Wood Arredamenti per cucina, bagni, librerie e cabina armadio. 

La scelta di sollevare molti mobili da terra esalta i pavimenti originali e crea un effetto visivo leggero, elegante e contemporaneo, regalando all’ambiente una piacevole armonia. 

Foto Sofia Lalli

La cucina: meno di 10 mq progettati con cura millimetrica 

Il cuore della casa è la cucina, un microcosmo operativo di meno di 10 mq progettato in modo sartoriale. Qui ogni mensola, cassetto e pensile è stato pensato per rispondere alle reali esigenze dei proprietari. 

Il blocco cottura scelto è un ILVE Professional Plus da 90 cm, con due forni e sei fuochi, ideale per chi ama cucinare per più persone. 

Foto Sofia Lalli

Le soluzioni su misura prevedono anche dettagli intelligenti, come lo zoccolino-cassetto destinato ai vassoi, una soluzione invisibile ma estremamente funzionale. 

Un appartamento storico che ritrova la sua voce 

Il lavoro dello Studio Benaim restituisce un appartamento anni Trenta capace di parlare al presente. Ogni ambiente è pensato per vivere la quotidianità con fluidità, ogni dettaglio racconta una scelta consapevole e ogni materiale contribuisce a un equilibrio raffinato. 

Casa Porta Romana
Foto Sofia Lalli

Per info: Studio Benaim sito ufficiale

DATI TECNICI:Superficie: 250 mq Committenza: Privato Progettista d’Interni: André Benaim, Camilla Santoni Architetto: André Benaim, Camilla SantoniFotografia: Sofia LalliAnno: 2025Artigiani: Falegnameria Fratelli Ferruzzi (infissi), Falegnameria Wood Arredamenti (arredo interno cucina, mobile tv/libreria, dispensa, mobili bagni, cabina armadio, palestra, studio, ingresso)Fornitori bagni (WC, bidet, miscelatori): Ideal Standard (sanitari) Bugnatese (rubinetteria)Resina bagno di servizio: Moreno PapariniRivestimento bagno master: marmo di Carrara fornito da Baldazzi e PascoPiano cucina: Granito fornito da Baldazzi e PascoElettrodomestici cucina: ILVE, Haier, Siemens, Giesse, Grohe Blu HomeCappa cucina: ILVE

Visita altre bellissime case nella rubrica House tour!

10 Gennaio 2026 / / Coffee Break

C’è un silenzio particolare che accompagna i primi giorni di gennaio. Le luci
delle feste si spengono, le liste dei buoni propositi iniziano a sedimentarsi
e, quasi naturalmente, si avverte il bisogno di tornare all’essenziale.

Ci stiamo abituando a un mondo in cui architettura e interior design vengono
semplificati e ridotti a una sequenza di trend rapidi: colori dell’anno,
soluzioni “chiavi in mano”, immagini pensate per colpire l’occhio nello spazio
di uno scroll.

Ma cosa resta di un progetto quando l’entusiasmo per l’ultima moda
svanisce?
Cosa rimane di una stanza quando smettiamo di guardarla attraverso lo schermo
di uno smartphone e iniziamo, semplicemente, a viverla?

Per noi, l’inizio di un nuovo anno non coincide con l’elenco di ciò che sarà
“in” o “out”.
Le tendenze raccontano il presente, ma sono per loro natura transitorie
rispetto al valore di un progetto pensato per durare, per accompagnare nel
tempo chi lo abita.

Progettare è un atto di responsabilità.
Non significa inseguire l’onda del momento, ma trovare equilibri capaci di
funzionare nel tempo, risolvendo esigenze reali e restituendo spazi che non
stanchino, che non abbiano bisogno di essere continuamente rinnovati per
restare credibili.

La nostra ricerca va nella direzione di un’architettura onesta: onesta verso
chi la vive, verso il luogo in cui si inserisce, verso il tempo che dovrà
attraversare. In questa prospettiva, la bellezza non è un’aggiunta, ma la
conseguenza naturale di una soluzione risolta con cura.

C’è una lezione che un architetto senior ci ha trasmesso quasi casualmente, ma
che continua ad accompagnare il nostro modo di progettare:

Quando un disegno è bello da vedere, il progetto è risolto.

Non è un invito all’estetismo, ma la sintesi di un metodo.
Quando le linee sulla carta trovano un’armonia visiva, significa che le
funzioni sono in equilibrio, che i conflitti spaziali sono stati mediati, che
la logica del progetto ha trovato la sua forma più naturale. Quella bellezza è
il risultato di un lavoro invisibile: ore di confronto, ripensamenti e dubbi,
fino a quando la soluzione non appare inevitabile.

Ed è proprio il tempo uno degli elementi che continuiamo a difendere.
La fretta è nemica della qualità. Un buon progetto ha bisogno di
sedimentazione, di verifiche, di una maturazione consapevole. È così che uno
spazio smette di essere semplicemente costruito e inizia a diventare un luogo.

Entriamo in questo nuovo anno con un’intenzione semplice e netta: non offrire
scorciatoie.
Le mode cambiano; il piacere di abitare uno spazio pensato davvero per chi lo
vive, invece, resta.

Per noi, è questa l’unica direzione che valga la pena seguire.

Benvenuto nuovo anno.
Costruiamolo con attenzione, un progetto alla volta.

Notes from Early January: In Search of an Honest Architecture

There is a particular silence that accompanies the first days of January. The
holiday lights are turned off, resolutions begin to settle, and almost
naturally one feels the need to return to what is essential.

We are growing accustomed to a world in which architecture and interior design
are simplified and reduced to a sequence of fast-moving trends: color of the
year, “turnkey” solutions, images designed to catch the eye within the span of
a single scroll.

But what remains of a project when the enthusiasm for the latest trend
fades?
What remains of a room when we stop looking at it through the screen of a
smartphone and begin, quite simply, to live in it?

For us, the beginning of a new year does not coincide with a list of what will
be “in” or “out”.
Trends describe the present, but by their very nature they are transient when
compared to the value of a project conceived to endure, to accompany those who
inhabit it over time.

Designing is an act of responsibility.
It does not mean chasing the wave of the moment, but finding balances capable
of working over time—addressing real needs and creating spaces that do not
exhaust, that do not require constant renewal in order to remain credible.

Our research moves toward an honest architecture: honest toward those who live
in it, toward the place in which it is set, toward the time it will have to
traverse. From this perspective, beauty is not an addition, but the natural
consequence of a carefully resolved solution.

There is a lesson that a senior architect passed on to us almost casually, yet
it continues to guide the way we design:

When a drawing is beautiful to look at, the project is resolved.

This is not an invitation to aestheticism, but the synthesis of a method.
When the lines on paper achieve visual harmony, it means that functions are in
balance, spatial conflicts have been mediated, and the logic of the project
has found its most natural form. That beauty is the result of invisible work:
hours of discussion, reconsideration, and doubt, until the solution finally
appears inevitable.

And time is precisely one of the elements we continue to defend.
Haste is the enemy of quality. A good project needs sedimentation,
verification, and conscious maturation. This is how a space ceases to be
merely built and begins to become a place.

We enter this new year with a simple and clear intention: not to offer
shortcuts.
Trends change; the pleasure of inhabiting a space truly designed for those who
live in it, instead, endures.

For us, this is the only direction worth following.

Welcome, new year.
Let’s build it with care, one project at a time.

10 Gennaio 2026 / / ChiccaCasa

Ci sono case che, a colpo d’occhio, ti fanno innamorare: i colori sono armoniosi, avvolgenti, intensi al punto giusto.
Trasmettono personalità, equilibrio, una sensazione immediata di benessere e ti fanno subito venire voglia di sperimentare con il colore in casa tua.

Ti piacerebbe osare con i colori, ma hai paura di sbagliare? Ogni volta che si tratta di scegliere un colore, ti senti bloccatə?
Hai paura di stancarti in fretta, di investire tempo e denaro in una scelta che non regge nel tempo, di fare un pastrocchio e di creare un ambiente confusionario.

Così rimandi, semplifichi e tendi a scegliere colori neutri, perché ti sembrano quelli più sicuri.

Scegliere i colori in casa, però, non è solo una questione di coraggio. È una questione di metodo, consapevolezza e strumenti giusti.

Ciao, sono Federica, home stylist e interior blogger.

In altre parole, supporto le persone come te a creare una casa che le rappresenti.

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Indice dei contenuti

Come scegliere i colori in casa? Basi e checklist di errori comuni
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Quando si parla di colori, il primo errore è pensare in termini di “bello” o “brutto”.

Non esistono colori belli o brutti in assoluto, ma colori giusti per te e per la tua casa.

In realtà, esistono colori coerenti e colori fuori contesto. Colori che dialogano con lo spazio e colori che appaiono fuori luogo.
Colori che sostengono il tuo benessere e colori che non ti infastidiscono o, semplicemente, non ti rappresentano.

Se hai già sperimentato con il colore e questo ti ha stancatə subito è possibile che tu abbia commesso uno o più degli errori comuni che ti elenco qui di seguito.

  • Quel colore non era giusto per te, quindi non ti trasmetteva emozioni positive o, peggio, ti faceva sentire a disagio.

  • Il colore non era in armonia con gli elementi fissi della casa: pavimenti, porte, infissi o arredi già presenti.

  • Hai sottovalutato l’importanza di testare il colore sulle tue pareti prima dell’applicazione e il risultato si è rivelato evidentemente diverso da come ti aspettavi, deludente.

  • Il colore ha messo in evidenza disarmonie esistenti, invece di riequilibrarle. È possibile che fosse il colore giusto, ma che enfatizzasse degli abbinamenti sgradevoli di elementi già presenti in casa. Per esempio, molto spesso l’essenza di legno delle porte non è in armonia con il pavimento, o l’accostamento dei mobili è da rivedere.
    Può succedere anche che, una volta pitturate le pareti, salti all’occhio una disposizione degli arredi che non sta valorizzando l’ambiente.

  • Il colore è stato applicato nei punti sbagliati o con proporzioni sbilanciate. Hai dipinto solo una parete e ora la stanza sembra aver cambiato forma?
    Forse hai involontariamente creato un’illusione ottica e alterato la percezione dei volumi, rendendo lo spazio meno armonico.

  • Non è il colore, ma le quantità. Hai colorato tutte le pareti, ma hai un pavimento colorato e ora ti sembra che la stanza sia opprimente? Forse, hai sbagliato le dosi.

  • Ultimo e, forse, il più frequente: hai ignorato l’esposizione e l’intensità della luce naturale che entra dalle finestre della stanza, nelle diverse ore del giorno. La luce, infatti, ha una forte influenza sulla percezione del colore sulla parete.

Questa checklist, magari ti ha aperto gli occhi sul tuo tassello mancante per il colore perfetto, oppure ti sta facendo dire: “basta, troppo difficile, faccio tutto neutro”.

È vero, la gestione del colore in casa è complessa, altrimenti non ci sarebbero figure professionali dedite a sciogliere questi nodi, come la mia.
La buona notizia è che hai due modi per riuscire a domarla:

  • appoggiandoti a una figura professionale per un progetto colore;

  • o in autonomia, acquisendo le tecniche e le informazioni che ti servono per usare correttamente il colore in casa.

Se acquisisci gli strumenti giusti, abbinare i colori in casa diventa un processo chiaro, divertente e sereno.

È proprio per questo che ho creato la Guida alla scelta dei colori in casa: un supporto pratico, pensato per chi non se la sente di delegare, ma desidera scegliere con sicurezza, evitando errori costosi e ripensamenti continui.

acquisisci sicurezza nella scelta dei colori

Come scegliere una palette di colori per casa?
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Una palette efficace non nasce copiando un’immagine, nasce da un riconoscimento.

Parti dai tuoi colori felici (esistono già). Cerca nel tuo armadio, cerca nei tuoi ricordi, cerca nella natura. Trova i colori che hanno contraddistinto un passaggio della tua vita: ti ricordano un evento positivo, una persona, un momento felice.

Prendere ispirazione da riviste, Instagram e Pinterest va bene, ma quelle immagini vanno lette con attenzione.

Spesso ciò che colpisce di uno spazio non è il singolo colore, bensì il tipo di contrasto, l’atmosfera generale, il rapporto tra luce e profondità.

Ognuno di noi ha un suo contrasto preferito:

  • prevalenza di tinte calde o fredde,

  • contrasti netti, determinati da colori chiari mescolati con colori scuri,

  • tinte semi chiare con semi scure, per un contrasto soft,

  • chiari con altri chiari, senza forti elementi di rottura,

  • o un’atmosfera profonda e a bassa luminosità.

Quando i colori e i contrasti giusti per te vengono applicati in casa, lo spazio cambia qualità.

Puoi vedere esempi di stanze trasformate con diverse palette di colori qui.

Immagina di svegliarti ogni mattina in un luogo che ti rappresenta, in cui ti riconosci, che ti appaga, ti fa sentire bene e migliora il tuo benessere quotidiano. Un lusso, no?

Come si fa ad individuare con precisione i colori e i contrasti che funzionano davvero per te?

Se vuoi avere una conferma chiara di ciò che ti piace davvero e dei contrasti che senti più tuoi, senza continuare a restare bloccata nelle scelte, esiste uno strumento preciso: il RAH Test.

È un test scientifico, basato sulle neuroscienze, che utilizzo da tempo nel mio lavoro e che ho testato su molti clienti, riscontrandone l’effettiva validità.

Ti aiuta a capire quali colori sostengono il tuo benessere nel tempo e quali contrasti funzionano davvero per te, eliminando gran parte dei dubbi che rendono difficile scegliere.

Se fai il RAH test con me, ricevi, oltre ai tuoi colori felici, anche i codici colore NCS, palette già pronte e immagini di ispirazione create con l’intelligenza artificiale.
Sono pensate per mostrarti come applicare i colori in casa in modo concreto e armonioso, senza dover interpretare o improvvisare. Puoi copiarle, adattarle e usarle come riferimento sicuro.

trova i tuoi colori felici

Quanti colori deve avere la palette di una casa?

Non esiste un numero preciso.
Le sfumature, anche quando appartengono allo stesso colore, possono e devono variare da stanza a stanza, per adattarsi alla luce naturale, ai materiali presenti e alla funzione degli ambienti.

Ciò che conta davvero è la presenza di un filo conduttore cromatico, riconoscibile e coerente.

Per esempio, i neutri delle tue stanze possono essere una costante, soprattutto i bianchi.

Scegli un bianco (caldo, freddo, puro) e mantienilo costante in tutta la casa (purché tu voglia avere elementi bianchi in casa, ovviamente).

Il tuo filo conduttore può essere anche un colore da ripetere in ogni stanza in diverse proporzioni.

Seguirai una costante stilistica, certo, ma dal punto di vista cromatico, l’obiettivo è un altro: passando da una stanza all’altra, non devi avere la sensazione di entrare in case diverse. La casa deve raccontarsi come un insieme armonico, continuo, ben orchestrato.

Questo approccio è fondamentale quando inizi a capire davvero come abbinare i colori in casa in modo consapevole.

Quanti colori deve avere la palette di una stanza?

Anche qui non esistono formule rigide.
Il colore non risponde a regole matematiche, ma a equilibri visivi, proporzioni e relazioni.

Per semplificare e avere un riferimento pratico, puoi considerare una palette composta da tre a cinque colori.

Tuttavia, la differenza non la fa il numero, ma il modo in cui questi colori entrano nello spazio.

Conta dove li applichi, in che quantità e su quali superfici. Un colore usato nel punto giusto può valorizzare l’ambiente; lo stesso colore, applicato senza criterio, può creare confusione.

Molti errori negli abbinamenti colori casa nascono proprio da una gestione poco consapevole delle proporzioni, più che dalla scelta cromatica in sé.

In questo senso, una regola semplice ma molto efficace è quella del 60–30–10, che vedremo più avanti.

Se ho pavimenti di diversi colori in casa, devo usare colori diversi in ogni stanza?

Nelle case degli anni Cinquanta, Sessanta e Settanta è molto comune trovare pavimenti diversi in ogni ambiente: graniglie, marmi, cementine con cromie e disegni differenti. È una caratteristica affascinante, ma richiede attenzione.

I colori dei pavimenti devono entrare, necessariamente, nella palette generale della casa. Questo non significa replicarli ovunque, ma farli dialogare tra loro in modo consapevole.

Un esempio semplice: nella stanza con pavimento color terracotta puoi inserire un elemento che richiami il colore del pavimento del corridoio o della stanza che attraversi prima di entrarci. Un dettaglio, un materiale, un accento cromatico possono creare continuità visiva.

L’obiettivo è una armonia complessiva, percepibile anche nelle viste da una stanza all’altra.

Puoi usare colori diversi in ogni ambiente, sì, ma devi sempre costruire un filo conduttore. È questo che rende gli abbinamenti colori casa coerenti, eleganti e duraturi.

Come bilanciare i colori in casa?
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I colori da scegliere non sono solo quelli delle pareti.

Puoi avere una casa colorata anche se le tue pareti sono bianche, scegliendo, per esempio arredi, complementi e accessori colorati.
Se hai un pavimento colorato, per esempio, non sempre dipingere tutte le pareti rappresenta una buona idea.
L’armonia si raggiunge solo se i colori sono ben posizionati e bilanciati nell’ambiante.

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La regola del 60 -30 -10 aiuta a distribuire i colori in modo equilibrato e leggibile:

  • il 60% è dedicato al colore dominante, quello che costruisce l’atmosfera;

  • il 30% al colore secondario, che sostiene e accompagna;

  • il 10% al colore di accento, più deciso e caratterizzante.

Non è una formula rigida, ma una guida preziosa per evitare eccessi e mantenere armonia. La trovi spiegata in modo dettagliato, con esempi concreti e facilmente replicabili, nella Guida alla scelta dei colori in casa.

Come abbinare i colori in casa?
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Una volta individuati i tuoi colori felici e compresa la regola del 60–30–10, puoi iniziare a lavorare sugli abbinamenti colori casa in modo più consapevole. A questo punto il colore smette di essere un’intuizione fragile e diventa una scelta ragionata, coerente, replicabile.

Per capire davvero come abbinare i colori in casa, esistono strumenti semplici ma molto efficaci. Uno su tutti: la ruota dei colori.

La ruota dei colori: il cerchio di Itten spiegato in modo semplice

La ruota dei colori, conosciuta anche come cerchio di Itten, è uno strumento visivo che mostra le relazioni tra i colori. Basta comprenderne la logica per usarla con sicurezza.
Se vuoi allenarti e sperimentare, qui trovi una ruota dei colori cartacea.

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Colori complementari

Sono i colori opposti sulla ruota (per esempio blu e arancione, verde e rosso). Creano contrasto, energia e movimento.
Funzionano bene perchè si enfatizzano a vicenda, ma se usati senza dosare con cura le proporzioni, risultano facilmente stancanti.

Colori analoghi

Sono colori vicini tra loro sulla ruota (per esempio verde, verde-blu e blu). Trasmettono armonia e continuità. Sono ideali se ami atmosfere coerenti e visivamente fluide e se ami in particolare una temperatura di colore (caldi oppure freddi).

Triade di colori

Coinvolgono tre colori disposti a formare un triangolo. Funzionano molto bene se uno dei colori guida la palette e gli altri due entrano con discrezione. Richiedono più attenzione nell’abbinamento e nel bilanciamento della saturazione, ma danno grandi soddisfazioni in termini di carattere.

Questi schemi non sono regole rigide, ma mappe. Ti aiutano a orientarti quando inizi a costruire i tuoi abbinamenti colori casa senza andare a tentativi.

Alla ruota dei colori ho dedicato un intero capitolo, con tanti altri schemi cromatici, esempi pratici e render fatti da me, nella Guida alla scelta dei colori in casa.

Come scegliere i colori in base all’esposizione della stanza?
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La luce cambia i colori. Sempre.
Questo è uno degli aspetti più sottovalutati quando si cerca di capire come scegliere i colori in casa.

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A sinistra: il render di una stanza arredata con colori freddi, con esposizione a Sud.
A destra: come apparirebbe la stessa stanza, se fosse esposta a Nord.

In Italia, durante la giornata, la luce naturale varia in modo piuttosto prevedibile.

  • Esposizione nord
    La luce è più fredda (bluastra), costante, ma mai diretta. I colori appaiono più smorzati e leggermente grigi. Un buon modo per combattere l’atmosfera fredda e spenta è scegliere tinte che non tendano al grigio, magari calde.
    Considera che un colore freddo diventerebbe ancora più freddo una volta applicato sulle pareti.

  • Esposizione sud
    La luce è intensa, diretta, calda per gran parte della giornata. I colori risultano più saturi e luminosi. Qui puoi permetterti anche tonalità più fredde o più scure, perché la luce le sostiene.

  • Esposizione est
    La luce è calda e morbida al mattino, più neutra nel resto della giornata. I colori chiari e delicati rendono molto bene, soprattutto se ami atmosfere luminose e leggere.

  • Esposizione ovest
    La luce diventa rossastra e intensa nel pomeriggio e alla sera. I colori si scaldano visivamente e acquisiscono profondità. Chiediti: come apparirà il colore che ho scelto con l’aggiunta del colore della luce rossastra del tramonto?

Quando scegli i colori, chiediti: in che fascia oraria trascorri più tempo in quella stanza? Questo può influenzare notevolmente la tua scelta.

Un colore che ami alla luce del mattino può non funzionare altrettanto bene di sera. Il colore giusto è quello che ti accompagna nei momenti in cui vivi davvero lo spazio.
Se vuoi sapere come gestire al meglio il colore, a seconda dell’esposizione della tua stanza, qui trovi anche dei codici colore NCS già pronti, da testare.

Come abbinare pareti e mobili?
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Uno degli errori più frequenti negli abbinamenti tra pareti e arredi riguarda il sottotono. Spesso non viene considerato, ma fa una differenza enorme.

Ogni materiale ha un sottotono: caldo, freddo o neutro. Non solo, il sottotono corrisponde a un colore vero e proprio, che non può essere ignorato.

Quando abbini pareti e mobili:

  • osserva i materiali alla luce naturale (spegni la luce);

  • accosta i materiali dei tuoi mobili, del pavimento e di tutti gli elementi fissi, al campione di colore;

  • fai attenzione al mix di caldi e freddi.

Tenere conto del sottotono rende gli abbinamenti di materiali e colori coerenti, eleganti e intenzionali.

Capire questi meccanismi ti permette di scegliere con più sicurezza e di costruire palette che funzionano davvero, nel tempo e nella vita quotidiana.

Come scegliere il colore per le pareti?
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C’è una pratica molto comune che si mette in atto in fase di ristrutturazione o allestimento di una nuova casa: dare il colore alle pareti senza avere la più pallida idea di come si arrederanno gli spazi. Capire quali colori applicare e quali pareti o porzioni di pareti pitturare non può essere un atto isolato rispetto alla progettazione della disposizione degli arredi e alla scelta dei materiali e dei colori degli stessi.
Se scegli il colore prima dell’arredamento, questo potrebbe anche risultare vincolante, il che è assurdo, considerando quanto sia semplice cambiare colore alle pareti, rispetto a sostituire tutti gli arredi.

È normale sentirsi sopraffatti da questa decisione, perché il colore può influenzare profondamente il tuo stato d’animo e la tua quotidianità.

Ecco una checklist utile per guidarti nella scelta.

  1. Individua i tuoi colori felici. Sono quelli che ti fanno stare bene nel tempo, non solo al primo sguardo. Se fai fatica a riconoscerli con chiarezza, il RAH Test può aiutarti a mettere a fuoco colori e contrasti che funzionano davvero per te.

  2. Con la tua palette in mano, seleziona un colore compatibile con la stanza. Chiediti se quel colore dialoga con gli arredi che hai già, con i materiali presenti e con l’atmosfera che desideri creare. Il colore giusto non sovrasta, accompagna.

  3. Tieni conto della luce naturale. Osserva come entra nella stanza durante la giornata e come cambia. La luce può raffreddare, scaldare, spegnere o intensificare un colore. Ignorarla significa scegliere alla cieca.

  4. Modula il colore in base allo spazio. Fatti preparare dal colorificio più campioni della stessa tonalità, più chiari o più profondi, e testali direttamente sulle pareti che vuoi dipingere. Guardali al mattino, nel pomeriggio e alla sera. È qui che il colore rivela la sua vera natura.

  5. Non fermarti alle pareti. Il colore vive anche nei tessili e nei dettagli: tappeti, cuscini, tende, lampade, pouf, tavolini, quadri. Usa questi elementi per creare contrasti misurati, richiami cromatici e piccoli punti di ritmo visivo. Spesso è proprio questo gioco sottile a rendere l’insieme più interessante e personale.

Quando segui questi passaggi, il colore smette di essere una scelta azzardata e diventa uno strumento espressivo. Un alleato capace di trasformare la stanza e di rendere la casa più coerente, più viva, più tua.

6 Gennaio 2026 / / Casa Poetica

Decluttering dolce cassetto bagno - Casa Poetica

Il decluttering dolce è un modo gentile e consapevole per fare spazio in casa senza stress. Fare decluttering può sembrare un’impresa faticosa, quasi una prova di forza.
L’idea di dover decidere cosa tenere, cosa buttare, da dove iniziare, spesso paralizza ancora prima di cominciare. È per questo che molte persone rimandano, accumulano, si convincono che “non è il momento giusto”.
Il decluttering dolce nasce proprio per questo: per fare spazio in casa senza stress, senza strappi e senza sensi di colpa.



Perché fare spazio spaventa più di quanto dovrebbe

Quando si parla di decluttering, il problema raramente è la casa.
Quello che spaventa davvero è l’immaginario che si porta dietro: sacchi neri, decisioni drastiche, oggetti buttati in fretta, regole rigide da seguire. Un approccio che fa pensare che per fare spazio sia necessario rinunciare, soffrire o cambiare tutto insieme.
Il decluttering dolce ribalta questa visione: non chiede di eliminare, ma di osservare; non impone velocità, ma consapevolezza. È un modo diverso di fare decluttering in casa, pensato per chi sente il bisogno di alleggerire, ma non vuole farlo con violenza.



Cos’è davvero il decluttering dolce (e cosa non è)

Il decluttering dolce non è minimalismo forzato, né una versione “più lenta” del buttare via. Non è tenere tutto, ma nemmeno liberarsi delle cose con violenza. È un approccio che mette al centro la persona, prima ancora degli oggetti.
Fare spazio in questo modo significa ascoltare, osservare, capire cosa oggi ha senso restare e cosa no, senza giudizio. Il decluttering dolce non chiede decisioni immediate, ma consapevolezza. Non impone regole rigide, ma accompagna verso scelte più coerenti con la vita reale che stai vivendo adesso.



Da dove iniziare davvero (spoiler: non da tutta la casa)

Decluttering dolce: cassetto della cucina organizzato per iniziare a fare spazio

Uno spazio semplice, come un cassetto della cucina, è perfetto per iniziare il decluttering dolce senza stress.

Nel decluttering dolce non si comincia mai dagli oggetti più carichi di significato. Libri, fotografie e ricordi personali richiedono tempo ed energia emotiva. Per questo è molto più efficace partire da spazi semplici e quotidiani, emotivamente neutri. Un cassetto del bagno, il cassetto delle posate o una piccola zona della cucina sono punti di partenza ideali per fare spazio senza sentirsi sopraffatti.
Questi micro-spazi permettono di prendere confidenza con il processo e di fare scelte pratiche, senza giudizio. Qui non si decide cosa racconta la tua storia, ma cosa è utile oggi. È proprio questa semplicità che rende il primo passo accessibile e prepara, con naturalezza, ad affrontare in seguito anche gli spazi più delicati.



Il decluttering dolce come cambio di relazione con gli oggetti

Uno degli aspetti più fraintesi del decluttering è l’idea che riguardi solo gli oggetti. In realtà, soprattutto quando si sceglie un approccio dolce, il lavoro più profondo non è su ciò che si elimina, ma su come si guarda ciò che si possiede. Gli oggetti diventano spesso depositari di aspettative, sensi di colpa, promesse non mantenute, versioni di noi che non esistono più. È per questo che fare spazio può risultare emotivamente faticoso, anche quando si parte da cose apparentemente semplici.

Il decluttering dolce lavora proprio su questo livello: non chiede di “decidere in fretta”, ma di riconoscere che un oggetto può essere stato importante e non esserlo più. Che può aver avuto una funzione e averla esaurita. Che può rappresentare una fase della vita conclusa, senza che questo tolga valore a ciò che è stato. Fare spazio, in questo senso, non è cancellare il passato, ma fare posto al presente.



Perché buttare non è mai il vero obiettivo

Nel decluttering dolce l’eliminazione non è mai il fine ultimo. Buttare, donare o spostare sono conseguenze, non obiettivi. L’obiettivo reale è creare spazi che funzionino per la vita di oggi, non per quella che si aveva dieci anni fa o per quella che si immaginava di avere. Quando questo passaggio è chiaro, le decisioni diventano meno cariche e più lucide.

Molte persone restano bloccate perché sentono il peso della decisione definitiva. “Se lo tolgo, poi me ne pentirò”. Il decluttering dolce introduce invece la possibilità della scelta temporanea, del passaggio intermedio, del “non ora”. Questo abbassa la soglia di stress e permette di andare avanti senza sentirsi forzate. È un metodo che accetta l’ambivalenza e la normalizza, invece di combatterla.



Perché il decluttering dolce funziona (e dura di più)

Un altro elemento centrale del decluttering dolce è il ritmo. Non esiste una velocità giusta in assoluto, esiste una velocità sostenibile per chi vive quella casa. Lavorare troppo in fretta porta spesso a risultati apparentemente ordinati, ma fragili. Dopo qualche settimana tutto torna come prima, perché il processo non è stato interiorizzato.

Procedere con gradualità permette invece di consolidare le scelte, di osservare come cambia la quotidianità quando uno spazio è più leggero, di capire cosa funziona davvero. È in questo tempo di osservazione che il decluttering diventa stabile. Non perché si è “stati bravi”, ma perché si è costruito un equilibrio possibile.



Fare spazio, insieme

Fare spazio non è una questione di forza di volontà, ma di metodo. Il decluttering dolce ti permette di alleggerire la casa rispettando i tuoi tempi, senza strappi e senza sensi di colpa.

Se senti che è il momento di fare spazio, ma non sai da dove iniziare, possiamo parlarne insieme. Puoi prenotare una call conoscitiva, anche solo per fare chiarezza e capire se questo percorso è adatto a te.

A volte basta una conversazione giusta per iniziare nel modo giusto.





 Photo on I-Stock





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L’articolo Decluttering dolce: come fare spazio in casa senza stress proviene da Casa Poetica.

4 Gennaio 2026 / / Case e Interni

Confronto tra soggiorno scandinavo anni Settanta ricco di colore e interno contemporaneo neutro


Perché le case moderne hanno perso il colore? Un’analisi
tra estetica neutra, trend contemporanei e bisogno di rassicurazione.

Negli ultimi anni, osservando le case che popolano riviste, social e nuovi interventi residenziali, emerge un dato evidente: il colore si è nascosto. Non è scomparso del tutto, ma ha lasciato il centro della scena a palette sempre più neutre, morbide, desaturate. Beige, greige, sabbia, tortora, bianco caldo. Toni rassicuranti e difficilmente contestabili.

Il colore Pantone 2026: Cloud Dancer

Il fatto che il colore Pantone 2026 sia Cloud Dancer – un bianco lattiginoso, sospeso, quasi impalpabile – sembra confermare questa direzione: un bisogno diffuso di quiete visiva, di ambienti che non disturbino, non prendano posizione, non affatichino.

Ma non è sempre stato così.

Camera da letto colorata anni 80camera da letto Mary Gilliatt 1983

Quando le case avevano un colore (e non avevano paura di mostrarlo)

Se pensiamo agli interni degli anni ’70, ’80 e primi anni ‘90 il colore non era un accessorio: era struttura.
Cucine verde oliva, bagni azzurro polvere o rosa cipria, divani e tappeti colorati, pareti rosso mattone, verde acido, blu o ocra, cuscini e poltrone dalle fantasie fiorate o geometriche. Anche negli interni più borghesi, il colore aveva un ruolo dichiarato, spesso identitario.

soggiorno in blu anni 70

sala da pranzo anni ’70

Quelle case non cercavano la neutralità raccontavano il gusto di un’epoca, nel contempo, esprimevano un’idea di comfort più fisica e materica, accettavano l’idea che uno spazio potesse diventare fuori moda e lasciavano che la personalità e il gusto individuale prendesse forma.

Il colore non era pensato per essere eterno, ma coerente con il presente.

Casa in stile contemporaneo in toni neutri e boiserie

soggiorno contemporaneo dai toni neutri; credit photo: bo-laget

Le case di oggi: neutre, fluide, silenziose

Negli ultimi dieci anni l’estetica mainstream ha preso una direzione opposta. Gli interni contemporanei puntano su palette ridotte, materiali naturali o che li imitano e contrasti ridotti al minimo.

Il colore, quando c’è, è attenuato: salvia, cipria, terracotta chiaro, azzurro-grigio. Raramente saturi, quasi mai dominanti.

Non è solo una scelta di gusto. È una risposta sociale.

Oggi abbiamo a disposizione una varietà di colori e sfumature infinitamente più ampia rispetto al passato: potremmo scegliere qualsiasi tonalità. Eppure la casa contemporanea, nella sua forma più diffusa, decide di non farlo. Questo ci dice che la neutralità non nasce da un limite tecnico, ma da una scelta culturale ed economica, rassicurante e facilmente riproducibile.

La virata verso interni neutri, quindi, non è una conseguenza della mancanza di opzioni, ma il risultato di una preferenza condivisa.

Il minimalismo cromatico viene spesso venduto come consapevole, zen ed essenziale, ma può essere letto anche come riduzione dello stimolo, gestione dell’ansia, desiderio di ordine in un mondo instabile.

Casa con soppalco anni 70

casa con soppalco anni ’70

Perché il neutro ci rassicura

Viviamo in un contesto iperconnesso, visivamente sovraccarico, iper tecnologico e socialmente instabile. La casa diventa allora un rifugio. E il neutro offre continuità, controllo e prevedibilità.

Un ambiente neutro non chiede attenzione, non stimola, non mette in discussione, non crea squilibri o contrasti. È uno sfondo calmo su cui proiettare una vita già complessa.

Il colore, al contrario, richiede uno sforzo in più riguardo la scelta, inoltre divide, espone al giudizio e richiede una presa di posizione chiara.

E oggi, più che mai, la casa è il luogo in cui sembra che nessuno (o quasi) voglia prendere posizione.

Dal punto di vista dell’interior design, il colore è diventato un rischio: quello di “sbagliare”, di fare una scelta non consapevole, di non piacere agli altri.

Il neutro, invece, è percepito come elegante, rilassante, non divisivo, non disturbante.

Non è un caso che molte ristrutturazioni partano da una base volutamente neutra, lasciando al colore il ruolo di dettaglio facilmente intercambiabile: un cuscino, una sedia, un quadro. Il colore non struttura più lo spazio, lo sfiora.

 

camera da letto contemporanea toni neutri

camera contemporanea dai toni neutri; credit photo: norban

Le case anni ’70–’80 oggi ci sembrano “datate” proprio a causa del colore. Questo ha generato una reazione quasi difensiva: progettare spazi che non invecchino mai.

Ma una casa che non invecchia è anche una casa che non racconta una storia, non prende posizione, non rischia mai. Il risultato è un’estetica molto curata, ma spesso intercambiabile, anonima e priva di personalità.

Inoltre, c’è un grosso errore alla base: attribuire al colore la responsabilità di rendere una casa datata è una semplificazione. Anche materiali, formati, decorazioni, grafiche e lavorazioni (sebbene neutre) raccontano il tempo in cui nascono: un gres effetto Calacatta, gres effetto cementine, una superficie cannettata o un dettaglio in oro rosa sono segnali forti di un trend, tanto futile quanto passeggero. E mentre un blu ottanio alle pareti può diventare terracotta con una mano di pittura, un pavimento di tendenza resta lì a ricordarci per anni il momento in cui è stato scelto.

Cameretta toni neutri e menta

cameretta dai toni neutri; credit photo: Giessegi

Infanzia color beige: il caso delle camere dei bambini

C’è un ambito in cui la perdita di colore diventa particolarmente evidente — e, forse, più delicata: quello dell’infanzia. Basta osservare la moda kids, le nursery e le camerette degli ultimi anni per accorgersene. Le palette dominanti ruotano quasi sempre intorno a beige, panna, al massimo salvia, menta, cipria, e altri toni polverosi. Toni morbidi, rassicuranti, perfettamente coordinabili con il resto della casa. Ma questa scelta non è solo estetica. Racconta qualcosa di più profondo.

Spesso è una proiezione del gusto adulto sul mondo dei bambini: spazi pensati per integrarsi con un interior ordinato e coerente, più che per stimolare l’immaginazione di chi li abita davvero. È anche una forma di controllo, una volontà — magari inconscia — di tenere a bada il caos, l’eccesso, l’imprevedibilità che il colore porta con sé.

Nella nostra cultura visiva contemporanea, i colori primari sono sempre più associati al disordine, alla rumorosità, a una sorta di “poca educazione estetica”. Come se rosso, blu e giallo fossero sinonimo di confusione, mentre la neutralità diventasse automaticamente segno di buon gusto, calma e maturità.

Eppure l’infanzia, per sua natura, è sperimentazione, contrasto, eccesso. Neutralizzarne i colori significa, in qualche modo, “addomesticarla” per renderla compatibile con un’estetica adulta, che fatica sempre di più a tollerare ciò che sfugge al controllo.

 

india-mahdavi-design

credit photo: india-mahdavi

Eccezioni consapevoli: quando il colore ritorna

Esistono, naturalmente, studi di design, case d’autore e oggetti anche low cost che recuperano il colore in modo consapevole e intenzionale. Pensa agli interni firmati da India Mahdavi, che usano tinte sature (rosa confetto, verde bosco, blu profondo) come gesto identitario; o ancora Martino Gamper, Patricia Urquiola, Kelly Wearstler, Hugo Toro, ma anche tendenze pareti “Color Drenched”, una tecnica che consiste nel dipingere un’intera stanza (soffitto e mobili inclusi) in una singola tonalità di carattere.

Anche nel prodotto, il colore riemerge in nicchie precise: sedute iconiche, lampade-scultura, oggetti da collezione o limited edition. Pezzi pensati per essere accenti, dichiarazioni, non per costruire l’intero paesaggio domestico. Sono eccezioni controllate.

Nel quotidiano, però — nelle case reali degli ultimi dieci anni, soprattutto quelle che rispecchiano l’estetica millennial — domina un’idea di bellezza silenziosa, quasi “terapeutica”. Pareti chiare, pavimenti continui, palette ridotte al minimo. Una bellezza che non vuole stupire, ma calmare. Che non chiede attenzione, ma promette stabilità. In un mondo percepito come sempre più complesso e instabile, il neutro diventa una forma di rifugio visivo, una scelta che rassicura prima ancora di piacere.

Come scrive David Batchelor in Chromophobia, la cultura occidentale ha spesso visto il colore come qualcosa di accessorio, emotivo, potenzialmente disturbante rispetto alla forma. Oggi quella diffidenza sembra tradursi in una scelta abitativa precisa: meno stimoli, più controllo.

 

Forse non abbiamo perso il colore, ma lo stiamo rimandando

Il colore non è scomparso: è stato messo in pausa, in attesa di un contesto più stabile, più lento, meno esigente.

Finché la casa continuerà a essere il luogo in cui ci difendiamo dal mondo, è probabile che il neutro resti dominante. Quando torneremo a viverla come spazio di vita e di espressione – e non solo di protezione – forse il colore tornerà a occupare il centro della scena.

Non come moda, ma come scelta consapevole.

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Anna e Marco – CASE E INTERNI